Pensare in un'altra luce

"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate? In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga
domenica, 11 maggio 2008

L'eleganza del riccio

copertina_656Il riccio è un animale molto simpatico e il suo musetto ci ispira grande simpatia, ma ha gli aculei che ci tengono a distanza: tu lo osservi, lui ti osservi, ma da lontano.

Al numero 7 di rue de Grenelle c' è un palazzo abitato da notabili parigini, ma anche da due ricci: la portinaia Rene e Paloma.
Renée è la portinaia, ha 54 anni, è bassa e grassoccia e gli inquilini passano davanti alla sua guardiola da 27 anni, senza accorgersi quasi di lei. “Vivo sola con il mio gatto, un milione pigro che, come unica particolarità degna di nota, quando si indispettisce ha le zampe puzzolenti. Né io né lui facciamo molti sforzi per integrarci nella cerchia dei nostri simili. Siccome, pur essendo educata, raramente sono gentile, non mi amano; tuttavia mi tollerano perché corrispondo fedelmente al paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire”

Con queste prime battute si entra già nel cuore del libro che ci fa immediatamente pensare come ciò che la protagonista dice sia vero. Viviamo con degli stereotipi in testa e questi stereotipi fanno sì che non andiamo al di là di quello che appare o che vogliamo ci appaia. Una portinaia è una portinaia e per fare il suo mestiere non deve essere colta, perché noi inquilini della casa, che portinai non siamo, non possiamo sentirci inferiori a chi nella scala sociale è sotto di noi! Ognuno al suo posto dunque. E Renée, conscia di ciò, si guarda bene dall’uscire dai comuni canoni del “buon senso” (si fa per dire) comune. Insomma si tratta del “gioco eterno delle gerarchie sociali”

Renée, nella realtà, non è una portinaia come tutte le altre: è un'autodidatta con una cultura straordinaria, un'invidiabile apertura mentale e gusti musicali, filosofici e letterari di grande raffinatezza. Studia Husserl, ascolta Purcell, è un'appassionata intenditrice della cultura giapponese e dei film di Ozu, regista giapponese per pochi. Il suo gatto si chiama Lev, in omaggio a Tolstoj. Ma questa Renée, la vera Renée che noi lettori conosciamo, è clandestina.

Palma è, il secondo riccio del palazzo,  è figlia di un papà deputato (con un passato da ministro) e di una mamma che sfoggia un dottorato in lettere. La ragazzina ha anche una sorella, Colombe, più grande di lei, studentessa di filosofia. E’ un genietto in incognito:

“(…) Si dà il caso che io sia molto intelligente. Di un'intelligenza addirittura eccezionale. Già rispetto ai ragazzi della mia età c'è un abisso. Siccome però non mi va di farmi notare, e siccome nelle famiglie dove l'intelligenza è un valore supremo una bambina superdotata non avrebbe mai pace, a scuola cerco di ridurre le mie prestazioni, ma anche facendo così sono sempre la prima della mia classe".

Una ragazzina che ha capito troppo presto il senso dell'esistenza e l’ipocrisia degli adulti chela circondano: La mia famiglia frequenta tutte persone che hanno seguito lo stesso percorso: una gioventù passata a cercare di mettere a frutto la propria intelligenza, a spremere come un limone i propri studi e ad assicurarsi una posizione al vertice, e poi tutta una vita a chiedersi sbalorditi perché tali speranze siano sfociate in un’esistenza così vana. La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia”. Il suo disprezzo per questo mondo è tale da volere farla finita il giorno del suo tredicesimo compleanno.
C'è poi la domestica portoghese di casa de Broglie che, invece di rientrare nello stereotipo della gretta donna delle pulizie, è una vera aristocratica che "sebbene circondata dalla volgarità, non ne viene sfiorata". Non può che essere la migliore amica di quella portinaia che fa finta di guardare programmi trash in tv e invece ascolta Mahler.
Accanto a queste donne (soprattutto alla portinaia Renée e alla giovane Paloma) ruota il mondo aristocratico, snob, irritante del palazzo: i Pallières al sesto piano, i Josse al quinto (la famiglia di Paloma), gli Arthens al quarto, i Siant-Nice e i Badoise al terzo, i Meurisse e i Rosen al secondo e i de Broglie al primo.

A capire e entrare nell’intimo di questi due ricci entra in scena Monsieur Kakuro Ozu (come il regista!), un non più giovane signore giapponese di raffinata natura, che porta in sé il meglio del mondo orientale: Egli ha il dono di guardare dentro le persone e a Rene che, diventata sua amica, le dice: "Non mi hanno riconosciuta" risponde. "È perché non l'hanno mai vista (…). Io la riconoscerei sempre e comunque". È questo il cuore del romanzo, che il titolo nasconde: "Madame Michel ha l'eleganza del riccio – scrive Paloma, – fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti".

Renée con il uso modo di essere mette in crisi quella  scala di valori che misura se stessa e gli inquilini. Ella sa trasformare cultura e umanità nel suo riscatto sociale. In questa luce, i comportamenti degli altolocati condomini appaiono grotteschi e ipocriti.

“Il personaggio di Renéedice l’autrice - è nato da una sola intenzione: difendere l’idea che la cultura non è proprietà  esclusiva di alcuni, bensì di tutti. Ho fatto molte ricerche sull’argomento e mi sono stupita nel dover prender atto che molti dei miei colleghi sembravano credere che cultura e conoscenza fossero appannaggio della loro casta”.

Mi sembra di poter aggiungere che cultura è quella che sa coniugare intelligenza e vita, che sa arricchire la quotidianità e il nostro rapporto con gli altri.
Il libro non sempre riesce a convincere e a volte presenta delle cadute specialmente nella parte finale, a volte mi è apparso un po' artificioso, ma è comunque un libro che per me vale la pena di leggere.

Da questa storia trarranno un film e Mona Achache ne sta scrivendo la sceneggiatrice e sarà prodotto da Anne-Dominique Toussaint.

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domenica, 04 maggio 2008

Stranieri agli altri o anche a noi stessi?

Ripropongo un vecchio post che mi sembra quanto mai attuale.

