Non interessa davvero che la libertà e i diritti siano affermati, che la dignità dell’uomo sia garantita. Questo discorso appassiona troppo poco chi ci governa.
In Italia un ex ministro può dire impunemente che se non otterrà quello che vuole farà imbracciare il fucile e ogni manifestazione per i diritti dell’uomo viene invece tacciata come un fenomeno di violenza “inconcepibile” e subito scattano gli arresti.


Così è capitato a Londra dove sono stati arrestati almeno 30 attivisti che manifestavano contro le repressioni operate dal regime di Pechino in Tibet. Circa 2mila poliziotti sorvegliavano la staffetta. Uomi di Scotland Yard hanno scortato i tedofori a piedi, in bicicletta e a cavallo, costretti a far fronte a continui tentativi di bloccare la marcia della fiaccola olimpica.
A Parigi, dopo pochi minuti dalla partenza, gli organizzatori hanno spento la torcia per motivi di sicurezza interrompendo il percorso a piedi e trasferendo la fiaccola su un bus. Parigi è blindata. La staffetta deve percorrere
A McLeod Ganj, casa indiana del Dalai Lama, intanto. sono comparse le istantanee della rivolta di Lhasa che hanno aggirato la censura.
“Cadaveri distesi pieni di sangue rattrappito, i fori dei proiettili all'altezza del viso, del petto, dei fianchi, delle gambe, della schiena, della testa. Le foto sono sbiadite, i colori spenti, le figure sgranate. Le hanno immortalate con il cellulare, tra le vie, gli anfratti, le case anonime di Lhasa: scatti frettolosi, rubati, mentre i reparti speciali della polizia e l'esercito cinese davano la caccia ai feriti e portavano via i morti della rivolta. Adesso sono lì, prove crude e concrete; per un mondo che prima inorridisce, s'indigna, condanna e poi, sommessamente, chiude gli occhi e rimuove”.
Al di là del Tibet dovremmo preoccuparci anche noi perché la logica in nome della quale si tace è quella del puro interesse economico, che accetta ogni violazione dei diritti, purchè i propri interessi non siano messi in discussione. Ne abbiamo avuto esperienza anche noi, quando una manifestazione ha sfilato nelle vie di Genova durante il G8 per chiedere pace, giustizia e diritti anche per i più deboli. Sono queste le parole che fanno davvero paura, che mettono in moto apparati militari per metterle a tacere.
Le Olimpiadi si faranno, ne sono certa, ma non è questo l’unico problema. Il vero problema è che non si dica a chiare lettere alla Cina: adesso basta, rispetta il Tibet, ma rispetta anche i diritti dei lavoratori, il diritto di parola e di manifestazione.
Quando invece ci sono di mezzo gli interessi economici qualcosa si fa.
Non vogliamo che si esporti la democrazia con fuoco e morti, vogliamo molto semplicemente che le nostre democrazie si facciano portavoci in modo pacifico e non violento della globalizzazione non solo dell'economia, ma anche dei diritti dell'uomo: non ci sono uomini di serie A e uomini di serie B. Altrimenti temo che se lasceremo sempre correre questa voce si affievolirà talmente tanto da non sentirsi più neanche nelle nostre case.
Cosa penseranno i giovani che non ci vedono lottare per tutto ciò che i nostri padri ci hanno regalato a rischio della loro vita?
Per tutta la durata dei giochi olimpici venivano sospese le guerre in tutta
Lo scopo dell'Olimpismo è di mettere ovunque lo sport al servizio dello sviluppo armonico
dell'uomo, per favorire l’avvento di una società pacifica, impegnata a difendere la dignità
umana. Con tale proposito, il Movimento Olimpico svolge, solo e in collaborazione con altri
organismi e nell'ambito delle proprie possibilità, azioni volte a favorire la pace
Ieri i ministri degli Esteri degli Stati dell'Unione hanno escluso qualsiasi ipotesi di sanzioni economiche o di boicottaggio dei Giochi Olimpici e si sono limitati a lanciare un appello a Pechino per un "dialogo costruttivo" con i manifestanti tibetani.. Questa dichiarazione è bastata a irritare
"Il Tibet è un affare completamente interno della Cina. Nessun Paese straniero o organizzazione internazionale ha il diritto di interferire al riguardo" questa è stata la sua lapidaria dichiarazione.
