Pensare in un'altra luce

"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate? In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga
lunedì, 12 novembre 2007

La diversità è un valore

BimboMamma1

Sono diventata mamma quando ho adottato Nicola. Aveva quattro anni quando è diventato mio figlio. A  quattro anni non parlava, non camminava e dondolava tutto il giorno, sembrava non voler comunicare con nessuno. “Un bambino da buttare dalla finestra” questa la diagnosi di un’illustre psichiatra. Altri medici avevano tentato ogni tipo di diagnosi: prepsicosi, autismo infantile, cerebroleso... Era un bambino perso, su cui la medicina aveva già dichiarato il suo verdetto definitivo. Così come facciamo noi di fronte a tante persone che non sono come noi. Perché noi riconosciamo solo noi stessi o solo quello che di noi stessi vogliamo vedere.

Il giorno in cui ho incontrato Nicola, io ho solo visto una vita che si stava spegnendo, che si stava ripiegando su se stessa e chiudendo sempre più al mondo esterno. Nei suoi occhi una tristezza che non appartiene allo sguardo di un bambino di quattro anni. Quasi una domanda: perché mi sta succedendo questo? Perché sono vissuto in un istituto? E dentro di me l’esigenza di dargli una risposta… No, il male che si fa a qualsiasi bambino dovrebbe essere dichiarato “crimine contro l’umanità”… I bambini non hanno colpe, hanno dietro solo una comunità colpevole.

Ed io ho avuto la fortuna di vedere quel bambino per cui si era pronunciata una condanna irreversibile riemergere giorno dopo giorno dalla morte, quella psicologica.

Non dovete ora dirmi che sono stata tanto brava. Siamo tutti più pronti ad ammirare che a condividere. L'ammirazione può diventare una barriera, un vetro da cui ti guardano. Chiunque è mamma di un bambino con difficoltà non chiede pietà né tanto meno elogi, ma condivisione. Vuole che il proprio bambino possa giocare con gli altri, entrare a scuola con compagni che non lo rifiutino, vuole camminare senza che si girino a guardarlo, vogliono che si vada oltre l’handicap e si guardi chi è non che cosa è, vogliono che qualcuno scopra le sue potenzialità e non solo quello di cui manca..

Vogliono che di loro si parli così: “Hai visto Piero…” e non “Hai visto l’handicappato…”

L'unica cosa che mi ha chiesto Nicola, e me l'ha chiesta fino in fondo, è stato di lasciarmi coinvolgere, di immergermi totalmente nei suoi problemi. Ha chiesto che lo amassi incondizionatamente. Ma non per questo ho perso me stessa. Anzi, direi che mi sono trovata.

È stato il suo aggrapparsi alla vita, la sua richiesta continua, il suo precipitare indietro e testardamente riprovare, è stata questa straordinaria voglia di vivere, di imporre sempre e comunque la sua presenza, che ha riempito di senso la vita, che me l'ha fatta apprezzare come un valore prezioso da non perdere e da non sprecare.

Non era il suo solo istinto di sopravvivenza. Era ed è qualcosa di più, di diverso. Qualcosa che lo fa gioire ancora oggi delle più piccole cose, gli fa apprezzare un gesto che ai più sfugge, gli fa pronunciare improvvisamente: «Sono contento». E se gli chiedo perché, risponde: «Non lo so, ma sono contento». E gli occhi gli brillano. È qualcosa che gli fa amare la gente anche quando non lo ama, che lo fa sentire, soffrire ed esplodere di rabbia all'improvviso, ma che poi allo stesso modo lo fa ricominciare. E' qualcosa che gli  fa amare sempre e comunquela vita.

È lui che mi ha aiutato ad apprezzare un sorriso, a sentire un gesto, uno sguardo come un fatto importante, a raccogliere la solidarietà e l'affetto, a godere di tutto ciò che posso godere, ma anche a non rifiutare la sofferenza, a usarla per maturare senza rassegnarmi. E lui che mi ha fatto capire che cos'è il dolore, quel dolore che qualcuno senza volto e senza nome ti infligge senza perchè.

E’ lui che mi dà la voglia, la spinta per fare qualsiasi cosa possa fare per combattere l’odio, l’indifferenza, per affermare che l’amore può vincere.

