Forse la prima capacità che sento di dover avere è proprio quella di giudicare criticamente me stessa per vivere quello che potrei chiamare con Socrate “una vita esaminata”. Nulla, infatti, per me può essere accettato solo perché mi è stato trasmesso o perché mi è diventato familiare con l’abitudine. Tanto meno mi devo lasciare affascinare da quelle semplificazioni che aggirano i problemi dandomi l’illusione di aver trovato finalmente la soluzione.Ci scambiamo idee, opinioni continuamente, ma quanto siamo disponibili a metterle in discussione? Quanto siamo aperti a ragionare insieme? Ad attendere le risposte aprendoci alle domande? Scriviamo e diciamo quello che ci sembra di sapere o sentire, ma quanto ha abitato in noi la domanda prima di trovare la risposta?
Il pensiero è un cammino, a volte va diritto verso la meta, altre volte indugia timoroso per paura di contraddirsi e di dover cambiare rotta, a volte accetta di andar per tentativi pronto a guardare l’errore quando si presenta e ad ammetterlo. L’umiltà è compagna dell’intelligenza che non si esibisce, ma si interroga.
“Non si incontra l’altro se non in un dialogo che trasformi sia chi parla sia chi ascolta” dice il neuropsichiatra Borgna. Purtroppo, invece, siamo troppo abituati al soliloquio, a cercare ciò che conferma quello che è il nostro punto di vista, piuttosto che quello che ci interroga e ci pone dubbi, siamo troppo impegnati a far passare la nostra idea piuttosto che ascoltare il punto di vista dell’altro per arricchirla e renderla praticabile. Galimberti dice giustamente che “è difficile aprire una discussione senza che i pregiudizi, abbiano occupato la scena ”.
Il dialogo è un modo di vivere, il dialogo è con l’altro, ma prima di tutto con se stessi. Tutto questo nella speranza che si ritrovi senso ed entusiasmo nel nostro agire quotidiano, perché il sapere più umano di tutti è “saper cosa fare della propria vita”.
Non sono solo risposte “intellettuali” quelle che cerco, cioè concepite solo dagli occhi delle mente e che lasciano le cose come stanno. Cerco qualcosa che mi “com-muova” che cioè mi metta in movimento insieme a…
Ed il mio sguardo va verso chi o ciò che è stato umiliato, non accolto e che meriterebbe di essere riscattato, di trovare ospitalità nella nostra mente e nel nostro cuore e di acquisire i diritti che gli sono stati negati e tolti.
Immagine: opera di Fahti Hassan
Un ragazzo cinese (vedi se vuoi il filamto qui) il 5 giugno 1989 nella grande avenue di Chang'an, vicinissima a Piazza Tiananmen, si mette davanti ad un carro armato quasi volesse fermarli. I carri armati cercano di girargli intorno, ma il ragazzo non lascia la sua posizione in atteggiamento di sfida. Un piccolo uomo contro dei colossi. Una fotografia simbolo: un uomo che sfida il potere repressivo, un uomo che dice no alla violenza, un uomo che dice no alla dittatura, un uomo che non ha paura.Un simbolo tanto più significativo perché il fatto avviene il giorno dopo la repressione violenta di un movimento di studenti che aveva occupato la piazza Tienanmen .
Infatti, il 18 aprile 1989 un piccolo gruppo di studenti, diventati nel corso delle settimane alcune migliaia, occupa piazza Tienanmen, lanciando slogan come "Abbasso la rivoluzione, viva la democrazia, viva
Ma il 4 giugno, il primo carro armato. Per tutta la notte i manifestanti tentano invano di opporsi all'avanzata dei mezzi corazzati, con lanci di pietre, barricate e bottiglie molotov. Il mattino dopo la protesta è annientata in un bagno di sangue.
