Lo so mi ripeto, ma non riesco a tacere.
Ci sono morti che non fanno notizia… se ne vanno così quasi in silenzio. Una notizia qua e là… in quinta, sesta pagina, un piccolo trafiletto o proprio nulla. Ma i morti sono morti ovunque allo stesso modo e hanno uguale dignità…
Il volto anonimo non commuove… non smuove le coscienze… non compare sul video e quindi è come se non esistesse…nei confronti del volto straniero volgiamo lo sguardo dall’altra parte, non ci appartiene… anche se arrivano da guerre, fame, disperazione… La sofferenza degli altri è appunto "altro da noi"... E invece di cercare un cammino solidale, ci chiudiamo nelle nostre tricee di solitudine e individualismo.
Sono stanca di questi italiani che hanno solo più occhi e orecchie per lo schermo, che hanno solo emozioni a comando, le cui rivolte non conoscono la voglia di giustizia, ma solo il desiderio della vendetta o della rivalsa… Sono stanca delle loro paure, che non tengono conto delle paure degli altri, della loro voglia di sicurezza sulla pelle di chi non può difendersi perché privo di ogni diritto. Sono contenti di questo governo perché sa parlare ai loro cuori aridi che non conoscono più il desiderio dell’incontro con l’altro, il dialogo, la voglia di conoscere, il desiderio di una società in cui il diritto sia cemento delle nostre case… Si faccia “piazza pulita” di tutti quelli che disturbano la loro tranquillità. Ci sarebbero altre strade, ma troppa fatica è pensare, meglio le ricette di chi ce le confezione e porge su un paitto d'argento già belle fatte e trionfa sulla nostra apatia.
E mi chiedo come si sentirebbero loro al posto di… cosa sarebbero diventati se avessero alle spalle una storia piuttosto che un’altra, se la loro vita fosse stata solo un “no”, un “no” infinito…
Mi viene in mente cosa dice Simon Weil che lavorò come operaia e disse parole indimenticabili:
“Bisogna serrare i denti. Resistere. Come nuotare in acqua. Ma con la prospettiva di nuotare sempre, fino alla morte. Non c'è nessuna barca che possa raccoglierci. Se si affonda lentamente, se si annega, nessuno al mondo se ne accorgerà. Che cosa si è? Un'unità negli effetti del lavoro. Non si conta nulla. E' già molto se si esiste”.
Quando si diviene una cosa, un oggetto, e l'anima non riesce più a farsi sentire.
“Si è un oggetto in preda alla volontà altrui. Siccome non è naturale per un uomo diventare una cosa e siccome non c'è costrizione tangibile, non c'è frusta, non ci sono catene, bisogna piegarsi da soli a questa passività. Come sarebbe bello poter lasciare l'anima dove si mette il cartellino di presenza e riprenderla all'uscita. Ma non si può. L'anima, la si porta con sé in officina. Bisogna farla tacere per tutta la giornata. All'uscita, non la si sente più, spesso, perchè si è troppo stanchi.”
E intanto lo sfruttamento dilaga, si muore nell’indifferenza generale come ben si scive nel libro "Morte a 3 euro" di Mauro Berizzi … Si muore davvero senza pietà…
E si muore per l’avidità di chi ha in mano la nostra salute.
E non smetterò mai di parlare di morti sul lavoro…
E' "una grande e infinita guerra, se consideriamo che, nella Seconda guerra mondiale, le perdite militari italiane furono di 135.723 morti e 225.000 feriti, mentre la lunga battaglia nei luoghi di lavoro dal 1951 al
Un ritmo un ritmo di ben oltre 1000 morti sul lavoro e più di 900.000 infortuni l'anno.
Ma sono stanca anche di chi non crede alla possibilità di fare qualcosa…Usciamo dal pericolo della rassegnazione. Esercitiamo il nostro pensiero e la nostra creatività. Sarebbe bello se ognuno di noi raccontasse qualcosa che ha fatto nella direzione dei valori in cui crede…piccole o grandi azioni… piccole o grandi iniziative. Segnalasse tuto ciò che va in senso contrario all'onda lunga che trasina dietro a sè masse di persone. Guardiamoci intorno e denunciamo ciò che vediamo accadere coi nostri occhi… più o meno come ha fatto il blog petardas.
