Pensare in un'altra luce

"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate? In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga
lunedì, 18 agosto 2008

La porta di Maga Szabò

Sono appena tornata dal mare dove ho trascoro un po' di tempo con mia mamma. Un po' di tempo per riorganizzarmi e sarò di nuovo tra voi. Per adesso ripropongo un altro libro di Magda Szabò che aveo recensito nell'altro mio blog.

PortaLa Porta” scritto dall’ungherese  Magda Szabó è la storia di un rapporto tra due persone che sono una l’opposto dell’altra, di un rapporto molto conflittuale e difficile. Il personaggio principale è sicuramente Emerenc, una donna delle pulizie, un personaggio che si rivela fuori da ogni consuetudine. E’ una donna delle pulizie, una lavoratrice infaticabile. Ma al contrario di quello che succede normalmente, prima di accettare un lavoro era lei che decideva di “procurarsi delle informazioni” sui suoi datori di lavoro e non viceversa. “Io non lavo i panni sporchi al primo che capita”. La dignità di una persona, insomma, non si svende, qualsiasi lavoro si faccia.

Emerenc si prenderà cura della scrittrice e di suo marito per oltre vent’anni, ma “nei primi cinque stabilì una distanza che non potevamo oltrepassare, precisa come se fosse misurata con uno strumento”
E’ lei che decide cosa vuole o non vuole fare, quando e come farlo, dimostra subito di avere le sue idee dettate non dalla lettura e dallo studio, ma dalla sua incredibile storia di vita. Nessun regime politico in tutta la sua vita trascorsa in Ungheria in tempi difficili è riuscita a intimidirla, nessun “educatore del popolo” ha saputo metterla a tacere o impedirle di fare quello che lei riteneva giusto fare.

La sua storia emerge pian piano, man mano che il libro procede. Ma una cosa è subito chiara: la sua esistenza è stata segnata da esperienze che lasciano ferite profonde, indelebili e come tutte queste persone non si lascia facilmente penetrare. La porta (titolo del libro) è il simbolo di questa chiusura al mondo, una porta che nessuno può e deve valicare, lo scrigno segreto in cui chi ha sofferto molto conserva il proprio dolore e nasconde la propria fragilità. A lei e a tutti quelli come lei che hanno avuto una vita difficile bisogna sapersi accostare in punta di piedi, bisogna conoscere la capacità di aspettare e avere un profondo rispetto.
Emerenc offrirà, a modo suo, la sua amicizia, la sua dedizione alla scrittrice ed essa scoprirà nella relazione con questa donna che l’amicizia, l’amore è “impegno” e non possiamo a priori decidere come si debba esprimere. “Oggi – dice la scrittrice – ho capito una cosa, che allora ancora ignoravo: una passione non si può esprimere pacatamente, disciplinatamente, morigeratamente, e nessuno può definirne la forma al posto dell’altro”.

L’amore che lega queste due persone è conflittuale proprio perché l’incontro vero è quello che sa imparare anche e soprattutto dallo scontro; un conflitto però che favorisce la conoscenza dell’altro e  insegna a mettersi in discussione aprendo nuovi spazi mentali ed affettivi. Emerenc è capace di grande amore, di un amore, però, fuori dalle consuetudini, di un amore che spiazzerà più volte la scrittrice. Chi vuole amarla deve saperla rispettare, deve saper entrare nella sua vita quando e come decide lei. Perché l’amicizia non è intrusione, ma attenzione, non è dare continui consigli dall’alto di una presunta superiorità, ma saper ascoltare, Non è accondiscendenza, ma presenza quando questa si rende necessaria. Emerenc del resto scompare e riappare, ma al momento buono sa esserci, conosce la compassione. La scrittrice questo non sempre lo sa fare: “Oggi, mentre scrivo a macchina queste righe, sento che in quel momento, decisi il suo destino perché dentro di me l’abbandonai. Smisi di tenerle la mano”.

Già, tenerle la mano…, più che parlare come dice la Zambrano saper “stare in presenza”, conoscere quel linguaggio che riempie i vuoti e affronta le solitudini snza fretta e con grande pazienza…

“Emerenc era disposta al sacrificio, a lei riusciva spontaneo tutto ciò che io dovevo impormi con un certo sforzo, e non importava che agisse inconsapevolmente, la bontà di Emerenc era naturale, io, invece, mi ero educata ad esserlo, mi ero obbligata col passare del tempo a rispettare alcune norme etiche. (..) La mia morale non era altro che disciplina, il risultato dell’allenamento al quale mi avevano sottoposto il collegio, la scuola, la famiglia”.
Emerenc sa amare, invece, in modo naturale, senza forzature e amare per lei e “sapersi prendere cura”, è un amore semplice e spontaneo che diffida di ogni rituale, che non si appella a nessun Dio. Ed la sua spontaneità che smaschera continuamente i  nostri gesti ipocriti.

