Un anno fa ero seduta sulla passeggiata al mare ad aspettare un’amica. Vicino a me c’erano delle donne peruviane che vendevano prodotti artigianali andini. Sono arrivati poliziotti in borghese che hanno strattonato violentemente le donne perché si facessero da parte, le hanno sequestrato tutta la roba portandola su un auto… Io ho chiesto cosa stese succedendo, mi hanno minacciata: “Lei stia zitta altrimenti le faremo passare dei guai… Io ho protestato. Un agente si è parato davanti a me in tutta la sua stazza e mi ha detto urlando “Non ha ancora capito che deve stare zitta” io gli ho ribadito che c’era diritto di parola che io avevo fatto solo una domanda… Lui mi ha preso per il braccio e Ha ribadito “Non me lo faccia dire di nuovo”… Poi se n’è andato verso la macchina ed è sfrecciato via. Le donne peruviane sono rimaste piangendo: tutta la loro roba era sparita in un attimo…
Oggi leggo questo articolo che vi prego di andare a vedere…
E non è piaciuta al premier la posizione di Fini sul voto degli immigrati all’insegna “o sei con me o sei contro di me…”. Ha una malattia il premier: la paura di essere scavalcato, che qualcuno pensi di potere succedergli. Il terrore di essere contraddetto. Ma che davvero pensi di essere eterno?
Quindi tolleranza zero, nessun gesto di integrazione anche per i più onesti immigrati. In compenso massima tolleranza per gli ultras tifosi del calcio... Per loro anche diritto allo sfascio carrozze (500.000 euro di danni) e a far scendere dal treno onesti cittadini che dovevano viaggiare...
Ero sulla spiaggia in Liguria. Cercavo di leggere, ma non riuscivo a far altro che ascoltare la gente parlare intorno a me. Due donne si raccontavano la loro ultima dieta. Altre tre raccontavano gli ultimi acquisti in saldo. Altre parlavano male di una loro amica che non si cura abbastanza. Un uomo urlava a suo figlio che era un imbranato e che non avrebbe mai imparato a nuotare. Altri due si davano appuntamento per la sera in un ristorante per mangiare il pesce. Una bambina buttava la focaccia sulla sabbia e urlava che non la voleva più… Potrei proseguire, neanche con la musica alle orecchie ad alto volume riuscivo a sfuggire a questi discorsi così vivaci ed originali. Ma pazienza. Ognuno parla di quello che vuole e non sono io che posso né voglio insegnare nulla a nessuno. Intanto passavano gli ambulanti, uno dopo l’altro con le loro borse sulle spalle pesanti…Erano per lo più senegalesi, alti, eleganti, con grande dignità mostravano la merce a debita distanza, la gente faceva “no” con la testa, se ne andavano in silenzio.
Ad un certo punto una sbotta dicendo “Oggi sono particolarmente fastidiosi”… pensavo che parlasse di insetti o cose del genere, ma poi ho capito a chi si riferiva.
Poco dopo passava davanti a me un ragazzo senegalese: “signora” mi ha detto “come ti chiami?” Io gli ho risposto.Lui mi chiede: “Vuoi qualcosa?” Io avevo già comprato gli ombrelli che mi offriva. Gli ho risposto”no, grazie, mi dispiace”… Lui si è accovacciato vicino a me. Mi aspettavo che insistesse, che mi volesse far vedere altre cose, invece niente. Taceva e guardava il mare con occhi terribilmente tristi. Gli ho chiesto come andava, lui mi ha risposto “male, molto male… qui non si vende nulla, non c’è lavoro…Tu dove abiti?” Gli ho risposto “A Torino” “Lì c’è più lavoro?” “Non lo so.” I suoi occhi erano pieni di lacrime…
“Qui tutto male, male…” continuava a dire sempre con gli occhi rivolti al mare “Vorresti tornare a casa?” “Sì, vorrei…ma non posso. Lì, miseria”… Poi riguarda il mare, alza gli occhi al cielo e sta così un bel po’… Poi si alza e mi dice: “Grazie signora, per avermi ascoltato” e se ne va.
oggi leggo questa...
Le parole tacciono... Vorrei che fossero i cuori a parlare... ma quel linguaggio forse non lo conosciamo ancora. Per ora sanno solo piangere.
Allora vado qui, e giro questo blog che ha tante cose da raccontare e spero che qualcuno cammini tra queste pagine e non distolga lo sguardo o per indifferenza o per paura di soffrire… hanno il diritto di farci sapere: almeno quello glielo dobbiamo concedere. E queste immagini raccontano più di ogni parola.
E se volete sapere qualcosa di quando toccava a noi passare da tutto questo andate qui…tanto per non dimenticare.

