E’ scaduto l'ultimatum imposto da Pechino ai rivoltosi. La data fissata come ultimo termine per la resa era la mezzanotte locale, le
"Coloro che spontaneamente - recita il manifesto - si presenteranno alla polizia o agli uffici giudiziari prima della mezzanotte del 17 marzo saranno puniti leggermente o avranno una punizione attenuata; coloro che si consegneranno e riveleranno le attività di altri elementi criminali compiranno un atto meritorio e possono evitare la punizione. Gli elementi criminali che non si presentano in tempo saranno puniti severamente secondo legge".
«Ogni anno decine e decine di prigionieri politici venivano condannati a morte per non essersi
"rieducati". Ho assistito ad alcune di queste condanne. I prigionieri venivano portati con un camion vicino alla prigione. Avevano al collo una tavoletta di legno con dei caratteri cinesi. Probabilmente c'era scritto il nome del condannato e il "crimine" commesso. I condannati venivano fatti inginocchiare di fronte a una fossa profonda un metro e mezzo. A scavarla erano stati gli stessi prigionieri del carcere. Il plotone di esecuzione faceva fuoco e i corpi, colpiti dai proiettili, cadevano direttamente nella fossa... Ma le cose, da allora, non sono molto cambiate. Oggi i dissidenti politici tibetani vengono giustiziati con un colpo di rivoltella alla nuca. Per riavere il loro corpo, i parenti della persona uccisa devono rimborsare alle autorità carcerarie il costo del proiettile».
Un popolo è stato massacrato ed il massacro fisico e culturale continua e le reazioni quali sono?
Ma mi chiedo anche dove sono i cattolici… dove sono le loro coscienze al di là dei giochi diplomatici dello Stato Vaticano…
Gli europei non sono da meno. Ricordiamo l'ultimo viaggio del Dalai Lama nel nostro continente. Salvo Angela Merkel, i governi europei evitarono di riceverlo. Non fece eccezione quello italiano, e neppure Benedetto XVI: tutti preoccupati di non irritare Pechino.
Non parliamo poi degli Usa che hanno depennato
Da tempo stanno stracciando la dichiarazione dei diritti dell’uomo da molto tempo, noi la vogliamo, la dobbiamo riscrivere. In tutto il mondo la gente si sta mobilitando...
Bisogna davvero informarsi, leggere e prendere tempo per farlo: è un nostro dovere civile. Conoscere cosa capita nel nostro paese, ma anche nel mondo. Abbiamo troppa fretta, lo dico da sempre. E a volte ci accontentiamo di fare qualche battuta, di prendere qualche iniziativa, ma spesso siamo troppo superficiali. Io per prima. Ieri ho parlato della rivolta in Tibet, ma non avevo parlato di cosa sta intanto succedeno in India.
Davvero mi ha colpito molto quello che sta succedendo in Tibet, la tenacia dei monaci e della gente anche quando le speranza possono almeno sembrare meno di zero. Non si combatte solo per vincere, ma per esserci, per continuare a esserci. Dovremmo smetterla di dire che siamo in un mondo che fa schifo ed essere più attenti a chi schifo non fa, prendere ad esempio la loro tenacia....
Mi è capitato di leggere un intervista del giornalista Carlo Buldrini al monaco Palden Gyatso, incarcerato dai cinesi per 33 anni. Leggetela perché merita, perché bisogna ricordare di cosa è stata capace
Il vecchio monaco dice: «Purtroppo, molti Paesi democratici sembrano oggi interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo oggi. Il rispetto dei diritti umani dovrebbe invece essere alla base di ogni attività economica» Non c'è verità più vera (passatemi la tautologia).
Chi è sopravvisuto alla repressione si è rifugiato in India e proprio in India il 10 marzo è iniziata una marcia, la “Marcia del ritorno in Tibet”. È partita da McLeod Ganj (Dharamsala), in India, ed è l’evento più importante del Tibetan People’s Uprising Movement, un movimento lanciato da quattro organizzazioni tibetane in esilio.