La fiaccola rischia, dunque, di diventare motivo di discordia: è infatti seguita dalle proteste degli attivisti per i diritti umani. Chiedono di boicottare le Olimpiadi organizzate da Pechino in risposta alla repressione cinese in Tibet. Oggi stesso un gruppo di tibetani in esilio in India ha acceso a Nuova Deli una simbolica fiaccola dell'indipendenza.
Quella olimpica invece sarà domani a Pechino e da lì comincerà il suo giro intorno al mondo:
Il Dalai Lama, intanto, ha chiesto aiuto “Per favore”, ha detto “aiutate i tibetani a risolvere la crisi nella regione” aggravatasi dopo la violenta repressione delle proteste contro
«Sono qui inerme, posso solo pregare».
Noi possiamo continuare a mantenere viva la fiaccola dei diritti e della dignità dell’uomo contro la prepotenza e l’arroganza dei più forti o di chi si ritiene tale.
Rimando agli altri post che trovate sotto il tag Tibet.
E’ scaduto l'ultimatum imposto da Pechino ai rivoltosi. La data fissata come ultimo termine per la resa era la mezzanotte locale, le
"Coloro che spontaneamente - recita il manifesto - si presenteranno alla polizia o agli uffici giudiziari prima della mezzanotte del 17 marzo saranno puniti leggermente o avranno una punizione attenuata; coloro che si consegneranno e riveleranno le attività di altri elementi criminali compiranno un atto meritorio e possono evitare la punizione. Gli elementi criminali che non si presentano in tempo saranno puniti severamente secondo legge".
«Ogni anno decine e decine di prigionieri politici venivano condannati a morte per non essersi
"rieducati". Ho assistito ad alcune di queste condanne. I prigionieri venivano portati con un camion vicino alla prigione. Avevano al collo una tavoletta di legno con dei caratteri cinesi. Probabilmente c'era scritto il nome del condannato e il "crimine" commesso. I condannati venivano fatti inginocchiare di fronte a una fossa profonda un metro e mezzo. A scavarla erano stati gli stessi prigionieri del carcere. Il plotone di esecuzione faceva fuoco e i corpi, colpiti dai proiettili, cadevano direttamente nella fossa... Ma le cose, da allora, non sono molto cambiate. Oggi i dissidenti politici tibetani vengono giustiziati con un colpo di rivoltella alla nuca. Per riavere il loro corpo, i parenti della persona uccisa devono rimborsare alle autorità carcerarie il costo del proiettile».
Un popolo è stato massacrato ed il massacro fisico e culturale continua e le reazioni quali sono?
Ma mi chiedo anche dove sono i cattolici… dove sono le loro coscienze al di là dei giochi diplomatici dello Stato Vaticano…
Gli europei non sono da meno. Ricordiamo l'ultimo viaggio del Dalai Lama nel nostro continente. Salvo Angela Merkel, i governi europei evitarono di riceverlo. Non fece eccezione quello italiano, e neppure Benedetto XVI: tutti preoccupati di non irritare Pechino.
Non parliamo poi degli Usa che hanno depennato
Da tempo stanno stracciando la dichiarazione dei diritti dell’uomo da molto tempo, noi la vogliamo, la dobbiamo riscrivere. In tutto il mondo la gente si sta mobilitando...
Bisogna davvero informarsi, leggere e prendere tempo per farlo: è un nostro dovere civile. Conoscere cosa capita nel nostro paese, ma anche nel mondo. Abbiamo troppa fretta, lo dico da sempre. E a volte ci accontentiamo di fare qualche battuta, di prendere qualche iniziativa, ma spesso siamo troppo superficiali. Io per prima. Ieri ho parlato della rivolta in Tibet, ma non avevo parlato di cosa sta intanto succedeno in India.