Lo so mi ripeto, ma non riesco a tacere.
Ci sono morti che non fanno notizia… se ne vanno così quasi in silenzio. Una notizia qua e là… in quinta, sesta pagina, un piccolo trafiletto o proprio nulla. Ma i morti sono morti ovunque allo stesso modo e hanno uguale dignità…
Il volto anonimo non commuove… non smuove le coscienze… non compare sul video e quindi è come se non esistesse…nei confronti del volto straniero volgiamo lo sguardo dall’altra parte, non ci appartiene… anche se arrivano da guerre, fame, disperazione… La sofferenza degli altri è appunto "altro da noi"... E invece di cercare un cammino solidale, ci chiudiamo nelle nostre tricee di solitudine e individualismo.
Sono stanca di questi italiani che hanno solo più occhi e orecchie per lo schermo, che hanno solo emozioni a comando, le cui rivolte non conoscono la voglia di giustizia, ma solo il desiderio della vendetta o della rivalsa… Sono stanca delle loro paure, che non tengono conto delle paure degli altri, della loro voglia di sicurezza sulla pelle di chi non può difendersi perché privo di ogni diritto. Sono contenti di questo governo perché sa parlare ai loro cuori aridi che non conoscono più il desiderio dell’incontro con l’altro, il dialogo, la voglia di conoscere, il desiderio di una società in cui il diritto sia cemento delle nostre case… Si faccia “piazza pulita” di tutti quelli che disturbano la loro tranquillità. Ci sarebbero altre strade, ma troppa fatica è pensare, meglio le ricette di chi ce le confezione e porge su un paitto d'argento già belle fatte e trionfa sulla nostra apatia.
E mi chiedo come si sentirebbero loro al posto di… cosa sarebbero diventati se avessero alle spalle una storia piuttosto che un’altra, se la loro vita fosse stata solo un “no”, un “no” infinito…
Mi viene in mente cosa dice Simon Weil che lavorò come operaia e disse parole indimenticabili:
“Bisogna serrare i denti. Resistere. Come nuotare in acqua. Ma con la prospettiva di nuotare sempre, fino alla morte. Non c'è nessuna barca che possa raccoglierci. Se si affonda lentamente, se si annega, nessuno al mondo se ne accorgerà. Che cosa si è? Un'unità negli effetti del lavoro. Non si conta nulla. E' già molto se si esiste”.
Quando si diviene una cosa, un oggetto, e l'anima non riesce più a farsi sentire.
“Si è un oggetto in preda alla volontà altrui. Siccome non è naturale per un uomo diventare una cosa e siccome non c'è costrizione tangibile, non c'è frusta, non ci sono catene, bisogna piegarsi da soli a questa passività. Come sarebbe bello poter lasciare l'anima dove si mette il cartellino di presenza e riprenderla all'uscita. Ma non si può. L'anima, la si porta con sé in officina. Bisogna farla tacere per tutta la giornata. All'uscita, non la si sente più, spesso, perchè si è troppo stanchi.”
E intanto lo sfruttamento dilaga, si muore nell’indifferenza generale come ben si scive nel libro "Morte a 3 euro" di Mauro Berizzi … Si muore davvero senza pietà…
E si muore per l’avidità di chi ha in mano la nostra salute.
E non smetterò mai di parlare di morti sul lavoro…
E' "una grande e infinita guerra, se consideriamo che, nella Seconda guerra mondiale, le perdite militari italiane furono di 135.723 morti e 225.000 feriti, mentre la lunga battaglia nei luoghi di lavoro dal 1951 al
Un ritmo un ritmo di ben oltre 1000 morti sul lavoro e più di 900.000 infortuni l'anno.
Ma sono stanca anche di chi non crede alla possibilità di fare qualcosa…Usciamo dal pericolo della rassegnazione. Esercitiamo il nostro pensiero e la nostra creatività. Sarebbe bello se ognuno di noi raccontasse qualcosa che ha fatto nella direzione dei valori in cui crede…piccole o grandi azioni… piccole o grandi iniziative. Segnalasse tuto ciò che va in senso contrario all'onda lunga che trasina dietro a sè masse di persone. Guardiamoci intorno e denunciamo ciò che vediamo accadere coi nostri occhi… più o meno come ha fatto il blog petardas.
Lo ripeto: noi ci siamo e vogliamo esserci anche se siamo una minoranza, mettiamoci in movimento, i diritti universali sono ancora validi, sono la nostra rotta.
Un gruppo di credenti che vivono nei campi sosta, operatori pastorali e amici di rom a sinti scrive sulla rivista Migranti Torino
Un episodio spettacolarizzato dai mass media, ma dai contorni ancora incerti - una ragazza rom di 16 anni accusata di aver tentato di portar via, in una situazione inverosimile, una bambina - ha scatenato una reazione furibonda e violenta, un grande e diffuso pogrom, non solo a Napoli ma in tutta Italia, nei confronti di rom e sinti.