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La marcia attraverserà l’India per diversi mesi e conta di raggiungere il confine tra India e Tibet nel periodo in cui inizieranno i giochi olimpici a Pechino, per portare l’attenzione del Mondo sul dominio cinese in quella regione. La marcia vuole ricordare il 10 marzo 1959 quando iniziò la rivolta contro
«Il nostro impegno a portare avanti una protesta non violenta è assoluto» ha detto Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress. Gli fa eco Tenzin Tsundue: «Dobbiamo capire una volta per tutte che la violenza, l’impugnare le armi, è un modo desueto per cercare di ottenere l’indipendenza. La nostra marcia costituirà una sorta di “sadhana”, un tributo spirituale a quella verità e a quella giustizia che ci ispirano nella nostra azione».
Sono stati, però, subito fermati dalla polizia indiana che li aspettava ad un bivio nei pressi del ponte Dehra, a una cinquantina di chilometri da Dharamsala. Si sono allora sdraiati per terra con le braccia intrecciate a formare un'unica catena intonando preghiere buddhiste.
Un centinaio di poliziotti hanno caricato cento monaci su quattro pullman e li hanno portati nel carcere di Java Mukti.
Nuova Dehli, che pure in passato aveva sostenuto la causa dei seguaci del Dalai Lama, negli ultimi tempi sta cercando di evitare episodi imbarazzanti con
Se anche questa marcia fosse fermata, ci sarebbero altri monaci pronti a ripartire per raggiungere il Tibet. Questo è il loro modo di non arrendersi.
Dicono: «La nostra marcia offre a tutti la possibilità di partecipare a uno storico movimento non violento. Con esso vogliamo ottenere la libertà per un Paese che, ancora oggi, è tenuto soggiogato. Unitevi a noi. Sosteneteci in qualsiasi modo possiate. Abbiamo bisogno di informare la gente della nostra marcia. Cammineremo per sei mesi. Potete unirvi a noi come sostenitori, per un giorno o anche per una sola ora». Sosteniamoli in tutti i modi possbili.
Il Dalai Lama ha chiesto un'inchiesta internazionale per appurare cosa sia realmente accaduto. Secondo il Premio Nobel per
Lo scorso settembre l’attenzione di tutti i mass media era focalizzata sulla protesta dei monaci buddisti in Birmania, oggi è la volta dei “colleghi” del Tibet.
Dietro e attorno al corteo monta la rabbia di Lhasa, dilaga non appena la polizia tenta di bloccarla. Gli scontri a colpi di bastoni e manganelli, lacrimogeni e sassi lasciano spazio ai roghi e alle sparatorie. E i bilanci si fanno drammatici.
Testimoni hanno affermato che la polizia militare è intervenuta in forze per disperdere i dimostranti e che si sono sentiti degli spari. «C'è fumo dappertutto e si sentono colpi d'arma da fuoco», ha detto un residente che parlava dalle vicinanze del Jokhang, un grande tempio nel centro della capitale. E di spari hanno parlato anche cittadini americani, ha riferito l'ambasciata Usa a Pechino. Nuova Cina ha ammesso
che sono stati sparati «colpi di avvertimento e gas lacrimogeni» per disperdere i manifestanti.
«Siamo tutti presi a soccorrere i feriti, ne arrivano di continuo, ci sono anche dei morti, ma non sappiamo quanti» - grida un’infermiera dal telefono del pronto soccorso di Lhasa. «La polizia cinese ha sparato sulla folla uccidendo almeno due persone mentre folle di tibetani bruciavano le auto e sfilavano nelle strade» - riferisce Radio Free Asia citando altre testimonianze telefoniche.
