“Noi corriamo verso noi stessi e, per ciò stesso, siamo l’essere che non può raggiungersi”
(Sartre, L’essere e il nulla”)
Mi sento come un viandante e come tale cammino senza pensare di arrivare in un posto definitivo, in un luogo dove la strada sia sbarrata e dove si possa affermare di essere arrivati.
Come un viandante percorro ogni via con la curiosità di chi sa che nulla mai si ripete e nulla si presenterà mai uguale ai miei occhi. Sono consapevole che ogni alba mi aprirà gli occhi ad un giorno diverso che mi offrirà nuove emozioni e nuovi sentimenti.
Temo a volte il buio della notte e la stanchezza che si impadronisce del mio corpo e della mia mente, ma so che il giorno svelerà i segreti delle ombre e il mio viaggio potrà continuare.
Passo in strade dove tutto sembra luce e colore, ma attraverso luoghi dove vedo solo pianto e sofferenza.
So che la storia non procede lineare verso il progresso, so che non procede senza continui i ritorni indietro, senza che sentieri già aperti vengano interrotti o abbandonati. Ma so che è vero anche il contrario: quando pensiamo che tutto è perduto, si può aprire un varco, una strada, un percorso insperato: Sta a noi non perderci d’animo.
E’ propria degli uomini la speranza, “la più umana di tutte le emozioni - dice Ernst Bloch – tanto che la mancanza di speranza appare come la cosa più insostenibile per i bisogni umani”.
Del resto solo gli uomini sanno che esiste un futuro, sanno dire “accadrà, succederà”. E sanno far uso del congiuntivo e del condizionale modi verbali con cui si aprono alle ipotesi, ai progetti, alle speranze.
Ma l'uso del congiuntivo insieme al condizionale sembra voler scomparire dalla lingua italiana. C'è una certa insofferenza verso di loro. Con la loro scomparsa si rinuncerebbe alla prerogativa dell’homo sapiens rispetto agli altri animali che solo "dispone di mezzi per modificare il proprio mondo attraverso le subordinate ipotetiche sottraendosi così all'ineluttabilità dei fatti”.
Solo così si apre il nostro spirito all’immaginazione e alla creatività.
“La creatività appartiene al fatto di essere vivi”, dice Winnicot e ha origine da un’inquietudine, da un interrogativo, dal bisogno di un qualcos’altro e di un altrove capace di generare quello che ancora non esiste.