Davvero mi ha colpito molto quello che sta succedendo in Tibet, la tenacia dei monaci e della gente anche quando le speranza possono almeno sembrare meno di zero. Non si combatte solo per vincere, ma per esserci, per continuare a esserci. Dovremmo smetterla di dire che siamo in un mondo che fa schifo ed essere più attenti a chi schifo non fa, prendere ad esempio la loro tenacia....
Mi è capitato di leggere un intervista del giornalista Carlo Buldrini al monaco Palden Gyatso, incarcerato dai cinesi per 33 anni. Leggetela perché merita, perché bisogna ricordare di cosa è stata capace
Il vecchio monaco dice: «Purtroppo, molti Paesi democratici sembrano oggi interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo oggi. Il rispetto dei diritti umani dovrebbe invece essere alla base di ogni attività economica» Non c'è verità più vera (passatemi la tautologia).
Chi è sopravvisuto alla repressione si è rifugiato in India e proprio in India il 10 marzo è iniziata una marcia, la “Marcia del ritorno in Tibet”. È partita da McLeod Ganj (Dharamsala), in India, ed è l’evento più importante del Tibetan People’s Uprising Movement, un movimento lanciato da quattro organizzazioni tibetane in esilio.
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La marcia attraverserà l’India per diversi mesi e conta di raggiungere il confine tra India e Tibet nel periodo in cui inizieranno i giochi olimpici a Pechino, per portare l’attenzione del Mondo sul dominio cinese in quella regione. La marcia vuole ricordare il 10 marzo 1959 quando iniziò la rivolta contro
«Il nostro impegno a portare avanti una protesta non violenta è assoluto» ha detto Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress. Gli fa eco Tenzin Tsundue: «Dobbiamo capire una volta per tutte che la violenza, l’impugnare le armi, è un modo desueto per cercare di ottenere l’indipendenza. La nostra marcia costituirà una sorta di “sadhana”, un tributo spirituale a quella verità e a quella giustizia che ci ispirano nella nostra azione».
Sono stati, però, subito fermati dalla polizia indiana che li aspettava ad un bivio nei pressi del ponte Dehra, a una cinquantina di chilometri da Dharamsala. Si sono allora sdraiati per terra con le braccia intrecciate a formare un'unica catena intonando preghiere buddhiste.
Un centinaio di poliziotti hanno caricato cento monaci su quattro pullman e li hanno portati nel carcere di Java Mukti.
Nuova Dehli, che pure in passato aveva sostenuto la causa dei seguaci del Dalai Lama, negli ultimi tempi sta cercando di evitare episodi imbarazzanti con
Se anche questa marcia fosse fermata, ci sarebbero altri monaci pronti a ripartire per raggiungere il Tibet. Questo è il loro modo di non arrendersi.
Dicono: «La nostra marcia offre a tutti la possibilità di partecipare a uno storico movimento non violento. Con esso vogliamo ottenere la libertà per un Paese che, ancora oggi, è tenuto soggiogato. Unitevi a noi. Sosteneteci in qualsiasi modo possiate. Abbiamo bisogno di informare la gente della nostra marcia. Cammineremo per sei mesi. Potete unirvi a noi come sostenitori, per un giorno o anche per una sola ora». Sosteniamoli in tutti i modi possbili.
Il Dalai Lama ha chiesto un'inchiesta internazionale per appurare cosa sia realmente accaduto. Secondo il Premio Nobel per
Lo scorso settembre l’attenzione di tutti i mass media era focalizzata sulla protesta dei monaci buddisti in Birmania, oggi è la volta dei “colleghi” del Tibet.
Dietro e attorno al corteo monta la rabbia di Lhasa, dilaga non appena la polizia tenta di bloccarla. Gli scontri a colpi di bastoni e manganelli, lacrimogeni e sassi lasciano spazio ai roghi e alle sparatorie. E i bilanci si fanno drammatici.