Le agenzie ufficiali cinesi si limitano a diramare un freddo e scarno bilancio di dieci feriti. Le prime colonne di fumo invadono, intanto, il mercato di Tromsikhang dove si moltiplicano gli assalti ai negozi controllati dagli immigrati Han, la minoranza d’origine
«C’è fumo ovunque, volano sassi e le vetrine sono state infrante, siamo terrorizzati» - riferisce un altro testimone.
ulteriormente. Ormai è data per scontata, anche se non ufficialmente, la notizia dello stato d'emergenza nella capitale, ma anche in altre città come Chengdu nel Sichuan, dove vive una grande comunità tibetana. Qui le truppe hanno circondato i quartieri " a rischio" e tagliato la corrente elettrica, nell'intento - tra l'altro - di non esacerbare gli animi con le immagini delle rivolte di Lhasa diffuse invece nel resto della Cina.
Il Dalai Lama, padre spirituale della nazione tibetana, si rivolge a Pechino. «Lancio un appello alle autorità cinesi e le imploro di metter fine all’uso della forza per ascoltare la nostra voce aprire un dialogo con il nostro popolo» - e ricorda però che la protesta è il risultato del pubblico risentimento di fronte alla «forza bruta» impiegata da oltre 50 anni. Per tutta risposta Pechino lo accusa di aver organizzato la protesta e le violenze. «Il governo della Regione Autonoma del Tibet ha le prove che i recenti sabotaggi sono stati preparati, premeditati e guidati dalla cricca del Dalai Lama»
Anche le Olimpiadi sono all’origine della rivolta.. Atleti tibetani hanno domandato di partecipare ai giochi sotto la bandiera del Tibet, ma
Viene negata qualsiasi libertà religiosa o culturale: nessun insegnamento della religione e della lingua tibetane; nessuna esibizione o lode al Dalai Lama, controllo di ferro sui monasteri e i civili grazie allo spiegamento di oltre 100 mila soldati cinesi.
Nel ’95 il controllo di Pechino è giunto fino a rapire il ” Panchen” , quello riconosciuto dal Dalai Lama, assieme ai suoi genitori, il 14 maggio 1995, all’età di appena sei anni.. E dallo scorso settembre, tutte le reincarnazioni dei buddha (fra cui quella del Dalai Lama stesso, ormai 70enne), per essere “vere”, devono avere l’approvazione del Partito.
In questi anni vi sono stati incontri fra rappresentanti del governo tibetano in esilio e le autorità del governo cinese, ma finora senza nessun esito.
Nella città degli esuli a nord dell'India gruppi di religiosi e laici attraversano le strade del villaggio tibetano di McLeod Ganji con bandiere e striscioni gridando tutta la loro frustrazione, ma temono che rapporti di forza impari possano trasformarsi in un bagno di sangue ben più grave delle cifre riferite finora
Tutto questo succede proprio nei giorni in cui, da Washington,
“Per favore, usate la vostra libertà per aiutarci ad ottenere la nostra.” Sono queste le parole di Auung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991.
Sì, è proprio così: noi viviamo in paesi democratici, posiamo parlare, scrivere, denunciare… Siamo liberi. Ma cosa ne facciamo di questa nostra libertà?
Dice Lévinas: "La libertà che vive grazie alla coscienza si inibisce davanti ad Altri, allorchè fisso veramente, con una dirittura senza inganni e senza sotterfugi, i suoi occhi disarmati, assolutamente privi di protezione. La coscienza morale è appunto questa dirittura. Il volto di Altri mette in questione la felice spontaneità dell'Io, questa gioisa forza che ha".(da: Dall'altro all'io).
Non è da oggi che la dittatura Birmana perseguita chi si oppone al suo governo. Non è da oggi che gli oppositori spariscono e di loro non se ne sa più nulla.
Non è da oggi che sappiamo che la ricchezza accumulata in questo paese, va all’élite corrotta, mentre il popolo vive nell’assoluta indigenza.
Non è da oggi che sappiamo che la metà del capitale che affluisce in questo paese viene speso in armamenti e soluzioni tecnologiche militari che siamo anche noi a fornirgli.
Ma c’è un elemento che in questi drammatici giorni viene trascurato: le minoranze etniche. 
Il regime birmano combatte da sempre una guerra contro alcune di queste minoranze che, sin dal 1948, anno della fine del colonialismo inglese, lottano per ottenere una propria autonomia regionale. Molti di essi sono dovuti fuggire nei paesi vicini, soprattutto in Thailandia.
