Pensare in un'altra luce

"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate? In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga
venerdì, 05 settembre 2008

Attenzione ad essere solidali...

Un anno fa ero seduta sulla passeggiata al mare ad aspettare un’amica. Vicino a me c’erano delle donne peruviane  che vendevano  prodotti artigianali andini. Sono arrivati poliziotti in borghese che hanno strattonato violentemente le donne perché si facessero da parte,  le hanno sequestrato tutta la roba portandola su un auto… Io ho chiesto cosa stese succedendo, mi hanno minacciata: “Lei stia zitta altrimenti le faremo passare dei guai… Io ho protestato. Un agente si è parato davanti a me in tutta la sua stazza e mi ha detto urlando “Non ha ancora capito che deve stare zitta” io gli ho ribadito che c’era diritto di parola che io avevo fatto solo una domanda… Lui mi ha preso per il braccio e Ha ribadito “Non me lo faccia dire di nuovo”… Poi se n’è andato verso la macchina ed è sfrecciato via. Le donne peruviane sono rimaste piangendo: tutta la loro roba era sparita in un attimo…

Oggi  leggo questo articolo che vi prego di andare a vedere…

E non è piaciuta al premier la posizione di Fini sul voto degli immigrati all’insegna “o sei con me o sei contro di me…”. Ha una malattia il premier: la paura di essere scavalcato, che qualcuno pensi di potere succedergli. Il terrore di essere contraddetto. Ma che davvero pensi di essere eterno?

Quindi tolleranza zero, nessun gesto di integrazione anche per i più onesti immigrati. In compenso massima tolleranza per gli ultras tifosi del calcio... Per loro anche diritto allo sfascio carrozze (500.000 euro di danni) e a far scendere dal treno onesti cittadini che dovevano viaggiare...

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categorie: calcio, immigrazione, violenza, treni, solidarietà
lunedì, 09 giugno 2008

Ci sono morti che non fanno notizia..

DirittiLo so mi ripeto, ma non riesco a tacere.

Ci sono morti che non fanno notizia… se ne vanno così quasi in silenzio. Una notizia qua e là… in quinta, sesta pagina, un  piccolo trafiletto o proprio nulla. Ma i morti sono morti ovunque allo stesso modo e hanno uguale dignità…

Il volto anonimo non commuove… non smuove le coscienze… non compare sul video e quindi è come se non esistesse…nei confronti del volto straniero volgiamo lo sguardo dall’altra parte, non ci appartiene… anche se arrivano da guerre, fame, disperazione… La sofferenza degli altri è appunto "altro da noi"...  E invece di cercare un cammino solidale, ci chiudiamo nelle nostre tricee  di solitudine e individualismo.

Sono stanca di questi italiani che hanno solo più occhi e orecchie per lo schermo, che hanno solo emozioni  a comando, le cui rivolte non conoscono la voglia di giustizia, ma  solo il desiderio della vendetta o della rivalsa… Sono stanca delle loro  paure, che non tengono conto delle paure degli altri, della loro voglia di sicurezza sulla pelle di chi non può difendersi perché privo di ogni diritto. Sono contenti di questo governo perché sa parlare ai loro cuori aridi che non conoscono più il desiderio dell’incontro con l’altro, il dialogo, la voglia di conoscere, il desiderio di una società in cui il diritto sia cemento delle nostre case… Si faccia “piazza pulita” di tutti quelli che disturbano  la loro tranquillità. Ci sarebbero altre strade, ma troppa fatica è pensare, meglio le ricette di chi ce le confezione e porge su un paitto d'argento già belle fatte e trionfa sulla nostra  apatia.

E mi chiedo come si sentirebbero loro al posto di… cosa sarebbero diventati se avessero alle spalle una storia piuttosto che un’altra, se la loro vita fosse stata solo un “no”, un “no” infinito…

Mi viene in mente cosa dice Simon Weil che lavorò come operaia e disse parole indimenticabili:

“Bisogna serrare i denti. Resistere. Come nuotare in acqua. Ma con la prospettiva di nuotare sempre, fino alla morte. Non c'è nessuna barca che possa raccoglierci. Se si affonda lentamente, se si annega, nessuno al mondo se ne accorgerà. Che cosa si è? Un'unità negli effetti del lavoro. Non si conta nulla. E' già molto se si esiste”.
Quando si diviene una cosa, un oggetto, e l'anima non riesce più a farsi sentire.

“Si è un oggetto in preda alla volontà altrui. Siccome non è naturale per un uomo diventare una cosa e siccome non c'è costrizione tangibile, non c'è frusta, non ci sono catene, bisogna piegarsi da soli a questa passività. Come sarebbe bello poter lasciare l'anima dove si mette il cartellino di presenza e riprenderla all'uscita. Ma non si può. L'anima, la si porta con sé in officina. Bisogna farla tacere per tutta la giornata. All'uscita, non la si sente più, spesso, perchè si è troppo stanchi.”

E intanto lo sfruttamento dilaga, si muore nell’indifferenza generale come ben si scive nel libro "Morte a 3 euro" di Mauro Berizzi Si muore davvero senza pietà…
E si muore per l’avidità di chi ha in mano la nostra salute.

E non smetterò mai di parlare di morti sul lavoro

E' "una grande e infinita guerra, se consideriamo che, nella Seconda guerra mondiale, le perdite militari italiane furono di 135.723 morti e 225.000 feriti, mentre la lunga battaglia nei luoghi di lavoro dal 1951 al 2007 ha prodotto almeno 154.331 morti e ben 66.577.699 feriti". Analoghi i risultati di un confronto rispetto alla Guerra in Iraq: dal 2003 al 2007 hanno perso la vita 3.520 militari della coalizione contro 5252 morti sul lavoro in Italia nello stesso periodo.
Un ritmo un ritmo di ben oltre 1000 morti sul lavoro e più di 900.000 infortuni l'anno.