Di fronte a questo fatto e al clima pesante che si è innescato in questi giorni sulla “sicurezza”, ci preme fare alcune considerazioni:
* Lo svolgimento dei fatti non è ancora chiaro, ma il giudizio sembra essere già stato emesso e la sentenza è stata già eseguita, indiscriminatamente, contro tutti i rom e i sinti. Eppure, dati alla mano, a cominciare da quelli forniti delle forze dell’ordine e dal Ministero degli Interni, nessuna delle numerose e ripetute accuse abituali rivolte a rom e sinti, in questi ultimi decenni, quando sparisce un bambino, ha trovato un riscontro oggettivo; le indagini hanno sempre smentito che siano stati loro, anche se nessuno poi ha detto e scritto che i sospetti e le accuse iniziali erano ingiusti e falsi. Non è nei costumi dei rom e dei sinti portare via i bambini a nessuno e l’episodio di Napoli, che sembra smentire questa affermazione, in realtà corrisponde a uno stereotipo che viene abitualmente utilizzato per criminalizzare rom e sinti e che si è rivelato sempre falso. (…)
Presto uscirà una ricerca dell’Università di Verona, ricerca voluta, sollecitata, sostenuta e finanziata dalla Fondazione Migrantes della Cei, che partendo dal pregiudizio che “gli zingari rubano i bambini”, ha voluto analizzare scientificamente tutti i casi di denuncia nei confronti di rom come presunti responsabili di questo reato.
In questo modo, si è potuto accertare che, negli ultimi vent’anni, non c’è stato neanche un caso di bambini che siano stati rapiti da rom o sinti, a fronte di centinaia di casi di loro figli portati via con estrema facilità, superficialità e spietatezza dai Servizi sociali, per affidarli, per lunghi periodi e più spesso in modo definitivo, a istituti e a famiglie del tutto ignari della loro cultura, col risultato di creare dei bambini e, poi, degli adulti traumatizzati e disadattati, non più rom, ma impossibilitati a diventare come noi. Non si vuole prendere in considerazione che anche i bambini rom siano affezionati ai loro genitori e questi a loro e che la separazione temporanea o definitiva che sia, rappresenti anche per loro e non solo per i sedentari, una sofferenza indicibile e di difficile superamento, dato che non hanno, per l’età, gli strumenti per metabolizzare questa perdita totale della propria famiglia. (...)
Abbiamo negli occhi roulottes bruciate e bambini che piangono e fuggono terrorizzati, ma di fronte a questo stato di cose vediamo solo molta indifferenza ecclesiale, il favore e la connivenza neanche troppo nascosti delle istituzioni, la mobilitazione e l’organizzazione del razzismo, le ronde, i progetti di legge e i provvedimenti speciali contro i rom e i sinti, ma anche contro i cosiddetti extracomunitari e uno scarso impegno della società civile per ricercare i colpevoli di queste violenze e per renderli innocui. Anche se, come credenti, pensiamo a un altro tribunale, più alto, a cui nessuno potrà sottrarsi, quando ci sarà detto: “avevo fame… avevo sete… ero straniero… nudo … malato… carcerato” e, ancora, ero rom, mendicante, senza lavoro, immigrato clandestino, barbone, lavavetri, ingiustamente sospettato e condannato, cacciato.
Ci auguriamo di poter sentire quanto prima da parte della Chiesa cattolica parole più coraggiose e più ispirate al Vangelo di Gesù, capaci di guidare e di scuotere le comunità cristiane e non solo, perché tutti ritroviamo quei sentieri che abbiamo smarrito, per costruire fraternità nella giustizia e nel rispetto delle vite dei poveri.
Delle riviste da consultare online e avere informazioni più dettagiate le trovate qui, e qui.
L’Italia è sotto accusa nell'assemblea plenaria del Parlamento Ue tenuta ieri..
La maggioranza degli eurodeputati – riferisce
E' da leggere la lettera che don Luigi Ciotti manda ad una donna rom.
In questi giorni di grandi mistificazioni, perse tra emergenze ed ondate, ci sono alcune realtà che troppo spesso rischiano di essere dimenticate, perchè nessuno dei masmedia dà un'informazione corretta.
Forse non tutti lo sanno che chi ha un lavoro ed una casa non automaticamente potrà avere un permesso di soggiorno e spesso si presentano per essere regolarizzati.
“Devi attendere il decreto flussi” si dice.