La storia della Birmania è anche questa: storie di donne, uomini e bambini martoriati dalle malattie, dagli abusi, dal lavoro forzato. Molti bambini birmani non conoscono l’infanzia: vengono reclutati per l’esercito militare e costretti al combattimento.Ci sono circa 70.000 bambini soldato, una media altissima, più che in qualsiasi altro paese del mondo e sappiamo anche molte donne e bambine delle etnie più deboli vengono stuprate nei loro villaggi.
E oggi veniamo a sapere poco grazie all'accnimento dell'esercito contro ogni forma di informazione, ma quanto basta per inorridire.
Il regime ha preparato 4 centri di detenzione per i 6mila arrestati Secondo i calcoli delle organizzazioni di dissidenti, dall'inizio delle manifestazioni contro il regime il 19 agosto passato, i militari hanno represso le proteste arrestando finora quasi 6mila attivisti e monaci "scesi a marciare a fianco del popolo birmano". Tra essi, oltre 2mila sono monaci e 100 dovrebbe essere le suore; il resto studenti del movimento di protesta
Come i desaparecidos trucidati dalla giunta militare argentina nel 1978. Così anche le vittime della repressione militare della Giunta birmana guidata da Than Shwe sarebbero in parte state gettate in mare. Alcuni siti della dissidenza birmana hanno rilanciato la notizia che verrebbe da diversi collaboratori a Rangoon.
Secondo quanto riferito a PeaceReporter da Democratic Voice of Burma i monaci arrestati sono stati divisi tra diverse carceri, e che per loro si preparano i campi di lavoro forzato. Il più famigerato di tutti in questi anni sta a Kabaw. Nel nord della Birmania, vicino il confine Indiano. Il campo è preceduto dalla fama terribile di condizioni di assenza di acqua potabile, di cibo e privazione di sonno - ribadiscono altre fonti della dissidenza - ma è probabile che giri questa voce in virtù della pessima fama di quel posto.
E noi paesi europei democratici cosa facciamo? Come riferisce La Stampa e la Real politik ad avere la meglio soprattutto gli accordi economici.
E cosa fanno le Nazioni Unite per difendere quella Carta dei diritti che hanno creato loro stessi. Oggi è stato ricevuto un fallimento, dovuto come al solito al prevalere degli interessi economici o strategici sul valore delle vite umane.
Del resto, fino a che le Nazioni Unite continueranno ad essere governate dai più grandi esportatori di armi del mondo (Cina, Usa e Russia soprattutto, ma anche Francia ed Inghilterra non scherzano) e dai più voraci divoratori delle risorse naturali del pianeta, semplicemente non potranno funzionare. Come non accorgersene?
Ed è quello che chiede Amnesty Internacional al Consiglio di sicurezza dell'Onu: Imporre immediatamente un embargo totale e obbligatorio sulle armi alla Birmania/Myanmar. Lo chiede formalmente Amnesty International e non tace i nomi dei principali fornitori del regime, tanto condannato a parole in questi giorni. Chiede infatti alla Cina, all'India, alla Russia, alla Serbia, all'Ucraina e ai paesi dell'Asean, (Associazione nazioni Sudest asiatico) - di «proibire il coinvolgimento di proprie agenzie, compagnie e singole persone nella fornitura, diretta o indiretta, di materiale militare e di sicurezza, munizioni e consulenza, compresi i trasferimenti definiti 'non letali».
Un appello per la Birmania lo avevamo lanciato a luglio, insieme a WWF, Greenpeace, CISL e Legambiente.Nell’appello si chiede esplicitamente “alle imprese italiane che hanno rapporti commerciali con la Birmania e alle multinazionali, a partire da quelle impegnate nel settore forestale e quello petrolifero, del gas e minerario nei progetti di costruzione di dighe ed infrastrutture - che comportano enormi profitti per il regime - di sospendere i loro rapporti con questo Paese, per non contribuire a rafforzare il potere della giunta che continua ad utilizzare il lavoro forzato.”