La società aveva deciso per lui che doveva vivere in istituto. E tra istituto ed ospedali aveva vissuto quattro anni. Noi gli abbiamo solo dato una casa, una famiglia, un'opportunià. Abbiamo assistito al suo  il risveglio, graduale, lento ma tenace, ed è stato come vederlo nascere di nuovo. E credetemi non c'è gioia più grande. Ora è un uomo che vive, lavora, ha tanti amici…

Cosa vorrei comunicarvi? Vorrei comunicarvi che c’è sempre qualcosa da fare anche per quelli che relegano tra quelli che non possono avere speranza e decidono per loro come è meglio vivere. Tutti i bambini dovrebbero avere una mamma che li veglia con un sorriso sulle labbra, come in questa fotografia che ho scattato tempo fa in un viaggio.

E noi adulti siamo responsabili dei nostri cuccioli, anche se non li abbiamo generati noi. 

postato da giuba47 alle ore 11:34 | link | commenti (72)
categorie: bambini, diritti, solidarietà, disagio, essere genitori
venerdì, 19 ottobre 2007

L'epoca delle passioni tristi

primarieHo seguito gli ultimi avvenimenti della politica italiana con un senso distaccato, ho  partecipato, ma con un senso di disincanto che non mi è mai appartenuto.

E credo che questo atteggiamento non appartenga solo a me. In questo periodo, come ci ha fatto osservare Ilvo Diamanti su La Repubblica, non vediamo altro che gente che si mobilita, che scende in piazza, che in qualche modo si vorrebbe esprimere da una parte e dall’altra: il fenomeno Grillo ha riempito le piazze oltre che pagine e pagine di giornale, poi c’è stata la manifestazione di AN, il voto di migliaia di lavoratori al referendum del sindacato e infine il voto alle primarie del nascente PD. Manifestazioni di colori e significati diversi che però ci dicono quanto, in fondo, ci sia “una diffusa domanda di politica” .
Ma la domanda non significa, come ci avverte Diamanti, che ci sia anche fiducia nella classe politica e nei partiti che “si sono trasformati in oligarchie rifugiandosi nelle istituzioni per “difendersi” dalla società”. Se la domanda della gente di contare qualcosa dovesse  non avere risposta, allora  “è lecito attendersi l’esplosione. O l’implosione. Sicuramente la “delusione” e il distacco vero”.

Come dice Giacomo Marramao in Micromega nel pensiero politico “è venuto meno il futuro come figura in grado di dare senso all’agire politico”
Succede così che il futuro, invece, di essere vissuto come promessa, come accadeva in altri periodi storici, viene al contrario interiorizzato come “minaccia”. Ed è questo sentire diffuso che si passa alle nuove generazioni e questo atteggiamento può avere conseguenze quanto meno allarmanti. In questo senso vi consiglio, se già non l’avete letto il libro di Miguel Benasayag - Gérard Schmit, L'epoca delle passioni tristi.
Gli adulti temono davvero l'avvenire e quindi cercano di formare i loro figli in modo che siano ben "armati" nei suoi confronti". I giovani "si costruiscono uno scudo immaginario dietro al quale si illudono di stare al sicuro". Da ciò non può uscire nulla di buono. I padri dunque cessino di "armare" i figli per renderli pronti a una difesa contro "la minaccia del futuro", ridiano a loro il senso del tempo che gli hanno tolto, non cerchino di renderli guerrieri sempre pronti a sopraffare l'altro per farsi spazio nella vita. Gli adulti chiedano, invece, alla politica di guardare al futuro e di progettarlo in modo tale da restituire fiducia e speranza a tutti giovani, adulti e vecchi. Ci sarà qualcuno che lo saprà fare? In questo momento sono molto scettica per non dire  disillusa. Forse  dobbiamo essere noi a muoverci dal basso in questa direzione e non mi riferisco alle mobilitazioni tipo Grillo, ma a quanto già detto in un precedente post.

postato da giuba47 alle ore 15:58 | link | commenti (30)
categorie: politica, malessere, diritti, giovani, democrazia, partecipazione, disagio
domenica, 14 ottobre 2007

A cosa serve la gente vecchia?

Vecchia5Non è con la retorica che si affrontano i problemi. E’ guardando in faccia la realtà senza ipocrisia, senza nascondimenti. Guardando dentro noi stessi, senza paura di leggere quello che non ci piace.
“La mia vita fino al momento in cui Freddie cominciò a morire era una cosa, poi diventò un’altra. Fino a quel momento mi ero considerata una brava persona: come tutti, voglio dire, questo lo so. (…) Ora so che non mi ero mai posta la domanda di come fossi in realtà, che avevo solo preso in considerazione il giudizio degli altri” Così dice Jane, la protagonista del libro di Doris Lessing: Il diario di Jane Somers.
Perché è di questo che troppo spesso ci preoccupiamo, di piacere, di essere come gli altri ci chiedono di essere…E scansiamo così i problemi della vita, crediamo forse ingenuamente che a noi non succederà mai o che per noi sarà diverso. O più semplicemente non ci vogliamo pensare.

