Pensare in un'altra luce

"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate? In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga
mercoledì, 07 maggio 2008

La dignità degli ultimi

ddlnadies03«La cultura della sconfitta e dell'amnesia si è pericolosamente diffusa tra milioni di persone», dice il regista Solanas e per questo nei suoi film si propone di scoprire e valorizzare «le prodezze quotidiane dei "nessuno", proposte alternative e solidali tali da dimostrare come il cambiamento sociale sia ancora possibile».

SolanasAFernando Ezequiel Solanas, il bravo regista argentino de L'ora dei forni, di Tangos-L'esilio di Gardel (di cui ho già parlato qui), di Sur, da tempo si dedica a raccontare la resistenza sociale in Argentina.. Ha ideato così una serie di film. Memorie del saccheggio (2002-2004), analisi dei meccanismi del potere e delle politiche di privatizzazione; La dignità degli ultimi, storie della resistenza sociale; e i prossimi: Argentina latente, sulle risorse nazionali e il recupero dell'autonomia economica, e La rivolta della terra
Un cinema militante il suo, indirizzato a sostenere le ragioni della libertà e della giustizia in un'Argentina che stava per cadere sotto il gioco dei militari.

In La dignità degli ultimi racconta le storie di chi  è stato dimenticato, bistrattato ed ha subito ingiustizie fino a ridursi oltre la soglia della povertà, ma che, nonostante tutto, non perde mai la determinazione di  combattere contro un governo sempre più compromesso nei suoi rapporti poco chiari con grandi istituti bancari e compagnie petrolifere.

ddlnadies02Nel film vengono mostrate le storie di Maestro Toba e della sua mensa per bambini indigenti, di Silvia e Carola, che lavorano in un grande ospedale di Buenos Aires in situazione disastrose docute alla sovrappopolazione, alla mancanza di fondi, colpevole una corruzione sempre più spregiudicata. Viene raccontata la storia della fabbrica di ceramica Zanon, già oggetto del film "The Take" di Avi Lewis (2004). Ma anche la storia incredibile di Lucy e del "Movimiento de Mujeres en Lucha" (movimento di donne in lotta), che per protestare contro le espropriazioni, risultato dei tassi usurari praticati da banche senza scrupoli a contadini in difficoltà, ricorre a una forma di lotta davvero incredibile: durante numerose aste per mettere in vendita ettari di terreni di contadini che avevano avuto prestiti di 20.000 pesos e si trovavano a doverne rendere 100.000, Lucy ed altre donne si erano messe a cantare l'inno nazionale argentino boicottando in questo modo le aste stesse. Gli ultimi arresti per questo "delitto" mostrati dalla pellicola di Solanas risalgono solo all'aprile del 2005.

ddlnadies01Ma vengono mostrate storie più individuali da parte di chi davvero non ha neppure la forza di battersi politicamente, e forse sono le vicende più drammatiche, la miseria vissuta in solitudine può trasforarsi veramente in disperazione senza riscatto.
E’ l’epopea anonima e quotidiana di chi è sempre stato tradito: la classe media impoverita, - dice Solanas - disoccupati, i “piqueteros” che bloccano le strade. Negli anni Sessanta e Settanta, una situazione simile mi portò a concepire “L'ora dei forni” (1968) e “I figli di Fierro” (1975), due pellicole molto diverse tra di loro, incentrate sulle lotte sociali dell’epoca”.

Mentre percorrevo il paese e incontravo lavoratori, professionisti e indios, mi è venuta l’idea dici_ultimi1 realizzare un grande affresco sull’Argentina contemporanea. Ho così concepito quattro lungometraggi indipendenti tra di loro, ma uniti dal tema nazionale. Si parte dalla devastazione e dal saccheggio promossi del modello neoliberale, per arrivare alla ricostruzione e a un nuovo progetto capace di recuperare i diritti perduti”.

Sono storie dolenti, che rivelano condizioni di vita durissime: ma sono anche Storie commoventi, ammirevoli per l’altruismo, la capacità di lotta, il caldo slancio,  capacità di solidarietà della gente. E ciò che ne viene fuori è un affresco in cui si rivela tutta la forza e la tenacia del regista deciso, con esempi concreti e carichi di patos, a rivendicare la dignità del popolo e la speranza.

ci_ultimi2Storie che ci insegnano che là dove c'è la volontà di lottare nulla è perduto, nulla è così irreversibile.Colpisce, in particolare, l'assidua presenza delle donne, vero motore e anima odierna del paese: mogli e madri indomite e senza paura. Molti uomini, racconta una donna, non avevano saputo resistere di fronte alla tragedia che si era abbattuta su di lroro e molti, moltissimi si erano suicidati. Nel film c'è, oltre la corruzione, le malversazioni, i raggiri, le sperequazioni sociali, proprio alla fine del tunnel, uno spiraglio di speranza: è difficile dare dignità a chi soffre, ma con questo documentario Solanas c'è riuscito benissimo.