In che paese viviamo? In che mondo…

Ma sono stanca anche di chi non crede alla possibilità di fare qualcosa…Usciamo dal pericolo della rassegnazione. Esercitiamo il nostro pensiero e la nostra creatività. Sarebbe bello se ognuno di noi raccontasse qualcosa che ha fatto nella direzione dei valori in cui crede…piccole o grandi azioni… piccole o grandi iniziative. Segnalasse tuto ciò che va in senso contrario all'onda lunga che trasina dietro a sè masse di persone.  Guardiamoci intorno e denunciamo ciò che vediamo accadere coi nostri occhi… più o meno come ha fatto il blog petardas.

Lo ripeto: noi ci siamo e vogliamo esserci anche se siamo una minoranza, mettiamoci in movimento, i diritti universali sono ancora validi, sono la nostra rotta.

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categorie: lavoro, immigrazione, sfruttamento, solidarietà, weil simon
martedì, 20 maggio 2008

ANCHE IO CI SONO

RagazzaHo ricevuto il commento al mio post di una ragazza di 14 anni siciliana che penso che sia importante leggere per la maturità che dimostra. I ragazzi ci guardano e hanno ragione di aspettarsi qualcosa da noi, chiedono qualche segnale di speranza, qualcuno che dica no, così non può e non deve essere. Giulia (così si chiama anche lei) dimostra che esistono giovani sensibili, attenti, che vogliono fare qualcosa...
A loro non serve il nostro pessimismo, la nostra disillusione, la nostra frustrazione, loro hanno bisogno della nostra speranza, di una speranza attiva che è apertura al possibile.

La speranza – dice Bloch – è la più umana  di tutte le emozioni. La mancanza di speranza appare la cosa più insostenibile, la più insopportabile per i bisogni umani.

"ciao giulia...sono una ragazza di 14 anni e come te mi chiamo giulia...(premessa:ne vado fiera visto la fantastica persona che sei)il tuo blog mi ha colpita...lasciandomi senza parole...ti parla una ragazza siciliana che conosce perfettamente la cattiveria degli uomini ...e quando ti chiedi...dove stiamo andando a finire è perche notizie come queste ti lasciano davvero senza parole...poi qua giù i problemi sono molti...ti assicuro che non è bello sentirsi chiamare terroni ...a morte i terroni..sentirsi dire che qua giù non c'è civiltà e poi guarda caso ci accorgiamo che gli uomini sono tutti uguali ...cattivi e buoni sono ovunque...un uomo nn si distingue dall'abito che indossa, da dove proviene ecc...ma piuttosto da ciò che ha dentro...e le tue parole..quando dici che i problemi non vanno eliminati ma affrontati mi fanno pensare al nostro caro politico Bossi...(se non sbaglio è lui che vuole allontanare il sud italia dal nord italia..scusate le mia poca competenza in politica..)allora mi chiedo ..piuttosto che eliminare ogni tipo di problema che può esserci qui al sud cercate di risolverlo...(anche se ormai giorno dopo giorno si perdono le speranze)...per problema si intende mafia...credo che almeno metà degli italiani condivida il pensiero di Bossi quindi non ti meravigliare quando si fanno descriminazioni agli stranieri se all'interno dell'italia stessa avvengono fenomeni del genere..i problemi sono in molti e non si potrebbero elencare tutti ma ciò che mi ha spinta a scriverti è stata quella voglia di dire al mondo ...ANCHE IO CI SONO... e poi sento che qualcosa ci accomuna...quella voglia di gridare e far luce ai mille problemi...e di non nascondere il tutto in un tenebroso silenzio...perchè è il silenzio...l'omertà delle persone che ci sta spingendo fin qui...ma noi dobbiamo distinguerci e aprire gli occhi alla gente...perchè dobbiamo far capire loro che cosi nn va bene e solo con la collaborazione di tutti forse le cose potranno cominciare a cambiare...prima di allora io credo che il mondo ...l'umanita...il genere umano...non avrà futuro...ci vorrebbero piu persone come te...adesso ti lascio...ciao ciao....GIULIA...p.s. continua così perche qualcuno primo o poi si accorgera anche di noi..di coloro che nn accettano che un bambino venga sgozzato...che una quattordicenne della mia età possa fare una fine del genere...di chi muore per portare un pasto caldo alla propria famiglia..."


Grazie per queste parole...  Dobbiamo renderci tutti più visibili... Ed i giornali dovrebbero parlare anche dei ragazzi come Giulia e non sempre solo di chi, come ancora in questi giorni, è capace solo più di atti di violenza.
Ed io provo profonda vergogna quando leggo cosa si dice di noi italiani...
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categorie: speranza, solidarietà, adolescenti
mercoledì, 27 febbraio 2008

La storia di Agnes Browne

rendercmsfield.jspLa storia di Agnes Browne è un film che è bello vedere per molti motivi: perché parla della vita di una donna che deve lottare tutti i giorni per affrontare le difficoltà della vita, perché lo fa senza mai perdere la voglia di vivere e di lottare, perché anche nei momenti di disperazione cerca una strada per uscirne, perché ama i suoi sette figli e non li vede come un peso. E' bello vederlo perché ci insegna come le difficoltà, le tragedie della vita si affrontano meglio imparando a costruire intorno a noi una comunità solidale, costruendo rapporti di amicizia, quella vera fatta di poche parole, ma di molti fatti e complicità nel senso più bello del termine, sapendo condividere tutto senza chiusure e diffidenze, senza calcolare chi dà di più e chi dà di meno. Tutto nella semplicità più assoluta, quella semplicità che impedisce alla  nostra mente di avvilupparsi in pensieri tortuosi che imprigionano la nostra genuinità.