Ancora oggi
I protagonisti del movimento studentesco del 1989 sono in esilio (Wang Dan negli Usa, Wuer Kaixi a Taiwan); quelli del movimento per i diritti civili in prigione (come l' attivista cieco Chen Guancheng, che ha promosso la lotta contro gli aborti forzati) o agli arresti domiciliari (cone Hu Jia e Zeng Jinyan, protagonisti della mobilitazione contro lo scandalo del sangue infetto che ha portato migliaia di persone a contrarre l' Aids).
A ricordare i ragazzi che in quei giorni persero la vita c’è l'Associazione delle Madri di Piazza Tienanmen fondata nel 1991 da una professoressa universitaria in pensione, Ding Zilin, che perse il figlio 17enne nella manifestazione studentesca. Grazie al lavoro delle "Madri", sono state rintracciate le famiglie di 186 ragazzi uccisi - le vittime in realtà furono più di mille. Per aiutare a non dimenticare, ma soprattutto per resistere alla pressione del regime: a 17 anni dalla strage, le famiglie dei "controrivoluzionari" - come vennero bollati gli studenti di piazza Tienanmen - sono ancora seguite e sorvegliate, e nell'anniversario del massacro, vengono messe di fatto agli arresti domiciliari.
Esse chiedono via internet di sottoscrivere una petizione perché finisca l'impunità dei responsabili del massacro. Sul sito si può infatti trovare la petizione, in inglese, che comprende 5 punti: 1) il diritto di piangere il lutto pacificamente in pubblico 2) il diritto di accettare aiuti umanitari da organizzazioni e individui dentro e fuori
Nel terremoto del 12 maggio sono crollate molte scuole mentre gli edifici intorno sono rimasti in piedi. Su circa 69mila morti accertati, oltre 9mila sono studenti e insegnanti. I genitori accusano le autorità locali di averle costruite male e di corruzione. Da settimane si riuniscono presso le macerie, ciascuno porta una foto del figlio, per chiedere risposte e giustizia. Il 3 giugno a Dujiangyan c’è stata una protesta di circa 100 genitori che è stata dispersa dalla polizia.
La risposta delle autorità: da oggi esercito e polizia vigilano davanti a queste scuole per impedire riunioni dei genitori dei bambini morti. Era questo l'anno ci dovevano essere aperture nei diritti civili in concomitanza con le Olimpiadi...
Dal 3 al 5 giugno i leader mondiali parteciperanno alla Conferenza ad alto livello della FAO su Sicurezza alimentare mondiale: le sfide del cambiamento climatico e la bioenergia. Tra gli oltre 30 capi di stato e di governo che hanno già assicurato la propria partecipazione vi sono il Presidente francese Nicolas Sarkozy, il Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ed il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon.
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dalle Nazioni Unite nel 1948, ha compiuto 60 anni ed è triste constatare che alcuni diritti fondamentali, ad esempio il diritto di ogni essere umano al cibo, sono stati in secondo piano nell’agenda politica e tra l’opinione pubblica, nonostante l’insicurezza alimentare colpisca almeno un settimo della popolazione mondiale.
“E lungi dal diminuire questo numero è in realtà in aumento, alla media di quattro milioni l'anno”,
“I leader dei 185 paesi che partecipavano al Vertice in quell’occasione avevano definito la fame nel mondo “inaccettabile ed intollerabile”. Oggi la situazione continua a rimanere intollerabile ed inaccettabile – e forse anche di più perché nel frattempo sono trascorsi dieci anni.
2. Oggi, il 10% dei bambini che vivono in paesi in via di sviluppo muoiono prima di aver compiuto cinque anni.
3. Carestia e guerre causano solo il 10% dei decessi per fame, benché queste siano le cause di cui si sente più spesso parlare. La maggior parte dei decessi per fame sono causati da malnutrizione cronica. I nuclei familiari semplicemente non riescono ad ottenere cibo sufficiente. Questo a sua volta è dovuto all'estrema povertà.