Lo ripeto: noi ci siamo e vogliamo esserci anche se siamo una minoranza, mettiamoci in movimento, i diritti universali sono ancora validi, sono la nostra rotta.
"Voglio raccontare il modo in cui questi personaggi si comportano, che è poi il modo in cui la società vuole che ci comportiamo”. E’ così che parla Ken Loach in un’intervista e aggiunge:
“Il cinema sarà sempre importante. Non è un movimento politico ma pone domande e questioni, è più complesso della propaganda perchè deve offrire qualcosa di più, costruire una sua storia attraverso un lavoro collettivo per evitare la bidimensionalità".
E riferendosi al suo ultimo film “In questo mondo libero" ci dice:
Abbiamo pensato che questa volta sarebbe stato interessante rivolgere lo sguardo ai comportamenti e alla mentalità degli sfruttatori invece che a quella degli sfruttati, come spesso avviene nei film".
Il film racconta la storia di Angie, giovane impiegata in un ufficio di collocamento per extracomunitari. Angie è una ambiziosa giovane donna piena di vitalità. La sua è una vita intessuta di difficoltà a cui però reagisce per dimostrare ciò che vale e riscattare il suo passato di perdente. Insieme alla sua amica, Rose, decide di aprire un'agenzia per la selezione del personale. Ben presto, però, dovrà fare i conti con una realtà molto dura, popolata da boss di strada, disoneste agenzie per l'impiego e immigrati alla disperata ricerca di lavoro.
Una società in cui anche una donna, che ha conosciuto sulla propria pelle lo sfruttamento e
l’ingiustizia, una persona capace, intelligente e amabile, che ama divertirsi come tutte le donne della sua età, può ritrovarsi alla fine costretta a prendere determinate decisioni che pian piano la cambieranno profondamente.
Il regista vuole, cioè, mostrare fin dove il bisogno e l’ambizione possiamo cancellare l’umanità. All’inizio Angie è ancora capace di commuoversi e di aiutare chi vede nel bisogno più estremo, poi scivola sempre più in basso e impara la legge del più forte e che per essere tale deve non guardare più in faccia nesuno e non conoscere pietà.
Sente che è una legge quasi necessaria a cui, se vuole vincere, non può sottrarsi. Alla fine chi ha l'occasione la sfrutta, senza porsi scrupoli, perché siamo in un mondo libero, e agiamo a nostro vantaggio. La sua amica Rosie non riuscirà a fare questa scelta e la lascerà sola, non l’approverà il padre che appartiene ad un mondo in cui tra lavoratori esisteva ancora la solidarietà.

Non la si ama e non la si odia
passata negli ultimi dieci anni da un lavoro all'altro è comprensibile la sua paura di arrivare alla vecchiaia senza un soldo, e la sua determinazione a non fare questa fine. Agisce per il suo bene e per quello dei suoi cari, sembra quesi non poter fare diversamente. “Mors tua vitae mea” è il suo motto senza nessun pentimento e diventa una truffatrice ai danni dei lavoratori, che comincia a reclutare ogni giorno «in nero», speculando sulla loro disperazione e seguendo cinicamente le regole del profitto. Alla fine anche il suo più caro amico, un immigrato polacco la abbandona per tornare a casa e le dice: "Ricordati non siamo schiavi"
Non è verso cui punta il dito il regista ma la società e le sue logiche: il lavoro saltuario, a termine e flessibile nel mondo della "deregulation" e della globalizzazione. Il sistema delle agenzie di reclutamento, l'uso degli appalti, fornitori esterni, lunghe catene di contratti a termine nasconde e facilita una nuova forma invisibile di schiavismo in cui sono puniti per legge i lavoratori, costretti a chinare la testa a bocca chiusa, non chi li sfrutta.
Duro e spietatamente realista, la pellicola di Ken Loach fa riflettere sul marcio di un sistema che porta solo dolori e sofferenze per troppe persone, che riduce a pure merci da vendere: .“Quanti operai vuoi? 45 ucraini....” Uno sguardo lucido e mai consolatorio sul deserto dei valori che l’applicazione di un liberismo senza regole ha creato in questi anni. Il mondo libero del titolo rimanda ad una realtà in cui è lecito varcare ogni limite dell’etica e della moralità in nome del profitto.
Secondo Loach la vita vera è molto peggio di quella che appare nel film “E’ impossibile raccontare la realtà attraverso le immagini. Quello che succede nella realtà è così estremo da non poter essere utilizzato in un film, è troppo eccessivo”.Loach racconta come il cambiamento della società sia visibile ad occhio nudo: basta attraversare una qualsiasi autostrada inglese, dove la campagna assomiglia sempre più ad un unico grande magazzino, con un susseguirsi di fabbricati e capannoni in cui la gente lavora a ritmi disumani.
Ecco che la gente che lavora nel capannoni, nel depositi e nei supermercati, per lo più con lavoro a termine, è ormai il cuore di questa enorme trasformazione che si sta verificando nel mondo dell'occupazione.
Ma nonostante tutto il regista non si dichiara pessimista: “Se continuo a fare film come questo, significa che non sono disperato, credo ancora che qualcosa si possa fare. E non solo nel mio paese".
Molti sono convinti che questa situazione sia ineluttabile e che non esista un'alternativa. Non è vero: c'è sempre un'altra maniera possibile per fare le cose. E' fondamentale che non permettiamo a questa gente di convincerci che questa politica è ispirata da una forza della natura. (...) Quando hai una diseguaglianza tanto plateale, non puoi fare altro che sfidarla. Non possiamo accettare questo sistema di cose e dobbiamo fare qualcosa.
Per cercare l’attrice adatta ad impersonare Angie ci sono voluti 4 mesi di audizioni, in cui molte attrici sono state viste e riviste, hanno improvvisato e sono state riprese per verificarne la fotogenia. Trovare l’attrice giusta era essenziale per il film. E’ stata l’occasione per Kierston Wareing, 31 anni, :
“Prima di questo film avevo deciso di cambiare strada, e quindi stavo studiando per diventare segretaria di uno studio legale, anche se la recitazione è sempre stata la mia grande passione. Ma dopo dieci anni di sogni infranti, sentivo che non potevo più andare avanti così.. Anche stavolta temevo di restare delusa, invece il mio agente mi ha chiamato e mi ha detto, con voce falsamente contrita: “Mi dispiace dirtelo… ma hai ottenuto la parte!”. Non ho avuto alcuna reazione. Ero solo scioccata, e continuavo a chiedergli: “Sei sicuro?”
Seguendo il suo metodo di lavoro abituale, Loach non ha rivelato alla sua protagonista i momenti cruciali della trama, a volte fino al momento in cui venivano girati.
“Tutta questa segretezza è una cosa fantastica. Stavo sempre insieme a una delle costumiste, che sapeva tutto ma non diceva mai nulla
“Si impara di più con Ken Loach in sei settimane che in tre anni di scuola di recitazione. Al momento sto facendo moltissimi provini e ho appena finito di girare un altro film”.
Kierston Wareing e Juliet Ellis (Rose) hanno trascorso molto tempo in un’ agenzia di intermediazione professionale, per conoscere le modalità della gestione del lavoro all’interno di questi uffici. Parte del tempo era dedicato anche alla socializzazione fra gli attori di fuori del set.
Il film ha ottenuto l'Osella d'oro per la migliore sceneggiatura di Paul Laverty.
Se fossero coerenti, se credessero nelle parole che pronunciano, i politici dovrebbero proclamare almeno una giornata di lutto nazionale per tutti i morti sul lavoro. Siamo stufi di discorsi rituali o di propaganda elettorale, siamo stanchi di vedere varare leggi costantemente disattese. Siamo stanchi di sentire rombare tamburi quando si parla di sicurezza e poi sapere che i morti sul lavoro sono davvero tanti, troppi nell'indifferenza generale. Non ci sono marce di leghisti quando si toccano gli imprenditori, nè scioperi generali...