E bisogna vederlo, perché si ride e si piange, ci si commuove e anche nei momenti più tragici, l’ironia e il senso dell’umorismo non vengono mai a mancare. E i personaggi sembrano non aver dimenticato di ridere quasi che con una bella risata il dolore si faccia sentire di meno.

aph_6Siamo nel 1967 a Dublino. Il marito di Agnes Browne muore all’improvviso lasciandola con  sette figli. Agnes attraversa le strade del mercato altera e decisa verso la Chiesa che celebra i funerali del marito.  I suoi sette figli la precedono silenziosi, con indosso i maglioncini nuovi avuti in beneficenza.  Sarà dura per Agnes. I soldi sono pochi, le minacce dello strozzino Billy le tolgono il respiro, il lavoro scarseggia. Marion le trova un banchetto di frutta accanto al suo e si offre di accompagnarla verso una nuova vita che Agnes affronterà con  forza e caparbietà. La sua vita è certamente difficile agnesma la protagonsita non perderà mai  un senso quasi giocoso dell’esistere, in cui c’è spazio per il lavoro, per i problemi adolescenziali dei suoi figli, per la scoperta della propria femminilità desiderosa ancora di passione, per un’amicizia che è al centro di ogni suo pensiero.

Ed è una conversazione tra amiche la scena più genuina ed esilarante del film, quando Marion fa ad Agnes la cronaca minuziosa di due inattesi e conquistati orgasmi - costringendo la vedova recente a a protestare  con il defunto marito "Sette figli, e manco un orgasmo...". Per fortuna la vita sembra offrirle, al di là delle gioie della maternità, una seconda possibilità.
Il film non è certamente un capolavoro, non è uno di quei film che rimarranno alla storia, a volte ci appare un po’ troppo costruito ed ingenuo specialmente nella parte finale, ma forse rimarrà ugualmente neiaph_0 nostri cuori un po’ stanchi e disillusi.

Mi ha fatto pensare a mia mamma quando mi racconta il la guerra e che mi dice sempre:" di questo periodo non ho mai dimenticato  quell’amicizia tra donne che ci sosteneva e ci aiutava ad affrontare giorno dopo giorno le difficoltà e le paure insieme ai nostri figli", una quotidianità vissuta insieme e che le dava tanto coraggio "e non credere - mi dice sempre - sapevamo anche divertirci, ridere anche se la morte era sempre presente nei nostri cuori".

Penso anche al clima di solidarietà che esiste ancora oggi tra gente anche poverissima, per esempio, nelle favelas del Brasile  dove ho potuto vedere di persona come appunto ridere è una ricetta per sopravvivere che non manca mai,  là dove la mafia non ha ancora guastato tutti i rapporti. Forse a volte noi ci perdiamo in un bicchier d’acqua e siamo così afflitti perché siamo troppo soli.

Il film è tratto dal libro dell’irlandese Brendan O’Carroll, Agnes Browne mamma, uscito nel 1994.

"Quando ho letto il famoso romanzo dell’irlandese Brendan O’Callol, dal titolo The Mammy, – ha detto la regista e protagonista del film, Angelica Huston - mi sono piaciuti gli archi di questa donna dal carattere forte che riesce a dare una seconda chance alla sua vita. Mi sono piaciuti gli alti e bassi cui il personaggio andava incontro. Questo credo dipenda proprio dal difficile passato di questo paese. I suoi abitanti, donne e uomini, per controbilanciare le difficoltà e le sofferenze ricorrono al senso dell’umorismo, ed è proprio questa strana combinazione tra riso e pianto, questa miscela di emozioni che ha attirato l’attrice che è dentro di me".

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categorie: cinema, solidarietà
lunedì, 12 novembre 2007

La diversità è un valore

BimboMamma1

Sono diventata mamma quando ho adottato Nicola. Aveva quattro anni quando è diventato mio figlio. A  quattro anni non parlava, non camminava e dondolava tutto il giorno, sembrava non voler comunicare con nessuno. “Un bambino da buttare dalla finestra” questa la diagnosi di un’illustre psichiatra. Altri medici avevano tentato ogni tipo di diagnosi: prepsicosi, autismo infantile, cerebroleso... Era un bambino perso, su cui la medicina aveva già dichiarato il suo verdetto definitivo. Così come facciamo noi di fronte a tante persone che non sono come noi. Perché noi riconosciamo solo noi stessi o solo quello che di noi stessi vogliamo vedere.

Il giorno in cui ho incontrato Nicola, io ho solo visto una vita che si stava spegnendo, che si stava ripiegando su se stessa e chiudendo sempre più al mondo esterno. Nei suoi occhi una tristezza che non appartiene allo sguardo di un bambino di quattro anni. Quasi una domanda: perché mi sta succedendo questo? Perché sono vissuto in un istituto? E dentro di me l’esigenza di dargli una risposta… No, il male che si fa a qualsiasi bambino dovrebbe essere dichiarato “crimine contro l’umanità”… I bambini non hanno colpe, hanno dietro solo una comunità colpevole.

Ed io ho avuto la fortuna di vedere quel bambino per cui si era pronunciata una condanna irreversibile riemergere giorno dopo giorno dalla morte, quella psicologica.

Non dovete ora dirmi che sono stata tanto brava. Siamo tutti più pronti ad ammirare che a condividere. L'ammirazione può diventare una barriera, un vetro da cui ti guardano. Chiunque è mamma di un bambino con difficoltà non chiede pietà né tanto meno elogi, ma condivisione. Vuole che il proprio bambino possa giocare con gli altri, entrare a scuola con compagni che non lo rifiutino, vuole camminare senza che si girino a guardarlo, vogliono che si vada oltre l’handicap e si guardi chi è non che cosa è, vogliono che qualcuno scopra le sue potenzialità e non solo quello di cui manca..

Vogliono che di loro si parli così: “Hai visto Piero…” e non “Hai visto l’handicappato…”

L'unica cosa che mi ha chiesto Nicola, e me l'ha chiesta fino in fondo, è stato di lasciarmi coinvolgere, di immergermi totalmente nei suoi problemi. Ha chiesto che lo amassi incondizionatamente. Ma non per questo ho perso me stessa. Anzi, direi che mi sono trovata.