4. Oltre alla morte, la malnutrizione cronica causa indebolimento della vista, uno stato permanente di affaticamento che causa una bassa capacità di concentrarsi e lavorare, una crescita stentata ed un'estrema suscettibilità alle malattie. Le persone estremamente malnutrite non riescono a mantenere neanche le funzioni vitali basilari.
5. Si calcola che circa 800 milioni di persone nel mondo soffrano per fame e malnutrizione, circa 100 volte il numero di esseri umani che effettivamente ne muoiono ogni anno.
Dunque più di metà della popolazione che non ha abbastanza cibo è costituita da persone che per lavoro producono cibo.
Ma se ci sono 820 milioni di affamati, dall'altra parte e un miliardo di persone sono in sovrappeso (di cui 300 milioni obesi). Una pressione congiunta che rischia di far saltare gli obiettivi di lotta alla malnutrizione.
"A chiunque si proponga di fare un esame spregiudicato dello sviluppo dei diritti dell'uomo dopo la seconda guerra mondiale consiglierei questo salutare esercizio: leggere
Forse se chi crede nei diritti universali dell’uomo fosse coerente dovrebbe manifestare perchè tante vite umane non fossero più sacrificate da un sistema economico che evidentemente non funzione e perché le promesse fatte fossero mantenute…
Confesso che non so più neanche io perché sto scrivendo queste cose… Mi sento impotente, scoraggiata ma davvero vorrei che qualcosa succedesse dentro di noi e che ci fosse un’inversione di tendenza, che quel senso di rivolta che tanti forse sentono dentro si trasformasse in azioni concrete…
Ho sentito dire tante volte: aiutiamoli a casa loro così non vengono più da noi... Ecco come li aiutiamo, lasciandoli morire nella loro terra senza che ci disturbino troppo...
E intanto ecco cosa succede in Italia, leggete se avete un po' di pazienza l'articolo di Gatti "Ho comprato un clandestino"... Dobbiamo prendere in seria considerazione la paura degli italiani e queste persone chi li prenderà in considerazione? Quando?
A volte mi chiedo perché scrivo, a chi servono le mie povere riflessioni. Ma, anche se sono tacciata di buonismo, sono troppe le cose che non pensavo di veder succedere in quello che credevo che fosse il mio paese in cui ora mi sento straniera, quasi un’aliena.
Non posso più dire è colpa della destra, delle sinistra… sono gli italiani a essere cambiati, a legittimare quello che sta accadendo: lo hanno fatto col voto, lo fanno ogni giorno nei sondaggi, lo facciamo col nostro silenzio…
E se qualcuno prova a cercare di reagire, a dire che bisogna fare qualcosa… si sente rispondere con la disillusione, la stanchezza, la fine di ogni speranza… Anche questo è una forma di complicità, perché ci rinchiude dentro noi stessi, ci rende ciechi e sordi ad ogni movimento per quanto piccolo che vada verso una direzione diversa a quella che appare vincente. Ci impedisce anche di agire nel nostro piccolo.
La vicenda terribile di Napoli avrebbe potuto essere un’occasione per parlare ai cittadini dei motivi per cui siamo invasi dalla “monnezza”, che bisogna cambiare mentalità, stili di vita.
Anche se si riuscirà a liberare Napoli dalla spazzatura, qualcuno farà “Santo” il nostro primo ministro, ma avremmo ancora una volta solo seppellito il problema, non certo risolto. Dice Guido Viale in un articolo su Repubblica che consiglio di leggere tutto:
“Accumulare cose che non ci servono e buttare via a casaccio tutto ciò che ci dà fastidio è un principio informatore della società e dell’economia in cui e di cui viviamo; ma è il principio che ha messo
E’ per non avere fatto questo che oggi Napoli è nel caos e per non aver combattutto con risolutezza il vero pericolo della nostra società: la camorra, la mafia, la corruzione, la complicità silenziosa.
Dovremmo continuare a chiedere una politica attenta alle cose e alle persone, e questa attenzione dovrebbe radicarsi nei comportamenti e nell’educazione di ciascuno di noi.
