Sono diventata mamma quando ho adottato Nicola. Aveva quattro anni quando è diventato mio figlio. A quattro anni non parlava, non camminava e dondolava tutto il giorno, sembrava non voler comunicare con nessuno. “Un bambino da buttare dalla finestra” questa la diagnosi di un’illustre psichiatra. Altri medici avevano tentato ogni tipo di diagnosi: prepsicosi, autismo infantile, cerebroleso... Era un bambino perso, su cui la medicina aveva già dichiarato il suo verdetto definitivo. Così come facciamo noi di fronte a tante persone che non sono come noi. Perché noi riconosciamo solo noi stessi o solo quello che di noi stessi vogliamo vedere.
Il giorno in cui ho incontrato Nicola, io ho solo visto una vita che si stava spegnendo, che si stava ripiegando su se stessa e chiudendo sempre più al mondo esterno. Nei suoi occhi una tristezza che non appartiene allo sguardo di un bambino di quattro anni. Quasi una domanda: perché mi sta succedendo questo? Perché sono vissuto in un istituto? E dentro di me l’esigenza di dargli una risposta… No, il male che si fa a qualsiasi bambino dovrebbe essere dichiarato “crimine contro l’umanità”… I bambini non hanno colpe, hanno dietro solo una comunità colpevole.
Ed io ho avuto la fortuna di vedere quel bambino per cui si era pronunciata una condanna irreversibile riemergere giorno dopo giorno dalla morte, quella psicologica.
Non dovete ora dirmi che sono stata tanto brava. Siamo tutti più pronti ad ammirare che a condividere. L'ammirazione può diventare una barriera, un vetro da cui ti guardano. Chiunque è mamma di un bambino con difficoltà non chiede pietà né tanto meno elogi, ma condivisione. Vuole che il proprio bambino possa giocare con gli altri, entrare a scuola con compagni che non lo rifiutino, vuole camminare senza che si girino a guardarlo, vogliono che si vada oltre l’handicap e si guardi chi è non che cosa è, vogliono che qualcuno scopra le sue potenzialità e non solo quello di cui manca..
Vogliono che di loro si parli così: “Hai visto Piero…” e non “Hai visto l’handicappato…”
L'unica cosa che mi ha chiesto Nicola, e me l'ha chiesta fino in fondo, è stato di lasciarmi coinvolgere, di immergermi totalmente nei suoi problemi. Ha chiesto che lo amassi incondizionatamente. Ma non per questo ho perso me stessa. Anzi, direi che mi sono trovata.
È stato il suo aggrapparsi alla vita, la sua richiesta continua, il suo precipitare indietro e testardamente riprovare, è stata questa straordinaria voglia di vivere, di imporre sempre e comunque la sua presenza, che ha riempito di senso la vita, che me l'ha fatta apprezzare come un valore prezioso da non perdere e da non sprecare.
Non era il suo solo istinto di sopravvivenza. Era ed è qualcosa di più, di diverso. Qualcosa che lo fa gioire ancora oggi delle più piccole cose, gli fa apprezzare un gesto che ai più sfugge, gli fa pronunciare improvvisamente: «Sono contento». E se gli chiedo perché, risponde: «Non lo so, ma sono contento». E gli occhi gli brillano. È qualcosa che gli fa amare la gente anche quando non lo ama, che lo fa sentire, soffrire ed esplodere di rabbia all'improvviso, ma che poi allo stesso modo lo fa ricominciare. E' qualcosa che gli fa amare sempre e comunquela vita.
È lui che mi ha aiutato ad apprezzare un sorriso, a sentire un gesto, uno sguardo come un fatto importante, a raccogliere la solidarietà e l'affetto, a godere di tutto ciò che posso godere, ma anche a non rifiutare la sofferenza, a usarla per maturare senza rassegnarmi. E lui che mi ha fatto capire che cos'è il dolore, quel dolore che qualcuno senza volto e senza nome ti infligge senza perchè.
E’ lui che mi dà la voglia, la spinta per fare qualsiasi cosa possa fare per combattere l’odio, l’indifferenza, per affermare che l’amore può vincere.
La società aveva deciso per lui che doveva vivere in istituto. E tra istituto ed ospedali aveva vissuto quattro anni. Noi gli abbiamo solo dato una casa, una famiglia, un'opportunià. Abbiamo assistito al suo il risveglio, graduale, lento ma tenace, ed è stato come vederlo nascere di nuovo. E credetemi non c'è gioia più grande. Ora è un uomo che vive, lavora, ha tanti amici…
Cosa vorrei comunicarvi? Vorrei comunicarvi che c’è sempre qualcosa da fare anche per quelli che relegano tra quelli che non possono avere speranza e decidono per loro come è meglio vivere. Tutti i bambini dovrebbero avere una mamma che li veglia con un sorriso sulle labbra, come in questa fotografia che ho scattato tempo fa in un viaggio.
E noi adulti siamo responsabili dei nostri cuccioli, anche se non li abbiamo generati noi.