È stato il suo aggrapparsi alla vita, la sua richiesta continua, il suo precipitare indietro e testardamente riprovare, è stata questa straordinaria voglia di vivere, di imporre sempre e comunque la sua presenza, che ha riempito di senso la vita, che me l'ha fatta apprezzare come un valore prezioso da non perdere e da non sprecare.

Non era il suo solo istinto di sopravvivenza. Era ed è qualcosa di più, di diverso. Qualcosa che lo fa gioire ancora oggi delle più piccole cose, gli fa apprezzare un gesto che ai più sfugge, gli fa pronunciare improvvisamente: «Sono contento». E se gli chiedo perché, risponde: «Non lo so, ma sono contento». E gli occhi gli brillano. È qualcosa che gli fa amare la gente anche quando non lo ama, che lo fa sentire, soffrire ed esplodere di rabbia all'improvviso, ma che poi allo stesso modo lo fa ricominciare. E' qualcosa che gli  fa amare sempre e comunquela vita.

È lui che mi ha aiutato ad apprezzare un sorriso, a sentire un gesto, uno sguardo come un fatto importante, a raccogliere la solidarietà e l'affetto, a godere di tutto ciò che posso godere, ma anche a non rifiutare la sofferenza, a usarla per maturare senza rassegnarmi. E lui che mi ha fatto capire che cos'è il dolore, quel dolore che qualcuno senza volto e senza nome ti infligge senza perchè.

E’ lui che mi dà la voglia, la spinta per fare qualsiasi cosa possa fare per combattere l’odio, l’indifferenza, per affermare che l’amore può vincere.

La società aveva deciso per lui che doveva vivere in istituto. E tra istituto ed ospedali aveva vissuto quattro anni. Noi gli abbiamo solo dato una casa, una famiglia, un'opportunià. Abbiamo assistito al suo  il risveglio, graduale, lento ma tenace, ed è stato come vederlo nascere di nuovo. E credetemi non c'è gioia più grande. Ora è un uomo che vive, lavora, ha tanti amici…

Cosa vorrei comunicarvi? Vorrei comunicarvi che c’è sempre qualcosa da fare anche per quelli che relegano tra quelli che non possono avere speranza e decidono per loro come è meglio vivere. Tutti i bambini dovrebbero avere una mamma che li veglia con un sorriso sulle labbra, come in questa fotografia che ho scattato tempo fa in un viaggio.

E noi adulti siamo responsabili dei nostri cuccioli, anche se non li abbiamo generati noi. 

postato da giuba47 alle ore 11:34 | link | commenti (72)
categorie: bambini, diritti, solidarietà, disagio, essere genitori
domenica, 14 ottobre 2007

A cosa serve la gente vecchia?

Vecchia5Non è con la retorica che si affrontano i problemi. E’ guardando in faccia la realtà senza ipocrisia, senza nascondimenti. Guardando dentro noi stessi, senza paura di leggere quello che non ci piace.
“La mia vita fino al momento in cui Freddie cominciò a morire era una cosa, poi diventò un’altra. Fino a quel momento mi ero considerata una brava persona: come tutti, voglio dire, questo lo so. (…) Ora so che non mi ero mai posta la domanda di come fossi in realtà, che avevo solo preso in considerazione il giudizio degli altri” Così dice Jane, la protagonista del libro di Doris Lessing: Il diario di Jane Somers.
Perché è di questo che troppo spesso ci preoccupiamo, di piacere, di essere come gli altri ci chiedono di essere…E scansiamo così i problemi della vita, crediamo forse ingenuamente che a noi non succederà mai o che per noi sarà diverso. O più semplicemente non ci vogliamo pensare.

E poi arriva Maudie. Il libro ci racconta questo incontro tra Jane, una ricca borghese, cinquantenne, dinamica e giovanile, redattrice di un giornale femminile che la impegna tutto il giorno e Maudie un'anziana signora sui novanta, molto povera, isolata dalla famiglia, scontrosa ma con una grande dignità. Jane incomincerà quasi casualmente ad occuparsi di Maudie ma non c'è pietismo nell'azione di Jane, non c'è spazio in lei per i "buoni sentimenti", c'è una forte tensione che la porta spesso allo scontro con Madie e con se stessa, con pensieri contrastanti e inquietanti. Un libro che è anche il racconto di un profondo cambiamento esistenziale e morale, di come l'incontro con l'altro può cambiarci dentro, può renderci persone migliori.

Jane  incontra  Maudie in farmacia: “Occhi azzurri e bellicosi, sotto ripide sopracciglia grigi, ma c’era qualcos di meravigliosamente dolce nel suo sguardo. Mi piacque subito, chissà perché…” E dalla farmacia uscirono insieme:
“Le camminai accanto. Era difficile camminare così piano. Di solito io vado velocissima, ma non lo sapevo, me ne accorsi in quel momento. Lei faceva un passo, poi si fermava, guardava il marciapiede, e faceva un altro passo”. L’incontro vero incomincia proprio da queste parole, dalla immediata percezione di Jane che doveva “adattare il passo” a quello di Maudie se voleva entrare in contatto con lei.