In realtà, è risaputo, le quote del decreto flussi vengono per la quasi totalità destinate a richieste di datori di lavoro che, fingendo la chiamata di un cittadino extracomunitario dal paese d’origine, cercano di aggirare il problema e quindi provano a “regolarizzare” lo straniero “clandestino” già impiegato irregolarmente.
Non vi è altro modo di assumere regolarmente uno straniero e quindi, il “mercato degli irregolari” diventa la risorsa principale da cui attingere, senza contare la convenienza di molti nello sfruttare questa situazione di ricattabilità permanente.
Ma clandestini non si è per scelta, neppure quando il viaggio di arrivo è quello tragico e rischioso del mare (solo il 12% dei migranti irregolarmente soggiornanti entra in Italia attraversando il mediterraneo).
Eppure, ogni barcone avvistato è carico, si dice, di “clandestini”, senza contare che oltre il 90% degli esodanti del mare (è l’UNHCR a dirlo) è un legittimo beneficiario di protezione internazionale, un profugo o un perseguitato in fuga.
Soldini della Cgil dice:
"Se dovessi scommettere sul fallimento di Berlusconi e della Lega nell’obiettivo di chiudere le frontiere io mi giocherei tutto perché questo obiettivo è, oltre che sbagliato assolutamente impossibile. L’utilità, la strutturalità e l’inesorabilità del fenomeno migratorio sono inconfutabili, - spiega - per cui l’Immigrazione non si arresta, non si contrasta ma si deve governare".
"Si continua a dire espelliamo tutti i clandestini, verrebbe da rispondere fatelo!!" rilancia il sindacalista. Ma con quali risorse? “Per fare un’espulsione coatta si spenderebbero 10.000 euro, per farne 100.000 occorrerebbe 1 miliardo di euro quando in bilancio ce ne sono 140.000". "In Italia - continua - ci sono più di un milione d’Immigrati irregolari, in Europa ce ne sono più di 8.000.000: pensare di espellere, deportare milioni di persone è una follia, forse solo un nuovo nazismo potrebbe immaginare un’impresa del genere".
Secondo Soldini sono quindi indispensabili dei "percorsi di regolarizzazione". Non una semplice sanatoria che prenda atto che tutte queste persone sono in Italia, "ma regolarizzazione del loro lavoro come unica soluzione, - conclude - non solo per sconfiggere la clandestinità, ma anche per rendere più legale e più sana la nostra economia e la nostra società".
Mio nonno era "un uomo uguale a molti altri di questa terra, di questo mondo, senza opportunità, forse un Einstein perduto sotto una spessa coltre di impossibilità, un filosofo (chissà), un grande scrittore analfabeta. Qualcosa di serio che non potè mai essere". Così scrive Josè Saramago in Di questo mondo e degli altri.
Il nonno di Saramago, vecchio e stanco, "cammina sotto la pioggia, ostinato e silenzioso, come chi compie un destino che nulla può cambiare".
Saramago e vedrà sempre in quel nonno "un uomo saggio, silenzioso ed introverso, che apre la bocca solo per dire parole importanti, quelle che contano".
Eppure chissà se fossero nati al nostro posto chi sarebbero oggi e cosa saremmo noi al loro.
E la nonna seduta sulla soglia della porta "aperta sulla notte stellata e immensa, sul cielo di cui nulla sai e nel quale mai viaggerai, sul silenzio dei campi e degli alberi attoniti, dici con la tranquilla serenità dei tuoi novant'anni e il fuoco della tua adolescenza mai perduta: 'Il mondo è così bello, e io ho tanta pena di morire".
Gli emigranti vivono e muoiono sotto un cielo che non conoscono e vengono sotterrati in una terra
che non è stata mai loro “madre”. Vivono e muoiono come “invisibili”…
Non hanno diritto ad una storia. Di come è la loro vita, di come l’hanno trascorsa, delle difficoltà che hanno dovuto affrontare, nessuno è curioso. Sappiamo di loro "cosa sono" ma non "chi sono". Vivono dietro a delle definizioni, sono intrappolati nella rete delle generalizzazioni e le loro potenzialità scompaiono senza speranza dietro la loro funzionalità. Ci interessa sapere se "sono utili o no". Tutti gli altri li vogliamo fuori.
Entrano nel nostro mondo come ospiti poco graditi,come essere di per sé sospetti e potenzialmente pericolosi.
Eppure se qualcuno per qualche motivo li accosta e desidera davvero conoscerli scoprirebbe che una storia ce l'hanno e non aspetterebbero altro di poterla raccontare, di poter aprire i loro cuori.
L'immigrato è un uomo che si è disincarnato dalla viva singolarità, è un'entità astratta negativa di cui possiamo dire tutto ciò che vogliamo perchè non sono uomini come noi.
