Ripropongo un post del mio vecchio blog, perchè mi sembra argomento importante su cui centrare la nostra attenzione.
Nel bellissimo romanzo di Amos Oz “Non dire mai notte”, l’azione si svolge nel microcosmo di una piccola città del deserto in cui tutti si conoscono e sanno tutto di tutti. E’ una commedia umana i cui protagonisti sono un uomo e una donna di mezza età, lei piena di vitalità con una gran voglia di uscire dalla monotonia della quotidianità, lui più vecchio alla ricerca del silenzio, della pace, della solitudine: “Guarda il giorno che muore e aspetta: chissà che cosa promette l’ultima luce.(…) Ormai ha fatto quel che poteva fare, d’ora in poi aspetterà”..
Il libro è raccontato a due voci: in un capitolo è la voce di Noa che parla e nell’altro quella di Theo. Non è scritto come un dialogo né come un monologo interiore, ma come lo definisce Amos Oz stesso, come “un dialogo interiore”. Tutti noi usiamo il dialogo interiore, parliamo con l’altro come fosse presente, spieghiamo le nostre ragioni, siamo convincenti, perché nessuno ci interrompe e possiamo dire quello che vogliamo. Parliamo di noi stessi e ci giustifichiamo per ciò che abbiamo o non abbiamo fatto e tutto sembra filare, essere convincente, poi quando avviene l’incontro tutto cambia e spesso quel dialogo che avevamo immaginato diventa conflitto.
Il dialogo, quello vero, forse funzionerebbe, se invece di interromperci continuamente, imparassimo ad ascoltarci, a fare silenzio dentro di noi per sentire le ragioni dell’altro. Sì, sarebbe possibile, è possibile. Ma bisogna conoscere un’altra arte, quella di saper fare compromessi. Amos Oz dice che è necessario “scendere a dei compromessi per restare vivi. I giovani pensano che un compromesso sia opportunistico e disonesto. Ma nel mio vocabolario il compromesso è sinonimo di vita, dove c’è vita c’è compromesso. L’opposto del compromesso non è integrità e onestà, ma è fanatismo e morte. Il compromesso per me è una filosofia, un modo di vita”. “Compromesso” è “cercare di incontrare l’altro a metà strada”.
Anche nel dialogo interiore di fatto Noa capisce Theo e viceversa, anche se non sanno o non riescono a dirselo. “Se solo avessi saputo fargli capire – pensa Noa - quanto è opprimente per me il suo eccessivo riguardo”, e lui intuisce che “L’unica via per aiutarla, è non cercare di aiutarla. Solo diventare piccoli”.
A volte è fondamentale nel rapporto di coppia imparare a fare un passo indietro, a capire cosa l’altro vuole davvero da noi, rispettare la sua diversità, il suo spazio e anche i suoi sbagli. Theo sembra capirlo: "Così corre avanti e indietro da una parete all'altra sbattendo le ali, inciampa nella lampada, contro il soffitto, sbatte contro i mobili, si fa male. Invece di condurla fuori verso la libertà se non stai attento finirai per farla volare verso locali ancora più interni. Ogni tuo movimento non fa che aumentare la sua paura"
Amare vuol dire, quindi, rinunciare a far prevalere i nostri punti di vista, le nostre rivendicazioni, ad imporle. E' importante saper stare vicino senza essere invadenti, imparare a darsi quella forza perché ognuno poi possa affrontare con i propri mezzii e le proprie modalità le difficoltà della vita.
“Per intanto stasera - dice Noa - gli faccio spegnere la radio Londra perché vado a farmi una doccia e poi torno da lui nel buio”. E questo dice Amos Oz “non è un buio che intimorisce, è il buio in cui si fa l’amore”.
Come sempre Amos Oz sa entrare nei meccanismi psicologici più profondi che si intersecano e intrecciano nell’animo umano, sa raccontarci la vita reale nelle sue sfumature e contraddizioni. Ci parla di un microcosmo, di una piccola situazione, ma nello stesso tempo ci indica un percorso anche nella vita pubblica.