La fretta è nemica di qualsiasi relazione con i soggetti più deboli a partire dal bambino, al portatore di handicap, all’anziano. Ma la fretta è nemica  anche di noi stessi, che non sappiamo più camminarci accanto lentamente per lasciarci il tempo di intessere  un dialogo interiore che ci aiuti a capire quello che siamo, quello che vogliamo veramente. La fretta ci impedisce di ascoltare e di relazionarci uno con l’altro. La fretta rende impossibile qualsiasi dialogo o rapporto umano. La fretta, la parola più usata nei nostri incontri (“scusami devo andare, sono di fretta…”)

Maudie vive  in solitudine; per orgoglio rifiuta l'assistenza pubblica e non vuole essere aiutata come un bisognoso; prima ancora di sentirsi vecchia e povera Maudie si sente persona che non vuole perdere la propria dignità; una persona che ha ancora molte cose da dare agli altri, da raccontare, da insegnare. Jane scopre con Maudie che la vita non è solo luccichii, colori, belle persone curate nell'aspetto, quella vita che trova spazio solo sulle pagine patinate, lucide, colorate, piene di belle fotografie del suo giornale. Grazie all’incontro con Maudie e all’amicizia che ne scaturisce, Jane intraprende un percorso di scoperta della vita e della sofferenza, un cammino che non era riuscita a fare accanto al marito malato e alla madre morente: “d’altra parte alcune settimane fa io non mi rendevo nemmeno conto dell’esistenza degli anziani. I miei occhi venivano attratti dalle persone giovani, belle, eleganti, piacevoli, e “vedevo” solo quelle. Ora è come se un velo fosse stato steso su quelle immagini, e sopra il velo, tutt’a un tratto, ci sono i vecchi, i malati....”
“A cosa serve la gente vecchia” questa la domanda che un elettricista chiamato per aggiustare l’impianto in casa di Audie fa a Jane e che la induce a riflettere:
Quello che Jim aveva detto era quello che tutti dicevano: Perché non sono tutti in un ricovero? Bisogna toglierli di mezzo, metterli dove la gente giovane e sana non li possa vedere, perché non sia costretta a pensare a loro”(…) “ E fu allora che pensai come valutiamo noi stessi? In base a quali criteri?” “A che cosa serve Madie Fowler? Stando ai criteri che mi sono stati inculcati, a niente”. Ma Jane ormai sa che non è così.

Sa che dentro quel corpo fragile c’è ancora tanta vita: “Può darsi che Maudie sia solo pelle e ossa, ma il suo corpo non ha quell’aspetto distrutto, sconfitto della carne che affonda nelle ossa. Maudie era gelata, era malata, era debole – ma sentivo qualcosa pulsare dentro di lei: la vita. Com’è tenace, la vita. Non ci avevo mai pensato prima; non l’avevo mai recepita in quel modo, non come in quel momento, mentre lavavo Maudie Fowler, una vecchietta arrabbiata e indomita. All’improvviso ho capito che tutta la sua vitalità risiede in quella rabbia. Non devo, non devo assolutamente risentirmene, non devo reagire violentemente. ....le ho lavato le parti intime, e per la prima volta ho pensato davvero al significato di quella espressione. Maudie soffriva orribilmente proprio perché una sconosciuta stava invadendo la sua intimità”.

E Maudie dice esplicitamente come vuole essere trattata: “mi chiamo Mrs Medway. Non voglio che mi si chiami Flora. E non ho intenzione di farmi trattare come una bambina. Quando arriva un’infermiera nuova e le si rivolge chiamandola cara, carina, tesoro o Flora, lei dice subito “non mi tratti come una neonata, sono abbastanza vecchia da essere la sua bisnonna”. ... correggendole con fermezza e decisione.

Non vado avanti nel racconto, perché il libro bisogna leggerlo per intraprendere un viaggio con la Lessing, bisogna leggerlo perché si incontra tanta umanità, quella che forse non ricerchiamo più o per lo meno mai abbastanza. Dobbiamo leggerlo, perché ci dà la forza di guardare dentro alle nostre paure, ci invita ad uscire da noi e ad affrontare il limite che c’è in noi, la fragilità, l’emozione. Ci può rendere più sensibili… La fragilità non è qualcosa da cacciare, ma qualcosa con cui convivere e da cui imparare. Non dobbiamo averne paura, perchè in lei risiedono i valori più profondi.

"Sono nata per scrivere, geneticamente. – ha detto la Lessing - Voglio raccontar storie. Tutti, quando sogniamo, ci diciamo storie. E non c’è alcun messaggio: è il lettore che cerca un messaggio, e quindi lo trova”. Basta volerlo trovare.

Al Presidente della Repubblica che giustamente ha condannato le parole ingiuriose e volgari di un deputato che dovrebbe essere di esempio al paese mi viene da dire solo una cosa. Difendiamo non solo una donna, Premio Nobel e orgoglio della Nazione, ma tutte quelle persone deboli, indifese e dimenticate dallo stato e dalla società civile, tutte quelle persone che vivono sole con pensioni da fame o sono lasciate alla cura delle famiglie che spesso si trovano in forti difficoltà nell’affrontare sole il problema. Per questo molti ricorrono all’ospizio. Restituiamo loro la dignità che meritano anche se  non hanno titoli, e sono semplicemente uomini e donne. 

L’ impegno della Lessing, sia politico che civile è sempre stato vivissimo, così come la dedizione a tutto ciò che permettesse la liberazione delle persone più deboli: vecchi, bambini, donne, persone di colore...A volte come dice Grabilù molte scrittrici di oggi si fermano a guardare solo se stesse e ne parla come di "scritture dell'ombelico". La scrittura della Lessing non è una di queste. Ricordiamoci anche noi di più di queste persone… Parliamone, raccontiamo… soffermiamoci a pensare. Anche per questo sono contenta che le sia stato dato il premio Nobel. Vorrei che  la cultura sapesse confrontarsi con la vita e con le storie dei più deboli e non se ne stesse lontana a guardare... Ma questo l'ho affrontato in altri post. E forse dovrebbero tornare i cantastorie o noi dovremmo diventarlo come puoi leggere qui.

A chi ha letto o leggerà questo libro mi farà piacere se mi verrà a dire cosa ha pensato, se su questo tema apriremo un confronto. La foto qui

postato da giuba47 alle ore 13:59 | link | commenti (39)
categorie: libri, diritti, solidarietà, disagio, vecchiaia, doris lessing
giovedì, 04 ottobre 2007

Free Burma...

Afree_burma_01Il link è qui...