Se un giorno scoprissimo che dietro ogni volto c'è un nome, una vita fatta di giorni e di ore di momenti di gioia e dolore, di speranze e disillusioni, se ci ricordassimo che i più hanno percorso distanze immense per arrivare qui scappando da guerra, fame, povertà, se guardassimo le fotografie della loro famiglia, dei bambini che hanno lasciato lontano, se.... Solo allora potremmo parlare non di loro, ma con loro e imapreremo a distinguere chi è onesto da chi non lo è, esattamente come facciamo tra di noi.
Karen Blixen dice "Tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia o si racconta una storia su di essi". Ma forse noi non abbiamo orecchie per questo...
"Voglio raccontare il modo in cui questi personaggi si comportano, che è poi il modo in cui la società vuole che ci comportiamo”. E’ così che parla Ken Loach in un’intervista e aggiunge:
“Il cinema sarà sempre importante. Non è un movimento politico ma pone domande e questioni, è più complesso della propaganda perchè deve offrire qualcosa di più, costruire una sua storia attraverso un lavoro collettivo per evitare la bidimensionalità".
E riferendosi al suo ultimo film “In questo mondo libero" ci dice:
Abbiamo pensato che questa volta sarebbe stato interessante rivolgere lo sguardo ai comportamenti e alla mentalità degli sfruttatori invece che a quella degli sfruttati, come spesso avviene nei film".
Il film racconta la storia di Angie, giovane impiegata in un ufficio di collocamento per extracomunitari. Angie è una ambiziosa giovane donna piena di vitalità. La sua è una vita intessuta di difficoltà a cui però reagisce per dimostrare ciò che vale e riscattare il suo passato di perdente. Insieme alla sua amica, Rose, decide di aprire un'agenzia per la selezione del personale. Ben presto, però, dovrà fare i conti con una realtà molto dura, popolata da boss di strada, disoneste agenzie per l'impiego e immigrati alla disperata ricerca di lavoro.
Una società in cui anche una donna, che ha conosciuto sulla propria pelle lo sfruttamento e
l’ingiustizia, una persona capace, intelligente e amabile, che ama divertirsi come tutte le donne della sua età, può ritrovarsi alla fine costretta a prendere determinate decisioni che pian piano la cambieranno profondamente.
Il regista vuole, cioè, mostrare fin dove il bisogno e l’ambizione possiamo cancellare l’umanità. All’inizio Angie è ancora capace di commuoversi e di aiutare chi vede nel bisogno più estremo, poi scivola sempre più in basso e impara la legge del più forte e che per essere tale deve non guardare più in faccia nesuno e non conoscere pietà.
Sente che è una legge quasi necessaria a cui, se vuole vincere, non può sottrarsi. Alla fine chi ha l'occasione la sfrutta, senza porsi scrupoli, perché siamo in un mondo libero, e agiamo a nostro vantaggio. La sua amica Rosie non riuscirà a fare questa scelta e la lascerà sola, non l’approverà il padre che appartiene ad un mondo in cui tra lavoratori esisteva ancora la solidarietà.

Non la si ama e non la si odia
passata negli ultimi dieci anni da un lavoro all'altro è comprensibile la sua paura di arrivare alla vecchiaia senza un soldo, e la sua determinazione a non fare questa fine. Agisce per il suo bene e per quello dei suoi cari, sembra quesi non poter fare diversamente. “Mors tua vitae mea” è il suo motto senza nessun pentimento e diventa una truffatrice ai danni dei lavoratori, che comincia a reclutare ogni giorno «in nero», speculando sulla loro disperazione e seguendo cinicamente le regole del profitto. Alla fine anche il suo più caro amico, un immigrato polacco la abbandona per tornare a casa e le dice: "Ricordati non siamo schiavi"
Non è verso cui punta il dito il regista ma la società e le sue logiche: il lavoro saltuario, a termine e flessibile nel mondo della "deregulation" e della globalizzazione. Il sistema delle agenzie di reclutamento, l'uso degli appalti, fornitori esterni, lunghe catene di contratti a termine nasconde e facilita una nuova forma invisibile di schiavismo in cui sono puniti per legge i lavoratori, costretti a chinare la testa a bocca chiusa, non chi li sfrutta.
Duro e spietatamente realista, la pellicola di Ken Loach fa riflettere sul marcio di un sistema che porta solo dolori e sofferenze per troppe persone, che riduce a pure merci da vendere: .“Quanti operai vuoi? 45 ucraini....” Uno sguardo lucido e mai consolatorio sul deserto dei valori che l’applicazione di un liberismo senza regole ha creato in questi anni. Il mondo libero del titolo rimanda ad una realtà in cui è lecito varcare ogni limite dell’etica e della moralità in nome del profitto.
