L’altro giorno mi è capitato fra le mani un libretto intitolato “Un po’ di compassione”.
Il titolo mi ha subito attirato in un mondo in cui di compassione ce n’è veramente poca e l’ho comprato. Karl Kraus presentava una lettera di Rosa Luxemburg che egli stesso definì “documento di umanità e poesia”. Non so se vale la spesa leggere tutto il libretto di 64 pagine. Nel libro sono inserite una serie di riflessioni sulla sofferenza cui gli animali sono sottoposti dalla crudeltà o anche solo dalla fredda indifferenza degli uomini: oltre alla Luxenburg ci sono Karl Kraus, Elias Canetti, Franz Kafka e Joseph Roth, nonchè di un'ignota lettrice della rivista «Fackel». Ma non voglio qui parlarvi di come questi autori trattano l’argomento “animali” ma voglio
La serenità che passa attraverso queste pagine è qualcosa di sorprendente, solo un amore per la vita così grande può dare la forza di provare quella “compassione” (nel senso etimologico della parola) che apre il nostro cuore alla condivisone delle sofferenze degli altri anche se questa volta l’altro è un animale, un bufalo per la precisione.
“(..) È il mio terzo Natale in gattabuia, ma non fatene una tragedia. Sono calma e serena come sempre. Ieri sono rimasta a lungo sveglia adesso non riesco ad addormentarmi prima dell'una, però devo essere a letto già alle dieci, così, al buio, i miei pensieri vagano come in sogno. Ieri dunque pensavo: quanto è strano che, senza alcun motivo particolare, io viva sempre in un'ebbrezza gioiosa. Me ne sto qui, ad esempio, in questa cella oscura, sopra un materasso duro come la pietra, intorno a me nell'edificio regna come di regola un silenzio di tomba, sembra di essere rinchiusi in un sepolcro: attraverso la finestra si disegna sul soffitto il riflesso della lanterna accesa l'intera notte davanti al carcere. Di tanto in tanto si sente, cupo, lo sferragliare di un treno che passa in lontananza; oppure, più vicina, proprio sotto la finestra, la guardia che si schiarisce la voce e per sgranchirsi le gambe fa lentamente qualche passo con i suoi stivaloni. La sabbia stride in modo così disperato, sotto quei passi, che nella notte scura e umida si sente risuonare tutta la desolazione e lo sconforto dell'esistenza. Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell'oscurità, della noia, della prigionia invernale e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito. E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità. E cerco allora il motivo di tanta gioia, ma non ne trovo alcuno e non posso che sorridere di me. Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa; la profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare. E anche nello stridere della sabbia umida sotto i passi lenti e pesanti della guardia risuona un canto di vita piccolo e bello, se solo ci si presta orecchio. In quei momenti penso a voi, a quanto mi piacerebbe potervi dare la chiave di questo incanto, perché vediate sempre e in ogni situazione quel che nella vita è bello e gioioso, perché anche voi possiate sentire questa ebbrezza e camminare su un prato dai mille colori”.