Le ultime notizie in Birmania sono sconfortanti: si fermano le proteste, il governo per adesso ha vinto. Usando la mano pesante. Ogni angolo di strada è presidiato da soldati con il fucile spianato. Secondo alcuni osservatori sembra che le autorità dispongano di liste 'nere' e in base a questi procedano sistematicamente agli arresti. Abitanti di Rangoon hanno detto che alcune persone arrestate la settimana scorsa sono state rilasciate dopo aver subito interrogatori, ma la maggior parte dei monasteri di Rangoon e di altre zone sembrano deserti e molti monaci mancano ancora all'appello. E la comunità internazionale per ora tace.

Nei commenti sul mio blog di questi giorni, ma su tanti altri, di fronte all’accanirsi della violenza, dell’uso della forza, della negazione di ogni diritto ho letto tanto sconcerto, tanta disillusione che ha spesso sfiorato la rassegnazione. Anch’io sono stata presa da questo sconforto. Qualcun altro mi ha ricordato altre tragedie: troppe per riuscire a parlarne e rimanere aggiornati.

Poi prendendo il giornale la mia attenzione si è soffermata su questo titolo: “Abbiamo ucciso migliaia di monaci per questo ho deciso di fuggire” La testimonianza di un ufficiale dell’esercito birmano è stata raccolta da un giornalista norvegese

“E’ stata uccisa molta più gente di quello che avete saputo – ha riferito l’ufficiale – I corpi possono essere calcolati in molte migliaia (…) Io ho deciso di disertare quando mi hanno ordinato di assaltare centinaia due monasteri e trasportare centinaia di monaci sui camion. Dovevano essere uccisi e i loro corpi gettati in un luogo nascosto nella giungla. Allora mi sono rifiutato di eseguire l’ordine”. E in questi giorni si era letto che alcuni soldati si erano rifiutati di sparare.

Gocce nel mare… Sicuramente…

Ed allora mi sono venute in mente le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”.

“…Una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso”.

Ora mi sono detta che per noi che viviamo in paesi democratici dove ci è concessa la libertà di parola, di voto, di manifestazione… è facile scrivere e dire di “no” a regimi tanto lontani da noi, troppo facile.

Ma sullo stesso giornale ho letto un intervento di Amartya Sen a proposito di Gandhi:

“La pratica gandhiana della nonviolenza, anche nel confronto con un avversario violento, ha stimolato una pubblica riflessione e ravvivato l’azione politica in forme diverse in tutto il mondo”. L’hanno seguito Marthin Luther King negli Stati uniti e Nelson Mandela in Sudafrica.

Amartya Sen ci indica una strada, un modo per non rimanere fermi a guardare in un mondo dove la violenza, l’ingiustiza sta riprendendo il sopravvent : “è estremamente importante rendersi conto che la non violenza si promuove non solo rifiutando e respingendo modalità violente di azione, ma anche cercando di costruire società nella quale la violenza non sarà coltivata e nutrita”. E questo ci impegna in prima persona nelle nostre famiglia, nelle scuole,a lavoro ovunque noi siamo…

“Nessuno potrebbe essere attivamente non-violento e non insorgere contro l’ingiustizia sociale in qualsiasi luogo si manifesti”. (Gandhi – Antiche come le montagne). Non dobbiamo agire solo se abbiamo la certezza chela nostra azione andrà a compimento, dobbiamo testimoniare ogni giorno, essere presenza attiva nella nostra società. Se i grandi non fanno la loro parte, questo non deve voler dire che noi non facciamo la nostra.
E mi sono particolarmente piaciute le parole di un caro amico blogger a cui vi rimando, leggetelo...
Aggiungo questi link per firmare delle petizioni:
Petizione Avaaz
Petizione Amnesty
Petizione Free Burma
postato da giuba47 alle ore 10:34 | link | commenti (28)
categorie: birmania, democrazia, libertà, solidarietà, partecipazione, amartya sen
martedì, 02 ottobre 2007

Usate la vostra libertà

suukyi1“Per favore, usate la vostra libertà per aiutarci ad ottenere la nostra.” Sono queste le parole di Auung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991.

Sì, è proprio così: noi viviamo in paesi democratici, posiamo parlare, scrivere, denunciare… Siamo liberi.  Ma cosa ne facciamo di questa nostra libertà?

Dice Lévinas: "La libertà che vive grazie alla coscienza si inibisce davanti ad Altri, allorchè fisso veramente, con una dirittura senza inganni e senza sotterfugi, i suoi occhi disarmati, assolutamente privi di protezione. La coscienza morale è appunto questa dirittura. Il volto di Altri mette in questione la felice spontaneità dell'Io, questa gioisa forza che ha".(da: Dall'altro all'io).

Non è da oggi che la dittatura Birmana perseguita chi si oppone al suo governo. Non è da oggi che gli oppositori spariscono e di loro non se ne sa più nulla.

Non è da oggi che sappiamo che la ricchezza accumulata in questo paese,  va all’élite corrotta, mentre il popolo vive nell’assoluta indigenza.

Non è da oggi che sappiamo che la metà del capitale che affluisce in questo paese viene speso in armamenti e soluzioni tecnologiche militari che siamo anche noi a fornirgli.

Ma c’è un elemento che in questi drammatici giorni viene trascurato: le minoranze etniche. Donne
Il regime birmano combatte da sempre una guerra contro alcune di queste minoranze che, sin dal 1948, anno della fine del colonialismo inglese, lottano per ottenere una propria autonomia regionale.
Molti di essi sono dovuti fuggire nei paesi vicini, soprattutto in Thailandia.

Bambini-soldatoLa storia della Birmania è anche questa: storie di donne, uomini e bambini martoriati dalle malattie, dagli abusi, dal lavoro forzato. Molti bambini birmani non conoscono l’infanzia: vengono reclutati per l’esercito militare e costretti al combattimento.Ci sono circa 70.000 bambini soldato, una media altissima, più che in qualsiasi altro paese del mondo e sappiamo anche molte donne e bambine delle etnie più deboli vengono stuprate nei loro villaggi.