Ci vogliono queste notizie a scuotere l’opinione pubblica, ma l’opinione pubblica poi dimentica in fretta come se davvero la vita fosse "blob": una notizia porta via l'altra e tutto continua come prima.
Medicina Democratica dice che cinque morti sul lavoro in un giorno sono davvero tanti. Eppure sono dentro la statistica! Le statistiche, infatti, parlano di una media di quattro morti al giorni per infortunio sul lavoro ed è comunque una statistica sottostimata. Non sono compresi quei lavoratori, gli immigrati, che non sono registrati come tali, mancano quegli altri lavoratori che sono rimasti vittime di incidenti stradali perché stanchi e affaticati dalla guida o dal lavoro precedente, mancano le vittime di esposizione ad agenti cancerogeni e tossici che quasi mai o a grande fatica riescono a dimostrare che la causa della loro morte è il lavoro.
Tutto succede quasi fosse un fatto normale, un pegno da pagare alla nostra società e al nostro benessere. Quasi fossimo in guerra e in guerra che qualcuno muoia è inevitabile.
Ma ciò che spaventa di più è che anche se si sono fatte e si stanno facendo delle leggi a migliore tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro, si sono fatte altre leggi che hanno aperto la strada alla deregolamentazione del lavoro, e c’è chi vorrebbe liberalizzarlo completamente. Se questi dovessero passare conteremmo altri morti, altri feriti, altri disperati.
Chi ha voluto ricordare questa tragedia è un film di Segre presentato il 12 febbraio
"Alberto Manzi una volta insegnava agli italiani a leggere e a scrivere, - ha affermato a margine della presentazione Segre - oggi qualcuno dovrebbe insegnare agli italiani a garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro. Io ho preso ad esempio il settore dell'edilizia perchè e' tra quelli più colpiti dagli incidenti. E' un'urgenza drammatica quella che vive il nostro paese, ed era necessario che il cinema intervenisse".
‘Morire di lavoro’ è un susseguirsi di volti di muratori e delle loro mogli e madri, che li hanno visti uscire di casa la mattina presto, per non ritornare mai più. E si dicono parole, che toccano dentro, e fanno male: “Manca il coraggio di parlare in cantiere, di dire basta, questo non lo faccio più”, “Quando arriva un ispettore del lavoro, scappiamo”; mentre un muratore di colore, mai regolarizzato, “parla” da morto: “In Africa diciamo che anche a un elefante basta un giorno per morire, qui in Italia
ho capito che l’elefante ero io, e che per morire in cantiere mi bastavano solo due ore”.
“Per me questa umanità sconfitta e dolente rappresenta - continua il regista - la vera Italia, quella che lavora e fa figli fra mille difficoltà. Tra l'altro nella maggior parte si tratta di famiglie numerose che dovrebbero essere premiate per la capacità di vivere e resistere con pochi soldi; per non parlare dei sopravvissuti agli incidenti, molti dei quali non sono più in grado di lavorare o di svolgere al meglio le proprie funzioni professionali; e per non parlare delle vedove e degli orfani.
Vorrei che questo viaggio potesse arrivare in tutte le case degli italiani, magari in prima serata su Raiuno, senza pubblicità, in una trasmissione dedicata alla sicurezza nel mondo del lavoro. E poi nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle sale cinematografiche”
Lo vorremmo anche noi…
E’ caduto dal tetto di un capannone. Lo annuncia un trafiletto di cronaca su La Stampa. Stava installando una telecamere di un sistema di videosicurezza. Ha perso la vita. Subito è scattata l'operazione dei carabinieri nei cantieri edili della provincia di Torino e il 75% è risultato irregolare. Ma non è tutto perchè il 50% dei lavoratori controllati era in nero. Tra il centinaio di lavoratori controllati, il 68% era di origine straniera.
