Ho da poco letto Fuoco amico di Abraham Yehoshua. In un intersecarsi di voci e personaggi il libro racconta otto giorni nella vita di una famiglia di Tel Aviv. Non giorni qualsiasi, ma gli otto giorni della festa di Hanukkah, la festa delle luci, in cui ogni giorno si accende al tramonto una candela.
Dopo trent'anni di unione coniugale, Daniela e Amotz si separano. Daniela ha perso la sorella e va in Africa a trovare il cognato Yirmiyahu, nel tentativo di rivivere con lui quel lutto che le è sembrato sinora attutito dalla lontananza. Ma il cognato non è più l'uomo che lei conosceva, sulla sua vita pesa un'altra morte inaccettabile. Quella del figlio Eyal rimasto ucciso dal "fuoco amico" di un suo commilitone, durante un appostamento in un villaggio palestinese. L'assurdità di questa morte provoca in Yirmiyahu un inspiegabile rifiuto totale di Israele e della "israelianità".
“In Africa - spiega alla cognata - non c'è una memoria che incombe sul presente e lo schiaccia, a nessuno preme decidere chi è ebreo, israeliano o magari cananeo, se Israele è uno stato più democratico o più ebraico, se ha ancora qualche speranza di sopravvivere, o se è arrivato al capolinea». In Africa, si vive e basta, e lui vuole vivere la vita che gli resta.
Yirmiyahu non vuole liberarsi solo del suo passato, ma affrancarsi dalla storia, dalla lingua, dall’identità israeliana.
Per l’uomo l’Africa è soprattutto un vuoto: niente sinagoghe, né tracce o memorie del passato. “Qui non ci sono antiche sepolcri né pavimenti di sinagoghe in rovina; non ci sono musei con i resti di una parochet bruciata né testimonianze di pogrom o dell’Olocausto; non c’è diaspora né dispersione; non ci sono reminescenze di un’epoca d’oro né c’è mai stata una comunità ebraica che abbia contribuito ad arricchire la cultura mondiale”. Prima, però, di decidere di allontanarsi dal suo paese e dalla sua gente, vuole conoscere l'esatta dinamica dell'uccisione di Eyal. E nelle sue indagini gli capiterà di parlare con una ragazza palestinese che gli chiedrà:
«Che è venuto a fare ancora qui? – mi domandava. – Cosa cerca un uomo, di notte, da chi lo odia? Perché importuna e spaventa mio padre? Che mostri pietà per suo figlio? Perché dovrei mostrare pietà per un soldato che si introduce a forza in un luogo che non gli appartiene, che non gliene importa niente di noi, chi siamo e cosa siamo, occupa il tetto di una famiglia per tendere un agguato a uno di noi e pensa che se ci farà un favore, se lascerà un secchio pulito e cancellerà i segni della sua paura, noi gli perdoneremo l´offesa, l´umiliazione?»
A quell'ostinato padre, distrutto dal dolore, non concede indulgenza, e racconta dell'esasperazione degli arabi, della loro rabbia per il rifiuto degli ebrei di integrarsi con loro. «Che cosa ci rimane da fare? - gli chiede -. Odiarvi, e pregare che arrivi il momento che ve ne andiate. Questa non sarà mai la vostra patria se non saprete mescolarvi a tutto ciò che vi si trova». Quelle parole toccano Yirmiyahu, non lo convincono ma lo fanno riflettere, non le liquida come le farneticazioni di una futura kamikaze.
Quelle parole pongono la questione che Israele affronta ogni giorno, di come vivere senza che la propria esistenza sia solo il frutto di un rapporto di forza.
“Ho la sensazione – dice lo scrittore - che questo senso di nausea di Yirmiyahu, che ho iniziato ad analizzare grazie al suo personaggio, stia crescendo molto in Israele. La gente è stanca, non guarda più il tg. Il destino ebraico, l'Olocausto, le guerre in Israele, la striscia di Gaza ...: è un peso troppo grande. Siamo un popolo al quale la storia non ha mai concesso un periodo di pace, mai abbiamo vissuto in armonia col mondo. La gente sta cominciando a credere che ciò non finirà mai'”
Ed è la stanchezza che prova egli stesso, il desiderio che sente a volte anche lui, di liberarsi di una storia tanto complessa e tanto difficile: il desiderio di essere un uomo come tutti gli altri, in un paese dove si possa vivere in pace.