E poi arriva Maudie. Il libro ci racconta questo incontro tra Jane, una ricca borghese, cinquantenne, dinamica e giovanile, redattrice di un giornale femminile che la impegna tutto il giorno e Maudie un'anziana signora sui novanta, molto povera, isolata dalla famiglia, scontrosa ma con una grande dignità. Jane incomincerà quasi casualmente ad occuparsi di Maudie ma non c'è pietismo nell'azione di Jane, non c'è spazio in lei per i "buoni sentimenti", c'è una forte tensione che la porta spesso allo scontro con Madie e con se stessa, con pensieri contrastanti e inquietanti. Un libro che è anche il racconto di un profondo cambiamento esistenziale e morale, di come l'incontro con l'altro può cambiarci dentro, può renderci persone migliori.

Jane  incontra  Maudie in farmacia: “Occhi azzurri e bellicosi, sotto ripide sopracciglia grigi, ma c’era qualcos di meravigliosamente dolce nel suo sguardo. Mi piacque subito, chissà perché…” E dalla farmacia uscirono insieme:
“Le camminai accanto. Era difficile camminare così piano. Di solito io vado velocissima, ma non lo sapevo, me ne accorsi in quel momento. Lei faceva un passo, poi si fermava, guardava il marciapiede, e faceva un altro passo”. L’incontro vero incomincia proprio da queste parole, dalla immediata percezione di Jane che doveva “adattare il passo” a quello di Maudie se voleva entrare in contatto con lei.

La fretta è nemica di qualsiasi relazione con i soggetti più deboli a partire dal bambino, al portatore di handicap, all’anziano. Ma la fretta è nemica  anche di noi stessi, che non sappiamo più camminarci accanto lentamente per lasciarci il tempo di intessere  un dialogo interiore che ci aiuti a capire quello che siamo, quello che vogliamo veramente. La fretta ci impedisce di ascoltare e di relazionarci uno con l’altro. La fretta rende impossibile qualsiasi dialogo o rapporto umano. La fretta, la parola più usata nei nostri incontri (“scusami devo andare, sono di fretta…”)

Maudie vive  in solitudine; per orgoglio rifiuta l'assistenza pubblica e non vuole essere aiutata come un bisognoso; prima ancora di sentirsi vecchia e povera Maudie si sente persona che non vuole perdere la propria dignità; una persona che ha ancora molte cose da dare agli altri, da raccontare, da insegnare. Jane scopre con Maudie che la vita non è solo luccichii, colori, belle persone curate nell'aspetto, quella vita che trova spazio solo sulle pagine patinate, lucide, colorate, piene di belle fotografie del suo giornale. Grazie all’incontro con Maudie e all’amicizia che ne scaturisce, Jane intraprende un percorso di scoperta della vita e della sofferenza, un cammino che non era riuscita a fare accanto al marito malato e alla madre morente: “d’altra parte alcune settimane fa io non mi rendevo nemmeno conto dell’esistenza degli anziani. I miei occhi venivano attratti dalle persone giovani, belle, eleganti, piacevoli, e “vedevo” solo quelle. Ora è come se un velo fosse stato steso su quelle immagini, e sopra il velo, tutt’a un tratto, ci sono i vecchi, i malati....”
“A cosa serve la gente vecchia” questa la domanda che un elettricista chiamato per aggiustare l’impianto in casa di Audie fa a Jane e che la induce a riflettere:
Quello che Jim aveva detto era quello che tutti dicevano: Perché non sono tutti in un ricovero? Bisogna toglierli di mezzo, metterli dove la gente giovane e sana non li possa vedere, perché non sia costretta a pensare a loro”(…) “ E fu allora che pensai come valutiamo noi stessi? In base a quali criteri?” “A che cosa serve Madie Fowler? Stando ai criteri che mi sono stati inculcati, a niente”. Ma Jane ormai sa che non è così.

Sa che dentro quel corpo fragile c’è ancora tanta vita: “Può darsi che Maudie sia solo pelle e ossa, ma il suo corpo non ha quell’aspetto distrutto, sconfitto della carne che affonda nelle ossa. Maudie era gelata, era malata, era debole – ma sentivo qualcosa pulsare dentro di lei: la vita. Com’è tenace, la vita. Non ci avevo mai pensato prima; non l’avevo mai recepita in quel modo, non come in quel momento, mentre lavavo Maudie Fowler, una vecchietta arrabbiata e indomita. All’improvviso ho capito che tutta la sua vitalità risiede in quella rabbia. Non devo, non devo assolutamente risentirmene, non devo reagire violentemente. ....le ho lavato le parti intime, e per la prima volta ho pensato davvero al significato di quella espressione. Maudie soffriva orribilmente proprio perché una sconosciuta stava invadendo la sua intimità”.