Aggancio Due mondi si incontrano, due modi diversi di vedere la vita e la realtà, due vite alla ricerca, una donna scontenta, Julie, che ha abbandonato una famiglia della buona società in cui si sente a disagio e a cui sente di non appartenere più, un uomo, arabo, immigrato clandestino con una laurea in economia che si fa chiamare Abdu e il cui vero nome è Jbrahim ibn Musa.

Nadine Gordimer indaga la condizione di chi costretto ad immigrare: Nella mia esperienza, e penso anche in quella di molti altri scrittori, quello che viene preso per ispirazione è un lento processo di osservazione, immaginazione, riempimento delle lacune di ciò che si osserva nella vita con la propria immaginazione”. E’ così che egli fa vivere Abdu ed Julie nel suo romanzo “ L’aggancio” ed. Feltrinelli.
Abdu è nato in un paese musulmano, dove domina il deserto, poverissimo. Lavora in nero, sotto falso nome, in un'officina meccanica. Non è la prima volta che cerca di varcare le frontiere di uno stato; è già stato respinto da più di un paese europeo.

L’intento dichiarato della Gordimer, in questo romanzo, è quello di sottrarre il suo protagonista dall'invisibilità: raccontare la sua storia, infatti, vuol dire dargli un volto, un nome, un’identità. "Dobbiamo chiederci chi è un clandestino, - dice la scrittrice in un’ intervista - uno che non ha il permesso di soggiornare in un paese. E' una persona senza futuro, perché non ha un'identità da rivendicare. Diventa una presenza illegale, illegittima. E' qui, ma al tempo stesso non è qui. Vive su una soglia. E' una "non persona". Dare corpo, voce, nome, pur nella finzione letteraria, significa non accettare l'esistenza di "non persone", e questo, certo, è un atto politico. O, almeno, io mi auguro che lo sia”.

Abdu conosce lo sguardo del preconcetto che grava su di lui: “sono uno spacciatore, dice, sono uno che fa la tratta delle bianche, che viene a rapire le ragazze; sarò un peso per lo stato, ruberò il lavoro a qualcuno, accetterò una paga inferiore di uno del posto." “Se incontrassimo Abdu seduto su un aereo, accanto a noi, probabilmente lo guarderemmo con sospetto” questo il commento di Gordimer sul personaggio che ha inventato. "E' un arabo, un musulmano, forse un terrorista. Non avremmo il tempo, alcuni forse neanche il desiderio, di sapere chi è davvero."

Dice Kristeva Julia in “Stranieri a se stessi”: “Radicato in sé, lo straniero non ha sé. Giusto una sicurezza vuota, senza valore. Io faccio ciò che si vuole da me, ma quello non è "me" - "me" è altrove, "me" non appartiene a nessuno, "me" non appartiene a "me",... "me" esiste?”

Julie è immediatamente attratta da questo uomo, lui da lei e diventano presto amanti.

Julie appartiene a un mondo, Abdu ad un altro. Si parlano, si toccano, diventano centrali l'uno nella vita dell'altra, eppure restano reciprocamente intangibili, in qualche modo ignoti.
Si scopriranno quando lei deciderà di tornare con lui al suo paese. Lui la vede davvero solo allora quando restituendo un’identità a se stesso può vedere quella di Julie, diventata nel frattempo sua moglie. Anche Julie, si può dire, scoprirà Abdu per la prima volta, quando, arrivato nel suo luogo natale, acquista sicurezza nei gesti, una completa padronanza di se stesso; quando non si percepisce più come l'ospite non desiderato. Ora è lei a essere completamente spiazzata dalla nuova realtà, a essere guardata con diffidenza, giudicata. È lei adesso quella che deve capire modi di vita, usanze e tradizioni talora inconcepibili per una donna occidentale.

Abdu non riesce a fidarsi pienamente della donna che pur ama: teme che un giorno lo lascerà, per tornare ai suoi privilegi. “Julie fa parte dei padroni del mondo, di quelli che possono comprare un biglietto, mostrare un passaporto e farsi riaccogliere in qualsiasi momento nel proprio mondo."

Julie, paradossalmente, pur sentendosi estranea, ritroverà giorno dopo giorno qualcosa di sé che non conosceva proprio perché entrerà in contatto con ciò che in tutta la sua esistenza le era mancato: il mondo delle donne. Si ritroverà a condurre gran parte dell'esistenza quotidiana con loro, dividerà con loro gli spazi domestici e le cure familiari. Nella famiglia di lui tutto gira intorno alla madre, proprio la figura che a lei è più mancata: sarà lei a sancire l'avvenuta integrazione di Julie, quando le consentirà di starle accanto in cucina e le insegnerà come preparare le sue sapienti ricette. Esplorerà, insomma, qualcosa di sé che era rimasto sepolto.

Ma anche adesso che Julie sembra integrarsi in quel mondo così lontano dal suo Jbrahim teme che un giorno lo lascerà, per tornare ai suoi privilegi. “Julie fa parte dei padroni del mondo, di quelli che possono comprare un biglietto, mostrare un passaporto e farsi riaccogliere in qualsiasi momento nel proprio mondo." Prima o poi accadrà, e dunque meglio non far conto su quell'amore. Meglio rilanciare i dadi e cercare ancora una volta una possibilità di riscatto, di fuga da un luogo che ormai non gli può più bastare. La storia non avrà un fimale definito ma "Quel che conta - conclude Nadine Gordimer - è che le traiettorie delle loro esistenze si sono, imprevedibilmente, incontrate, ed entrambi hanno deciso di mettersi in gioco nel mondo, accettando lo spiazzamento dato dallo sguardo dell'altro."

In questo libro due stranieri si incontrano, si amano e nello stesso tempo non riusciranno mai del tutto ad unirsi. E noi scopriremo quello che dice la Kristeva Stranamente, lo straniero ci abita: è la faccia nascosta della nostra identità, lo spazio che rovina la nostra dimora, il tempo in cui sprofondano l'intesa e la simpatia. Riconoscendolo in noi ci risparmiamo di detestarlo in lui. Sintomo che rende appunto il "noi" problematico, forse impossibile, lo straniero comincia quando sorge la coscienza della mia differenza e finisce quando ci riconosciamo tutti stranieri, ribelli ai legami e alle comunità”.

