Se fossero coerenti, se credessero nelle parole che pronunciano, i politici dovrebbero proclamare almeno una giornata di lutto nazionale per tutti i morti sul lavoro. Siamo stufi di discorsi rituali o di propaganda elettorale, siamo stanchi di vedere varare leggi costantemente disattese. Siamo stanchi di sentire rombare tamburi quando si parla di sicurezza e poi sapere che i morti sul lavoro sono davvero tanti, troppi nell'indifferenza generale. Non ci sono marce di leghisti quando si toccano gli imprenditori, nè scioperi generali...
Ci vogliono queste notizie a scuotere l’opinione pubblica, ma l’opinione pubblica poi dimentica in fretta come se davvero la vita fosse "blob": una notizia porta via l'altra e tutto continua come prima.
Medicina Democratica dice che cinque morti sul lavoro in un giorno sono davvero tanti. Eppure sono dentro la statistica! Le statistiche, infatti, parlano di una media di quattro morti al giorni per infortunio sul lavoro ed è comunque una statistica sottostimata. Non sono compresi quei lavoratori, gli immigrati, che non sono registrati come tali, mancano quegli altri lavoratori che sono rimasti vittime di incidenti stradali perché stanchi e affaticati dalla guida o dal lavoro precedente, mancano le vittime di esposizione ad agenti cancerogeni e tossici che quasi mai o a grande fatica riescono a dimostrare che la causa della loro morte è il lavoro.
Tutto succede quasi fosse un fatto normale, un pegno da pagare alla nostra società e al nostro benessere. Quasi fossimo in guerra e in guerra che qualcuno muoia è inevitabile.
Ma ciò che spaventa di più è che anche se si sono fatte e si stanno facendo delle leggi a migliore tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro, si sono fatte altre leggi che hanno aperto la strada alla deregolamentazione del lavoro, e c’è chi vorrebbe liberalizzarlo completamente. Se questi dovessero passare conteremmo altri morti, altri feriti, altri disperati.
Chi ha voluto ricordare questa tragedia è un film di Segre presentato il 12 febbraio
"Alberto Manzi una volta insegnava agli italiani a leggere e a scrivere, - ha affermato a margine della presentazione Segre - oggi qualcuno dovrebbe insegnare agli italiani a garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro. Io ho preso ad esempio il settore dell'edilizia perchè e' tra quelli più colpiti dagli incidenti. E' un'urgenza drammatica quella che vive il nostro paese, ed era necessario che il cinema intervenisse".
‘Morire di lavoro’ è un susseguirsi di volti di muratori e delle loro mogli e madri, che li hanno visti uscire di casa la mattina presto, per non ritornare mai più. E si dicono parole, che toccano dentro, e fanno male: “Manca il coraggio di parlare in cantiere, di dire basta, questo non lo faccio più”, “Quando arriva un ispettore del lavoro, scappiamo”; mentre un muratore di colore, mai regolarizzato, “parla” da morto: “In Africa diciamo che anche a un elefante basta un giorno per morire, qui in Italia
ho capito che l’elefante ero io, e che per morire in cantiere mi bastavano solo due ore”.
“Per me questa umanità sconfitta e dolente rappresenta - continua il regista - la vera Italia, quella che lavora e fa figli fra mille difficoltà. Tra l'altro nella maggior parte si tratta di famiglie numerose che dovrebbero essere premiate per la capacità di vivere e resistere con pochi soldi; per non parlare dei sopravvissuti agli incidenti, molti dei quali non sono più in grado di lavorare o di svolgere al meglio le proprie funzioni professionali; e per non parlare delle vedove e degli orfani.
Vorrei che questo viaggio potesse arrivare in tutte le case degli italiani, magari in prima serata su Raiuno, senza pubblicità, in una trasmissione dedicata alla sicurezza nel mondo del lavoro. E poi nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle sale cinematografiche”
Lo vorremmo anche noi…
E’ caduto dal tetto di un capannone. Lo annuncia un trafiletto di cronaca su La Stampa. Stava installando una telecamere di un sistema di videosicurezza. Ha perso la vita. Subito è scattata l'operazione dei carabinieri nei cantieri edili della provincia di Torino e il 75% è risultato irregolare. Ma non è tutto perchè il 50% dei lavoratori controllati era in nero. Tra il centinaio di lavoratori controllati, il 68% era di origine straniera.