Ma dobbiamo vigilare su noi stessi perché questa politica così aggressiva può sembrare anche “efficace”, ma mentre si spazzano via i “rifiuti” urbani e umani, si spazzano via i diritti che in molti hanno contribuito a conquistare anche a costo della vita.
Quello che mi spaventa sono i sondaggi continui che compaiono nei giornali che possono essere usati come strumenti di manipolazione dell’opinione pubblica. Stefano Rodotà su questo ci ammonisce e ci dice:
“Esempio classico: la richiesta ai cittadini di pronunciarsi sulla pena di morte all’indomani di una strage. La democrazia è freddezza, riflessione, filtro. Se perde questa capacità, perde se stessa”.
Non interessa davvero che la libertà e i diritti siano affermati, che la dignità dell’uomo sia garantita. Questo discorso appassiona troppo poco chi ci governa.
In Italia un ex ministro può dire impunemente che se non otterrà quello che vuole farà imbracciare il fucile e ogni manifestazione per i diritti dell’uomo viene invece tacciata come un fenomeno di violenza “inconcepibile” e subito scattano gli arresti.


Così è capitato a Londra dove sono stati arrestati almeno 30 attivisti che manifestavano contro le repressioni operate dal regime di Pechino in Tibet. Circa 2mila poliziotti sorvegliavano la staffetta. Uomi di Scotland Yard hanno scortato i tedofori a piedi, in bicicletta e a cavallo, costretti a far fronte a continui tentativi di bloccare la marcia della fiaccola olimpica.
A Parigi, dopo pochi minuti dalla partenza, gli organizzatori hanno spento la torcia per motivi di sicurezza interrompendo il percorso a piedi e trasferendo la fiaccola su un bus. Parigi è blindata. La staffetta deve percorrere
A McLeod Ganj, casa indiana del Dalai Lama, intanto. sono comparse le istantanee della rivolta di Lhasa che hanno aggirato la censura.
“Cadaveri distesi pieni di sangue rattrappito, i fori dei proiettili all'altezza del viso, del petto, dei fianchi, delle gambe, della schiena, della testa. Le foto sono sbiadite, i colori spenti, le figure sgranate. Le hanno immortalate con il cellulare, tra le vie, gli anfratti, le case anonime di Lhasa: scatti frettolosi, rubati, mentre i reparti speciali della polizia e l'esercito cinese davano la caccia ai feriti e portavano via i morti della rivolta. Adesso sono lì, prove crude e concrete; per un mondo che prima inorridisce, s'indigna, condanna e poi, sommessamente, chiude gli occhi e rimuove”.
Al di là del Tibet dovremmo preoccuparci anche noi perché la logica in nome della quale si tace è quella del puro interesse economico, che accetta ogni violazione dei diritti, purchè i propri interessi non siano messi in discussione. Ne abbiamo avuto esperienza anche noi, quando una manifestazione ha sfilato nelle vie di Genova durante il G8 per chiedere pace, giustizia e diritti anche per i più deboli. Sono queste le parole che fanno davvero paura, che mettono in moto apparati militari per metterle a tacere.
Le Olimpiadi si faranno, ne sono certa, ma non è questo l’unico problema. Il vero problema è che non si dica a chiare lettere alla Cina: adesso basta, rispetta il Tibet, ma rispetta anche i diritti dei lavoratori, il diritto di parola e di manifestazione.
Quando invece ci sono di mezzo gli interessi economici qualcosa si fa.
Non vogliamo che si esporti la democrazia con fuoco e morti, vogliamo molto semplicemente che le nostre democrazie si facciano portavoci in modo pacifico e non violento della globalizzazione non solo dell'economia, ma anche dei diritti dell'uomo: non ci sono uomini di serie A e uomini di serie B. Altrimenti temo che se lasceremo sempre correre questa voce si affievolirà talmente tanto da non sentirsi più neanche nelle nostre case.