Tutti e due i personaggi del libro partono, vanno in un “altro” luogo, ma prendono congedo anche da se stessi, da quello che erano prima, non saranno più gli stessi, abiteranno lo straniero che è in loro. In un altro libro Nessuno al mio fianco la Gordimer si chiede:

"...chi parte è sempre lo stesso che ritorna? Alcuni mutamenti della comprensione reciproca possono avvenire soltanto quando si è soli, lontani da ciò che è contenuto nella forma delineata da un altro. E questi mutamenti non possono essere condivisi, si è sempre soli con essi. Le immagini sono cartoline inviate da paesi che esistono soltanto nella personalità del soggetto, e l'altro non li visiterà mai".
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lunedì, 28 aprile 2008

Saper fare compromessi

Non_dire_notteRipropongo un post del mio vecchio blog, perchè mi sembra argomento importante su cui centrare la nostra attenzione.

Nel bellissimo romanzo di Amos Oz “Non dire mai notte”, l’azione si svolge nel microcosmo di una piccola città del deserto in cui tutti si conoscono e sanno tutto di tutti. E’ una commedia umana i cui protagonisti sono un uomo e una donna di mezza età, lei piena di vitalità con una gran voglia di uscire dalla monotonia della quotidianità, lui più vecchio alla ricerca del silenzio, della pace, della solitudine: “Guarda il giorno che muore e aspetta: chissà che cosa promette l’ultima luce.(…) Ormai ha fatto quel che poteva fare, d’ora in poi aspetterà”..
Il libro è raccontato a due voci: in un capitolo è la voce di Noa che parla e nell’altro quella di Theo. Non è scritto come un dialogo né come un monologo interiore, ma come lo definisce Amos Oz stesso, come “un dialogo interiore”. Tutti noi usiamo il dialogo interiore, parliamo con l’altro come fosse presente, spieghiamo le nostre ragioni, siamo convincenti, perché nessuno ci interrompe e possiamo dire quello che vogliamo. Parliamo di noi stessi e ci giustifichiamo per ciò che abbiamo o non abbiamo fatto e tutto sembra filare, essere convincente, poi quando avviene l’incontro tutto cambia e spesso quel dialogo che avevamo immaginato diventa conflitto.

Il dialogo, quello vero, forse funzionerebbe, se invece di interromperci continuamente, imparassimo ad ascoltarci, a fare silenzio dentro di noi per sentire le ragioni dell’altro. Sì, sarebbe possibile, è possibile. Ma bisogna conoscere un’altra arte, quella di saper fare compromessi. Amos Oz dice che è necessario “scendere a dei compromessi per restare vivi. I giovani pensano che un compromesso sia opportunistico e disonesto. Ma nel mio vocabolario il compromesso è sinonimo di vita, dove c’è vita c’è compromesso. L’opposto del compromesso non è integrità e onestà, ma è fanatismo e morte. Il compromesso per me è una filosofia, un modo di vita”. “Compromesso” è “cercare di incontrare l’altro a metà strada”.

Anche nel dialogo interiore di fatto Noa capisce Theo e viceversa, anche se non sanno o non riescono a dirselo. “Se solo avessi saputo fargli capire – pensa Noa - quanto è opprimente per me il suo eccessivo riguardo”, e lui intuisce che “L’unica via per aiutarla, è non cercare di aiutarla. Solo diventare piccoli”.   

A volte è fondamentale nel rapporto di coppia imparare a fare un passo indietro, a capire cosa l’altro vuole davvero da noi, rispettare la sua diversità, il suo spazio e anche i suoi sbagli. Theo sembra capirlo: "Così corre  avanti e indietro da una parete all'altra sbattendo le ali, inciampa nella lampada, contro il soffitto, sbatte contro i mobili, si fa male. Invece di condurla fuori verso la libertà se non stai attento finirai per farla volare verso locali ancora più interni. Ogni tuo movimento non fa che aumentare la sua paura"
Amare vuol dire, quindi, rinunciare a far prevalere i nostri punti di vista, le nostre rivendicazioni, ad imporle. E' importante saper stare vicino senza essere invadenti, imparare a darsi quella forza perché ognuno poi possa affrontare con i propri mezzii e le proprie modalità le difficoltà della vita.

“Per intanto stasera - dice Noa - gli faccio spegnere la radio Londra perché vado a farmi una doccia e poi torno da lui nel buio”. E questo dice Amos Oz  “non è un buio che intimorisce, è il buio in cui si fa l’amore”.

Come sempre Amos Oz sa entrare nei meccanismi psicologici più profondi che si intersecano e intrecciano nell’animo umano,  sa raccontarci la vita reale nelle sue sfumature e contraddizioni. Ci parla di un microcosmo, di una piccola situazione, ma nello stesso tempo ci indica un percorso anche nella vita pubblica.
La capacità di saper fare compromessi, dice infatti  Amos Oz, dovrebbe regolare i rapporti più intimi, ma anche quelli politici, per esempio nel conflitto che lo riguarda tra ebrei e palestinesi come sottolinea in una sua intervista: "Nel vocabolario pacifista le parole pace-amore-compassione sono sinonimi. No, la pace è pace e non necessariamente amore. Non sono d’accordo con lo slogan “Fate l’amore, non fate la guerra”. Se mi trovo davanti a un palestinese, io direi, “fate la pace e non l’amore”. Non c’è bisogno di amare per essere in pace, non è necessario che dei nemici si amino, che dimentichino e che perdonino. E necessario smettere di uccidere e di morire per vivere, anche se a denti stretti. Quando parlo di compromesso, non parlo di nemici che si abbracciano. Tra israeliani e palestinesi, ma anche tra uomini e donne, io mi aspetto una coesistenza a denti stretti”.

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domenica, 06 aprile 2008

Chesil Beach di Ian McEwan

wuzbb.asp“Erano giovani, freschi di studi e tutti e due ancora vergini, nonché figli di un tempo in cui affrontare a voce problemi sessuali risultava semplicemente impossibile”. Così comincia “Chesil Beach decimo romanzo dell’autore inglese Ian Mcewan. ambientato in Inghilterra, nel luglio del 1962, sulla costa del Dorset davanti alla sconfinata distesa di ciottoli di Chesil beach. Florence, promettente violinista di agiata famiglia ed Edward, modesto storico di modesta famiglia sono in luna di miele.