E Maudie dice esplicitamente come vuole essere trattata: “mi chiamo Mrs Medway. Non voglio che mi si chiami Flora. E non ho intenzione di farmi trattare come una bambina. Quando arriva un’infermiera nuova e le si rivolge chiamandola cara, carina, tesoro o Flora, lei dice subito “non mi tratti come una neonata, sono abbastanza vecchia da essere la sua bisnonna”. ... correggendole con fermezza e decisione.

Non vado avanti nel racconto, perché il libro bisogna leggerlo per intraprendere un viaggio con la Lessing, bisogna leggerlo perché si incontra tanta umanità, quella che forse non ricerchiamo più o per lo meno mai abbastanza. Dobbiamo leggerlo, perché ci dà la forza di guardare dentro alle nostre paure, ci invita ad uscire da noi e ad affrontare il limite che c’è in noi, la fragilità, l’emozione. Ci può rendere più sensibili… La fragilità non è qualcosa da cacciare, ma qualcosa con cui convivere e da cui imparare. Non dobbiamo averne paura, perchè in lei risiedono i valori più profondi.

"Sono nata per scrivere, geneticamente. – ha detto la Lessing - Voglio raccontar storie. Tutti, quando sogniamo, ci diciamo storie. E non c’è alcun messaggio: è il lettore che cerca un messaggio, e quindi lo trova”. Basta volerlo trovare.

Al Presidente della Repubblica che giustamente ha condannato le parole ingiuriose e volgari di un deputato che dovrebbe essere di esempio al paese mi viene da dire solo una cosa. Difendiamo non solo una donna, Premio Nobel e orgoglio della Nazione, ma tutte quelle persone deboli, indifese e dimenticate dallo stato e dalla società civile, tutte quelle persone che vivono sole con pensioni da fame o sono lasciate alla cura delle famiglie che spesso si trovano in forti difficoltà nell’affrontare sole il problema. Per questo molti ricorrono all’ospizio. Restituiamo loro la dignità che meritano anche se  non hanno titoli, e sono semplicemente uomini e donne. 

L’ impegno della Lessing, sia politico che civile è sempre stato vivissimo, così come la dedizione a tutto ciò che permettesse la liberazione delle persone più deboli: vecchi, bambini, donne, persone di colore...A volte come dice Grabilù molte scrittrici di oggi si fermano a guardare solo se stesse e ne parla come di "scritture dell'ombelico". La scrittura della Lessing non è una di queste. Ricordiamoci anche noi di più di queste persone… Parliamone, raccontiamo… soffermiamoci a pensare. Anche per questo sono contenta che le sia stato dato il premio Nobel. Vorrei che  la cultura sapesse confrontarsi con la vita e con le storie dei più deboli e non se ne stesse lontana a guardare... Ma questo l'ho affrontato in altri post. E forse dovrebbero tornare i cantastorie o noi dovremmo diventarlo come puoi leggere qui.

A chi ha letto o leggerà questo libro mi farà piacere se mi verrà a dire cosa ha pensato, se su questo tema apriremo un confronto. La foto qui

postato da giuba47 alle ore 13:59 | link | commenti (39)
categorie: libri, diritti, solidarietà, disagio, vecchiaia, doris lessing
mercoledì, 26 settembre 2007

