«La cultura della sconfitta e dell'amnesia si è pericolosamente diffusa tra milioni di persone», dice il regista Solanas e per questo nei suoi film si propone di scoprire e valorizzare «le prodezze quotidiane dei "nessuno", proposte alternative e solidali tali da dimostrare come il cambiamento sociale sia ancora possibile».
Fernando Ezequiel Solanas, il bravo regista argentino de L'ora dei forni, di Tangos-L'esilio di Gardel (di cui ho già parlato qui), di Sur, da tempo si dedica a raccontare la resistenza sociale in Argentina.. Ha ideato così una serie di film. Memorie del saccheggio (2002-2004), analisi dei meccanismi del potere e delle politiche di privatizzazione; La dignità degli ultimi, storie della resistenza sociale; e i prossimi: Argentina latente, sulle risorse nazionali e il recupero dell'autonomia economica, e La rivolta della terra
Un cinema militante il suo, indirizzato a sostenere le ragioni della libertà e della giustizia in un'Argentina che stava per cadere sotto il gioco dei militari.
In La dignità degli ultimi racconta le storie di chi è stato dimenticato, bistrattato ed ha subito ingiustizie fino a ridursi oltre la soglia della povertà, ma che, nonostante tutto, non perde mai la determinazione di combattere contro un governo sempre più compromesso nei suoi rapporti poco chiari con grandi istituti bancari e compagnie petrolifere.
Nel film vengono mostrate le storie di Maestro Toba e della sua mensa per bambini indigenti, di Silvia e Carola, che lavorano in un grande ospedale di Buenos Aires in situazione disastrose docute alla sovrappopolazione, alla mancanza di fondi, colpevole una corruzione sempre più spregiudicata. Viene raccontata la storia della fabbrica di ceramica Zanon, già oggetto del film "The Take" di Avi Lewis (2004). Ma anche la storia incredibile di Lucy e del "Movimiento de Mujeres en Lucha" (movimento di donne in lotta), che per protestare contro le espropriazioni, risultato dei tassi usurari praticati da banche senza scrupoli a contadini in difficoltà, ricorre a una forma di lotta davvero incredibile: durante numerose aste per mettere in vendita ettari di terreni di contadini che avevano avuto prestiti di 20.000 pesos e si trovavano a doverne rendere 100.000, Lucy ed altre donne si erano messe a cantare l'inno nazionale argentino boicottando in questo modo le aste stesse. Gli ultimi arresti per questo "delitto" mostrati dalla pellicola di Solanas risalgono solo all'aprile del 2005.
Ma vengono mostrate storie più individuali da parte di chi davvero non ha neppure la forza di battersi politicamente, e forse sono le vicende più drammatiche, la miseria vissuta in solitudine può trasforarsi veramente in disperazione senza riscatto.
“E’ l’epopea anonima e quotidiana di chi è sempre stato tradito: la classe media impoverita, - dice Solanas - disoccupati, i “piqueteros” che bloccano le strade. Negli anni Sessanta e Settanta, una situazione simile mi portò a concepire “L'ora dei forni” (1968) e “I figli di Fierro” (1975), due pellicole molto diverse tra di loro, incentrate sulle lotte sociali dell’epoca”.
“Mentre percorrevo il paese e incontravo lavoratori, professionisti e indios, mi è venuta l’idea di
realizzare un grande affresco sull’Argentina contemporanea. Ho così concepito quattro lungometraggi indipendenti tra di loro, ma uniti dal tema nazionale. Si parte dalla devastazione e dal saccheggio promossi del modello neoliberale, per arrivare alla ricostruzione e a un nuovo progetto capace di recuperare i diritti perduti”.
Sono storie dolenti, che rivelano condizioni di vita durissime: ma sono anche Storie commoventi, ammirevoli per l’altruismo, la capacità di lotta, il caldo slancio, capacità di solidarietà della gente. E ciò che ne viene fuori è un affresco in cui si rivela tutta la forza e la tenacia del regista deciso, con esempi concreti e carichi di patos, a rivendicare la dignità del popolo e la speranza.
Storie che ci insegnano che là dove c'è la volontà di lottare nulla è perduto, nulla è così irreversibile.
Sono film che dovremmo guardare per non perdere la forza di lottare.
Alba sulla Senna. Due silhouette danzano il tango su un ponte di Parigi seguendo la musica di Astor Piazzolla. Un uomo suona il bandoneon sotto l’arco del ponte, al di là del quale si ammira la mole di Notre Dame. I due ballerini sono ora sul lungosenna, nelle prime inquadrature era primavera, ora è inverno, l’uomo indossa un pesante cappotto e tiene in mano una valigia.
Questo è l’inizio di “Tangos – l’esilio di Gardel", un "musical", diretto dal regista argentino Fernando E. Solanas. Numeri musicali si succedono uno dopo l’altro e si intrecciano con la storia. E' un'antologia di tango: una ventina di straordinari ballerini, la grande orchestra di Osvaldo Pugliese, le musiche originali di Astor Piazzolla, canzoni vecchie e nuove e la voce di Carlos Gardel: "è la nostra voce e la nostra parola, - dicono di lui gli argentini - stretta dall'angoscia, intirizzita dal dolore... non c'è un solo uomo o una sola donna capace di trasmettere come lui una nostalgia, una pena, un amore, un'indignazione". Gardel è la voce di chi vive nell'esilio, di quelli che vivono all'estero e di quelli esiliati in patria.