Sono film che dovremmo guardare per non perdere la forza di lottare.

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categorie: cinema, solanas
mercoledì, 30 aprile 2008

Dov'è la casa del mio amico?, di Kiarostami

01Dove è il mio amicoAhmad è un bambino che vive in uno sperduto paese dell'Iran. Il suo maestro è un inflessibile docen­te che mantiene la disciplina con eccessiva severità e che non ammette, soprattutto, errori e dimenticanze. Un giorno, a lezioni finite, Ahmad si accorge che il quaderno di un bambino spesso rimproverato dal maestro è finito per sbaglio nella sua cartella. Per evitargli l'ingiusta punizione, egli decide, allora, di riportarglielo.
Chiede il permesso alla mamma ma lei non ha tempo per dargli retta, presa com’è dalle faccende domestiche. Gli ordina, invece, di fare qualche commissione e esige da lui che completi i suoi compiti prima di uscire a giocare.
Ma Ahmed non intende desistere e trova una scusa per fuggire alla ricerca della casa del suo amico. Di mezzo si mette anche il nonno che, vedendolo correre per strada, lo chiama e lo manda a comprargli le sigarette. Finalmente il ragazzo si incammina verso il villaggio del suo amico, ma quando vi giunge resta intrappolato nel dedalo di viottoli ed è impossibile orientarsi. Sul volto del bambino crescono la stanchezza e lo smarrimento.
Un anziano fabbro vetraio si offre di accompagnarlo da Mohamed. Insieme fanno un bel tratto di strada, durante il quale il vecchio gli indica tutte le vetrate che ha costruito, poi si ferma e coglie un fiore che Ahmed ripone tra le pagine del quaderno.

Ahmed arriva a pochi metri dalla casa del suo amico. È già buio e lui è solo, guarda davanti a sé, in fondo al vicolo c'è la fine del suo viaggio, ma ecco che  si sente abbaiare un cane. Ahmad si spaventa e decide di tornare indietro.

Una volta a casa salta la cena e si ritira a fare i compiti e pensando ancora all'amico, decide di farli per sé e per lui. Il giorno dopo consegna il quaderno a Mohamed, un attimo prima della correzione dei compiti. Il maestro non si accorge di nulla, sigla il compito di Mohamed ed esclama: "ben fatto!". Controllandolo il maestro, apre il quaderno giusto sulla pagina dove è stato riposto il fiore.

Una storia dalla trama semplice, quindi, come tutti i film di Kiarostami.

Dov'è la casa del mio amico ?" è ispirato ad una poesia di Sohrab Sepehri, citato nei titoli di testa. La poesia dice: "Tu andrai in fondo a questo viale / che emergerà oltre l'adolescenza, / poi ti volterai verso il fiore della solitudine. / A due passi dal fiore, ti fermerai / ai piedi della fontana da dove sgorgano i miti della terra... Tu vedrai un bambino arrampicato in cima a un pino sottile, / desideroso di rapire la covata del nido della luce / e gli domanderai: dov'è la dimora dell'Amico?".

Ma dietro questa apparente semplicità si nascondono significati più profondi. Il film è una parabola sul bisogno di comunicazione, sul desiderio di cambiare un ordine vecchio con un ordine nuovo.

“C’è una colina tra i due villaggi – dice Kiarostami – e sulla cima della collina un albero, che nella nostra letteratura è simbolo di amicizia; il continuo correre di Ahmad rappresenta le difficoltà per poterla raggiungere”.

Nel film si può notare anche l’utilizzo degli elementi architettonici del cortile e dell’abitazione per sottolineare il regime di chiusura, fatto di obblighi e divieti, cui viene sottoposto Ahmad. È interessante, inoltre, il fatto che il sentiero a zig zag sia stato fatto tracciare ai bambini protagonisti prima delle riprese del film e che l’albero sia stato appositamente trapiantato laddove prima non c’era, secondo quel legame profondo tra il cinema e l’esperienza di vita (i bambini sono attori non professionisti) che caratterizza l’opera di Kiarostami e di altri autori iraniani.