Erano ancora tempi, destinati a concludersi alla fine di quel famoso decennio, in cui essere giovani costituiva un ingombro sociale, un marchio di irrilevanza, una condizione di leggero imbarazzo per la quale il matrimonio rappresentava l’inizio di una terapia. Grossomodo estranei, eccoli là, stranamente insieme su una nuova vetta dell’esistenza, lieti al pensiero che il loro status recente permettesse di sospingerli sul radioso cammino di una interminabile giovinezza: Edward e Florence, finalmente liberi!

Finalmente liberi… Prima del ’68 si usciva dalla casa dei genitori solo dopo essersi sposati e la verginità era un obbligo morale sancito da santa Madre Chiesa a cui era difficile sottrarsi.  Chi si avvicinava al matrimonio senza esserlo aveva poca probabilità di trovare marito. Tempi lontani, ma non molto. Realtà a cui vorrebbero forse farci tornare indietro.

 I due giovani, protagonisti del libro, si amano tantissimo e se lo dicono ripetutamente nel preludio alla prima notte di nozze. I due giovani cenano finalmente soli. ma sotto gli occhi dei camerieri, il pensiero fisso su quello che accadrà di lì a poco: Sanno che quella notte “si sarebbero coricati sul letto a baldacchino per mostrarsi senza veli di sorta”. E sono chiari i timori di lei che sa ben poco di quello che l’aspetta, come qualunque ragazza della sua classe sociale e della sua generazione.

Arriva il momento, quando si spostano in camera da letto. La freddezza e la ritrosia di lei, aumentano la goffaggine di lui: McEwan racconta le loro difficoltà mantenendo un equilibrio perfetto tra il lieve umorismo dell’osservatore che descrive la scena e la compassione per l’ignoranza e l’inesperienza di chi ancora giovane in un periodo in cui la parola sesso o non veniva pronunciata affatto o, se capitava,  lo si faceva con molto imbarazzo .

Non conoscono i loro corpi, le loro reazioni. Lei non vuole deludere le aspettative del marito, ma nello stesso tempo non ha il coraggio di esprimere le sue angosce, la sua riluttanza;  a Edward mancano le parole per comunicare l'ansia di non riuscire a contenere il suo desiderio e la paura di non saper interpretare i segnali di un corpo sconosciuto e misterioso quanto un'altra galassia.

Occorrerebbe aver imparato a parlarsi, a tener conto della loro diversità fisiologica e culturale, delle loro paure e soprattutto avere la pazienza,  saper aspettare per imparare a conoscere il linguaggio del proprio corpo ma anche quello dell’altro per trovare l’armonia, la sintonia per vivere in modo bello e sereno l’atto sessuale. Occorrerebbe conoscere la delicatezza del momento, avere rispetto dell’altro per impedire alla frustrazione di tramutarsi in fallimento, il fallimento in rabbia, la rabbia in amarezza. Occorrerebbe che non ci fossero modelli precostituiti che suggeriscono come si deve essere per essere uomini o per essere donna, ma che lo si scoprisse pian paino come ci si conosce in un dialogo in cui uno ascolta l’altro senza prevaricarlo.

Ma questo atteggiamento non c’è e ne consegue il fallimento e la frustrazione. Lei confessa le sue difficoltà, la sua repulsione, lui contrattacca e l’accusa: “Tu mi hai ingannato. A ben guardare, sei una bugiarda. E sei anche qualcos’altro, se proprio lo vuoi sapere. Sai cosa sei. Irrimediabilmente frigida.” Sospetta di lei “Però hai creduto che ti servisse un marito, e io sono il primo coglione che ti è capitato”. “Ma soprattutto, lei aveva tradito la promessa pronunciata in pubblico, in una chiesa”.

Anche lei se ne convince. “Anche ai propri occhi ora Florence non valeva niente, come anche a quelli di lui” E tra loro si scava un abisso. A lei rimane che andarsene, correre via. "In un parossismo di rabbia e vergogna, saltò giù dal letto. Intanto, l’altra metà di lei, quella dell’osservatrice, sembrava dirle pacata, senza ricorrere alle parole, Ecco, questo è esattamente ciò che si prova a diventare pazzi. Florence non riusciva a guardarlo. Restare in una stanza con una persona che la conosceva in questa veste, era una tortura. Raccolse le scarpe da terra, attraversò di corsa il soggiorno, oltre le rovine della loro cena, si precipitò in corridoio, e giù per le scale; poi uscì, svoltò l’angolo dell’albergo e percorse il prato verdissimo."

Lui la guarda scappare e si chiederà se non avrebbe dovuto inseguirla mentre scappava. Forse s sarebbe fermata. Sapeva che leilo amava. «Invece era rimasto in un freddo e orgoglioso silenzio nel crepuscolo estivo, guardandola camminare in fretta lungo la riva, il suono del procedere difficoltoso perso sull’infrangersi delle piccole onde, fino a che lei non fu un punto sfuocato che si allontanava nell’immensa strada di ciottoli luccicanti nella pallida luce ».

Gli rimane una consapevolezza che « qualcosa di molto piccolo, come non dire la parola giusta o non fare il gesto opportuno, può far prendere alle nostre esistenze una strada diversa. È una cosa che accade innumerevoli volte, ma ce ne accorgiamo appena».

Ma la lingua per parlare di queste cose “non era stata ancora inventata”. Entrambi senza quella “lingua” sentono tutta la loro solitudine.

Ma quello che più manca nel loro rapporto è la capacità di attendere, di dilatare i tempi necessari per trovarsi sia nel dialogo verbale sia nell’incontro dei corpi.