E' un film sull'esilio, quindi, un film doloroso e drammatico, ma a tratti ironico. Non a caso al tango, che canta la nostalgia senza speranza, mescola on la milonga, che sa essere grottesca, pungente, satirica. Come il tango, è anche profondamente erotico.
E’ Maria che racconta la storia, ha vent'anni, vive a Parigi da qualche anno con la madre, il padre scomparso in Argentina. Racconta la storia della sua, della loro solitudine, delle ricerche e delle soluzioni adottate per continuare a vivere. E gli sforzi del "gruppo" si concentrano sulla realizzazione di una "tanghédia" (tango+tragedia+commedia), i cui testi o meglio temi arrivano via via dall'Argentina scritti da Juan; a Parigi un altro Juan (Juan Due, il primo è Juan Uno) compone la musica e si incarica di organizzare la rappresentazione con l'aiuto di un giovane regista francese.
Il film vuole ricordare la dittatura miliare argentina tra il 1976 e il 1983 che fu particolarmente dura:
non si possono dimenticare gli squadroni militari che sequestravano gli oppositori politici, li torturavano e li uccidevano, che migliaia sono stati i morti e decina di migliaia i desaparecidos. La maggior parte di loro gettata nel Rio della Plata in quelli che si chiamarono “i voli della morte”. Non si può dimenticare che fu anche allestito in quegli anni un piccolo ospedale con un reparto maternità clandestino, dove i militari attendevano che le ragazze incinte sequestrate portassero a termine la gravidanza per sottrarre loro i bambini, che venivano affidati a famiglie di militari o poliziotti, prima di ucciderle.Tutto questo viene ricordato nel film.
Ma "Tangos" è, anche, un film che s'interroga su se stesso, sul cinema, sull'arte.
"Niente creatività senza rischi", dice un personaggio. I suoi rischi, Solanas se li è assunti con audacia, ma anche con una matura padronanza dei mezzi espressivi. E il regista non manca di evidenziare nella storia i contrasti fra la razionale concezione francese dello "spettacolo" e della rappresentazione e quella sensitiva e improvvisata degli argentini.
La poetica di Juan Uno è tutta racchiusa in una labirintica valigetta: ritagli, scarabocchi, appunti presi sui pezzi di carta più folli, dai tovaglioli alla carta igienica. "Gettare dalla finestra i canoni estetici,- egli dice - mischiare i generi, rischiare la bruttezza per trovare la bellezza. La perfezione è morte, viva la vita. Juan Uno è così. Scrive senza logica...". Ma Pierre, da bravo europeo, la logica la pretende: "Juan, senza finale diventa una cazzata!". Su questa dialettica vive Tangos: a Solanas non interessa la perfezione, e in Tangos persegue con coraggio una miscela tra un cinema puro, classico, e una struttura il più possibile aperta, a schidionata.
Per di più Juan Uno non manda il finale. Ma quale può essere il finale dell'"Esilio di Gardel”? L'esilio ha una fine? I segni di democrazia sono definitivi, per l'Argentina? La vera Argentina è quella dell'infanzia o quella del ricordo o del tragico passato prossimo, della nostalgia, del sogno, del futuro? Tutto rimane aperto, nella "tanghédia" da rappresentare, e nel film diSolanas. Tutto rimane aperto perchè i pericoli della dittatura sono sempre presenti, l'apertura è tensione, tenere vivo l'allarme, lavorare perchè, come dicono gli argentini, quello che è successo non succeda "Nunca mas".
L’esilio è assenza, perdita. Si è costretti a vivere un’altra realtà, un altro tempo, un’altra vita. Si esiste convocando gli assenti. Si prende l’abitudine di parlare, di vivere con loro anche se sono morti. L’esilio è anche un grande viaggio introspettivo. Una crisi profonda dalla quale pochi riescono a fuggire. Gerardo, il vecchio che è un po’ la "memoria storica" del gruppo di esiliati, parla letteralmente con San Martin e Gardel, in una sequenza onirica che è uno dei punti più alti dei film.
E nei suoi film Solanas ha un intento chiaro:
"l'emotività del pubblico deve essere sollecitata in modo tale da provocare non l'identificazione passiva con le vicende e i personaggi presentati, ma la riflessione critica su di essi; a tal fine la struttura del racconto cinematografico viene continuamente frantumata, svelata, sconvolta, messa in discussione, negata, al fine di penetrare dentro la struttura stessa, dentro le convenzioni e così comprenderle a fondo, capirle, superarle".
E davvero questo film ci mette in questa dimensione. Richiede impegno nel seguirlo, nell’interpretarlo. Pone domande, lascia in sospeso le risposte. Ci immedesimiamo e ci perdiamo, seguiamo una scena e ci ritroviamo in un'altra...
E’ un film molto argentino e sugli argentini, ma che coinvolge tutti e interroga tutti: chi siamo noi, chi sono quelli che per un motivo o per l’altro sono costretti a scappare dal loro mondo, quale rapporto ci può essere con loro? Chi sono i responsabili dello “spaesamento” di tante persone? Come mantenere viva, là dove c'è, la democrazia, come mantenere viva la parola "libertà", attribuirle il giusto significato?
E, infine, che faranno tutti coloro che, come Maria, non appartengono più nè ad un mondo nè ad un altro? Problemi di grande attualità.