E oggi veniamo a sapere poco grazie all'accnimento dell'esercito contro ogni forma di informazione, ma quanto basta per inorridire.

Il regime ha preparato 4 centri di detenzione per i 6mila arrestati Secondo i calcoli delle organizzazioni di dissidenti, dall'inizio delle manifestazioni contro il regime il 19 agosto passato, i militari hanno represso le proteste arrestando finora quasi 6mila attivisti e monaci "scesi a marciare a fianco del popolo birmano". Tra essi, oltre 2mila sono monaci e 100 dovrebbe essere le suore; il resto studenti del movimento di protesta

Come i desaparecidos trucidati dalla giunta militare argentina nel 1978. Così anche le vittime della repressione militare della Giunta birmana guidata da Than Shwe sarebbero in parte state gettate in mare. Alcuni siti della dissidenza birmana hanno rilanciato la notizia che verrebbe da diversi collaboratori a Rangoon.

Secondo quanto riferito a PeaceReporter da Democratic Voice of Burma  i monaci arrestati sono stati divisi tra diverse carceri, e che per loro si preparano i campi di lavoro forzato. Il più famigerato di tutti in questi anni sta a Kabaw. Nel nord della Birmania, vicino il confine Indiano. Il campo è preceduto dalla fama terribile di condizioni di assenza di acqua potabile, di cibo e privazione di sonno - ribadiscono altre fonti della dissidenza - ma è probabile che giri questa voce in virtù della pessima fama di quel posto.

E noi paesi europei democratici cosa facciamo? Come riferisce La Stampa e la Real politik ad avere la meglio soprattutto gli accordi economici.

E cosa fanno le Nazioni Unite per difendere quella Carta dei diritti che hanno creato loro stessi. Oggi è stato ricevuto un fallimento, dovuto come al solito al prevalere degli interessi economici o strategici sul valore delle vite umane.
Del resto, fino a che le Nazioni Unite continueranno ad essere governate dai più grandi esportatori di armi del mondo (Cina, Usa e Russia soprattutto, ma anche Francia ed Inghilterra non scherzano) e dai più voraci divoratori delle risorse naturali del pianeta, semplicemente non potranno funzionare. Come non accorgersene?

Ed è quello che chiede Amnesty Internacional al Consiglio di sicurezza dell'Onu: Imporre immediatamente un embargo totale e obbligatorio sulle armi alla Birmania/Myanmar. Lo chiede formalmente Amnesty International e non tace i nomi dei principali fornitori del regime, tanto condannato a parole in questi giorni. Chiede infatti alla Cina, all'India, alla Russia, alla Serbia, all'Ucraina e ai paesi dell'Asean, (Associazione nazioni Sudest asiatico) - di «proibire il coinvolgimento di proprie agenzie, compagnie e singole persone nella fornitura, diretta o indiretta, di materiale militare e di sicurezza, munizioni e consulenza, compresi i trasferimenti definiti 'non letali».

Un appello per la Birmania lo avevamo lanciato a luglio, insieme a WWF, Greenpeace, CISL e Legambiente.Nell’appello si chiede esplicitamente “alle imprese italiane che hanno rapporti commerciali con la Birmania e alle multinazionali, a partire da quelle impegnate nel settore forestale e quello petrolifero, del gas e minerario nei progetti di costruzione di dighe ed infrastrutture - che comportano enormi profitti per il regime - di sospendere i loro rapporti con questo Paese, per non contribuire a rafforzare il potere della giunta che continua ad utilizzare il lavoro forzato.”

Un gruppo di giovani che sostiene la rivolta contro la giunta, lancia un appello alla comunità internazionale. Le testimonianze – anonime per la loro sicurezza – parlano di vasti massacri, ma anche di una resistenza che continua in modo sporadico, mentre i soldati costringono villaggi interi a marciare a favore del governo. “Fate pressioni sulla Cina, boicottate le Olimpiadi: solo lei ha le chiavi per risolvere la questione birmana”

Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace, ha chiesto ai turisti di non visitare il Myanmar. Il governo del paese impiega lavoratori forzati nei siti e nei servizi di interesse turistico; il turismo internazionale può essere interpretato come un segno di approvazione nei confronti di tale politica

"In conclusione, - diceva Wittgenstein . il conoscere si fonda sopra il riconoscere". Ed è questa la scelta che chiediamo di fare a chi ha in mano la sorte del mondo: riconoscere il loro valore come esseri umani.

Abbiamo accettato di fare una guerra per "esportare la democrazia" e ora non appoggiamo la lotta pacifica di un popolo che non ci chiede di mettere in campo eserciti e armamenti, ma solo il nostro più totale appoggio umano, lottare con loro in modo non violento così come voleva Gandhi?

Una cosa è certa. Se la folle corsa agli armamenti continua, dovrà necessariamente concludersi in un massacro quale non si è mai visto nella storia. Se ci sarà un vincitore, la vittoria vera sarà una morte vivente per la nazione che riuscirà vittoriosa. Non c’è scampo allora alla rovina incombente se non attraverso la coraggiosa e incondizionata accettazione del metodo non violento con tutte le sue mirabili implicazioni. Se non vi fosse cupidigia, non vi sarebbe motivo di armamenti. Il principio della non violenza richiede la completa astensione da qualsiasi forma di sfruttamento. Non appena scomparirà lo spirito di sfruttamento, gli armamenti saranno sentiti come un effettivo insopportabile peso. Non si può giungere a un vero disarmo se le nazioni del mondo non cessano di sfruttarsi a vicenda”. (M.K.Gandhi, Antiche come le Montagne, ed. di Comunità, Milano, 1981).

Usate la vostra libertà... C'è un modo migliore di usarla, che adoperarci perchè tutti ne possano godere? Io credo di no.