E’ vero che dopo c’è stato il ’68, che oggi i giovani sono finalmente più liberi, ma mi chiedo se hannoIanMcEwanCEamonMcCabe anche imparato davvero come due corpi tanto diversi possano parlare l’uno all’altro e comunicarsi piacere ed amore. Non lo so…

Un racconto, quello di McEwan che è un capolavoro di scrittura:

"La natura del sesso è irresistibile", spiega l'autore in un incontro pubblico, "ha elementi di comicità ma anche di grande vulnerabilità che lo trasformano in un'esplosione di sensazioni e di emozioni. L'atto sessuale è qualcosa che conosciamo tutti, ci è familiare, eppure quando un autore lo descrive in un libro è come se d'improvviso lo rivelasse nuovamente per la prima volta". McEwan dice di non tirarsi mai indietro quando c'è da scrivere di sesso perché "il sesso, appunto, è sempre un argomento appassionante".

Ogni anno in Inghilterra viene assegnato il Bad Sex in Fiction Award. Si tratta di un premio letterario che viene dato ai romanzieri meno dotati nel mettere nero su bianco amplessi, corpi nudi e seduzioni.
È la 'London Review of Books' che nel 1993 lanciò questo premio per la peggiore narrativa sessuale: "Un premio che ha lo scopo di scoraggiare l'uso volgare, inelegante e ripetitivo di brani che contengono descrizioni sessuali nel romanzo moderno", spiega McEwan con un misto di umorismo, sarcasmo ma anche con serietà. Lui sa trattare questo tema con eleganza, sensibilità e delicatezza.

postato da giuba47 alle ore 10:20 | link | commenti (17)
categorie: libri, sesso, ian mcewan
lunedì, 03 marzo 2008

Attimi d'abissi

AttimiHo imparato, ho imparato molto leggendo il libro di poesie, "Attimi d'abisso", di StefaniaCalledda,  (Fronesis). Ho imparato quanto sia grande un’anima che dal dolore sa trarre tanta saggezza, che dalla debolezza fa scaturire parole di tanta forza, quella vera, non fittizia, quella di un’anima che sa lottare con un corpo che sempre più diventa fragile, che sa parlare del dolore senza retorica, ma guardandolo in faccia come “un soldato della vita”.

Non privatemi/ di questa mia  infinita solitudine/ davanti alla fragilità dell’esistenza. / E’ questa consapevolezza/ la mia più grande conquista.

Ed è questo un messaggio forte che ci lancia Stefania, quello di avere il coraggio di aprire le porte  alla fragilità che alberga nei nostri cuori a cui sempre cerchiamo di sottrarci, invece di lasciarla parlare.

Ho imparato/ a piangere del mondo/ senza retorica./   
Ho imparato/ leggere gli occhi/ della gente/ nella trasparenza/ della loro verità/
Ho imparato/ a sperare/ oltre la coltre oscura/ dell’ignoranza/ che ci opprime/
Ho imparato/ a credere nel futuro/ senza demagocia

Stefania ci racconta la fragilità e la forza che paradossalmente da essa può scaturire, pagina dopo pagina, verso dopo verso e ci avverte fin dalla prima poesia che la cosa che teme di più è “lo sguardo pietoso della gente”, ogni “gesto compassionevole”. E sappiamo quanto abbia ragione, quanto la compassione, nel brutto senso della parola, erge un muro, costruisce barriere tra “chi è” e chi “non è”, tra chi è considerato normale e chi no, e sa qual è il peso che deve portare  chi corre il rischio di essere soltanto “un numero in una statistica/ un nome su una cartella clinica”.

“Siamo così fragili/ che basta davvero poco/ per rinvigorirci/ e mi chiedo quando mai lo capirete”

Il richiamo è forte: un uomo è sempre un uomo nella sua individualità.

STRANIERA: E’ per questa incolmabile distanza/ che io mi sento soltanto un Uomo.

Il nostro male è quello di classificare, di inchiodare ad una definizione che distorce e mutila la complessità psichica di un individuo. Mai un uomo o una donna dovrebbero diventare la propria malattia, mai dovrebbero diventare un numero. Allora sì saremmo etichettati cristallizzati in una forma che tradisce sempre la ricchezza interiore. Quella ricchezza che Stefania possiede e che ci regala nelle sue bellissime poesie. E’ il suo è un libro che trasuda vita, che ci dà coraggio, che ci aiuta a vedere la vita da una giusta prospettiva. Per questo consiglio a tutti di leggerlo.

 

COSI’ FRAGILE

Adesso che
Mi scopro così fragile
Adesso che mi basta
Una parola, un gesto, una conferma
A latenti insicurezze,
adesso capisco
quale vitale, indomita forza

abita nella tenerezza

postato da giuba47 alle ore 18:45 | link | commenti (26)
categorie: libri
venerdì, 15 febbraio 2008

Sandor MĂ rai, Le braci

copj13.aspUn castello ai piedi dei Carpazi, lontano da tutto e dentro il castello  un vecchio generale che aspetta di conoscere la verità sulla sua vita, sul senso ultimo delle relazioni umane, sull’amore, l’amicizia, il tradimento.
L'aristocratico vive un'esistenza pietrificata  come un paralitico che coltiva con passione la propria infermità.
Un uomo ancorato al passato e che in esso vuole trovare risposte alle domande che hanno ossessionato la sua vita.

“Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l'intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza. Essi sono: Chi sei?... Cosa volevi veramente?... Cosa sapevi veramente?... A chi e a che cosa sei stato fedele o infedele?... Nei confronti di chi o di che cosa ti sei mostrato coraggioso o vile?... Sono queste le domande capitali. E ciascuno risponde come può, in modo sincero o mentendo; ma questo non ha molta importanza. Ciò che importa è che alla fine ciascuno risponde con tutta la propria vita”.

Il libro di Màrai è un libro sulla memoria. La memoria del fuoco di una passione che si è spenta trasformandosi in tiepide braci. Il calore di una passione che acceca la mente, il tepore di una rivincita attesa a lungo.

Il romanzo si sviluppa sul poderoso monologo del generale rivolto al vecchio amico Konrad (artista, amante della musica, di ritorno dall’Oriente e diretto a Londra). Un flusso quasi ininterrotto sull’amicizia, sulle passioni, sul lento e doloroso disvelamento di ciò che è la realtà e il destino di ogni essere vivente. Nonché l’amore, la linfa vitale, tanto che il generale confessa a Konrad: “Alla fine ha importanza solo quello che rimane nel nostro cuore”.