Yehoshua dice spesso che la sua grande è la famiglia. In particolare, il mistero dell’amore coniugale
, con le sue ossessioni e i suoi cedimenti - ma anche con il segreto della sua tenacia. Il matrimonio di Daniela e Yaari dura da trent’anni, ma quando lei parte per l’Africa per andare a trovare il vedovo della sorella, tutto sembra sussultare. Anche le certezze apparentemente assodate. Il segreto perchè unmatrimonio duri, dice lo scrittore ” è conservare la condizione di parità. Negli anni uno dei due coniugi tende a diventare più forte, e l’altro a cedere a questa superiorità. Niente di più rischioso: i due devono continuare a funzionare ognuno per sé, nel rispetto dell’altro. Quello del matrimonio è un equilibrio delicatissimo, la parità è una condizione. E mai dare per scontato nulla, anche dopo 40 anni insieme: la noia irrompe nel matrimonio se il partner diventa così prevedibile che si indovina cosa farà, dirà. La condivisione d’un mondo culturale può costruire un territorio d’intesa che resiste al tempo. Avere nuovi progetti insieme, come la ristrutturazione d’un bagno, impedisce di cader nella ripetitività. Il matrimonio è un duetto musicale (è il sottotitolo di Fuoco amico): ciascun coniuge canta la sua parte”.
Yehoshua, Oz, Grossman sono amici e da tempo si battono per una soluzione pacifica della questione mediorientale, per il riconoscimento dei due stati.
Per Yehoshua è importante che la letteratura presti attenzione a questioni morali perché “ha gli strumenti per fornirci nuove prospettive sulla moralità (…) Si potrebbe dire che ogni racconto e' un viaggio che agisce sul protagonista rendendolo diverso dal punto di partenza, un viaggio che rende diverso anche il lettore, mostrandogli possibilita' che non aveva mai preso in considerazione prima
"Ma la cosa più importante per me e' suscitare curiosità morali. le opere letterarie possano servire come laboratorio di dilemmi morali. La nostra esperienza di vita e' comunque limitata e la letteratura ci consente di fare degli esperimenti morali contribuendo così all'affinarsi della nostra sensibilità morale”. E di sensibilità morale oggi abbiamo tutti bisogno.
Mi hanno detto in molti nel post precedente di sentirsi impotenti di fronte alle guerre, alle morti di tanti bambini e sicuramente lo siamo. Mi sento anch’io così. Ma esistiamo, abbiamo la possibilità di pensare e di parlare, siamo ancora in un paese in cui è possibile. Dobbiamo utilizzare questa nostra possibilità, perché la gente non si assuefaccia, non si abitui all’idea che tutto è inevitabile.
Questo è quello che tutti “i grandi della terra vogliono”, non tanto convincerci delle loro idee, ma che tutti credano che non c’è più nulla da fare.Vogliono metterci in un angolo e purtroppo il più delle vote ci riescono.
Ci abituiamo a tutto… alla morte dei bambini, alla gente che muore sui barconi fatiscenti per arrivare dove nessuno ha voglia di occuparsi di loro, ci abituiamo agli anziani e agli invalidi che hanno una pensione da fame, alle barriere architettoniche che impediscono a moltissimi di condurre una vita decente, di uscire, di andare al cinema, anche solo di andare a prendere un po’ d’aria. Ci abituiamo persino a non avere spazi per far giocare i nostri figli in libertà…
Ci abituiamo e non ci accorgiamo di costruire gabbie: «Non sempre», dice Laing, «l'uomo ha bisogno di sbarre per costruire gabbie. Le porte della nostra mente sono le più difficili da aprire».
Ci abituiamo e di tutti i colori che possediamo, usiamo solo il grigio.
Ci abituiamo e di questo si intesse la nostra morale (mos, moris vuol dire proprio abitudine). Bertrand Russell dice che “Gli uomini si abituano a tutto con una spaventevole rapidità”.. E abituandosi accetta che tutto avvenga…
James Meek, giornalista del “The Guardian” chiedeva ad Anna Politkovskaja se secondo lei ci sarebbero volute generazioni perché il suo paese potesse trovare la strada della libertà. “Non vorrei mai dover dire che serviranno generazioni", rispondeva. "Nell'arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano, in cui ogni individuo è rispettato".
Non ci è riuscita perché alle 4 del pomeriggio del 7 ottobre a Mosca le sparavano alle spalle davanti al portone di casa sua.
Anna Zafesova, una sua amica traduttrice, racconta come viveva negli ultimi tempi, delle precauzioni quotidiane che era costretta a prendere:
«Quando ci siamo conosciute meglio mi aveva raccontato: ogni mattina nel garage esaminava il fondo dell’automobile per vedere se non fosse stato piazzato un ordigno, limitava al massimo i contatti, stava molto attenta alle persone che veniva a conoscere».