“Cosa crede, che Cristo,  che Dio, di cui parla come se li conoscesse personalmente, concedano la salute a così basso prezzo? Per una settimana della sua devozione io non darei un soldo bucato”.

La scrittrice pian piano imparerà da quella donna molto della vita e della realtà, anche se a volte riluttante. E alla fine cercherà di salvarla dalla morte ma capirà che Emerenc, come ogni essere umano, “non ha bisogno di una vita qualunque. Emerenc ha bisogno della sua vita” e quella ormai non c’era più, non avevano saputo rispettarla fino in fondo.
Alla scrittrice resta un’amara conclusione che a volte “è impossibile accomodare il destino degli esseri umani che non trovano posto nella vita degli altri”.

 

postato da giuba47 alle ore 08:29 | link | commenti (10)
categorie: libri, szabò magda
mercoledì, 06 agosto 2008

Via Katalin di Magda Szabò

KatalinVorremmo pensare che la vita trascorra secondo una lunga linea retta, avvenimento dopo avvenimento, tutto verso un direzione. E vorremmo essere noi a individuare il percorso.

Il più delle volte, invece, ciò che accade ci obbliga a percorsi più complessi e il controllo della nostra vita viene meno. Navighiamo spesso in un mare con correnti che ci portano dove non vorremmo andare e a volte un'onda forte spezza la nostra barca lasciandoci senza rotta, spersi in acque in cui abbiamo persi tutti i riferimenti noti.

Ho letto da poco il bellissimo libro, Via Katalin, di Magda Szabò di cui ho già parlato qui e qui

rén, Blanka, Henriett e Bálint sono quattro bambini che crescono insieme nella Budapest degli anni Trenta del secolo scorso

Le case delle loro rispettive famiglie, quella degli Elekes, degli Held e dei Bíró in via Katalin, a Budapest, sono l'una adiacente all'altra. I ragazzi giocano e crescono insieme in questo piccolo mondo che neanche la guerra sembra intaccare. Le tre ragazze si innamorano tutte di Bálint. Ma tutti sanno che lui sposerà Irén, figlia maggiore dell'insegnante Ábel Elekes.

La vita scorre prevedibile in ogni suo momento, ogni personaggio legato alla  sua famiglia, ogni famiglia legata all’altra da una stretta amicizia solidale.

Tutto quindi sembra procedere come da copione. Il giorno del fidanzamento Irén  pensa: “Ero innamorata di Bàlint a così tanto tempo, e con una passione  così intensa, che quando arrivò il momento del nostro fidanzamento mi sentii divisa tra reazioni di duplice natura, di sicuro ero preda di una felicità immensa e travolgente, ma mi sembrava anche che tutto ciò che sarebbe accaduto quel giorno in realtà fosse la cosa più naturale del mondo…”

Ma qualcosa accade e da quel giorno nulla fu più uguale a prima. In attesa del pranzo, dalla finestra Irén fa ancora in tempo a scorgere i signori Held, mentre escono per sbrigare una pratica. Verranno presi in una retata: vittime delle persecuzioni antisemitiche del governo Horthy, non faranno mai più ritorno. La figlia, la piccola e fragile Henriett, grazie al padre di Bálint, si salva e  viene immediatamente nascosta. Ma la ragazza spinta dal desiderio di rivedere un'ultima volta la sua casa posta sotto sequestro.

“Immobile Henriett restò a contemplare le vestigie del proprio passato, pensando che ognuna possedeva una propria storia e chi rovistava tra quegli oggetti non sapeva niente, perché le cose non rispondono agli estranei. I soldati lavoravano rapidamente, quasi metodicamente (…). Henriette pensò agli odori, al buon profumo dei cuscini, alla fresca flagranza di bucato dei camici inamidati, e agli asciugamani, alla morbidezza degli asciugmani: Tutto si stava dissolvendo, si scomponeva in elementi primordiali davanti ai suoi occhi, la casa cadeva a pezzi tra le rovine restava ciò che era successo, le tracce di quelli che là dentro avevano vissuto, ma solo chi aveva abitato in quel mondo poteva riconoscerli”.