C’è un destino che governa le storie di tutti i personaggi del romanzo, non si tratta però di una forza cieca: “L’uomo e il suo destino si realizzano reciprocamente modellandosi l’uno sull’altro. Non è vero che il destino si introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendoci da parte per invitarlo a entrare. Non c’è infatti essere umano abbastanza forte e intelligente da saper allontanare, con le parole o con i fatti, il destino infausto che deriva, secondo una ferrea legge, dalla sua indole e dal suo carattere”. (p.139)

Ricorrendo come sempre ad una prosa dallo stile fluido ed elegante, l'autore sa coinvolgere il lettore emotivamente in un racconto spoglio di dialoghi, che si dipana nell'angusto spazio di sole due stanze e nei luoghi sempre persi e ritrovati della memoria. E la bravura è quella di  saper entrare nelle pieghe più profonde e ambigue dell’animo umano senza veli e nascondimenti.

Ci insegna e a guardarci dentro senza paura di scoprire verità scomode, ma, secondo me,non per rimanerne soggiogati, ma per affrontarle e andare oltre.

postato da giuba47 alle ore 11:13 | link | commenti (31)
categorie: citazioni, libri, mĂ rai sandor
venerdì, 01 febbraio 2008

Libro2In quanto un po' all'antica, ritengo che la lettura sia il più bei passatempo mai escogitato dall'umanità. L'Homo ludens danza, canta, si produce in gesti pieni di significato, assume pose, si acconcia, banchetta e celebra elaborate cerimonie. Non voglio sottovalutare l'importanza di simili passatempi senza, la vita umana scorrerebbe con una monotonia inimmaginabile e forse andrebbe allo sbando. Tuttavia si tratta di azioni di gruppo su cui aleggia, più o meno percettibile, quel certo odore da addestramento militare collettivo. Con un Libro in mano, l'Homo ludens è libero. Almeno nella misura in cui gli è concesso esserlo. È lui a stabilire le regole del gioco, obbedendo soltanto alla propria curiosità. Gli è dato di leggere sia libri intelligenti, dai quali apprendere qualche cosa, sia libri sciocchi, perché anche da quelli è possibile ricavare informazioni. È libero di non leggere un libro sino alla fine e di cominciarne un altro dall'ultima pagina, risalendo verso l'inizio. È libero di farsi una risatina

là dove non è previsto, o di soffermarsi inaspettatamente su parole che poi ricorderà per tutta la vita. È libero infine  e nessun altro passatempo lo consente  di prestare ascolto alle argomentazioni di Montaigne o di fare un tuffo nel Mesozoico.

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categorie: libri
domenica, 20 gennaio 2008

La ballata di Iza

La ballata di IzaMi ha commossa, mi ha fatto pensare, mi ha fatto entrare nella storia, nella vita di ogni personaggio, me li ha fatti capire e comprendere. Mi ha ricordato  mia madre,  mio padre, i miei rapporti con loro, ho pensato alla loro storia e alla mia. Mi ha fatto riflettere sul fatto che si può credere di amare chi ci è caro, ma si può ugualmente non comprenderli. Ho capito che può capitare che le vite che si intrecciano, un giorno possono non incontrarsi più, che si può fare del male convinti di fare del  bene ed essere in assoluta buona fede.  E ho sentito quanto il passato si incida nell’anima di ogni persona e si trasformi in qualcosa di diverso in ognuno, quanto possa essere devastante anche nella vita del singolo, una politica repressiva e totalizzante.

Quando degli individui condividono buona parte della propria vita, la morte di uno di questi può scompigliare le carte e tutto viene rimesso in gioco. Quello che funzionava prima può non funzionare più. E’ successo quando è morto mio padre, credo che succeda a molti quando qualcuno della famiglia o di particolarmente importante nella propria vita viene a mancare.

Il titolo del libro parla di Iza, ma Iza non è l’unica protagonista: ogni personaggio è unico, ognuno potrebbe essere il protagonista assoluto, ognuno ha la sua storia. Una storia che ha il suo legame con quella degli altri, ma che nello stesso tempo potrebbe essere un racconto a sé.  
Fa da sfondo alla storia la società ungherese, con il clima repressivo tipico prima del regime fascita poi, dopo il ’45, di quello comunista.

Iza è un medico, il suo lavoro la soddisfa, ha un amante devoto, uno scrittore e all’apparenza non sembra mancarle nulla; in realtà non è felice. Ha avuto un’infanzia difficile che l’ha costretta a crescere troppo in fretta, a diventare forte ed assennata. Da ragazza ha vissuto l’umiliazione della messa al bando di suo padre Vince, un magistrato esautorato dal regime fascista degli anni ‘30 che non si piega al regime e non rinuncia alla sua dignità. Per questo Iza, fin da piccola affianca il padre e si  costruisce addosso un’ armatura, pronta a difendere “come un soldato” se stessa e i suoi da ogni attacco della vita.

Ha imparato a far sì che gli eventi si succedano senza ferire, a non commuoversi per le canzoni tristi e le chitarre danubiane. C’è una ballata che Iza Szocs non sopporta e che piace invece a suo padre e al suo ex marito, perché la cantavano nel collegio dove entrambi avevano studiato in tempi diversi. Parla di una vergine che giace su un catafalco, “il viso e il petto pallidi / come neve sulle rocce”: 
A Iza non piace perché non vuole commuoversi neppure per i versi di una canzone - e forse non le piace perché, in qualche modo, vede se stessa nella figura della vergine fredda e senza vita. In realtà la donna  difende solo la sua fragilità. Ha paura di amare, di lasciarsi andare, di essere troppo amata. Diventa una donna fredda, quella freddezza che non lascia che l’intelligenza si incontri con il cuore.

Tanto Iza è estremamente controllata, riservata, incapace di esprimere i propri sentimenti, quanto sua madre Etelka è fragile, delicata, semplice, ancorata alle tradizioni e spaventata dalle novità.
Quando perde il compagno di una vita, la sua esistenza sembrerà dissolversi e perdere di consistenza. Con lei riusciremo a capire cosa vuol dire “sentirsi disorientati” e quanto sia importante nella vita di qualsiasi individuo non perdere i propri riferimenti, le proprie radici. Solo ancorati a salde radici, l’albero può crescere e levarsi verso l’alto, può reggere agli attacchi della vita.