Un gruppo di giovani che sostiene la rivolta contro la giunta, lancia un appello alla comunità internazionale. Le testimonianze – anonime per la loro sicurezza – parlano di vasti massacri, ma anche di una resistenza che continua in modo sporadico, mentre i soldati costringono villaggi interi a marciare a favore del governo. “Fate pressioni sulla Cina, boicottate le Olimpiadi: solo lei ha le chiavi per risolvere la questione birmana”
Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace, ha chiesto ai turisti di non visitare il Myanmar. Il governo del paese impiega lavoratori forzati nei siti e nei servizi di interesse turistico; il turismo internazionale può essere interpretato come un segno di approvazione nei confronti di tale politica
"In conclusione, - diceva Wittgenstein . il conoscere si fonda sopra il riconoscere". Ed è questa la scelta che chiediamo di fare a chi ha in mano la sorte del mondo: riconoscere il loro valore come esseri umani.
Abbiamo accettato di fare una guerra per "esportare la democrazia" e ora non appoggiamo la lotta pacifica di un popolo che non ci chiede di mettere in campo eserciti e armamenti, ma solo il nostro più totale appoggio umano, lottare con loro in modo non violento così come voleva Gandhi?
“Una cosa è certa. Se la folle corsa agli armamenti continua, dovrà necessariamente concludersi in un massacro quale non si è mai visto nella storia. Se ci sarà un vincitore, la vittoria vera sarà una morte vivente per la nazione che riuscirà vittoriosa. Non c’è scampo allora alla rovina incombente se non attraverso la coraggiosa e incondizionata accettazione del metodo non violento con tutte le sue mirabili implicazioni. Se non vi fosse cupidigia, non vi sarebbe motivo di armamenti. Il principio della non violenza richiede la completa astensione da qualsiasi forma di sfruttamento. Non appena scomparirà lo spirito di sfruttamento, gli armamenti saranno sentiti come un effettivo insopportabile peso. Non si può giungere a un vero disarmo se le nazioni del mondo non cessano di sfruttarsi a vicenda”. (M.K.Gandhi, Antiche come le Montagne, ed. di Comunità, Milano, 1981).
Usate la vostra libertà... C'è un modo migliore di usarla, che adoperarci perchè tutti ne possano godere? Io credo di no.
Da giorni decine e decine di migliaia di monaci sfilano per le vie di Rangoon cantando litanie buddiste e chiedendo democrazia e invitando studenti e civili di unirsi a loro nella lotta contro un regime definito, nei giorni precedenti, «retrogrado» e responsabile della povertà e degli stenti dei birmani.
E le testimonianze corrono su Internet.
"Pregavano". Vicino alla pagoda Shwedagon, i monaci camminavano in fila. Sono stati allontanati a colpi di bastone, loro rispondevano pregando... La gente era con loro, anche una donna è stata picchiata duramente... Ho visto almeno trenta monaci picchiati gravemente e portati in ospedale
Duecento portati via. Un altro testimone anonimo riferisce di almeno duecento monaci portati via
su camion vicino alla pagoda Shwedagon. E Cherry conferma: "La polizia ha picchiato i monaci e le monache questa mattina... Forze armate e polizia in borghese si vedono in tutti i luoghi principali di Rangoon... Abbiamo sentito che oltre 50 monaci e molti studenti sono stati arrestati".
"Il massacro è cominciato, i militari sparano ad altezza uomo sui manifestanti. Non sappiamo quanti siano rimasti a terra ma chi ha potuto vedere dall'alto dei palazzi parla di decine decine di persone. I militari dai megafoni avvertono che sarà aperto il fuoco senza altri avvisi contro qualsiasi sbarramento". Questa è la drammatica testimonianza, rilasciata all'agenzia Agi, la testimonianza più diretta da un paese molto al di là del coprifuoco
Per forza e dimensioni, le proteste sono ancora lontane da quelle del 1988, a cui la giunta militare reagì uccidendo più di tremila cittadini e rifiutando di riconoscere la schiacciante vittoria elettorale della Lega Nazionale per la democrazia.
