Mi sono trovata spesso davanti al dolore, e soprattutto davanti a bambini che soffrono senza che ancora nulla abbia potuto succedere nelle loro vite che potesse far dire all’altro “se lo sono meritato”.
E' difficile saper ascoltare la sofferenza dell'altro. E' difficile raccontare la nostra. Eppure quanto desideremmo poterlo fare.
In chi ha sofferto troppo, sembra morta quella parte di sé che è ancora capace di manifestare il proprio dolore. Il grido più volte soffocato, non ascoltato si fa muto. Quando cerca una via per comunicare all’altro ciò che prova, il più delle volte non ci riesce, non trova le parole adatte, non trova le persone giuste, non individua i momenti più adatti per farlo.
Solo in un’atmosfera di silenzio e di attenzione si può sentire questo grido che parte dal cuore e solo un cuore può ascoltare e comprendere. Un ascolto che sappia mettere da parte gli egoismi, gli egocentrismi, i pregiudizi o i giudizi facili, che sappia accettare le sfide e i rischi che queste comportano, un ascolto che sappia soprattutto prestare attenzione alla diversità, a ciò che non è noto. Solo allora, forse, si può percepire, vedere, sentire cose che erano rimaste nascoste. È una comprensione questa che non è propria solo dell’ “intelligenza”, di quella intelligenza che contiene ancora troppe gabbie, prigioni concettuali anche se apparentemente sofisticate.
Troppo spesso gli uomini sono affascinati da quell’intelligenza che è puro esercizio della mente. L’intelligenza può comprendere veramente l’altro solo quando comunica con il cuore, con l’emotività e con l’affettività. Maria Zambrano dice, infatti, che il cuore «è come uno spazio che si apre all’interno della persona per accogliere certe realtà. È un luogo in cui albergano i sentimenti inestricabili che prescindono dai giudizi e da ciò che ha una spiegazione. È ampio e profondo, ha un fondo da cui provengono le grandi risoluzioni, le grandi realtà che sono certezze. A volte arde al suo interno una fiamma che fa da guida nelle situazioni complicate e difficili…»[1].
Senza cuore il grido di dolore dell’altro potrà essere percepito solo come un elemento di disturbo.
Dice Simone Weil che, in generale, il pensiero della sofferenza non è discorsivo, non si costituisce in unità logiche e rigorose di significato, ma si smarrisce «come una mosca che corre sempre contro un vetro»[2] che vuole uscire, ma che non trova il modo.
Soprattutto prima ancora di metterci in ascolto dobbiamo saper fare silenzio dentro di noi, far tacere le tante parole che giudicano, che stigmatizzano, che interpretano, che a tutti i costi vogliono trovare soluzioni veloci. Le parole che presumono di aver già capito senza prima aver affiancato, condiviso, amato. Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto, un silenzio che è spazio, apertura all’altro. Un silenzio, per dirla con
Pierre Sansot parla di «interiorità creativa» e con questo termine indica «quello spazio di accoglienza in cui le parole dell’altro potranno trovare rifugio»[3].
[1] Marìa Zambiano, Parole e democrazia
[2] Simone Weil, La persona e il sacro
[3] Pierre Sansot, Sul buon uso della lentezza
« [...] stava camminando per strada e dal vento le era caduta proprio sui capelli: l'incidenza delle linee di milioni di foglie trasformata in una che cadeva [...] arrivò a considerarsi modestamente la prescelta delle foglie [...] un giorno una foglia cadendo le aveva sfiorato le ciglia. Pensò allora che Dio era di una gran delicatezza»1.
Oggi dentro di me si fa spazio un desiderio.
Vorrei tornare in un posto vuoto. Vorrei per un po’ di tempo non dovermi relazionare agli altri o fingere di essere quello che non sono. Vorrei trovarmi in un luogo dove ritirarmi, senza che nessuno bussi alla mia porta o entri senza chiedere il permesso.
Vorrei svuotarmi come si svuota un baule pieno di cose vecchie che ti sono care, ma così ammucchiate portano confusione.
Vorrei aprire quel baule, far uscire una cosa alla volta e guardarla per ritrovare il suo significato, per ridonarle memoria.
Vorrei chiudere quel baule, per guardare semplicemente avanti senza che niente mi detti l’agenda dei giorni che verranno.
Vorrei ritrovare il silenzio, quel silenzio che sempre mi ha aiutato a uscire da situazioni difficili o semplicemente a non perdermi.
Vorrei ritrovare il contatto con la natura, coi suoi tempi, col cielo, col sole, coi suoi colori che mutano, che vanno e che tornano.
Vorrei che il tempo passasse senza travolgermi.
Vorrei guardare, ascoltare, lasciare che tutto accada intorno a me.
Vorrei che quando la mia vita finirà non mi trovasse impreparata.
Solitudine
Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte - eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.
(Emily Dickinson)
So che nulla cambierà. Non certo perché ho scritto queste righe in una mattina grigia e triste.. Ma niente mi impedisce di dire quello che mi preme nel cuore. La parola, a volte, si fa urgente, si fa spazio nella mia mente. E come il pittore prende il pennello, io impugno la penna. La voglio vedere scorrere sul foglio, quasi inconsapevole di quello che sta dicendo. La parola che viene dal cuore. Nulla a che vedere con la parola che viene dalla ragione La ragione dice: taci, non serve. Il cuore dice: prova, non si sa mai. E continui a scrivere.. Parole buone contro parole cattive. Parole che cuciono ferite, parole che le aprono. Parole che offendono, parole che incoraggiano. Parole vere, parole false. Parole che si seppelliscono dentro altre parole. Parole-fiore, parole-arma. Parole per sopraffare, parole che ascoltano. Parole che mettono in campo pregiudizi, parole che vogliono comprendere. Parole che danno giudizi, parole che aprono al dialogo. Ma più di tutte amo le parole che si rispecchiano nel silenzio e nel silenzio prendono forma.
“Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un grande silenzio, e non parole che esistono solo per coprirlo e disperderlo” (..) “Se mai scriverò mi piacerebbe dipingere poche parole su uno sfondo muto. E sarà più difficile rappresentare e dare un’anima a quella quiete e a quel silenzio che trovare le parole stesse, e la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra parole e silenzio – il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme”. Etty Hillesum