Cosa penseranno i giovani che non ci vedono lottare per tutto ciò che i nostri padri ci hanno regalato a rischio della loro vita?
Per secoli il percorso esistenziale della donna era stabilito senza che le fosse data la possibilità di una scelta: da figlia a moglie, da moglie a madre, attraverso un itinerario istituzionalizzato, segnato da regole e mansioni prestabilite che la tenevano occupata per l'intero giorno.
Era isolata dal contesto sociale esterno alla casa, ma mai padrona della sua solitudine. La donna che viveva da sola era invece considerata un'esistenza mancata. Una zitella, cioè una donna che non era riuscita nel suo compito primario, quello di moglie e di madre.

La cultura dominante si chiedeva beffardamente quali altri desideri di autorealizzazione potesse coltivare segretamente una donna: non erano già più che sufficienti le responsabilità della conduzione domestica e l'amore per il marito e i figli? Così, scrittrici come George Eliot e George Sand furono costrette a nascondere la loro identità sotto questi pseudonimi maschili, per ottenere l'attenzione e il consenso che era precluso alle donne. La convinzione diffusa era che la donna non fosse capace di creare, se non il prodotto naturale del suo grembo, che anzi vi fosse qualcosa di sconveniente nel desiderio femminile di coltivare le passioni intellettuali.
Nella nostra civiltà ebraico-cristiana, dunque in una tradizione rigidamente patriarcale, l'immagine della donna non ha trovato una rappresentazione adeguata..
viaggio che attraversa i secoli dal Cinquecento al Novecento sulle tracce della storia della emancipazione della donna-scrittrice dagli ostacoli, interni ed esterni, che le impedivano di aderire pienamente alla sua vocazione. Emergono dei ritratti di donne di un'intensità dolorosa, storie di amarezze subite e di autolimitazioni imposte, che danno la misura della fatica che comporta l'affrancarsi dalla norma e dal giudizio collettivo.
È evidente che la repressione delle attività letterarie della donna è emblematica: scrivere è riflettere, è distogliersi da quelle occupazioni che la mantengono una creatura destinata (siamo nell'aristocrazia) ai giochi d'amore e al governo della casa.
Le poetesse del Cinquecento e Seicento, dunque, restavano rinchiuse nei loro parchi, fra i loro libri “che scrivevano senza pubblico e senza critica, per il proprio diletto soltanto”).
Una svolta notevole si ha agli inizi del Settecento, a opera di donne della classe media: un piccolo esercito di scrittrici che riuscirono a trasformare la loro opera disinteressata in un lavoro remunerato e che tradussero o scrissero mediocri romanzi di cui oggi non esiste più memoria. Va detto che molte di loro traducevano anche i grandi classici, su Shakespeare per esempio e, attraverso la loro attività, dimostravano al mondo, alle altre donne e soprattutto all'altro sesso, che una donna era perfettamente in grado di guadagnarsi da vivere scrivendo. Un mutamento, scrive
Le scrittrici dell'Ottocento, dunque, poterono incamminarsi sul terreno già spianato dalle loro precedenti compagne di ventura, ma non era stato risolto un problema: il diritto alla solitudine.
Virginia Woolf ci accompagna nello spazio privato di alcune scrittrici, tra cui Jane Austen, George Eliot, Emily e Charlotte Brente. Tutte e quattro appartenenti alla classe media, tutte senza figli e tutte rileva acutamente
Emblematica la situazione di Jane Austen, l’autrice di Orgoglio e pregiudizio: ella per tutta la vita scrisse nel soggiorno, nascondendo i suoi manoscritti o coprendoli con un foglio di carta assorbente, ogni qualvolta sentiva arrivare qualcuno.