Secondo Loach la vita vera è molto peggio di quella che appare nel film “E’ impossibile raccontare la realtà attraverso le immagini. Quello che succede nella realtà è così estremo da non poter essere utilizzato in un film, è troppo eccessivo”.Loach racconta come il cambiamento della società sia visibile ad occhio nudo: basta attraversare una qualsiasi autostrada inglese, dove la campagna assomiglia sempre più ad un unico grande magazzino, con un susseguirsi di fabbricati e capannoni in cui la gente lavora a ritmi disumani.
Ecco che la gente che lavora nel capannoni, nel depositi e nei supermercati, per lo più con lavoro a termine, è ormai il cuore di questa enorme trasformazione che si sta verificando nel mondo dell'occupazione.
Ma nonostante tutto il regista non si dichiara pessimista: “Se continuo a fare film come questo, significa che non sono disperato, credo ancora che qualcosa si possa fare. E non solo nel mio paese".
Molti sono convinti che questa situazione sia ineluttabile e che non esista un'alternativa. Non è vero: c'è sempre un'altra maniera possibile per fare le cose. E' fondamentale che non permettiamo a questa gente di convincerci che questa politica è ispirata da una forza della natura. (...) Quando hai una diseguaglianza tanto plateale, non puoi fare altro che sfidarla. Non possiamo accettare questo sistema di cose e dobbiamo fare qualcosa.
Per cercare l’attrice adatta ad impersonare Angie ci sono voluti 4 mesi di audizioni, in cui molte attrici sono state viste e riviste, hanno improvvisato e sono state riprese per verificarne la fotogenia. Trovare l’attrice giusta era essenziale per il film. E’ stata l’occasione per Kierston Wareing, 31 anni, :
“Prima di questo film avevo deciso di cambiare strada, e quindi stavo studiando per diventare segretaria di uno studio legale, anche se la recitazione è sempre stata la mia grande passione. Ma dopo dieci anni di sogni infranti, sentivo che non potevo più andare avanti così.. Anche stavolta temevo di restare delusa, invece il mio agente mi ha chiamato e mi ha detto, con voce falsamente contrita: “Mi dispiace dirtelo… ma hai ottenuto la parte!”. Non ho avuto alcuna reazione. Ero solo scioccata, e continuavo a chiedergli: “Sei sicuro?”
Seguendo il suo metodo di lavoro abituale, Loach non ha rivelato alla sua protagonista i momenti cruciali della trama, a volte fino al momento in cui venivano girati.
“Tutta questa segretezza è una cosa fantastica. Stavo sempre insieme a una delle costumiste, che sapeva tutto ma non diceva mai nulla
“Si impara di più con Ken Loach in sei settimane che in tre anni di scuola di recitazione. Al momento sto facendo moltissimi provini e ho appena finito di girare un altro film”.
Kierston Wareing e Juliet Ellis (Rose) hanno trascorso molto tempo in un’ agenzia di intermediazione professionale, per conoscere le modalità della gestione del lavoro all’interno di questi uffici. Parte del tempo era dedicato anche alla socializzazione fra gli attori di fuori del set.
Il film ha ottenuto l'Osella d'oro per la migliore sceneggiatura di Paul Laverty.
Il giornalista Fabrizio Gatti si era, tempo fa, infiltrato tra i raccoglitori di pomodoro nella provincia di Foggia per guardare da vicino l'orrore che gli immigrati devono sopportare.
E la realtà che ha osservato ha davvero il volto dell'orrore. Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Sono partiti dalla Libia e venuti in questa regione perché sapevano che d'estate si trova lavoro.
Abbiamo da poco festeggiato l'anniversario delle nostra
La provincia di Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie della trasformazione di Salerno, Napoli e Caserta.
Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell'Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all'uomo raccontata da Alan Parker nel film 'Mississippi burning'. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l'hanno ucciso.
Anche l'organizzazione umanitaria “Medici senza frontiere” tra luglio e novembre
Un'indagine che - alla sua seconda edizione - parla di «un costo umano e sociale altissimo,
necessario per assecondare i meccanismi perversi di economie di mercato. Un costo umano dimenticato da un politica tesa solo a regolamentare flussi migratori senza avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Senza avere il giusto coraggio di andare al cuore del problema».
Lo staff di Medici senza Frontiere è partito ai primi di luglio dalla Campania, e passando per Lazio, Puglia, Calabria, Basilicata ha raggiunto
Il 90% del campione intervistato ha dichiarato di non possedere alcun contratto di lavoro e non gode dunque di alcuna tutela giuridica in termini di retribuzione, di infortuni sui luoghi di lavoro e di previdenza sociale.