Nell'era delle tecnologie più avanzate si muore nel modo più antico, perchè la tecnologia per proteggere gli uomini comuni costa troppo. Morto uno se ne può sostituire un altro. I disoccupati non mancano... C'è solo l'imbarazzo della scelta.
Devono morire perché, in campagna elettorale, qualcuno si accorga che i lavoratori esistono e che debbano essere rappresentati. Altri però non ci pensano proprio...
Non dobbiamo più tacere, dobbiamo diventare la voce di chi muore nel silenzio, di chi muore e diventa un numero, entra in una statistica e scompare come abissandosi in una tabella. Lui, Lei, madre o padre, figlio o figlia, solo, perché viene da lontano, bianco, nero, non esistono come persone, sono ex-lavoratori deceduti sul lavoro, il tributo che, al di là delle parole di rito, si sacrifica alla causa: lo sviluppo o come dicono altri un liberismo selvaggio, la globalizzazione. Un tributo come se fossimo in guerra: il numero dei morti supera quello della guerra in Iraq.
La loro vita conta meno di quella di un qualsiasi pettegolezzo che occupa giorni interi le pagine dei nostri giornali, o di assassini di cui in Tv si sfogliamo i diari e scrutiamo gli sguardi. Appaiono a volte in un piccolo trafiletto, a volte neanche lì…
Se veramente queste persone contassero, meriterebbero la prima pagina, meriterebbero un’indignazione vera e leggi che esigano controlli continui ed assidui e non una tantum. Sarebbe forse il caso di dire i nomi di questi lavoratori, fare un lunghissimo infinito elenco, e raccontare le loro storie una per una, proprio perché non rimangano solo numeri come sta cercando di fare il sito caduti sul lavoro.
Eppure dal 2003 al 2006, nel nostro Paese i morti sul lavoro sono stati ben 5.252. Un incidente ogni 15 lavoratori, un morto ogni 8.100 addetti: queste le cifre del fenomeno secondo l'Eurispes.
Siamo una società malata che non sa più guardare agli altri e non sa più garantire nulla né il lavoro né tanto meno la sicurezza: molti sono o diventano “scarti umani”, per loro la vita diventa un azzardo, il rischio non più qualcosa di contrattabile ma da accettare perché l’alternativa è “non lavorare”. Ma il rischio lo corriamo tutti perché il sistema con la globalizzazione è cambiato.
Bauman dice "siamo tutti nel e sul mercato, al tempo stesso, o in modo intercambiabile, clienti e merci" e il sociologo fa un paragone tra il Grande Fratello orwelliano e quello odierno dei reality show, i cui protagonisti agiscono in modo da escludere e individuare le persone che non servono, che non sono più “risorse” o peggio “eccedenze” e le parole sono “pietre”…
Il rifiuto, l'eccedenza è la presenza - assenza dei nostri tempi. Ne produciamo una quantità sterminata, ma preferiamo non pensarci e rimuovere il pensiero. «I rifiuti sono il segreto oscuro e vergognoso di ogni produzione» ma, scrive Bauman «sarebbe preferibile che restasse un segreto». Il rifiuto è dunque connaturato al nostro modo di vivere e di pensare. Viviamo, consumiamo e produciamo rifiuti da oltre un secolo. Siamo stati addestrati per questo scopo e ora, afferma lo studioso polacco, l’idea del rifiuto si è ormai spostata dagli oggetti all’uomo, un particolare tipo di uomo che è divenuto un rifiuto, un vinto dell’era tecnologica.
E’ questa piaga del nostro secolo che vorremmo vedere affrontare nei dibattiti che ci aspettano, ma sappiamo che questo avverrà solo se ci sarà una continua e tenace denuncia, se ci sarà chi ricorderà per chiedere non solo “risarcimenti seri” , ma anche politiche e controlli seri, se anche noi non ci faremo l'abitudine
E quello che fa questo blog e che ha preso una iniziativa raccogliere video di denuncia sulle condizioni di lavoro come questo: