Pensare in un'altra luce

"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate? In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga
venerdì, 23 novembre 2007

Ritrovare il nostro pensiero sul mondo...

11Le immagini alla televisione si susseguono, le notizie si alternano scandite dalla voce del presentatore, una voce che non conosce i toni caldi delle emozioni e noi guardiamo e ascoltiamo senza spegnere i rumori della quotidianità, pronti  a captare l’immagine successiva come un’abitudine quasi necessaria..

La memoria seleziona quale immagine, quali parole trattenere. Chi informa sa dove far cadere la nostra attenzione, sa dove far incanalare la nostra emozione, sa su cosa provocare le nostre reazioni e la nostra indignazione. Questo ultimo periodo ne è stata una prova chiara.

Oggi possiamo sapere quello che succede anche in posti lontani, ma lo sguardo spaventato di un bambino che è sopravvissuto ad una catastrofe naturale, come nell’ultima del Bangladesh, l’urlo dibangladesh_appeal_2_m una madre che ha perso i suoi figli, la devastazione delle loro case precarie non si fermano, non trovano spazio.

Il martellante susseguirsi di informazioni hanno come unico risultato di produrre quel “pieno” che ci rende saturi: la nostra mente si fa inerte, il nostro cuore indifferente.

Dovremmo imparare a prendere le distanze da chi cerca di indirizzare il nostro pensiero, anzi, come dice Rovatti dovremmo “abitare la distanza” “una distanza da costruire, nel senso che dobbiamo renderla abitabile, difenderla, farne possibilmente uno strumento contro la cecità, la sordità, l’afasia”. Una distanza che permetterebbe al nostro pensiero di essere libero di vedere, di sentire, di parlare.

Torneremmo a farci domande, ad uscire dagli angusti confini nei quali ci vogliono chiudere, un giorno suggerendoci la paura, un altro mettendoci di fronte all’impotenza..

Guarderemmo quelle immagini, i volti, i paesaggi, ascolteremmo le parole, le storie che hanno da raccontarci. Non è solo per loro che dovremmo farlo, ma per noi, per non perdere la nostra sensibilità, il nostro senso di appartenenza all’umanità.

Sarebbe questo un allenamento che ci cambierebbe dentro e che ci aiuterebbe a trovare strade e modi di essere che ci facciano sentire meglio prima di tutto con noi stessi. Non risolveremo i problemi del mondo, quelli purtroppo no, ma qualcosa dentro di noi cambierebbe.

Guarderemmo l’immagine di quelle tre donne come se non ci fossero estranee.

Riconosceremmo nello sguardo di questo uomo che piange21 tra le braccia di un amico tutta la sua disperazione, lo sentiremmo vicino, perché il dolore della perdita è di tutti e ci emozioneremmo con lui. Guarderemo le fragili case di questi uomini distrutte e ci ricorderemmo che ci sono dei diritti che, ovunque, non dovremmo dimenticarci di difendere, di sostenere.

image007Un allenamento ai sentimenti, alle emozioni,  quelle buone che ci avvicinano alla pietas latina e non all’odio e alla rabbia. L’una costruisce, l’altra distrugge. Un allenamento all’indignazione che allontana il senso di impotenza e di rassegnazione. L’una chiede diritti, l’altra si accoda ai discorsi vuoti non della politica, ma dei politicanti. Un allenamento al pensiero creativo che ci aiuta a vivere la quotidianità non come il luogo della monotonia e del eterno ripetersi sempre uguale delle cose, ma come un insieme di giorni che possono trovare nel loro susseguirsi l’originalità di un gesto, di una parola, di un atteggiamento fuori dal coro. Un allenamento alla com-mozione che è saperci muovere con... Uscire dal nostro isolamento.

postato da giuba47 alle ore 18:46 | link | commenti (53)
categorie: bangladesh, informazione
lunedì, 08 ottobre 2007

In ricordo di Anna Politkovskaja

8600_a23527James Meek, giornalista del “The Guardian”  chiedeva ad Anna Politkovskaja se secondo lei ci sarebbero volute generazioni perché il suo paese potesse trovare la strada della libertà. “Non vorrei mai dover dire che serviranno generazioni", rispondeva. "Nell'arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano, in cui ogni individuo è rispettato".
Non ci è riuscita perché alle 4 del pomeriggio del 7 ottobre a Mosca le sparavano alle spalle davanti al portone di casa sua.

Anna Zafesova, una sua amica traduttrice,  racconta come viveva negli ultimi tempi, delle precauzioni quotidiane che era costretta a prendere:
«Quando ci siamo conosciute meglio mi aveva raccontato: ogni mattina nel garage esaminava il fondo dell’automobile per vedere se non fosse stato piazzato un ordigno, limitava al massimo i contatti, stava molto attenta alle persone che veniva a conoscere».

«Una volta le dissi: hai fatto abbastanza, vieni via dalla Russia, rifugiati all’estero». La Politkovskaja rispose: «Ho delle persone da difendere, non posso farlo se non sto nel mio Paese». Era conscia dei rischi che correva, del destino che l’aspettava e non nascondeva la sua paura.
Sapeva, però, di avere la responsabilità di continuare a raccontare la sua Russia, il paese che tanto amava.

«E' un vicolo cieco. - diceva - Putin all'estero racconta che in Cecenia tutto funziona. Chi sa che il 99% di quello che dice sono bugie? Non c'è nessuno a cui appellarsi nel mondo: l'ho capito. Ma in qualche caso si riesce a fare qualcosa. Ogni volta si tratta di una vita salvata».
"quando qualcuno ha la fortuna di incontrare il mestiere di giornalista ma tace davanti all'ingiustizia e al sangue è colpevole come chi la compie questa ingiustizia e chi la tollera".

L'ingiusto per eccellenza era  per lei Ramzan Kadyrov nuovo primo ministro ceceno incoronato da Putin. Sulle sparizioni di ceceni ma soprattutto sulla tortura che in questi anni infesta la terra di Cecenia Anna Politkovskaja stava lavorando.
"Cosa vuol dire piangere per i diritti umani? Non si pianga per i diritti calpestati in Cecenia. Si deve andare a vedere. Si tratta di dolori non ipotetici ma diretti e concreti". Queste sono state le sue ultime parole.
(Fonte)

A un anno di distanza sul fronte giudiziario pochi i progressi. Dietro le sbarre alcuni dei presunti esecutori e organizzatori del delitto. Ma sui mandanti nessuna pista definitiva.
E’ stato l'ex campione di scacchi Garry Kasparov ad installare ieri una lapide commemorativa sull'ingresso della casa di Anna Politkovskaia, sperando che nessuno tolga questa targa'' sulla quale e' scritto: ''In questa casa viveva ed e' stata uccisa Anna Politkovskaia''.

Anna Politkovskaja è stata uccisa proprio il giorno del cinquantaquattresimo compleanno di Putin. “Ogni mattina di quell’anniversario si sveglierà e il nome di Anna gli martellerà la testa” prevede Andrej Mironov, intellettuale e amico fraterno travolto dalla nostalgia.

Io non so, ma sente di voler bene a persone come lei e di avere nei suoi confronti un debito di riconoscenza


postato da giuba47 alle ore 11:02 | link | commenti (30)
categorie: russia, informazione, putin, libertà, anna politkovskaja

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