Ho seguito gli ultimi avvenimenti della politica italiana con un senso distaccato, ho partecipato, ma con un senso di disincanto che non mi è mai appartenuto.
E credo che questo atteggiamento non appartenga solo a me. In questo periodo, come ci ha fatto osservare Ilvo Diamanti su La Repubblica, non vediamo altro che gente che si mobilita, che scende in piazza, che in qualche modo si vorrebbe esprimere da una parte e dall’altra: il fenomeno Grillo ha riempito le piazze oltre che pagine e pagine di giornale, poi c’è stata la manifestazione di AN, il voto di migliaia di lavoratori al referendum del sindacato e infine il voto alle primarie del nascente PD. Manifestazioni di colori e significati diversi che però ci dicono quanto, in fondo, ci sia “una diffusa domanda di politica” .
Ma la domanda non significa, come ci avverte Diamanti, che ci sia anche fiducia nella classe politica e nei partiti che “si sono trasformati in oligarchie rifugiandosi nelle istituzioni per “difendersi” dalla società”. Se la domanda della gente di contare qualcosa dovesse non avere risposta, allora “è lecito attendersi l’esplosione. O l’implosione. Sicuramente la “delusione” e il distacco vero”.
Come dice Giacomo Marramao in Micromega nel pensiero politico “è venuto meno il futuro come figura in grado di dare senso all’agire politico”
Succede così che il futuro, invece, di essere vissuto come promessa, come accadeva in altri periodi storici, viene al contrario interiorizzato come “minaccia”. Ed è questo sentire diffuso che si passa alle nuove generazioni e questo atteggiamento può avere conseguenze quanto meno allarmanti. In questo senso vi consiglio, se già non l’avete letto il libro di Miguel Benasayag - Gérard Schmit, L'epoca delle passioni tristi.
Gli adulti temono davvero l'avvenire e quindi cercano di formare i loro figli in modo che siano ben "armati" nei suoi confronti". I giovani "si costruiscono uno scudo immaginario dietro al quale si illudono di stare al sicuro". Da ciò non può uscire nulla di buono. I padri dunque cessino di "armare" i figli per renderli pronti a una difesa contro "la minaccia del futuro", ridiano a loro il senso del tempo che gli hanno tolto, non cerchino di renderli guerrieri sempre pronti a sopraffare l'altro per farsi spazio nella vita. Gli adulti chiedano, invece, alla politica di guardare al futuro e di progettarlo in modo tale da restituire fiducia e speranza a tutti giovani, adulti e vecchi. Ci sarà qualcuno che lo saprà fare? In questo momento sono molto scettica per non dire disillusa. Forse dobbiamo essere noi a muoverci dal basso in questa direzione e non mi riferisco alle mobilitazioni tipo Grillo, ma a quanto già detto in un precedente post.
Non è con la retorica che si affrontano i problemi. E’ guardando in faccia la realtà senza ipocrisia, senza nascondimenti. Guardando dentro noi stessi, senza paura di leggere quello che non ci piace.E poi arriva Maudie. Il libro ci racconta questo incontro tra Jane, una ricca borghese, cinquantenne, dinamica e giovanile, redattrice di un giornale femminile che la impegna tutto il giorno e Maudie un'anziana signora sui novanta, molto povera, isolata dalla famiglia, scontrosa ma con una grande dignità. Jane incomincerà quasi casualmente ad occuparsi di Maudie ma non c'è pietismo nell'azione di Jane, non c'è spazio in lei per i "buoni sentimenti", c'è una forte tensione che la porta spesso allo scontro con Madie e con se stessa, con pensieri contrastanti e inquietanti. Un libro che è anche il racconto di un profondo cambiamento esistenziale e morale, di come l'incontro con l'altro può cambiarci dentro, può renderci persone migliori.
Jane incontra Maudie in farmacia: “Occhi azzurri e bellicosi, sotto ripide sopracciglia grigi, ma c’era qualcos di meravigliosamente dolce nel suo sguardo. Mi piacque subito, chissà perché…” E dalla farmacia uscirono insieme:
“Le camminai accanto. Era difficile camminare così piano. Di solito io vado velocissima, ma non lo sapevo, me ne accorsi in quel momento. Lei faceva un passo, poi si fermava, guardava il marciapiede, e faceva un altro passo”. L’incontro vero incomincia proprio da queste parole, dalla immediata percezione di Jane che doveva “adattare il passo” a quello di Maudie se voleva entrare in contatto con lei.