Così scriveva Terzani nel libro “In Asia, Longanesi e C” riferendosi a quel periodo:
“In qualche modo la tragedia birmana non è entrata nella coscienza del mondo. Difficile spiegare perché. Un migliaio di morti nel centro di Pechino scosse l'opinione pubblica internazionale e grava ancora sull'immagine della Cina. Due, tre, forse 4000 morti ammazzati in Birmania su una popolazione di appena 42 milioni non hanno pesato altrettanto. Per confondere la memoria del mondo i generali di Rangoon hanno ribattezzato il loro Paese e, chiamandolo Myanmar, hanno come spazzato via dal ricordo la Birmania e il suo massacro.
Quanti furono i morti non si sa, ma in due settimane girando per il Paese, in treno, in nave, in autobus si ha la sensazione di un bagno di sangue che la gente qui non potrà facilmente dimenticare. Una ragazza mi racconta di 300 morti nella città di Pymmana e di una cava di pietra in cui alcune centinaia di studenti sono condannati ai lavori forzati; un mercante di legname mi parla di una fossa comune poco fuori della città di Taunggyi dove i soldati avrebbero buttato, assieme ai morti, decine di persone ancora agonizzanti.
Una vera minaccia al regime non esiste più. I ventimila studenti che erano andati nella giungla alla frontiera thailandese sperando di organizzare una guerriglia contro la dittatura sono in parte tornati a farsi perdonare, arrestare o uccidere. Il resto della popolazione ha piegato la testa. Il terrore ha funzionato. Nessuno suona più un colpo di clacson in segno di solidarietà, passando davanti alla casa di Aung San Suu Kyi. Nessuno mette un fiore sui luoghi del massacro. Nessuno scrive sui muri della capitale un semplice slogan contro i militari. "Non abbiamo armi, non abbiamo capi, non abbiamo più coraggio", dice un uomo che è stato militante nella Lega nazionale per la democrazia, "se qualcuno per strada urlasse 'abbasso la dittatura' la gente oggi scapperebbe via impaurita.
Il mondo, invece, li ha dimenticati, come dimentica tante tragedie piuntando i riflettori solo su quelle che sono di suo interesse.
E anche oggi non si vede molto all'orizzonte nella comunità internazionale. A porre il veto sono i due maggiori alleati del regime, Cina e Russia, che già lo scorso dicembre bloccarono col loro potere di veto una Risoluzione di condanna della Giunta per obbligarli a "dialogare con minoranze e opposizioni" ed evitare un blocco totale dell'import e dell'export. La Cina è il maggiore partner commerciale dei birmani, con gli scambi che nel 2006 hanno toccato un miliardo 460 milioni di dollari. I russi sono invece i maggiori sponsor militari della Giunta, specie per gli armamenti pesanti.
La Birmania è ricca in petrolio (per raffinare il quale non ha comunque impianti adatti, tanto da dover importare la benzina) e in gas naturale, che viene quasi unicamente esportato verso Pechino e Nuova Dehli, un altro alleato diplomatico e commerciale di prima importanza.
L’India a sua volta ha rinnegato la sua fama di più grande democrazia del mondo adulando i generali per ottenere la fornitura di gas birmano e vendere armi al regime. Questi segnali hanno incoraggiato i generali a intensificare la repressione dei democratici . Ecco sul La stampa chi fa affari con loro.
Il carattere pacifico e non violento, la continua protesta che chiede democrazia mette oggi alla prova i governi del mondo, molti dei quali si dicono a favore delle democrazie e contro ogni dittatura, ma nei fatti fanno sempre prevalere gli interessi economici. Chiediamo all'Europa che non stia a guardare, non sia solo spettatore. Magari costernati, ma spettatori.
Una maglietta o un nastro rosso in sostegno della Birmania. E' la parola d'ordine che corre sui blog e sui cellulari, una catena di sms per un gesto di solidarietà a favore dei monaci buddisti e del popolo birmano.