La "stanza tutta per sé", auspicata da Virginia Woolf è dunque; metafora del diritto a uno spazio in cui potersi immaginare come "donna tutta per sé", liberandosi di quella "anonimità", come la definisce
Prendersi cura di se stessi, avere la possibilità di guardarsi dentro, significa anche guadagnarsi uno spazio pubblico, un riconoscimento, non tanto per entrare nell'ordine dell'uomo, quanto per dichiarare la propria identità, per rendere manifesta la propria parola, troppo a lungo rimasta segreta. La stanza dunque è anche lo spazio della sospensione e della trasformazione della donna, quel luogo di solitudine che rende possibile una riappropriazione e un riconoscimento del proprio potenziale creativo.
Fino a quando, scrive ancora
Credo che su questo terreno forse ancora molte di noi debbano fare molta strada… Riusciamo ad avere questo spazio?
Riporto da un articolo di Repubblica questa notizia che ce la dice lunga sugli "italiani brava gente":
Sono diventata mamma quando ho adottato Nicola. Aveva quattro anni quando è diventato mio figlio. A quattro anni non parlava, non camminava e dondolava tutto il giorno, sembrava non voler comunicare con nessuno. “Un bambino da buttare dalla finestra” questa la diagnosi di un’illustre psichiatra. Altri medici avevano tentato ogni tipo di diagnosi: prepsicosi, autismo infantile, cerebroleso... Era un bambino perso, su cui la medicina aveva già dichiarato il suo verdetto definitivo. Così come facciamo noi di fronte a tante persone che non sono come noi. Perché noi riconosciamo solo noi stessi o solo quello che di noi stessi vogliamo vedere.
Il giorno in cui ho incontrato Nicola, io ho solo visto una vita che si stava spegnendo, che si stava ripiegando su se stessa e chiudendo sempre più al mondo esterno. Nei suoi occhi una tristezza che non appartiene allo sguardo di un bambino di quattro anni. Quasi una domanda: perché mi sta succedendo questo? Perché sono vissuto in un istituto? E dentro di me l’esigenza di dargli una risposta… No, il male che si fa a qualsiasi bambino dovrebbe essere dichiarato “crimine contro l’umanità”… I bambini non hanno colpe, hanno dietro solo una comunità colpevole.
Ed io ho avuto la fortuna di vedere quel bambino per cui si era pronunciata una condanna irreversibile riemergere giorno dopo giorno dalla morte, quella psicologica.
Non dovete ora dirmi che sono stata tanto brava. Siamo tutti più pronti ad ammirare che a condividere. L'ammirazione può diventare una barriera, un vetro da cui ti guardano. Chiunque è mamma di un bambino con difficoltà non chiede pietà né tanto meno elogi, ma condivisione. Vuole che il proprio bambino possa giocare con gli altri, entrare a scuola con compagni che non lo rifiutino, vuole camminare senza che si girino a guardarlo, vogliono che si vada oltre l’handicap e si guardi chi è non che cosa è, vogliono che qualcuno scopra le sue potenzialità e non solo quello di cui manca..
Vogliono che di loro si parli così: “Hai visto Piero…” e non “Hai visto l’handicappato…”
L'unica cosa che mi ha chiesto Nicola, e me l'ha chiesta fino in fondo, è stato di lasciarmi coinvolgere, di immergermi totalmente nei suoi problemi. Ha chiesto che lo amassi incondizionatamente. Ma non per questo ho perso me stessa. Anzi, direi che mi sono trovata.
È stato il suo aggrapparsi alla vita, la sua richiesta continua, il suo precipitare indietro e testardamente riprovare, è stata questa straordinaria voglia di vivere, di imporre sempre e comunque la sua presenza, che ha riempito di senso la vita, che me l'ha fatta apprezzare come un valore prezioso da non perdere e da non sprecare.