Ma «due colpi al chiaro di luna» sparati dal soldato di guardia, misero fine alla vita di Henriette. E da quel momento tutto cambiò…

 Irén e Bàlint alla fine si sposeranno: “ma ormai eravamo invecchiati, lui non mi amava più con la stessa triste veemenza con cui mi aveva amata un tempo, mentre i miei sentimenti si erano esauriti e raffreddati. Andavamo incontro alla vita come due compagni di viaggio a bordo di una nave che dio solo sa dove il vento sospinge, che si abbracciano e si raccontano i loro miseri ricordi perché ricordano le stesse cose, conoscono la stessa terraferma e sanno com’era la vita laggiù prima che li strappassero a quei luoghi e li scaraventassero brutalmente in mare aperto…”.

 “Avevano capito di dover mettere in conto alcuni cambiamenti biologici, perché il corpo aveva cominciato un lavoro di demolizione che avrebbe concluso con la stessa precisione e lo stesso impegno con cui si era preparato alla strada da compiere fin dall'istante del loro concepimento; (…) Nessuno aveva spiegato loro che la fine della giovinezza è terribile non tanto perché sottrae qualcosa, quanto piuttosto perché lo apporta. E quel qualcosa non è saggezza, né serenità, né lucidità, né pace. È la consapevolezza che il Tutto si è dissolto.
All'improvviso si accorsero che l'invecchiare aveva disgregato quel passato che negli anni dell'infanzia e della giovinezza consideravano così compatto e solido: il Tutto era caduto a pezzi e, anche se non mancava nulla, perché quei frammenti contenevano ogni cosa successa fino a quel giorno, niente era più come prima”.

 

postato da giuba47 alle ore 09:01 | link | commenti (26)
categorie: szabò magda
domenica, 20 gennaio 2008

La ballata di Iza

La ballata di IzaMi ha commossa, mi ha fatto pensare, mi ha fatto entrare nella storia, nella vita di ogni personaggio, me li ha fatti capire e comprendere. Mi ha ricordato  mia madre,  mio padre, i miei rapporti con loro, ho pensato alla loro storia e alla mia. Mi ha fatto riflettere sul fatto che si può credere di amare chi ci è caro, ma si può ugualmente non comprenderli. Ho capito che può capitare che le vite che si intrecciano, un giorno possono non incontrarsi più, che si può fare del male convinti di fare del  bene ed essere in assoluta buona fede.  E ho sentito quanto il passato si incida nell’anima di ogni persona e si trasformi in qualcosa di diverso in ognuno, quanto possa essere devastante anche nella vita del singolo, una politica repressiva e totalizzante.

Quando degli individui condividono buona parte della propria vita, la morte di uno di questi può scompigliare le carte e tutto viene rimesso in gioco. Quello che funzionava prima può non funzionare più. E’ successo quando è morto mio padre, credo che succeda a molti quando qualcuno della famiglia o di particolarmente importante nella propria vita viene a mancare.

Il titolo del libro parla di Iza, ma Iza non è l’unica protagonista: ogni personaggio è unico, ognuno potrebbe essere il protagonista assoluto, ognuno ha la sua storia. Una storia che ha il suo legame con quella degli altri, ma che nello stesso tempo potrebbe essere un racconto a sé.  
Fa da sfondo alla storia la società ungherese, con il clima repressivo tipico prima del regime fascita poi, dopo il ’45, di quello comunista.

Iza è un medico, il suo lavoro la soddisfa, ha un amante devoto, uno scrittore e all’apparenza non sembra mancarle nulla; in realtà non è felice. Ha avuto un’infanzia difficile che l’ha costretta a crescere troppo in fretta, a diventare forte ed assennata. Da ragazza ha vissuto l’umiliazione della messa al bando di suo padre Vince, un magistrato esautorato dal regime fascista degli anni ‘30 che non si piega al regime e non rinuncia alla sua dignità. Per questo Iza, fin da piccola affianca il padre e si  costruisce addosso un’ armatura, pronta a difendere “come un soldato” se stessa e i suoi da ogni attacco della vita.