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domenica, 30 settembre 2007

L'arte di non essere governati

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Parliamo sempre di chi ci governa, degli errori che fanno, della politica e dell'antipolitica. Ne parliamo come se noi, società civile, non esistessimo. Ci sentiamo impotenti e senza spazi per agire. Ma non parliamo mai di partecipazione.
Ho letto un interessante libro di Ekkehart Krippendorff, politologo tedesco, L'arte di non essere governati. Krippendorff non è un antipolitico, ma per lui è necessario ripensare la politica e questo vuol dire "ripensare la bellezza della pluralità contro la riduzione della complessità degli stati moderni".

Secondo l'idea tradizionale, la politica è il gioco del potere: la presa del potere, la manutenzione del potere, la perdita del potere. Come diceva Machiavelli: nient'altro che questa triade. Ma la scoperta che fa l'autore di questo libro è che la politica invece è qualcosa di sostanzialmente diverso. Nasce come autogestione e autodeterminazione, nella storia reale non in quella intellettuale, nella Grecia delle poleis antiche. Un'invenzione particolarmente ricca di creatività, se si pensa al modo in cui questi primi cittadini votavano e al fatto stesso che votavano. L'altro elemento fondamentale è che la politica deve essere servizio dei più deboli; come affermava Gandhi, di chi per un motivo o per l'altro non riesce ad essere autonomo. Per Gandhi, infatti, il principio fondamentale della politica è occuparsi degli altri, non di se stessi. E gli altri sono innanzitutto i più poveri fra i poveri. Questa dovrebbe essere la nostra bussola, la direzione verso cui l'ago dovrebbe puntare, il nostro modo di intendere la politica.

Per Krippendorff  i discorsi ufficiali riguardano sempre i grandi movimenti: i partiti, i governi, le grandi organizzazioni internazionali. Non si fa, invece, molta attenzione alla somma di piccole iniziative che molto spesso hanno contribuito a cambiare un clima, costringendo anche la cosiddetta politica a cambiare.

"Vorrei incoraggiare i piccoli gesti. - dice Krippendorff - Sappiamo che la raccolta differenziata dei rifiuti è poca cosa di fronte all'inquinamento quotidiano delle grandi industrie, ma quel minimo cambia il nostro atteggiamento personale, e alla fine può incidere sulla coscienza di una società. Faccio un altro esempio, in cui sono coinvolto, che riguarda la politica estera, cioè una di quella di cose che in genere sembra totalmente al di fuori della nostra portata. In genere penso che dando molta importanza alla politica estera si finisce per sopravvalutare il balletto dei grandi: qualcosa che dobbiamo seguire con il fiato sospeso senza poter mai intervenire. Ma vorrei osservare il problema da un altro punto di vista, e parlare di un'iniziativa tedesca nota come iniziativa degli asini. Qualcuno ha scoperto che in Etiopia ci sono molte donne sole perché i mariti sono morti o sono scomparsi durante il conflitto. In questo contesto un asino vuol dire la soprawivenza. Significa lavoro, significa sostentamento. E un asino, da noi, costa cento euro. Così in Germania si sono mobilitate scuole, associazioni, singoli individui per mandare gli asini in Etiopia e l'iniziativa ha avuto successo. Queste piccole azioni individuali non cambiano l'orrore della società africana. Ma cambiano comunque qualcosa: la coscienza di chi partecipa in Germania, e tante vite individuali in Etiopia"

Ciò non significa invocare l'astensionismo, o dire che le due parti politiche sono uguali. Anche se pensiamo che le differenze siano spesso minime, senz'altro Berlusconi è diverso da Prodi, Bush è diverso da Clinton. Questo è chiaro.  Pur andando a votare per una parte contro un'altra, occorre capire che le nostre energie possono essere spese meglio al di fuori della politica di governo, possono essere spese meglio in nuovi modelli di partecipazione.
Partecipare vuol dire trovare qualcosa per cui battersi. La partecipazione attiva ci permette di non essere governati,  cioè impedisce che qualcuno dall’alto controlli tutta la nostra vita e il nostro pensiero. Ci vuole fantasia, dobbiamo inventare, usare tutta la nostra immaginazione. “Noi che abbiamo il lusso di poter riflettere e di poter elaborare nuove soluzioni, abbiamo il dovere di ideare altri modelli di partecipazione”. Dobbiamo essere artisti che non si lasciano assoggettare.
Si parla di arte perchè l'arte nel suo complesso è costretta per ragioni strutturali ad assumere sempre la prospettiva della persona, a non scivolare come capita normalmente alla politica nell'astrazione del ragionare per gruppi, per entità collettive.
"L'arte - dice
Krippendorff - può servire ad orientarci nel percorso di revisione della politica; perché le persone in carne ed ossa, con i loro vissuti e le loro concrete condizioni esistenziali e materiali, tornino al centro dell'attenzione pubblica".

In America in questi giorni Graeme Frostun ragazzo di dodici anni di Baltimora, accusa Bush di volere la sua morte e la morte di tutti i bambini e le bambine come lui, che per sopravvivere a malattie e incidenti dipendono da quella sanità pubblica che la Casa Bianca vorrebbe falciare nel nome dell'ideologia privatista e degli interessi del "big business" assicurativo.
Lui, un rabbino, una suora cattolica, un infermiera e un pediatra sono i volti pubblici della battaglia lanciata dai Democratici contro il Presidente Repubblicano sul terreno del problema che angoscia la vita quotidiana degli americani di ogni età e condizione: l'assicurazione sulla salute.
Forse anche noi dovremmo guardarci intorno e, invece che ingaggiare battaglie puramente ideologiche, dovremmo  imparerare a difendere là dove siamo il diritto di vivere una vita degna di questo nome. 

"Dobbiamo imparare l'arte di svolgere il nostro ruolo etico, al contempo solidale e indipendente, all'interno della comunità, sottraendosi ai meccanismi paralizzanti del potere costituito".

postato da giuba47 alle ore 17:55 | link | commenti (31)
categorie: politica, libri, solidarietà, partecipazione, krippendorff