Testimoni hanno affermato che la polizia militare è intervenuta in forze per disperdere i dimostranti e che si sono sentiti degli spari. «C'è fumo dappertutto e si sentono colpi d'arma da fuoco», ha detto un residente che parlava dalle vicinanze del Jokhang, un grande tempio nel centro della capitale. E di spari hanno parlato anche cittadini americani, ha riferito l'ambasciata Usa a Pechino. Nuova Cina ha ammesso
che sono stati sparati «colpi di avvertimento e gas lacrimogeni» per disperdere i manifestanti.
«Siamo tutti presi a soccorrere i feriti, ne arrivano di continuo, ci sono anche dei morti, ma non sappiamo quanti» - grida un’infermiera dal telefono del pronto soccorso di Lhasa. «La polizia cinese ha sparato sulla folla uccidendo almeno due persone mentre folle di tibetani bruciavano le auto e sfilavano nelle strade» - riferisce Radio Free Asia citando altre testimonianze telefoniche.
Le agenzie ufficiali cinesi si limitano a diramare un freddo e scarno bilancio di dieci feriti. Le prime colonne di fumo invadono, intanto, il mercato di Tromsikhang dove si moltiplicano gli assalti ai negozi controllati dagli immigrati Han, la minoranza d’origine
«C’è fumo ovunque, volano sassi e le vetrine sono state infrante, siamo terrorizzati» - riferisce un altro testimone.
ulteriormente. Ormai è data per scontata, anche se non ufficialmente, la notizia dello stato d'emergenza nella capitale, ma anche in altre città come Chengdu nel Sichuan, dove vive una grande comunità tibetana. Qui le truppe hanno circondato i quartieri " a rischio" e tagliato la corrente elettrica, nell'intento - tra l'altro - di non esacerbare gli animi con le immagini delle rivolte di Lhasa diffuse invece nel resto della Cina.
Il Dalai Lama, padre spirituale della nazione tibetana, si rivolge a Pechino. «Lancio un appello alle autorità cinesi e le imploro di metter fine all’uso della forza per ascoltare la nostra voce aprire un dialogo con il nostro popolo» - e ricorda però che la protesta è il risultato del pubblico risentimento di fronte alla «forza bruta» impiegata da oltre 50 anni. Per tutta risposta Pechino lo accusa di aver organizzato la protesta e le violenze. «Il governo della Regione Autonoma del Tibet ha le prove che i recenti sabotaggi sono stati preparati, premeditati e guidati dalla cricca del Dalai Lama»
Anche le Olimpiadi sono all’origine della rivolta.. Atleti tibetani hanno domandato di partecipare ai giochi sotto la bandiera del Tibet, ma
Viene negata qualsiasi libertà religiosa o culturale: nessun insegnamento della religione e della lingua tibetane; nessuna esibizione o lode al Dalai Lama, controllo di ferro sui monasteri e i civili grazie allo spiegamento di oltre 100 mila soldati cinesi.
Nel ’95 il controllo di Pechino è giunto fino a rapire il ” Panchen” , quello riconosciuto dal Dalai Lama, assieme ai suoi genitori, il 14 maggio 1995, all’età di appena sei anni.. E dallo scorso settembre, tutte le reincarnazioni dei buddha (fra cui quella del Dalai Lama stesso, ormai 70enne), per essere “vere”, devono avere l’approvazione del Partito.
In questi anni vi sono stati incontri fra rappresentanti del governo tibetano in esilio e le autorità del governo cinese, ma finora senza nessun esito.
Nella città degli esuli a nord dell'India gruppi di religiosi e laici attraversano le strade del villaggio tibetano di McLeod Ganji con bandiere e striscioni gridando tutta la loro frustrazione, ma temono che rapporti di forza impari possano trasformarsi in un bagno di sangue ben più grave delle cifre riferite finora
Tutto questo succede proprio nei giorni in cui, da Washington,