Difficile è l'accesso alla strutture sanitarie. Il 71% degli stranieri intervistati non ha una tessera sanitaria. Colpa di una burocrazia paralizzante, di una mancanza di servizi di informazione rivolti agli immigrati, e della carenza di ambulatori di primo livello dedicati agli stranieri irregolari.
Anche per questo le condizioni di salute di queste persone sono in molti casi caratterizzate da malattie croniche. Seppure il 76% dei pazienti sia giunto in Italia in buone condizioni fisiche, al momento della visita di Msf al 72% dei pazienti è stato formulato almeno un sospetto diagnostico, di cui la maggioranza è risultato avere una malattia cronica. Patologie osteomuscolari (probabilmente dovute a sforzi da lavoro agricolo, sollevamento di pesi, mantenimento di posture fisse per lungo tempo, o movimenti ripetitivi), malattie dermatologiche (micosi e dermatiti probabilmente attribuibili alle scarse condizioni igieniche e al contatto con sostanze chimiche senza protezione), malattie respiratorie sono le patologie più frequenti. Ma anche gastriti e malattie del cavo orale, spesso gravi perchè trascurate.
Il 65% degli immigrati intervistati vive in strutture abbandonate, il 53% dorme per terra, sopra un cartone o un materasso, e il 21% deve condividere il proprio materasso con una o più persone. Ancora più allarmanti i dati che rilevano l'assenza di servizi per garantire condizioni igienico sanitarie minime: il 62% degli intervistati non dispone di servizi igienici nel luogo in cui vive.
Insomma dai dati raccolti in questo secondo rapporto riemerge il quadro scioccante già rilevato nel 2004: «La maggioranza degli stranieri impiegati come stagionali vive in condizioni igieniche e sanitarie drammatiche; in un stato di povertà estrema e di esclusione sociale. Questa condizione espone gli stagionali ad atti di violenza e intolleranza e conferma, ancora una volta, l'assenza pressoché totale di misure tese a garantire standard minimi di accoglienza».
Per Msf, «i sindaci, le forze di Stato, gli ispettorati del lavoro, le associazioni di categoria e di tutela, i ministeri: tutti sanno e tutti tacciono. L'utilizzo di forza lavoro a basso costo, il reclutamento in nero, la negazione di condizioni di vita decenti, il mancato accesso alle cure mediche sono aspetti ben noti e tollerati».
Questa è l’Italia, questo è quello che non vogliamo vedere, che non vogliamo denunciare, su cui ci informiamo troppo poco…
Ho letto il dossier dell’espresso e quello dei Medici senza frontiera, credo che sarebbe importante lo facessero tutti quelli che hanno a cuore la nostra costituzione e che temono la deriva del nostro paese. Non possiamo più ammettere che questo accada a casa nostra…
Perché la vita di qualcuno deve valere più di quella di altri? Questo pensiero mi è insopportabile.
Avevo già scritto in un altro post quanto tutti dovrebbero avere diritto ad una storia, a non disperdere dignità e individualità nella facile generalizzazione che si tende a fare di chi non è “dei nostri” che è aprire la porta del pregiudizio e del razzismo.
Il racconto ci aiuta a ricordare e ci mette in diretto contatto col mondo dell’ “altro”, ce ne fa scoprire la sua umanità. Ci aiuta ad uscire dagli stereotipi, dagli slogan, ma anche da quell’indifferenza di cui parlava già in Lo straniero Albert Camus. In questo libro Meursault, francese d’Algeria, dice:
«Ci guardavano in silenzio, ma a modo loro, né più ne meno che se fossimo stati pietre, o alberi morti.»
Bisogna leggere “Dio non ama i bambini” di Laura Pariani per ritrovare le storia dei nostri immigrati italiani. Questo racconto si svolge un “conventillo” di Buenos Aires dove vivono decine di famiglie d'immigrati italiani assillati dai bisogni, prostrati dalla nostalgia: servizi sanitari in comune e una cucina all'aperto per tutti, un cortile dove i bimbi giocano abbandonati a se stessi, piccole stanze dove nonni figli e nipoti si stipano come conigli: “Villa , villa immondizia. – dice un commissario di Polizia - Ci abitano gli immigrati più recenti: una miseria nera, tanfo di merda e pidocchi, famiglie di italiani allo sbando, spesso in ricoveri di fortuna; alta mortalità,bambini che vivono in strada per la maggior parte della giornata, molti orfani. Per gli agenti della Comisarìa certe vie sono terra bruciata”, dove soffoca qualunque cosa nasca, nulla riesce a sopravvivere, a parte la malerba”.