Etelka
andrà ad abitare con la figlia a Pest. Non basteranno, però, le premure, l’affetto della figlia a farle trovare un nuovo equilibrio. Ciò che ella le dà, non può supplire a quello che le toglie: la sua dignità, la capacità di decidere per se stessa, di condurre una vita ad una velocità minore. “Iza è una figlia perfetta, colma di attenzioni, Iza ha predisposto tutto, Iza ha deciso tutto”: quello che  può tenere e deve buttare, quello che può fare e deve evitare, dove può stare e dove non deve immischiarsi. Etelka vive nel suo appartamento moderno, arredato con mille agi, con la lavatrice, il frigorifero e i termosifoni, ma l’alloggio è senza anima, lontanno anni luce dalla vita semplice che conduceva prima. L'incomprensione che si manifesta giorno dopo giorno allontana la figlia dalla madre e viceversa.

L'una le offre conforti materiali, le vuole semplificare la vita all’insegna dell’efficientismo, mentre l'altra cerca presenze vive, vuole sentirsi utile. L'una segue itinerari solitari, alla ricerca ansiosa di solitudine; l'altra vorrebbe un dialogo impossibile, vorrebbe ritrovare un ruolo perduto per sempre.
Iza la priva di qualcosa di cui mai nessuno dovrebbe essere privato, del proprio passato, della possibilità di decidere qualcosa sulla sua vita, di sentirsi ancora utile a qualcuno: ora lei è la figlia e Iza la madre.

Iza ricorda la mamma come: “una creatura simpaticamente sventata, un po’ timida, allegra, coraggiosa, discreta (…)” dotata “di un indefinibile talento di rendere un vero focolare domestico” ora deve ammettere “con un’infinita tristezza, che la presenza della vecchia la irritava”.

La mamma pian piano sembra ripiegarsi in se stessa, quasi non sentisse di esistere,  quasi volesse annullare la sua presenza. “Possibile che fosse morta anche lei e semplicemente non se ne fosse accorta? Possibile che una persona morisse prima di rendersene conto?”

Basterebbero queste due figure a costruire la trama di questo libro, ma la storia si arrichisce di altri personaggi: Antal, l'ex marito di Iza con il quale permane un sentimento di amicizia, l'infermiera Lidia, passionale, volitiva, "umana" , Domokos, l'intellettuale nuova fiamma di Iza, Gica, la sarta di paramenti sacri, amica di Etelka, il professor Dekker, artefice dell'incontro tra Iza e Antal ai tempi dell'università.
Romanzo sul lutto e sulla perdita e sull’incapacità di elaborarli. Non riesce infatti a farlo la vedova Etelka. E meno ancora Iza. Una donna destinata fatalmente a rimanere sola. E solo allora, come una bambina abbandonata, Iza invoca: “per la prima volta nella sua vita. – Mamma! Papà!”. Nessuno le risponderà ovviamente, ma qualcosa forse (ci lascia intendere la scrittrice) si è fatta varco nel suo cuore. In lei a chiamare è la bambina che non ha mai potuto essere.

Ringrazio Gabrilù per avermelo segnalato.

postato da giuba47 alle ore 18:59 | link | commenti (37)
categorie: libri, vecchiaia, szabò magda
martedì, 18 dicembre 2007

La difficoltĂ  di cominciare una nuova vita

DioNonAmaBambiniAvevo già scritto in un altro post quanto tutti dovrebbero avere diritto ad una storia, a non disperdere dignità e individualità nella facile generalizzazione che si tende a fare di chi non è “dei nostri” che è aprire la porta del pregiudizio e del razzismo.

Il racconto ci aiuta a ricordare e ci mette in diretto contatto col mondo dell’ “altro”, ce ne fa scoprire la sua umanità. Ci aiuta ad uscire dagli stereotipi, dagli slogan, ma anche da quell’indifferenza di cui parlava già in Lo straniero Albert Camus.  In questo libro Meursault, francese d’Algeria, dice:

«Ci guardavano in silenzio, ma a modo loro, né più ne meno che se fossimo stati pietre, o alberi morti.»

Bisogna leggere Dio non ama i bambini di Laura Pariani per ritrovare le storia dei nostri immigrati italiani. Questo racconto si svolge un “conventillo” di Buenos Aires dove vivono decine di famiglie d'immigrati italiani assillati dai bisogni, prostrati dalla nostalgia: servizi sanitari in comune e una cucina all'aperto per tutti, un cortile dove i bimbi giocano abbandonati a se stessi, piccole stanze dove nonni figli e nipoti si stipano come conigli: “Villa , villa immondizia. – dice un commissario di Polizia - Ci abitano gli immigrati  più recenti: una miseria nera, tanfo di merda e pidocchi, famiglie di italiani allo sbando, spesso in ricoveri di fortuna; alta mortalità,bambini che vivono in strada per la maggior parte della giornata, molti orfani. Per gli agenti della Comisarìa certe vie sono terra bruciata”, dove soffoca  qualunque cosa nasca, nulla riesce a sopravvivere, a parte la malerba”.

Un libro che s'interroga sull'abbandono di un Dio che permette l'ingiustizia e la miseria, su un tema molto difficile: quello del rapporto dei bambini con la morte. Così uno dei testimoni, il maestro elementare, Dionisio Brusa, ci descrive l'ambiente: «Non c'è via d'uscita in questo quartiere: conventillos, mataderos, morti, risse, scioperi, bambini che ricavano i loro giocattoli dalla spazzatura, i grandi che terrorizzano i piccoli e ne ottengono l'obbedienza con le botte».
Un libro che trasuda vita, disperazione e voglia di riscatto, che  ha il coraggio di raccontare ogni cosa così come si presenta senza retorica, e per questo si avvale delle documentazioni burocratiche, dei racconti orali in prima persona, dei verbali di polizia, di stralci rivisitati dai giornali dell'epoca, soprattutto dai fogli degli anarchici, assai attivi in quel fmomento: un bel libro davvero.