«Una volta le dissi: hai fatto abbastanza, vieni via dalla Russia, rifugiati all’estero». La Politkovskaja rispose: «Ho delle persone da difendere, non posso farlo se non sto nel mio Paese». Era conscia dei rischi che correva, del destino che l’aspettava e non nascondeva la sua paura.
Sapeva, però, di avere la responsabilità di continuare a raccontare la sua Russia, il paese che tanto amava.
«E' un vicolo cieco. - diceva - Putin all'estero racconta che in Cecenia tutto funziona. Chi sa che il 99% di quello che dice sono bugie? Non c'è nessuno a cui appellarsi nel mondo: l'ho capito. Ma in qualche caso si riesce a fare qualcosa. Ogni volta si tratta di una vita salvata».
"quando qualcuno ha la fortuna di incontrare il mestiere di giornalista ma tace davanti all'ingiustizia e al sangue è colpevole come chi la compie questa ingiustizia e chi la tollera".
L'ingiusto per eccellenza era per lei Ramzan Kadyrov nuovo primo ministro ceceno incoronato da Putin. Sulle sparizioni di ceceni ma soprattutto sulla tortura che in questi anni infesta la terra di Cecenia Anna Politkovskaja stava lavorando.
"Cosa vuol dire piangere per i diritti umani? Non si pianga per i diritti calpestati in Cecenia. Si deve andare a vedere. Si tratta di dolori non ipotetici ma diretti e concreti". Queste sono state le sue ultime parole. (Fonte)
A un anno di distanza sul fronte giudiziario pochi i progressi. Dietro le sbarre alcuni dei presunti esecutori e organizzatori del delitto. Ma sui mandanti nessuna pista definitiva.
E’ stato l'ex campione di scacchi Garry Kasparov ad installare ieri una lapide commemorativa sull'ingresso della casa di Anna Politkovskaia, sperando che nessuno tolga questa targa'' sulla quale e' scritto: ''In questa casa viveva ed e' stata uccisa Anna Politkovskaia''.
Anna Politkovskaja è stata uccisa proprio il giorno del cinquantaquattresimo compleanno di Putin. “Ogni mattina di quell’anniversario si sveglierà e il nome di Anna gli martellerà la testa” prevede Andrej Mironov, intellettuale e amico fraterno travolto dalla nostalgia.
Io non so, ma sente di voler bene a persone come lei e di avere nei suoi confronti un debito di riconoscenza
Il link è qui...
Le ultime notizie in Birmania sono sconfortanti: si fermano le proteste, il governo per adesso ha vinto. Usando la mano pesante. Ogni angolo di strada è presidiato da soldati con il fucile spianato. Secondo alcuni osservatori sembra che le autorità dispongano di liste 'nere' e in base a questi procedano sistematicamente agli arresti. Abitanti di Rangoon hanno detto che alcune persone arrestate la settimana scorsa sono state rilasciate dopo aver subito interrogatori, ma la maggior parte dei monasteri di Rangoon e di altre zone sembrano deserti e molti monaci mancano ancora all'appello. E la comunità internazionale per ora tace.
Nei commenti sul mio blog di questi giorni, ma su tanti altri, di fronte all’accanirsi della violenza, dell’uso della forza, della negazione di ogni diritto ho letto tanto sconcerto, tanta disillusione che ha spesso sfiorato la rassegnazione. Anch’io sono stata presa da questo sconforto. Qualcun altro mi ha ricordato altre tragedie: troppe per riuscire a parlarne e rimanere aggiornati.
Poi prendendo il giornale la mia attenzione si è soffermata su questo titolo: “Abbiamo ucciso migliaia di monaci per questo ho deciso di fuggire” La testimonianza di un ufficiale dell’esercito birmano è stata raccolta da un giornalista norvegese
“E’ stata uccisa molta più gente di quello che avete saputo – ha riferito l’ufficiale – I corpi possono essere calcolati in molte migliaia (…) Io ho deciso di disertare quando mi hanno ordinato di assaltare centinaia due monasteri e trasportare centinaia di monaci sui camion. Dovevano essere uccisi e i loro corpi gettati in un luogo nascosto nella giungla. Allora mi sono rifiutato di eseguire l’ordine”. E in questi giorni si era letto che alcuni soldati si erano rifiutati di sparare.
Gocce nel mare… Sicuramente…
Ed allora mi sono venute in mente le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”.
“…Una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso”.
Ora mi sono detta che per noi che viviamo in paesi democratici dove ci è concessa la libertà di parola, di voto, di manifestazione… è facile scrivere e dire di “no” a regimi tanto lontani da noi, troppo facile.
Ma sullo stesso giornale ho letto un intervento di Amartya Sen a proposito di Gandhi:
“La pratica gandhiana della nonviolenza, anche nel confronto con un avversario violento, ha stimolato una pubblica riflessione e ravvivato l’azione politica in forme diverse in tutto il mondo”. L’hanno seguito Marthin Luther King negli Stati uniti e Nelson Mandela in Sudafrica.
Amartya Sen ci indica una strada, un modo per non rimanere fermi a guardare in un mondo dove la violenza, l’ingiustiza sta riprendendo il sopravvent : “è estremamente importante rendersi conto che la non violenza si promuove non solo rifiutando e respingendo modalità violente di azione, ma anche cercando di costruire società nella quale la violenza non sarà coltivata e nutrita”. E questo ci impegna in prima persona nelle nostre famiglia, nelle scuole,a lavoro ovunque noi siamo…
“Per favore, usate la vostra libertà per aiutarci ad ottenere la nostra.” Sono queste le parole di Auung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991.
Sì, è proprio così: noi viviamo in paesi democratici, posiamo parlare, scrivere, denunciare… Siamo liberi. Ma cosa ne facciamo di questa nostra libertà?
Dice Lévinas: "La libertà che vive grazie alla coscienza si inibisce davanti ad Altri, allorchè fisso veramente, con una dirittura senza inganni e senza sotterfugi, i suoi occhi disarmati, assolutamente privi di protezione. La coscienza morale è appunto questa dirittura. Il volto di Altri mette in questione la felice spontaneità dell'Io, questa gioisa forza che ha".(da: Dall'altro all'io).
Non è da oggi che la dittatura Birmana perseguita chi si oppone al suo governo. Non è da oggi che gli oppositori spariscono e di loro non se ne sa più nulla.
Non è da oggi che sappiamo che la ricchezza accumulata in questo paese, va all’élite corrotta, mentre il popolo vive nell’assoluta indigenza.
Non è da oggi che sappiamo che la metà del capitale che affluisce in questo paese viene speso in armamenti e soluzioni tecnologiche militari che siamo anche noi a fornirgli.
Ma c’è un elemento che in questi drammatici giorni viene trascurato: le minoranze etniche. 
Il regime birmano combatte da sempre una guerra contro alcune di queste minoranze che, sin dal 1948, anno della fine del colonialismo inglese, lottano per ottenere una propria autonomia regionale. Molti di essi sono dovuti fuggire nei paesi vicini, soprattutto in Thailandia.
La storia della Birmania è anche questa: storie di donne, uomini e bambini martoriati dalle malattie, dagli abusi, dal lavoro forzato. Molti bambini birmani non conoscono l’infanzia: vengono reclutati per l’esercito militare e costretti al combattimento.Ci sono circa 70.000 bambini soldato, una media altissima, più che in qualsiasi altro paese del mondo e sappiamo anche molte donne e bambine delle etnie più deboli vengono stuprate nei loro villaggi.
E oggi veniamo a sapere poco grazie all'accnimento dell'esercito contro ogni forma di informazione, ma quanto basta per inorridire.
Il regime ha preparato 4 centri di detenzione per i 6mila arrestati Secondo i calcoli delle organizzazioni di dissidenti, dall'inizio delle manifestazioni contro il regime il 19 agosto passato, i militari hanno represso le proteste arrestando finora quasi 6mila attivisti e monaci "scesi a marciare a fianco del popolo birmano". Tra essi, oltre 2mila sono monaci e 100 dovrebbe essere le suore; il resto studenti del movimento di protesta
Come i desaparecidos trucidati dalla giunta militare argentina nel 1978. Così anche le vittime della repressione militare della Giunta birmana guidata da Than Shwe sarebbero in parte state gettate in mare. Alcuni siti della dissidenza birmana hanno rilanciato la notizia che verrebbe da diversi collaboratori a Rangoon.
Secondo quanto riferito a PeaceReporter da Democratic Voice of Burma i monaci arrestati sono stati divisi tra diverse carceri, e che per loro si preparano i campi di lavoro forzato. Il più famigerato di tutti in questi anni sta a Kabaw. Nel nord della Birmania, vicino il confine Indiano. Il campo è preceduto dalla fama terribile di condizioni di assenza di acqua potabile, di cibo e privazione di sonno - ribadiscono altre fonti della dissidenza - ma è probabile che giri questa voce in virtù della pessima fama di quel posto.