Un libro che s'interroga sull'abbandono di un Dio che permette l'ingiustizia e la miseria, su un tema molto difficile: quello del rapporto dei bambini con la morte. Così uno dei testimoni, il maestro elementare, Dionisio Brusa, ci descrive l'ambiente: «Non c'è via d'uscita in questo quartiere: conventillos, mataderos, morti, risse, scioperi, bambini che ricavano i loro giocattoli dalla spazzatura, i grandi che terrorizzano i piccoli e ne ottengono l'obbedienza con le botte».
Un libro che trasuda vita, disperazione e voglia di riscatto, che ha il coraggio di raccontare ogni cosa così come si presenta senza retorica, e per questo si avvale delle documentazioni burocratiche, dei racconti orali in prima persona, dei verbali di polizia, di stralci rivisitati dai giornali dell'epoca, soprattutto dai fogli degli anarchici, assai attivi in quel fmomento: un bel libro davvero.
La
Ma in ciò che scrive non c'è mancanza di speranza: “Non farei questo lavoro se non avessi speranze. Scrivere è sempre un tentativo di comunicare; e anche leggere lo è”.
A dar voce, invece, agli immigrati di oggi un altro libro, “Abbracciando l'infedele” di Behzad
Yaghmaian nato e cresciuto in Iran, poi espatriato e divenuto cittadino americano, insegnante universitario di economia del New Jers e tornato più volte nel suo mondo di origine. Nei suoi numerosi viaggi ha conosciuto molti migranti, e incrociando i loro percorsi ha ascoltato le loro storie, molte delle quali sono raccolte in questo volume. Tutti si sono lasciati dietro qualcosa di insopportabile: guerre, villaggi bombardati, parenti uccisi, oppure il peso di famiglie soffocanti, la repressione politica o le persecuzioni famigliari. Tutti cercano un posto dove vivere in pace.
Ritratti di donne e uomini partiti da Iraq, Sudan, Afghanistan e altri Paesi ancora, in viaggio verso una terra promessa. Mariti separati dalle mogli, bambini lontani dai genitori, famiglie dislocate per sempre. Un racconto commovente di coraggio, eroismi, speranze, momenti vissuti nascosti in container, alla mercè di trafficanti, uomini che cercano, a volte invano, di varcare frontiere per arrivare là dove per loro abita la speranza.
Storie a volte disperate: c'e' chi si perde nella droga,chi nella depressione, chi diventa trafficante o accattone, e chi la cerca di sbarcare il lunario come venditore ambulante.
L'iraniano incontrato dall’autore a Patrasso Farshad spiega “Tutti cercano, in fondo, dignità e rispetto e un posto dove vivere in pace” ma poprio lui soffochera' nascosto in un camion di angurie prima di sbarcare in Italia.
Ma cammin facendo tutti hanno cambiato il loro modo di guardare all'Occidente. Lo spiega l'iraniano Kia, ad Atene:
"Noi non saremo mai normali. Molti parlano delle difficoltà di traversare i confini, i pestaggi e tutto il resto. Ma non sono questi i veri problemi del viaggio. La difficolta' e' trovare un posto dove cominciare una nuova vita insieme agli altri, in contatto con i vicini, normale. Ma questo non e' possibile. Rimaniamo isolati, estranei, stranieri". Come Khan pero', Kia non puo' tornare indietro: "Conoscevo le difficoltà del viaggio. Quello che non sapevo e' che il viaggio ti cambia. Non potrai più essere ciò che eri, anche se torni alle condizioni di partenza".
Ed è di poco fa la notizia di altre morti (almeno 200 africani) nel tentativo di raggiungere le coste dello Yemen. Un bollettino di guerra a cui nessuno fa più attenzione...
La lotta al razzismo deve continuare.
Succede in ogni momento. Nessuno di noi dovrebbe dire “a me non capiterà mai”, piuttosto ognuno dovrebbe vigilare su se stesso perché non accada. Il nostro pensiero è soggetto come tutti alla pressione dell’esterno, non si genera da solo. E' soggetto ai pregiudizi, a vecchi modo di pensare, ha difficoltà a rapportarsi ad un mondo che cambia troppo rapidamente
Nulla può giustificare il razzismo, nulla può giustificare il fatto che si lasci “dire” o “fare”… Per questo vorrei tornare su questo argomento. Nessuno dovrebbe cadere nella tentazione della generalizzazione.
L’immigrazione sicuramente pone degli interrogativi molto grandi ed è per questo che bisogna conoscere bene il fenomeno, ragionare per non cadere nelle trappole di chi ci vuole trascinare in atteggiamenti che nulla hanno a che vedere con l’affrontare seriamente un problema. Io per prima mi voglio interrogare e confrontare. Mi ha colpito molto nel post che ho fatto precedentemente sull’argomento l’intervento di Claudiaz che si esposta e ha raccontato la sua storia che mi ha dato il permesso di postare sul mio blo e di questo la ringrazio.
" La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è