“La storia tutta quanta potrebbe intitolarsi :’storia di una speranza in cerca del suo argomento…’ E sarebbe un titolo adatto per tuta la durata della storia; se nel fondo della vita umana non esistesse, inesauribile e avida, inesauribile come la vita stessa, la speranza non avremmo la storia e l’uomo non si sarebbe proposto di essere umano. Se lo è dovuto proporre e dobbiamo farlo anche noi. La speranza non si limita ad esserci e basta, ha le sue eclissi, le sue cadute, le sue esaltazioni, la sua momentanea estinzione e la sua resurrezione.(..) Essa assume la sua vera essenza nel sogno e nella sua capacità di tracciare una traccia di luce nel cammino dell’uomo”
Anche nei tempi più bui abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione la quale potrebbe giungere non tanto da teorie e nozioni astratte quanto dall'incerta tremolante e spesso flebile luce che alcuni uomini e donne, nella loro vita e con il loro operato, accenderanno pressoché in qualsiasi circostanza e diffonderanno durante il tempo che è stato loro concesso in terra.
(H. Arendt)
"Un vigoroso rafforzamento delle leggi sui diritti civili metterà fine alla segregazione nei pubblici servizi, che è una barriera contro una società veramente disgregata, ma non può mettere fine a timori, pregiudizi, orgoglio e irrazionalità, che sbarrano l'accesso ad una società veramente integrata. Questi ostacoli oscuri e demoniaci saranno rimossi solo quando gli uomini saranno dominati dall'invisibile legge inferiore che scolpisce nei loro cuori la convinzione che tutti gli uomini sono fratelli e che l'amore è lo strumento più potente dell'umanità in vista di una trasformazione personale e sociale La vera integrazione sarà compiuta da uomini che siano veramente prossimo e obbediscano di buon grado ad obblighi non coercitivi.
Come non mai prima d'ora, amici miei, gli uomini di tutte le razze e nazionalità sono oggi chiamati ad essere prossimi gli uni verso gli altri. L'appello ad una politica mondiale di buon vicinato è assai più che un'effimera parola d'ordine: è l'appello ad una forma di vita capace di trasformare la nostra imminente elegia cosmica in un salmo di pienezza creativa.
Non possiamo più a lungo permetterci il lusso di tirare diritto dall'altra parte: una tale follia si chiamava una volta fallimento morale, oggi porterebbe al suicidio universale. Non possiamo sopravvivere a lungo separati spiritualmente in un mondo che è unito dal punto di vista geografico".
Tratto da “La forza di amare” di Martin Luther King
Questa sera ci sarà il BreakTheMafia a Bologna, un incontro importante dove verrà ricordato anche il nostro amico Libero che ci ha lasciato e che potrete seguire qui alle ore 21.
Penso a lui come ad un figlio che credeva nella vita, aveva entusiasmo e rabbia, ma non perdeva mai quella voglia di lottare, di reagire, di cercare un mondo migliore che è di pochi ragazzi e di pochi adulti. Si impara dai più giovani, eccome se si impara. Da lui imparavo tanto e quando mi sentivo un po' giù, lui mi ricordava che bisognava reagire, me lo chiedeva lui, un giovane, che aveva bisogno di quella speranza che noi forse più grandi abbiamo dimenticato che è necessaria per poter vivere e non arrendersi. Libero continueremo a ricordarti e a portare avanti il tuo pensiero.
Un pensiero per lui bellissimo anche da Macca.
Il 10 aprile è l'anniverasrio della sua morte e sarebbe bello che chi vuole facesse un post in suo ricordo, un ricordo corale.
Lui aveva quella forza di amare di cui parlava Martin Luther King
Io ritengo che ognuno abbia il diritto di parlare e di dire quello che pensa in democrazia, ma anche di ribattere. Ho letto oggi due bellissimi articoli di Zagrebelsky Gustavo, ve ne propongo due stralci:
Un castello ai piedi dei Carpazi, lontano da tutto e dentro il castello un vecchio generale che aspetta di conoscere la verità sulla sua vita, sul senso ultimo delle relazioni umane, sull’amore, l’amicizia, il tradimento.
L'aristocratico vive un'esistenza pietrificata come un paralitico che coltiva con passione la propria infermità.
Un uomo ancorato al passato e che in esso vuole trovare risposte alle domande che hanno ossessionato la sua vita.
“Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l'intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza. Essi sono: Chi sei?... Cosa volevi veramente?... Cosa sapevi veramente?... A chi e a che cosa sei stato fedele o infedele?... Nei confronti di chi o di che cosa ti sei mostrato coraggioso o vile?... Sono queste le domande capitali. E ciascuno risponde come può, in modo sincero o mentendo; ma questo non ha molta importanza. Ciò che importa è che alla fine ciascuno risponde con tutta la propria vita”.
Il libro di Màrai è un libro sulla memoria. La memoria del fuoco di una passione che si è spenta trasformandosi in tiepide braci. Il calore di una passione che acceca la mente, il tepore di una rivincita attesa a lungo.
Il romanzo si sviluppa sul poderoso monologo del generale rivolto al vecchio amico Konrad (artista, amante della musica, di ritorno dall’Oriente e diretto a Londra). Un flusso quasi ininterrotto sull’amicizia, sulle passioni, sul lento e doloroso disvelamento di ciò che è la realtà e il destino di ogni essere vivente. Nonché l’amore, la linfa vitale, tanto che il generale confessa a Konrad: “Alla fine ha importanza solo quello che rimane nel nostro cuore”.