La capacità di saper fare compromessi, dice infatti Amos Oz, dovrebbe regolare i rapporti più intimi, ma anche quelli politici, per esempio nel conflitto che lo riguarda tra ebrei e palestinesi come sottolinea in una sua intervista: "Nel vocabolario pacifista le parole pace-amore-compassione sono sinonimi. No, la pace è pace e non necessariamente amore. Non sono d’accordo con lo slogan “Fate l’amore, non fate la guerra”. Se mi trovo davanti a un palestinese, io direi, “fate la pace e non l’amore”. Non c’è bisogno di amare per essere in pace, non è necessario che dei nemici si amino, che dimentichino e che perdonino. E necessario smettere di uccidere e di morire per vivere, anche se a denti stretti. Quando parlo di compromesso, non parlo di nemici che si abbracciano. Tra israeliani e palestinesi, ma anche tra uomini e donne, io mi aspetto una coesistenza a denti stretti”.
Il riccio è un animale molto simpatico e il suo musetto ci ispira grande simpatia, ma ha gli aculei che ci tengono a distanza: tu lo osservi, lui ti osservi, ma da lontano.







Due mondi si incontrano, due modi diversi di vedere la vita e la realtà, due vite alla ricerca, una donna scontenta, Julie, che ha abbandonato una famiglia della buona società in cui si sente a disagio e a cui sente di non appartenere più, un uomo, arabo, immigrato clandestino con una laurea in economia che si fa chiamare Abdu e il cui vero nome è Jbrahim ibn Musa.
“Erano giovani, freschi di studi e tutti e due ancora vergini, nonché figli di un tempo in cui affrontare a voce problemi sessuali risultava semplicemente impossibile”. Così comincia “
anche imparato davvero come due corpi tanto diversi possano parlare l’uno all’altro e comunicarsi piacere ed amore. Non lo so…
Ho imparato, ho imparato molto leggendo il libro di poesie,
Un castello ai piedi dei Carpazi, lontano da tutto e dentro il castello
In quanto un po' all'antica, ritengo che la lettura sia il più bei passatempo mai escogitato dall'umanità. L'Homo ludens danza, canta, si produce in gesti pieni di significato, assume pose, si acconcia, banchetta e celebra elaborate cerimonie. Non voglio sottovalutare l'importanza di simili passatempi senza, la vita umana scorrerebbe con una monotonia inimmaginabile e forse andrebbe allo sbando. Tuttavia si tratta di azioni di gruppo su cui aleggia, più o meno percettibile, quel certo odore da addestramento militare collettivo. Con un Libro in mano, l'Homo ludens è libero. Almeno nella misura in cui gli è concesso esserlo. È lui a stabilire le regole del gioco, obbedendo soltanto alla propria curiosità. Gli è dato di leggere sia libri intelligenti, dai quali apprendere qualche cosa, sia libri sciocchi, perché anche da quelli è possibile ricavare informazioni. È libero di non leggere un libro sino alla fine e di cominciarne un altro dall'ultima pagina, risalendo verso l'inizio. È libero di farsi una risatina
Mi ha commossa, mi ha fatto pensare, mi ha fatto entrare nella storia, nella vita di ogni personaggio, me li ha fatti capire e comprendere. Mi ha ricordato
Avevo già scritto in un altro
Yaghmaian
"Avrò avuto sei anni, quando arrivò nella mia vita un grande giorno: papà liberò per me un piccolo spazio in uno dei suoi scaffali di libri, e mi permise di disporre lì i miei. (…) Fu una cerimonia di iniziazione, un rito vero e proprio: una persona i cui libri stanno dritti in piedi non è più un bambino ma un uomo, ormai. Ormai, ero come papà. I miei libri stavano in piedi. (…) …ordinai i miei libri per altezza, anche se i più alti erano proprio quelli che godevano ormai della mia più bassa considerazione, dal momento che erano semplificati, in rima, con le figure: erano insomma quelli che mi si leggeva quand'ero piccolo. (…)Ero ancora all'opera, quando lui tornò dal lavoro, gettò un'occhiata sconvolta al mio scaffale e poi, nel più assoluto silenzio, mi fissò lungamente, con uno sguardo che non dimenticherò mai: uno sguardo di un disprezzo, di una delusione così amari che non c'era verso di esprimerli a parole. Uno sguardo di totale disperazione genetica. Alla fine, sibilò a denti stretti: "Mi vuoi dire, per favore, sei completamente impazzito? Per altezza? I libri sono forse dei soldati? Sono forse una scorta d'onore? La banda dei pompieri?". Poi tacque ancora. Fu un silenzio tenace e tremendo. (…)