La Pariani conta storie di altri tempi o altri spazi e dà voce a chi non l’ha mai avuta, schiacciato dal turbine della storia. Per lei leggere e scrivere vuol dire “prendersi carico di altre vite, lontane o vicine non importa, e portarle alla luce”, restituendo soprattutto dignità, valore a quelle segnate, oltraggiate dall’arroganza dei più forti nella speranza che le frasi che “abbiamo pensato amato scritto diventino pensieri di chi li leggerà”.
Ma in ciò che scrive non c'è mancanza di speranza: “Non farei questo lavoro se non avessi speranze. Scrivere è sempre un tentativo di comunicare; e anche leggere lo è”.

A dar voce, invece, agli immigrati di oggi un altro libro, “Abbracciando l'infedeledi BehzadAbbracciandoInfedele Yaghmaian nato e cresciuto in Iran, poi espatriato e divenuto cittadino americano, insegnante universitario di economia del New Jers e tornato più volte nel suo mondo di origine. Nei suoi numerosi viaggi ha conosciuto molti migranti, e incrociando i loro percorsi ha ascoltato le loro storie, molte delle quali sono raccolte in questo volume. Tutti si sono lasciati dietro qualcosa di insopportabile: guerre, villaggi bombardati, parenti uccisi, oppure il peso di famiglie soffocanti, la repressione politica o le persecuzioni famigliari. Tutti cercano un posto dove vivere in pace.

Ritratti di donne e uomini partiti da Iraq, Sudan, Afghanistan e altri Paesi ancora, in viaggio verso una terra promessa. Mariti separati dalle mogli, bambini lontani dai genitori, famiglie dislocate per sempre. Un racconto commovente di coraggio, eroismi, speranze, momenti vissuti nascosti in container, alla mercè di trafficanti, uomini che cercano, a volte invano, di varcare frontiere per arrivare là dove per loro abita la speranza.
Storie a volte disperate: c'e' chi si perde nella droga,chi nella depressione, chi diventa trafficante o accattone, e chi la cerca di sbarcare il lunario come venditore ambulante.
L'iraniano incontrato dall’autore a Patrasso Farshad spiega  Tutti cercano, in fondo, dignità e rispetto e un posto dove vivere in pace” ma poprio lui soffochera' nascosto in un camion di angurie prima di sbarcare in Italia.

Ma cammin facendo tutti  hanno cambiato il loro modo di guardare all'Occidente. Lo spiega l'iraniano Kia, ad Atene:

"Noi non saremo mai normali. Molti parlano delle difficoltà di traversare i confini, i pestaggi e tutto il resto. Ma non sono questi i veri problemi del viaggio. La difficolta' e' trovare un posto dove cominciare una nuova vita insieme agli altri, in contatto con i vicini, normale. Ma questo non e' possibile. Rimaniamo isolati, estranei, stranieri". Come Khan pero', Kia non puo' tornare indietro: "Conoscevo le difficoltà del viaggio. Quello che non sapevo e' che il viaggio ti cambia. Non potrai più essere ciò che eri, anche se torni alle condizioni di partenza".

Ed è di poco fa la notizia di altre morti (almeno 200 africani) nel tentativo di raggiungere le coste dello Yemen. Un bollettino di guerra a cui nessuno fa più attenzione...

La lotta al razzismo deve continuare.

postato da giuba47 alle ore 16:07 | link | commenti (47)
categorie: libri, immigrazione, pariani laura, behzad yaghmaian
domenica, 16 dicembre 2007

E fu così che imparai dai libri l'arte della combinazione

BibliotecaDipinto"Avrò avuto sei anni, quando arrivò nella mia vita un grande giorno: papà liberò per me un piccolo spazio in uno dei suoi scaffali di libri, e mi permise di disporre lì i miei. (…) Fu una cerimonia di iniziazione, un rito vero e proprio: una persona i cui libri stanno dritti in piedi non è più un bambino ma un uomo, ormai. Ormai, ero come papà. I miei libri stavano in piedi. (…) …ordinai i miei libri per altezza, anche se i più alti erano proprio quelli che godevano ormai della mia più bassa considerazione, dal momento che erano semplificati, in rima, con le figure: erano insomma quelli che mi si leggeva quand'ero piccolo. (…)Ero ancora all'opera, quando lui tornò dal lavoro, gettò un'occhiata sconvolta al mio scaffale e poi, nel più assoluto silenzio, mi fissò lungamente, con uno sguardo che non dimenticherò mai: uno sguardo di un disprezzo, di una delusione così amari che non c'era verso di esprimerli a parole. Uno sguardo di totale disperazione genetica. Alla fine, sibilò a denti stretti: "Mi vuoi dire, per favore, sei completamente impazzito? Per altezza? I libri sono forse dei soldati? Sono forse una scorta d'onore? La banda dei pompieri?". Poi tacque ancora. Fu un silenzio tenace e tremendo. (…)
In fondo a quel silenzio, mio padre mi rivelò durante i venti minuti che seguirono tutte le faccende della vita. Mi iniziò al sommo segreto nel mondo della biblioteconomia: mi svelò sia la via maestra sia i sentieri nel bosco, i panorami vertiginosi delle variazioni, delle sfumature, delle fantasie, viali isolati, ardite tonalità ma anche eccentrici capricci: i libri li si può ordinare per titolo, in ordine alfabetico per autore, per collana o editore, cronologicamente, per lingua, argomento, genere e contesto, e persino per luogo di edizione. Tutto è possibile. Così appresi i segreti della sfumatura: la vita è fatta di itinerari diversi. Ogni cosa può accadere così ma anche altrimenti, secondo partiture diverse e logiche parallele. Ogni logica parallela è di per sé coerente e consequenziale, a suo modo conchiusa, indifferente a tutte le altre. Nei giorni che seguirono dedicai ore e ore di lavoro alla mia piccola biblioteca, venti o trenta libri che sistemavo, aggredivo come fossero stati un mazzo di carte e mescolavo per poi ordinarli di nuovo daccapo, secondo i criteri più diversi. E fu così che imparai dai libri l'arte della combinazione: non da ciò che avevano scritto dentro, bensì dai libri stessi, cioè dalla loro essenza fisica.

I libri, insomma mi fecero conoscere gli spazi sterminati, la zona d'ombra che sta fra il l