Amo il Brasile e amo soprattutto Rio de Janeiro dove tornerò a luglio.
Rio de Janeiro è una città che ha saputo catturarmi, aiutarmi a guardare oltre…Del resto la prima volta che sono partita per visitare e conoscere questa straordinaria terra (circa dieci anni fa) avevo solo un desiderio, quella che definisce Ryszard Kapuscinski: “la pura e semplice azione di varcare la frontiera”.
E davvero come dice questo grande reporter: “Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. E’ il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile”.
Viaggiare è continuare a porsi domande, sempre domande. E’ questa continua inquietudine (rompere la quiete) che mi ha spinto a vivere anche se per un tempo limitato a Rio de Janeiro non come turista, ma come italiana in mezzo ai brasiliani, sempre con loro, facendo e condividendo la loro vita, cercando di conoscere la loro lingua, mangiando al loro tavolo, partecipando a momenti di festa, di dolore, di paura, girando per le strade poco battute dal turista, conoscendo gente nuova, gente diversa da me, che ha condotto una vita diversa dalla mia, che ha una storia non comparabile a tutte quelle che conosco. E davvero un mondo si è spalancato dentro di me. La prima volta che sono scesa dall’aereo, dieci anni fa mi sono detta: credevo di sapere molte cose, di avere inquadrato il mondo, di sapermi orientare ora so che “non so”, che ancora ho capito poco o nulla di come vanno davvero le cose.
E se vogliamo conoscere chi è lontano da noi, dobbiamo andare lontano “dobbiamo metterci in cammino, raggiungerlo e, una volta trovato, sederci ad ascoltare ciò che ha da dirci”…E impariamo, impariamo e continuiamo ad imparare, ci accorgiamo che ogni storia ci rivela qualcosa, ci porta al di là della nostra frontiera.
In Brasile ero io la straniera, ero io ad essere ospitata. E per quanto meravigliosamente accolti ci si sente estranei. Ma è proprio questa estraneità a renderci più sensibili alla differenza, più curiosi, più attenti. I miei amici brasiliani mi hanno preso per mano e condotto nel loro mondo, mi hanno aiutato a vedere là dove non avevo mai guardato, mi sono allontanata da me, ed ho scoperto ciò che di me stessa ancora non conoscevo, ad entrare in contatto come dice la Kristeva con “l’altro che è in me”.
“Voglio trovare l’isola sconosciuta, voglio sapere chi sono quando ci sarò, Non lo sapete, se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei (..) Non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi”.(Josè Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, Einaudi)