E noi paesi europei democratici cosa facciamo? Come riferisce La Stampa e la Real politik ad avere la meglio soprattutto gli accordi economici.
E cosa fanno le Nazioni Unite per difendere quella Carta dei diritti che hanno creato loro stessi. Oggi è stato ricevuto un fallimento, dovuto come al solito al prevalere degli interessi economici o strategici sul valore delle vite umane.
Del resto, fino a che le Nazioni Unite continueranno ad essere governate dai più grandi esportatori di armi del mondo (Cina, Usa e Russia soprattutto, ma anche Francia ed Inghilterra non scherzano) e dai più voraci divoratori delle risorse naturali del pianeta, semplicemente non potranno funzionare. Come non accorgersene?
Ed è quello che chiede Amnesty Internacional al Consiglio di sicurezza dell'Onu: Imporre immediatamente un embargo totale e obbligatorio sulle armi alla Birmania/Myanmar. Lo chiede formalmente Amnesty International e non tace i nomi dei principali fornitori del regime, tanto condannato a parole in questi giorni. Chiede infatti alla Cina, all'India, alla Russia, alla Serbia, all'Ucraina e ai paesi dell'Asean, (Associazione nazioni Sudest asiatico) - di «proibire il coinvolgimento di proprie agenzie, compagnie e singole persone nella fornitura, diretta o indiretta, di materiale militare e di sicurezza, munizioni e consulenza, compresi i trasferimenti definiti 'non letali».
Un appello per la Birmania lo avevamo lanciato a luglio, insieme a WWF, Greenpeace, CISL e Legambiente.Nell’appello si chiede esplicitamente “alle imprese italiane che hanno rapporti commerciali con la Birmania e alle multinazionali, a partire da quelle impegnate nel settore forestale e quello petrolifero, del gas e minerario nei progetti di costruzione di dighe ed infrastrutture - che comportano enormi profitti per il regime - di sospendere i loro rapporti con questo Paese, per non contribuire a rafforzare il potere della giunta che continua ad utilizzare il lavoro forzato.”
Un gruppo di giovani che sostiene la rivolta contro la giunta, lancia un appello alla comunità internazionale. Le testimonianze – anonime per la loro sicurezza – parlano di vasti massacri, ma anche di una resistenza che continua in modo sporadico, mentre i soldati costringono villaggi interi a marciare a favore del governo. “Fate pressioni sulla Cina, boicottate le Olimpiadi: solo lei ha le chiavi per risolvere la questione birmana”
Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace, ha chiesto ai turisti di non visitare il Myanmar. Il governo del paese impiega lavoratori forzati nei siti e nei servizi di interesse turistico; il turismo internazionale può essere interpretato come un segno di approvazione nei confronti di tale politica
"In conclusione, - diceva Wittgenstein . il conoscere si fonda sopra il riconoscere". Ed è questa la scelta che chiediamo di fare a chi ha in mano la sorte del mondo: riconoscere il loro valore come esseri umani.
Abbiamo accettato di fare una guerra per "esportare la democrazia" e ora non appoggiamo la lotta pacifica di un popolo che non ci chiede di mettere in campo eserciti e armamenti, ma solo il nostro più totale appoggio umano, lottare con loro in modo non violento così come voleva Gandhi?
“Una cosa è certa. Se la folle corsa agli armamenti continua, dovrà necessariamente concludersi in un massacro quale non si è mai visto nella storia. Se ci sarà un vincitore, la vittoria vera sarà una morte vivente per la nazione che riuscirà vittoriosa. Non c’è scampo allora alla rovina incombente se non attraverso la coraggiosa e incondizionata accettazione del metodo non violento con tutte le sue mirabili implicazioni. Se non vi fosse cupidigia, non vi sarebbe motivo di armamenti. Il principio della non violenza richiede la completa astensione da qualsiasi forma di sfruttamento. Non appena scomparirà lo spirito di sfruttamento, gli armamenti saranno sentiti come un effettivo insopportabile peso. Non si può giungere a un vero disarmo se le nazioni del mondo non cessano di sfruttarsi a vicenda”. (M.K.Gandhi, Antiche come le Montagne, ed. di Comunità, Milano, 1981).
Usate la vostra libertà... C'è un modo migliore di usarla, che adoperarci perchè tutti ne possano godere? Io credo di no.