Un giorno questo dolore ti sarà utile

CameronVivere con i propri coetanei non è facile per quei giovani che non seguono mode, che non amano omologarsi agli altri, che cercano di rimanere se stessi anche se ancora non sanno chi sono davvero . "Ho solo diciotto anni. Come faccio a sapere cosa vorrò nella vita? Come faccio a sapere cosa mi servirà?".
Vivere con i genitori è a volte spaesante quando questi si dimostrano persino più immaturi dei loro ragazzi e non amano assumersi più di tanto le loro responsabilità. Genitori che non sanno dialogare con il proprio figlio e prefersicono mandarlo  dallo psicologo perchè non lo vedono felice "in un modo che che ci dà pensiero". Genitori che non vogliono avere preoccupazioni perchè hanno già le loro e non hanno nè tempo nè spazio nella loro mente per altro, pur dicendo di amare i loro ragazzi.
James il protagonista del libro  di Peter Cameron (Un giorno questo dolore ti sarà utile) è un ragazzo solo perchè i coetanei non gli piacciono: non sanno parlare di nulla, sono noiosi e quando si trovano insieme "sembrano contenti di scoreggiare e farsi canne tutti insieme, per nulla infastiditi dal fatto di non avere mai un momento per sè". James è un ragazzo che, invece, nelle persone sa cogliere le sfumature e sa apprezzare i piccoli gesti: "Lo strano è che io sono un asociale, ma quando entro in contatto con uno sconosciuto - anche se si tratta solo di un sorriso o di un cenno con la mano (...) - mi sembra che dopo non possiamo andarcene ognuno per la sua strada come se niente fosse".
Insomma quello che  cerca e non trova è un vero rapporto non quello che ostentano i gruppi con cui è troppo spesso a contatto. Per questo  parla più volentieri col suo cane, Mircò, che si crede umano e che ai giardini sta sulla panchina accanto a lui a osservare con condiscendenza gli altri cani. "Mirò capisce sempre quando sono triste. Mi ha posato una zampa sul ginocchio e ha guaito piano. Forse voleva dirmi che voleva tornare dentro, mangiare un biscotto, e andare a dormire, ma comunque in quel gesto c'era una tenerezza che mi ha confortato".
Jasper, alla fine, acconteta la madre ed il padre che pur se separati, su questo si sono coalizzati:
decide di andare anche se di mala voglia dallo specialista . Ma il linguaggio asettico della psicoanalista, le sue domande insistenti e per lui senza senso, non lo aiutano, non è quello di cui ha bisogno. "Mi pareva una gara per vedere chi faceva saltare prima i nervi a chi. Non mi pareva molto terapeutico ma ce l'ho messa tutta per vincere". Ed è franco con lei:  "Penso che la psicoanalisi sia un concetto fuorviante delle società capitalistiche, in base al quale crogiolarsi nell'analisi della propria vita sostituisce l'atto stesso di viverla".
E' illuminante a proposito quello che dice il grande psichiatra Jaspers che la psicologia può "spiegare" qualcosa ma "comprendere" non è un problema della psicologia ma è una disposizione umana che tutti possono e dovrebbero avere. James non si aspetta che gli spieghino che cosa è o che cosa ha, ma che lo accettino per quello che è: lui non vuole cambiare, lui vuole trovare la sua strada.
Il disagio esistenziale di James deriva dal vuoto di valori che percepisce intorno a lui, per questo non accetta di entrare a far parte di un mondo che giudica superficiale, fatto di gente indaffarata ed egocentrica, che rincorre una felicità che non esiste ed ignora i problemi di chi non vogliono guardare. Dentro l'uffico di suo padre egli pensa: "Non credo che riuscirei a lavorare in un ambiente così. Lo so che a questo mondo non siamo tutti uguali, ma non sopporto i posti che lo sottolineano".
E' difficile per James comunicare, ma come dargli torto quando dice: "I pensieri sono più veri quando vengono pensati, esprimerli li distorce, li diluisce, la cosa migliore è che restino nell'hangar buio della mente, nel suo clima controllato, perchè l'aria e la luce posono alterarli come una pellicola esposta accidentalmente". Perchè la capacità che manca a chi spesso ci circonda è l'ascolto e senza ascolto non esiste il dialogo, quello vero non quello che mette in campo subito i nostri pregiudizi e il nostro modo di vedere la realtà.
Questa capacità è propria  della nonna di James che sa semplicemente sedersi ed ascoltarlo, che sa non fare tante domande, ma che ha sempre dare le risposte giuste al momento giusto.
James non vuole andare all'università,  "posso imparare tutto quello che voglio - afferma - leggendo i libri che mi interessano", ne parla alla nonna e gli chiede consiglio.
Quando il nipote finisce di parlare, la nonna "ha poggiato la spugnetta e si è asciugata le mani, poi si è voltata a guardarmi. Era uno sguardo duro. Mi sembrava di averla delusa, di aver tradito le sue aspettative. (...) Ha riappeso lo strofinaccio e ha detto: "Una volta tanto non pensiamo al futuro... è deprimente. E' quasi ora di pranzo, invece,. Ti va una bella insalata russa". Al momento giusto, quando sentirà pronto suo nipote, sarà proprio la nonna che riuscirà a dargli i consigli giusti per guardare il mondo con più fiducia e speranza. Perchè un'altra attitudine  che abbiamo perso di fronte ad un problema è la capacità di aspettare e di aiutare i giovani a guardare il mondo con più ottimismo e serenità.
Un libro quelo di Cameron lieve, scorrevole, ironico e leggero, ma mai superficiale.
postato da giuba47 alle ore 09:50 | link | commenti (31)
categorie: libri, giovani, disagio, cameron peter, rapporto genitori figli, rapporto con i coetanei

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