Non era il suo solo istinto di sopravvivenza. Era ed è qualcosa di più, di diverso. Qualcosa che lo fa gioire ancora oggi delle più piccole cose, gli fa apprezzare un gesto che ai più sfugge, gli fa pronunciare improvvisamente: «Sono contento». E se gli chiedo perché, risponde: «Non lo so, ma sono contento». E gli occhi gli brillano. È qualcosa che gli fa amare la gente anche quando non lo ama, che lo fa sentire, soffrire ed esplodere di rabbia all'improvviso, ma che poi allo stesso modo lo fa ricominciare. E' qualcosa che gli fa amare sempre e comunquela vita.
È lui che mi ha aiutato ad apprezzare un sorriso, a sentire un gesto, uno sguardo come un fatto importante, a raccogliere la solidarietà e l'affetto, a godere di tutto ciò che posso godere, ma anche a non rifiutare la sofferenza, a usarla per maturare senza rassegnarmi. E lui che mi ha fatto capire che cos'è il dolore, quel dolore che qualcuno senza volto e senza nome ti infligge senza perchè.
E’ lui che mi dà la voglia, la spinta per fare qualsiasi cosa possa fare per combattere l’odio, l’indifferenza, per affermare che l’amore può vincere.
La società aveva deciso per lui che doveva vivere in istituto. E tra istituto ed ospedali aveva vissuto quattro anni. Noi gli abbiamo solo dato una casa, una famiglia, un'opportunià. Abbiamo assistito al suo il risveglio, graduale, lento ma tenace, ed è stato come vederlo nascere di nuovo. E credetemi non c'è gioia più grande. Ora è un uomo che vive, lavora, ha tanti amici…
Cosa vorrei comunicarvi? Vorrei comunicarvi che c’è sempre qualcosa da fare anche per quelli che relegano tra quelli che non possono avere speranza e decidono per loro come è meglio vivere. Tutti i bambini dovrebbero avere una mamma che li veglia con un sorriso sulle labbra, come in questa fotografia che ho scattato tempo fa in un viaggio.
E noi adulti siamo responsabili dei nostri cuccioli, anche se non li abbiamo generati noi.
Lo so, sono tempi difficili e tanti raccontano nei loro blog e nei commenti il loro sconforto e la loro mancanza di fiducia nel futuro.
Norberto Bobbio già qualche anno fa diceva:
"A chiunque si proponga di fare un esame spregiudicato dello sviluppo dei diritti dell'uomo dopo la seconda guerra mondiale consiglierei questo salutare esercizio: leggere la Dichiarazione universale e poi guardarsi intorno. Sarà costretto a riconoscere che (...) il cammino da percorrere è ancora lungo. E gli parrà che la storia umana, per quanto vecchia di millenni, paragonata agli enormi compiti che ci aspettano, sia forse appena cominciata".I diritti universali dell’uomo ci sembrano essere solo enunciati di principio che non trovano la strada per essere realizzati. Eppure ne parliamo tutti, tutti i giorni. Li abbiamo presenti e vorremmo che diventassero realtà.
Anche nei tempi più bui – dice la Arendt - abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione la quale potrebbe giungere non tanto da teorie e nozioni astratte quanto dall'incerta tremolante e spesso flebile luce che alcuni uomini e donne, nella loro vita e con il loro operato, accenderanno pressoché in qualsiasi circostanza e diffonderanno durante il tempo che è stato loro concesso in terra.
E sempre Norberto Bobbio ci sollecita
"Rispetto alle grandi aspirazioni degli uomini di buona volontà siamo già troppo in ritardo. Cerchiamo di non accrescerlo con la nostra sfiducia, con la nostra indolenza, con il nostro scetticismo. Non abbiamo molto tempo da perdere".
Ora se seguiamo il loro consiglio dovremmo guardarci intorno e vedere là dove qualcosa si fa, qualcosa si tenta di realizzare, là dove una luce è accesa per alimentare la nostra pur esile speranza e forse dovremmo imparare a dare una mano in più, ad agire con più determinazione.
Vorrei che chi ha suggerimenti da dare lo facesse. La domanda è chi potremmo affiancare perché ci si avvicini sempre di più a qualcosa che per lo meno è nella direzione della giustizia?
Io faccio due esempi tanto per cominciare qui, qui, qui e ancora qui e ancora qui, qui
Sono sicura che di realtà operose anche più piccole ce ne sono, lì deve volgersi il nostro sguardo e la nostra attenzione, forse solo così potremmo uscire dalla disillusione che speso accompagna i nostri sguardi.
La speranza è un essere piumato
che si posa sull’anima,
canta melodie senza parole e non finisce mai.La brezza ne diffonde l’armonia,
e solo una tempesta violentissima
potrebbe sconcertare l’uccellino
che ha consolato tanti.L’ho ascoltato nella terra più fredda
e sui più strani mari.
Eppure neanche nella necessità
ha chiesto mai una briciola - a me.Emily Dickinson
“Non c’è nessuna difficoltà – dice Simone Weil – una volta che si è deciso di agire, a conservare intatta sul piano dell’azione, quella stessa speranza che un esame critico ha dimostrato quasi senza fondamento; questa, anzi, è l’essenza stessa del coraggio”.
Immagine da www.apalacucci.it
Ho seguito gli ultimi avvenimenti della politica italiana con un senso distaccato, ho partecipato, ma con un senso di disincanto che non mi è mai appartenuto.
E credo che questo atteggiamento non appartenga solo a me. In questo periodo, come ci ha fatto osservare Ilvo Diamanti su La Repubblica, non vediamo altro che gente che si mobilita, che scende in piazza, che in qualche modo si vorrebbe esprimere da una parte e dall’altra: il fenomeno Grillo ha riempito le piazze oltre che pagine e pagine di giornale, poi c’è stata la manifestazione di AN, il voto di migliaia di lavoratori al referendum del sindacato e infine il voto alle primarie del nascente PD. Manifestazioni di colori e significati diversi che però ci dicono quanto, in fondo, ci sia “una diffusa domanda di politica” .
Ma la domanda non significa, come ci avverte Diamanti, che ci sia anche fiducia nella classe politica e nei partiti che “si sono trasformati in oligarchie rifugiandosi nelle istituzioni per “difendersi” dalla società”. Se la domanda della gente di contare qualcosa dovesse non avere risposta, allora “è lecito attendersi l’esplosione. O l’implosione. Sicuramente la “delusione” e il distacco vero”.
Come dice Giacomo Marramao in Micromega nel pensiero politico “è venuto meno il futuro come figura in grado di dare senso all’agire politico”
Succede così che il futuro, invece, di essere vissuto come promessa, come accadeva in altri periodi storici, viene al contrario interiorizzato come “minaccia”. Ed è questo sentire diffuso che si passa alle nuove generazioni e questo atteggiamento può avere conseguenze quanto meno allarmanti. In questo senso vi consiglio, se già non l’avete letto il libro di Miguel Benasayag - Gérard Schmit, L'epoca delle passioni tristi.
Gli adulti temono davvero l'avvenire e quindi cercano di formare i loro figli in modo che siano ben "armati" nei suoi confronti". I giovani "si costruiscono uno scudo immaginario dietro al quale si illudono di stare al sicuro". Da ciò non può uscire nulla di buono. I padri dunque cessino di "armare" i figli per renderli pronti a una difesa contro "la minaccia del futuro", ridiano a loro il senso del tempo che gli hanno tolto, non cerchino di renderli guerrieri sempre pronti a sopraffare l'altro per farsi spazio nella vita. Gli adulti chiedano, invece, alla politica di guardare al futuro e di progettarlo in modo tale da restituire fiducia e speranza a tutti giovani, adulti e vecchi. Ci sarà qualcuno che lo saprà fare? In questo momento sono molto scettica per non dire disillusa. Forse dobbiamo essere noi a muoverci dal basso in questa direzione e non mi riferisco alle mobilitazioni tipo Grillo, ma a quanto già detto in un precedente post.