C’è un destino che governa le storie di tutti i personaggi del romanzo, non si tratta però di una forza cieca: “L’uomo e il suo destino si realizzano reciprocamente modellandosi l’uno sull’altro. Non è vero che il destino si introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendoci da parte per invitarlo a entrare. Non c’è infatti essere umano abbastanza forte e intelligente da saper allontanare, con le parole o con i fatti, il destino infausto che deriva, secondo una ferrea legge, dalla sua indole e dal suo carattere”. (p.139)
Ci insegna e a guardarci dentro senza paura di scoprire verità scomode, ma, secondo me,non per rimanerne soggiogati, ma per affrontarle e andare oltre.
"Costruzione di sé vuol dire: che cosa io sono, che cosa posso essere, che cosa voglio essere. Ora per appartenersi ogni uomo deve costituirsi come polo di resistenza nei confroni delle perturbazioni esterne e come forma rispetto alle agitazioni interne. L'uomo non diventa signore di sè se si lascia incalzare e scalzare dagli eventi che gli giungono da fuori, dolorosi e favorevoli che siano."
"Non si tratta di ascoltare qualcosa l'uno dell'altro,
Amo la letteratura, la filosofia, la poesia e l’arte, mi soffermo spesso sulla storia e dalle letture traggo insegnamenti preziosi. Parole e idee entrano dentro di me e si mescolano e rimescolano fino a diventare mie.
Borges diceva: “Spesso mi accorgo di non fare altro che citare qualcosa che ho letto tempo addietro”. Bisognerebbe avere questa umiltà ed onestà sempre. Siamo tutti debitori di pensieri fatti da altri e di esperienze che non abbiamo mai vissuto.
Eppure spesso, quando ascolto certi studiosi di professione provo uno strano senso di irritazione. Forse mi imbarazzano le loro certezze anche quando parlano del dubbio, le loro parole che parlano di apertura, ma che nel loro stesso farsi discorso escludono chi ascolta. Mi fa pensare la loro sempre più frequente paura di mescolarsi, di entrare nel gioco del mondo, di cercare con ostinazione una nicchia in cui poter elaborare pensieri non contaminati. E questo ostinato tenersi fuori, mi sembra l’altra faccia della medaglia di chi nel mondo è troppo immerso e teme il silenzio della riflessione.
Mi sembra che il sapere che esce dalle loro menti sia troppo freddo e chiuso. Le loro parole, pur evocando valori, principi spesso encomiabili, mi appaiono come scrigni vuoti. Sono semi senza terra, sono terra senza acqua. Sono parole che non vogliono descrivere se non le realtà che conoscono…
Il rischio è allora che rimarranno sempre tante storie di vita ripudiate, inascoltate, non prese in considerazione perché nessuno ha mai dato loro voce.
E non posso non ricordare Nuto Revelli il cui impegno umano e civile è stato sempre quello di dar voce al dramma degli incolpevoli, dei poveri che restano in guerra anche quando arriva la pace, sfruttati, dimenticati, e di nuovo strumentalizzati, mai soggetti attivi del loro destino. Nel "Il mondo dei vinti" ha raccolto 270 testimonianze disperse in tutto l’arco alpino. “Era difficile farsi accettare, – racconta in un’intervista -,ancora più che parlassero, che raccontassero, perché rimanesse almeno qualcosa di queste storie, di una società che cambiava rapidamente. Su, a pochi chilometri da Cuneo si sfilacciava il tessuto sociale di vaste aree, e rimanevano solo gli anziani. E’ stata una pagina, è una pagina ancora sulla quale bisogna ancora meditare oggi”. Un uomo che aveva capito la ricchezza che si nasconde anche nelle storie più deprivate.
Su quante realtà ci sarebbe oggi bisogno di riflessione, di lavoro, di impegno, di ascolto, per capire la storia partendo da tanti punti di vista, senza avere la presunzione di chi senza aver ascoltato, ha già capito tutto.
E ci vorrebbero gesti come quello di David Grossman che durante l’assegnazione del premio Emet, uno dei riconoscimenti più prestigiosi, assegnati dal governo israeliano, si è rifiutato di stringere la mano del premier. “Suppongo possiate immaginare perché non ho stretto la mano al primo ministro” ha detto ai giornalisti. E non si può dimenticare quello che un anno fa rivolgendosi a Olmert aveva detto, dopo aver perso il figlio, in occasione dell’anniversario della morte di Rabin: “Sono sì un padre che soffre, ma quello che mi addolora è quello che lei e i suoi amici state facendo a questo paese”.
Abbiamo bisogno di questo tipo di intellettuale, che sappia scendere tra noi e abbia il coraggio di rendere pubbliche le proprie scelte, abbiamo bisogno di persone che ci facciano ancora capire in che cosa consiste la nostra vera libertà, intellettuali che non illuminino solo le nostre intelligenze, ma scaldino anche i nostri cuori.
E alla fine non posso che ricordare già con nostalgia e affetto Enzo Biagi che era sopra tutto era un uomo che della libertà ha fatto una bandiera in tutta la sua vita.
Tutti siamo alla ricerca di un filo conduttore, di un “canovaccio” che dia un senso, che proponga un itinerario, che fornisca le ragioni di un punto di arrivo.Ma non è così semplice. Di Virginia Woolf, Nadia Fubini racconta che:"Quel che ci tranquillizza è la successione semplice, il ridurre a una dimensione, come direbbe un matematico, l'opprimente varietà della vita; infilare un filo del racconto di cui è fatto anche il filo della vita, attraverso tutto ciò che è avvenuto nel tempo e nello spazio!".Beato colui che può dire: «allorché», «prima che» e «dopo che»!"
Musil, L'uomo senza qualità