Ha imparato a far sì che gli eventi si succedano senza ferire, a non commuoversi per le canzoni tristi e le chitarre danubiane. C’è una ballata che Iza Szocs non sopporta e che piace invece a suo padre e al suo ex marito, perché la cantavano nel collegio dove entrambi avevano studiato in tempi diversi. Parla di una vergine che giace su un catafalco, “il viso e il petto pallidi / come neve sulle rocce”: 
A Iza non piace perché non vuole commuoversi neppure per i versi di una canzone - e forse non le piace perché, in qualche modo, vede se stessa nella figura della vergine fredda e senza vita. In realtà la donna  difende solo la sua fragilità. Ha paura di amare, di lasciarsi andare, di essere troppo amata. Diventa una donna fredda, quella freddezza che non lascia che l’intelligenza si incontri con il cuore.

Tanto Iza è estremamente controllata, riservata, incapace di esprimere i propri sentimenti, quanto sua madre Etelka è fragile, delicata, semplice, ancorata alle tradizioni e spaventata dalle novità.
Quando perde il compagno di una vita, la sua esistenza sembrerà dissolversi e perdere di consistenza. Con lei riusciremo a capire cosa vuol dire “sentirsi disorientati” e quanto sia importante nella vita di qualsiasi individuo non perdere i propri riferimenti, le proprie radici. Solo ancorati a salde radici, l’albero può crescere e levarsi verso l’alto, può reggere agli attacchi della vita.

Etelka
andrà ad abitare con la figlia a Pest. Non basteranno, però, le premure, l’affetto della figlia a farle trovare un nuovo equilibrio. Ciò che ella le dà, non può supplire a quello che le toglie: la sua dignità, la capacità di decidere per se stessa, di condurre una vita ad una velocità minore. “Iza è una figlia perfetta, colma di attenzioni, Iza ha predisposto tutto, Iza ha deciso tutto”: quello che  può tenere e deve buttare, quello che può fare e deve evitare, dove può stare e dove non deve immischiarsi. Etelka vive nel suo appartamento moderno, arredato con mille agi, con la lavatrice, il frigorifero e i termosifoni, ma l’alloggio è senza anima, lontanno anni luce dalla vita semplice che conduceva prima. L'incomprensione che si manifesta giorno dopo giorno allontana la figlia dalla madre e viceversa.

L'una le offre conforti materiali, le vuole semplificare la vita all’insegna dell’efficientismo, mentre l'altra cerca presenze vive, vuole sentirsi utile. L'una segue itinerari solitari, alla ricerca ansiosa di solitudine; l'altra vorrebbe un dialogo impossibile, vorrebbe ritrovare un ruolo perduto per sempre.
Iza la priva di qualcosa di cui mai nessuno dovrebbe essere privato, del proprio passato, della possibilità di decidere qualcosa sulla sua vita, di sentirsi ancora utile a qualcuno: ora lei è la figlia e Iza la madre.

Iza ricorda la mamma come: “una creatura simpaticamente sventata, un po’ timida, allegra, coraggiosa, discreta (…)” dotata “di un indefinibile talento di rendere un vero focolare domestico” ora deve ammettere “con un’infinita tristezza, che la presenza della vecchia la irritava”.

La mamma pian piano sembra ripiegarsi in se stessa, quasi non sentisse di esistere,  quasi volesse annullare la sua presenza. “Possibile che fosse morta anche lei e semplicemente non se ne fosse accorta? Possibile che una persona morisse prima di rendersene conto?”

Basterebbero queste due figure a costruire la trama di questo libro, ma la storia si arrichisce di altri personaggi: Antal, l'ex marito di Iza con il quale permane un sentimento di amicizia, l'infermiera Lidia, passionale, volitiva, "umana" , Domokos, l'intellettuale nuova fiamma di Iza, Gica, la sarta di paramenti sacri, amica di Etelka, il professor Dekker, artefice dell'incontro tra Iza e Antal ai tempi dell'università.
Romanzo sul lutto e sulla perdita e sull’incapacità di elaborarli. Non riesce infatti a farlo la vedova Etelka. E meno ancora Iza. Una donna destinata fatalmente a rimanere sola. E solo allora, come una bambina abbandonata, Iza invoca: “per la prima volta nella sua vita. – Mamma! Papà!”. Nessuno le risponderà ovviamente, ma qualcosa forse (ci lascia intendere la scrittrice) si è fatta varco nel suo cuore. In lei a chiamare è la bambina che non ha mai potuto essere.

Ringrazio Gabrilù per avermelo segnalato.

postato da giuba47 alle ore 18:59 | link | commenti (37)
categorie: libri, vecchiaia, szabò magda

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