Nell'era delle tecnologie più avanzate si muore nel modo più antico, perchè la tecnologia per proteggere gli uomini comuni costa troppo. Morto uno se ne può sostituire un altro. I disoccupati non mancano... C'è solo l'imbarazzo della scelta.
Devono morire perché, in campagna elettorale, qualcuno si accorga che i lavoratori esistono e che debbano essere rappresentati. Altri però non ci pensano proprio...
Non dobbiamo più tacere, dobbiamo diventare la voce di chi muore nel silenzio, di chi muore e diventa un numero, entra in una statistica e scompare come abissandosi in una tabella. Lui, Lei, madre o padre, figlio o figlia, solo, perché viene da lontano, bianco, nero, non esistono come persone, sono ex-lavoratori deceduti sul lavoro, il tributo che, al di là delle parole di rito, si sacrifica alla causa: lo sviluppo o come dicono altri un liberismo selvaggio, la globalizzazione. Un tributo come se fossimo in guerra: il numero dei morti supera quello della guerra in Iraq.
La loro vita conta meno di quella di un qualsiasi pettegolezzo che occupa giorni interi le pagine dei nostri giornali, o di assassini di cui in Tv si sfogliamo i diari e scrutiamo gli sguardi. Appaiono a volte in un piccolo trafiletto, a volte neanche lì…
Se veramente queste persone contassero, meriterebbero la prima pagina, meriterebbero un’indignazione vera e leggi che esigano controlli continui ed assidui e non una tantum. Sarebbe forse il caso di dire i nomi di questi lavoratori, fare un lunghissimo infinito elenco, e raccontare le loro storie una per una, proprio perché non rimangano solo numeri come sta cercando di fare il sito caduti sul lavoro.
Eppure dal 2003 al 2006, nel nostro Paese i morti sul lavoro sono stati ben 5.252. Un incidente ogni 15 lavoratori, un morto ogni 8.100 addetti: queste le cifre del fenomeno secondo l'Eurispes.
Siamo una società malata che non sa più guardare agli altri e non sa più garantire nulla né il lavoro né tanto meno la sicurezza: molti sono o diventano “scarti umani”, per loro la vita diventa un azzardo, il rischio non più qualcosa di contrattabile ma da accettare perché l’alternativa è “non lavorare”. Ma il rischio lo corriamo tutti perché il sistema con la globalizzazione è cambiato.
Bauman dice "siamo tutti nel e sul mercato, al tempo stesso, o in modo intercambiabile, clienti e merci" e il sociologo fa un paragone tra il Grande Fratello orwelliano e quello odierno dei reality show, i cui protagonisti agiscono in modo da escludere e individuare le persone che non servono, che non sono più “risorse” o peggio “eccedenze” e le parole sono “pietre”…
Il rifiuto, l'eccedenza è la presenza - assenza dei nostri tempi. Ne produciamo una quantità sterminata, ma preferiamo non pensarci e rimuovere il pensiero. «I rifiuti sono il segreto oscuro e vergognoso di ogni produzione» ma, scrive Bauman «sarebbe preferibile che restasse un segreto». Il rifiuto è dunque connaturato al nostro modo di vivere e di pensare. Viviamo, consumiamo e produciamo rifiuti da oltre un secolo. Siamo stati addestrati per questo scopo e ora, afferma lo studioso polacco, l’idea del rifiuto si è ormai spostata dagli oggetti all’uomo, un particolare tipo di uomo che è divenuto un rifiuto, un vinto dell’era tecnologica.
E’ questa piaga del nostro secolo che vorremmo vedere affrontare nei dibattiti che ci aspettano, ma sappiamo che questo avverrà solo se ci sarà una continua e tenace denuncia, se ci sarà chi ricorderà per chiedere non solo “risarcimenti seri” , ma anche politiche e controlli seri, se anche noi non ci faremo l'abitudine
E quello che fa questo blog e che ha preso una iniziativa raccogliere video di denuncia sulle condizioni di lavoro come questo: