Certi libri fanno pensare non solo quando li leggi. Alcuni si risvegliano nella tua mente quando qualcosa nella tua vita li richiama. Sono le parole che rimangono dentro di te e che con te continuano un dialogo silenzioso, a volte inconscio, ma ininterrotto, che rivedono la luce quando ti sembrava non pensarci più.
Ieri ero con mia mamma, una donna lucida e sveglia. Mi raccontava le sue giornate e, anche se non ama lamentarsi in modo esplicito, percepivo tutta la sua malinconia per la vita che se ne stava andando, per un mondo che non esisteva più, per quello che forse avrebbe voluto fare e gli era, invece, sfuggito per sempre.
Io ascoltavo impotente. Non sapevo trovare parole e, abituata alla donna forte e combattiva che era sempre stata, non riuscivo ad accettare la sua palese fragilità. Mi faceva male, troppo male. E’ difficile descrivere cosa ho provato. Ero a disagio e l’ho portata pian piano a parlare di quando era giovane e bella, di tempi lontani che del resto lei ama ricordare. E’ così che si è lasciata andare ai ricordi, ma un discorso era rimasto in sospeso ed io vigliaccamente sapevo che l’avrebbe ripreso in solitudine e che da sola avrebbe pianto.
E uscendo da casa sua, mi sono portata dentro quella tristezza che non ho saputo consolare senza sapermi dare una spiegazione.
Mi è allora venuta in mente Iza, il personaggio del libro di cui ho parlato in questo post, "La ballata di Iza", che nel rapporto con la mamma, rimasta vedova si sente impotente, incapace di comprendere o di dare risposte ai suoi bisogni: sbaglia e continua a sbagliare senza mai riuscire ad uscire da questa trappola.
Mi è venuto da pensare che sia proprio difficile per chi è figlia, per chi ha vissuto un rapporto spesso anche conflittuale con la madre, riuscire a rispondere alle esigenze di una donna che invecchiando ha bisogno di essere accompagnata in questo passaggio difficile e spesso doloroso.
E’ Maria, la signora peruviana, che vive con mia madre che riesce a farlo: lei sa come prenderla, lei accoglie le sue lacrime, l’ascolta nei momenti più bui e la sa fare ridere e sorridere. Ha un modo così naturale di relazionarsi con lei che mi incanto a guardare. Lei che è una donna semplice, che non ha studiato, che arriva da un altro mondo e da un’altra realtà sa guardare con occhio attento e vigile una donna che solo pochi anni fa l’avrebbe guardata con distacco perché non apparteneva alla sua classe sociale. A volte litigano ed è Maria che piange, ma hanno saputo trovare ugualmente una loro armonia.
E questa volta ho pensato al romanzo della Lessing, Il diario di Jane Somers.dove una persona del tutto estranea entra in rapporto con una persona molto anziana senza che nessuna delle due debba fingere o nascondere i sentimenti e le reazioni più vere.
Io stessa amo dialogare con i “vecchi”, mi arricchiscono e sento che tra noi non c’è nessun imbrazzo né fraintendimenti. Alcuni sono i miei migliori amici.
Ma con mia mamma non c’è niente da fare rimango la figlia e tra madre e figlia è possibile un tipo di rapporto, non un altro… Io sono fortunata perchè Maria c'è, è reale e lo è anche mia madre perchè ha lei e anche me e tutte e due possiamo continuare ad essere quello che siamo sempre state: una madre ed una figlia. Ma quanti hanno questa fortuna? Quanti anziani rimangono soli? Quanti figli non possono più condurre una vita normale per accudire i propri genitori?
Per questo penso che la chiusura della famiglia in se stessa, la mancanza di legami e scambi con la comunità esterna sia davvero un impoverimento a cui diamo troppo poco risalto: tanti drammi famigliari nascono da questi rapporti chiusi e imprigionati, sono frutto della solitudine che io ritengo davvero sia la malattia del nostro tempo.
Non è con la retorica che si affrontano i problemi. E’ guardando in faccia la realtà senza ipocrisia, senza nascondimenti. Guardando dentro noi stessi, senza paura di leggere quello che non ci piace.E poi arriva Maudie. Il libro ci racconta questo incontro tra Jane, una ricca borghese, cinquantenne, dinamica e giovanile, redattrice di un giornale femminile che la impegna tutto il giorno e Maudie un'anziana signora sui novanta, molto povera, isolata dalla famiglia, scontrosa ma con una grande dignità. Jane incomincerà quasi casualmente ad occuparsi di Maudie ma non c'è pietismo nell'azione di Jane, non c'è spazio in lei per i "buoni sentimenti", c'è una forte tensione che la porta spesso allo scontro con Madie e con se stessa, con pensieri contrastanti e inquietanti. Un libro che è anche il racconto di un profondo cambiamento esistenziale e morale, di come l'incontro con l'altro può cambiarci dentro, può renderci persone migliori.
Jane incontra Maudie in farmacia: “Occhi azzurri e bellicosi, sotto ripide sopracciglia grigi, ma c’era qualcos di meravigliosamente dolce nel suo sguardo. Mi piacque subito, chissà perché…” E dalla farmacia uscirono insieme:
“Le camminai accanto. Era difficile camminare così piano. Di solito io vado velocissima, ma non lo sapevo, me ne accorsi in quel momento. Lei faceva un passo, poi si fermava, guardava il marciapiede, e faceva un altro passo”. L’incontro vero incomincia proprio da queste parole, dalla immediata percezione di Jane che doveva “adattare il passo” a quello di Maudie se voleva entrare in contatto con lei.
La fretta è nemica di qualsiasi relazione con i soggetti più deboli a partire dal bambino, al portatore di handicap, all’anziano. Ma la fretta è nemica anche di noi stessi, che non sappiamo più camminarci accanto lentamente per lasciarci il tempo di intessere un dialogo interiore che ci aiuti a capire quello che siamo, quello che vogliamo veramente. La fretta ci impedisce di ascoltare e di relazionarci uno con l’altro. La fretta rende impossibile qualsiasi dialogo o rapporto umano. La fretta, la parola più usata nei nostri incontri (“scusami devo andare, sono di fretta…”)
“A cosa serve la gente vecchia” questa la domanda che un elettricista chiamato per aggiustare l’impianto in casa di Audie fa a Jane e che la induce a riflettere:
“Quello che Jim aveva detto era quello che tutti dicevano: Perché non sono tutti in un ricovero? Bisogna toglierli di mezzo, metterli dove la gente giovane e sana non li possa vedere, perché non sia costretta a pensare a loro”(…) “ E fu allora che pensai come valutiamo noi stessi? In base a quali criteri?” “A che cosa serve Madie Fowler? Stando ai criteri che mi sono stati inculcati, a niente”. Ma Jane ormai sa che non è così.
Sa che dentro quel corpo fragile c’è ancora tanta vita: “Può darsi che Maudie sia solo pelle e ossa, ma il suo corpo non ha quell’aspetto distrutto, sconfitto della carne che affonda nelle ossa. Maudie era gelata, era malata, era debole – ma sentivo qualcosa pulsare dentro di lei: la vita. Com’è tenace, la vita. Non ci avevo mai pensato prima; non l’avevo mai recepita in quel modo, non come in quel momento, mentre lavavo Maudie Fowler, una vecchietta arrabbiata e indomita. All’improvviso ho capito che tutta la sua vitalità risiede in quella rabbia. Non devo, non devo assolutamente risentirmene, non devo reagire violentemente. ....le ho lavato le parti intime, e per la prima volta ho pensato davvero al significato di quella espressione. Maudie soffriva orribilmente proprio perché una sconosciuta stava invadendo la sua intimità”.
E Maudie dice esplicitamente come vuole essere trattata: “mi chiamo Mrs Medway. Non voglio che mi si chiami Flora. E non ho intenzione di farmi trattare come una bambina. Quando arriva un’infermiera nuova e le si rivolge chiamandola cara, carina, tesoro o Flora, lei dice subito “non mi tratti come una neonata, sono abbastanza vecchia da essere la sua bisnonna”. ... correggendole con fermezza e decisione.
Non vado avanti nel racconto, perché il libro bisogna leggerlo per intraprendere un viaggio con la Lessing, bisogna leggerlo perché si incontra tanta umanità, quella che forse non ricerchiamo più o per lo meno mai abbastanza. Dobbiamo leggerlo, perché ci dà la forza di guardare dentro alle nostre paure, ci invita ad uscire da noi e ad affrontare il limite che c’è in noi, la fragilità, l’emozione. Ci può rendere più sensibili… La fragilità non è qualcosa da cacciare, ma qualcosa con cui convivere e da cui imparare. Non dobbiamo averne paura, perchè in lei risiedono i valori più profondi.
"Sono nata per scrivere, geneticamente. – ha detto la Lessing - Voglio raccontar storie. Tutti, quando sogniamo, ci diciamo storie. E non c’è alcun messaggio: è il lettore che cerca un messaggio, e quindi lo trova”. Basta volerlo trovare.
Al Presidente della Repubblica che giustamente ha condannato le parole ingiuriose e volgari di un deputato che dovrebbe essere di esempio al paese mi viene da dire solo una cosa. Difendiamo non solo una donna, Premio Nobel e orgoglio della Nazione, ma tutte quelle persone deboli, indifese e dimenticate dallo stato e dalla società civile, tutte quelle persone che vivono sole con pensioni da fame o sono lasciate alla cura delle famiglie che spesso si trovano in forti difficoltà nell’affrontare sole il problema. Per questo molti ricorrono all’ospizio. Restituiamo loro la dignità che meritano anche se non hanno titoli, e sono semplicemente uomini e donne.
L’ impegno della Lessing, sia politico che civile è sempre stato vivissimo, così come la dedizione a tutto ciò che permettesse la liberazione delle persone più deboli: vecchi, bambini, donne, persone di colore...A volte come dice Grabilù molte scrittrici di oggi si fermano a guardare solo se stesse e ne parla come di "scritture dell'ombelico". La scrittura della Lessing non è una di queste. Ricordiamoci anche noi di più di queste persone… Parliamone, raccontiamo… soffermiamoci a pensare. Anche per questo sono contenta che le sia stato dato il premio Nobel. Vorrei che la cultura sapesse confrontarsi con la vita e con le storie dei più deboli e non se ne stesse lontana a guardare... Ma questo l'ho affrontato in altri post. E forse dovrebbero tornare i cantastorie o noi dovremmo diventarlo come puoi leggere qui.
A chi ha letto o leggerà questo libro mi farà piacere se mi verrà a dire cosa ha pensato, se su questo tema apriremo un confronto. La foto qui
"Cantrice dell'esperienza femminile, che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa". Queste le motivazioni con cui Doris Lessing è stata scelta dall'Accademia di Svezia per il Premio Nobel.
"Christ!" è stato il primo sbalordito commento che Doris Lessing ha proferito davanti alle telecamere che l’aspettavano per strada, a Londra, per darle la notizia.
Non si è mai sottratta dal dire quello che pensava su ciò che succedeva nel mondo. Ha parlato della politica estera di Bush, («Non credo che il cow-boy Bush libererà il mondo dal terrorismo» ) ma riguardo ai movimenti per la pace, dice di avere più fiducia nell’individuo che nelle grandi organizzazioni e ha detto di non crederci più: «credo all’impegno di breve periodo di piccoli gruppi su temi specifici. I movimenti per la pace, la guerra, contro gli armamenti, semplicemente non funzionano. È una leggenda che io sia una specie di Giovanna D’Arco. Quando rifletto sul passato, oggi non vedo i grandi imperi e i dittatori, ma solo i piccoli individui, e le cose straordinarie che sanno realizzare». Ma ha parlato nei suoi libri anche del significato più profondo di vecchiaia e giovinezza, del potere liberatorio della risata, e del femminismo
A più riprese la scrittrice ha condannato la situazione tragica dello Zimbabwe dove ha vissuto tra i cinque e i 30 anni quando si chiamava Rhodesia del sud, ed anche la corruzione del regime di Robert Mugabe: «è un disastro, in Zimbabwe sta morendo un’intera generazione di Aids ho amici che ogni settimana partecipano ad un funerale».
Della vecchiaia ha detto: «vantaggi non ne ha nessuno. L’invecchiamento è una questione di aspettative degli altri nei nostri confronti. In Pakistan nel 1986 ho incontrato donne che potevano essere mie figlie e che avevano l’aspetto di trisavole perché la società si aspettava questo. Ora ci si aspetta che non si invecchi mai. Il vero momento in cui si invecchia è quando si tirano i remi in barca».E delle religioni:«Non amo le religioni né le chiese, perché educano al rancore, all' odio, alle guerre: guardi l' Irlanda del Nord. Allevano le persone a credere d' essere meglio degli altri solo perché sono credenti». «Dio è molto più antico delle religioni».
E ai giovani disillusi e privi di speranza in un mondo migliore dice:
“Oggi, quando i giovani osservano il mondo che hanno ereditato, vedono immense e spaventose strutture di potere che ci minacciano tutti - e minacciano anche loro.
Vedono gli imperi economici globali; gli Stati Uniti, un impero al vertice della sua potenza; il conflitto israeliano-palestinese; le minacce della guerra e del terrorismo - e ve ne sono molte altre.
Con quale disappunto e quale scoraggiamento i giovani che immaginiamo osservano tutto questo, chiedendosi cosa possono fare per cambiare le cose.Quando io ero giovane, le nuove generazioni si trovavano di fronte a un mondo che incuteva altrettanta paura. C'era l'Unione Sovietica, che sembrava dover durare per sempre. Hitler intendeva regnare per mille anni, e Mussolini aveva le stesse pretese. L'impero britannico era vanaglorioso e arrogante. Lo erano anche tutti gli imperi europei. Il Giappone invadeva la Cina, e ciò che all'epoca era chiamata la Barriera del Colore - il razzismo - sembrava dover esistere in eterno. Eppure, nel giro di pochi anni, tutte queste potenti strutture sono crollate. Nulla ne è rimasto, non erano più solide delle nuvole. Sono giunta alla conclusione che le grandi organizzazioni monolitiche, apparentemente indistruttibili, sono di fatto le più fragili, e quando sembrano essere al culmine della loro forza, sono in realtà nel loro momento più vulnerabile”.
“(..) Leggete la storia e guardate /in fuga furiosa invincibili eserciti. / In ogni luogo/ fortezze indistruttibili rovinano e / anche se innumerabile era l'armata salpando, /le navi che tornarono
le si poté contare./ (…)
Ma d'ogni dubbio il più bello / è quando coloro che sono /senza fede, senza forza, levano il capo e/ alla forza dei loro oppressori /non credono più!"