La fretta è nemica di qualsiasi relazione con i soggetti più deboli a partire dal bambino, al portatore di handicap, all’anziano. Ma la fretta è nemica anche di noi stessi, che non sappiamo più camminarci accanto lentamente per lasciarci il tempo di intessere un dialogo interiore che ci aiuti a capire quello che siamo, quello che vogliamo veramente. La fretta ci impedisce di ascoltare e di relazionarci uno con l’altro. La fretta rende impossibile qualsiasi dialogo o rapporto umano. La fretta, la parola più usata nei nostri incontri (“scusami devo andare, sono di fretta…”)
“A cosa serve la gente vecchia” questa la domanda che un elettricista chiamato per aggiustare l’impianto in casa di Audie fa a Jane e che la induce a riflettere:
“Quello che Jim aveva detto era quello che tutti dicevano: Perché non sono tutti in un ricovero? Bisogna toglierli di mezzo, metterli dove la gente giovane e sana non li possa vedere, perché non sia costretta a pensare a loro”(…) “ E fu allora che pensai come valutiamo noi stessi? In base a quali criteri?” “A che cosa serve Madie Fowler? Stando ai criteri che mi sono stati inculcati, a niente”. Ma Jane ormai sa che non è così.
Sa che dentro quel corpo fragile c’è ancora tanta vita: “Può darsi che Maudie sia solo pelle e ossa, ma il suo corpo non ha quell’aspetto distrutto, sconfitto della carne che affonda nelle ossa. Maudie era gelata, era malata, era debole – ma sentivo qualcosa pulsare dentro di lei: la vita. Com’è tenace, la vita. Non ci avevo mai pensato prima; non l’avevo mai recepita in quel modo, non come in quel momento, mentre lavavo Maudie Fowler, una vecchietta arrabbiata e indomita. All’improvviso ho capito che tutta la sua vitalità risiede in quella rabbia. Non devo, non devo assolutamente risentirmene, non devo reagire violentemente. ....le ho lavato le parti intime, e per la prima volta ho pensato davvero al significato di quella espressione. Maudie soffriva orribilmente proprio perché una sconosciuta stava invadendo la sua intimità”.
E Maudie dice esplicitamente come vuole essere trattata: “mi chiamo Mrs Medway. Non voglio che mi si chiami Flora. E non ho intenzione di farmi trattare come una bambina. Quando arriva un’infermiera nuova e le si rivolge chiamandola cara, carina, tesoro o Flora, lei dice subito “non mi tratti come una neonata, sono abbastanza vecchia da essere la sua bisnonna”. ... correggendole con fermezza e decisione.
Non vado avanti nel racconto, perché il libro bisogna leggerlo per intraprendere un viaggio con la Lessing, bisogna leggerlo perché si incontra tanta umanità, quella che forse non ricerchiamo più o per lo meno mai abbastanza. Dobbiamo leggerlo, perché ci dà la forza di guardare dentro alle nostre paure, ci invita ad uscire da noi e ad affrontare il limite che c’è in noi, la fragilità, l’emozione. Ci può rendere più sensibili… La fragilità non è qualcosa da cacciare, ma qualcosa con cui convivere e da cui imparare. Non dobbiamo averne paura, perchè in lei risiedono i valori più profondi.
"Sono nata per scrivere, geneticamente. – ha detto la Lessing - Voglio raccontar storie. Tutti, quando sogniamo, ci diciamo storie. E non c’è alcun messaggio: è il lettore che cerca un messaggio, e quindi lo trova”. Basta volerlo trovare.
Al Presidente della Repubblica che giustamente ha condannato le parole ingiuriose e volgari di un deputato che dovrebbe essere di esempio al paese mi viene da dire solo una cosa. Difendiamo non solo una donna, Premio Nobel e orgoglio della Nazione, ma tutte quelle persone deboli, indifese e dimenticate dallo stato e dalla società civile, tutte quelle persone che vivono sole con pensioni da fame o sono lasciate alla cura delle famiglie che spesso si trovano in forti difficoltà nell’affrontare sole il problema. Per questo molti ricorrono all’ospizio. Restituiamo loro la dignità che meritano anche se non hanno titoli, e sono semplicemente uomini e donne.
L’ impegno della Lessing, sia politico che civile è sempre stato vivissimo, così come la dedizione a tutto ciò che permettesse la liberazione delle persone più deboli: vecchi, bambini, donne, persone di colore...A volte come dice Grabilù molte scrittrici di oggi si fermano a guardare solo se stesse e ne parla come di "scritture dell'ombelico". La scrittura della Lessing non è una di queste. Ricordiamoci anche noi di più di queste persone… Parliamone, raccontiamo… soffermiamoci a pensare. Anche per questo sono contenta che le sia stato dato il premio Nobel. Vorrei che la cultura sapesse confrontarsi con la vita e con le storie dei più deboli e non se ne stesse lontana a guardare... Ma questo l'ho affrontato in altri post. E forse dovrebbero tornare i cantastorie o noi dovremmo diventarlo come puoi leggere qui.
A chi ha letto o leggerà questo libro mi farà piacere se mi verrà a dire cosa ha pensato, se su questo tema apriremo un confronto. La foto qui
Vivere con i propri coetanei non è facile per quei giovani che non seguono mode, che non amano omologarsi agli altri, che cercano di rimanere se stessi anche se ancora non sanno chi sono davvero . "Ho solo diciotto anni. Come faccio a sapere cosa vorrò nella vita? Come faccio a sapere cosa mi servirà?".