Centrale nel film è il rapporto tra il protagonista e gli anziani. A partire dalla nonna, che ripete all’infinito una serie di regole di comportamento di tipo formale, come quella di togliersi le scarpe prima di entrare in casa; proseguendo con i due vecchi incontrati a Posteh, che parlano dell’importanza, per un bambino, del rispetto della tradizione.
Da ricordare, ancora, la figura di un altro compagno di Ahmad, incontrato lungo la strada, costretto dai familiari a trasportare pesantissimi secchi pieni di latte. Nel film viene sottolineato il ruolo indiscutibile esercitato dalla tradizione all’interno della comunità e la totale subordinazione a cui i bambini e i giovani dovrebbero sottomettersi.

Un contorno povero, ma intensamente umano. Un Kiarostami, che fugge dallo stereotipo del cinema politico e polemico di altri registi arabi per dare una visione dell'infanzia iraniana che non condanna ma nemmeno assolve la sua società, dove i bambini e i vecchi, vagano, gli uni alla ricerca del futuro (in questo caso molto lontano ma anche molto vicino) e gli altri in cerca del passato, cui si aggrappano malinconicamente.

Elogio della solidarietà fra i ragazzi, il film è peraltro un  atto d'accusa contro l'educazione autoritaria e repressiva impartita da una società arcaica a un'infanzia cui non è riconosciuto nemmeno il diritto di essere ascoltata.

Ed è importante sottolineare la strategia narrativa costante con cui si fa puntualmente slittare il momento dell’incontro tra i due protagonisti, rendendo Ahmad. davvero troppo piccolo in confronto all’impresa che deve svolgere. Compiti apparentemente piccoli sono in realtà mete difficili da raggiungere per un bambino, compiti che però ne costruiscono il senso di responsabilità e di libera iniziativa.

Infine l’amico è molto di più che l’amico concreto, allude ad una ricerca più profonda, è l’esistenza di un amico l’interrogativo centrale: il  bambino a due passi dal fiore della solitudine, non avrà mai una piena risposta alla domanda “Dov’è la dimora del mio amico”, ma anche se una risposta definitiva e certa non c'è, continuare a cercare è la cosa importante. La ricerca è la cosa importante, è tensione verso la vita... raggiungere la meta è adagiarsi...

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categorie: cinema, kiarostami abbas
lunedì, 21 aprile 2008

Abbas Kiarostami, uno sguardo semplice per dire cose complesse (1)

Kiarostami_foto

Quando un film mi piace, la mia mente comincia a viaggiare con la mente inseguendo le immagini che scorrono davanti ai miei occhi. Non ho bisogno di trame complesse e di effetti speciali. Anzi…

Mi piacciono molto i film che, apparentemente semplici nella loro struttura, mi trasmettono quelle emozioni che appartengono alla vita semplice, a quella vera e quotidiana, quella che non ha artifici, ma sa cogliere il genuino.

La vita è sempre cammino, è ricerca di un qualcosa che non sempre si raggiunge a cui però si tende, si cammina guardando e cogliendo quello che la vita ci offre nel bene nel male.  Il cammino però, se vuole godere di tutto ciò che  ci viene incontro, deve essere lento e accompagnato dalla riflessione, dall'attenzione… Altrimenti è fuga, corsa cieca verso il nulla.

Il cinema di Kiarostami sa darmi questo modo di vedere la vita.

“Non deve stupire – egli ci dice - che l'automobile sia cosi presente nei miei film recenti: spesso guardo il mondo attraverso i finestrini della mia auto (...) i miei pensieri sono molto più fluidi di quando sono seduto al mio tavolo.

La ricerca, come sappiamo, è uno degli elementi delle filosofie orientali. È la ricerca senza meta, perché in realtà è l'atto stesso della ricerca ad essere importante e quindi cerchiamo sempre un motivo che ci spinga a muoverci... è un viaggio senza fine, come quando si arriva sulla cima di una montagna e scoprendone altre di fronte a noi siamo subito presi dal desiderio di continuare il cammino verso nuove mete”.
“Noi orientali non diciamo procurarsi il pane ma
correre dietro al pane.

Diceva Rossellini che la realtà è lì davanti, pronta per il regista che non ha altro da fare che metterla in scena. Kiarostami, ne è un bellissima testimonianza.
E il film di Kiarostami è semplice, essenziale, ma non per questo povero. Siamo noi poveri quando abbiamo bisogno di evadere in realtà estranee alla quotidianità della gente per trovare “qualcosa”, vuol dire che i nostri occhi non sanno vedere se non realtà fittizie ed artificiali.

Ci vuole, dice il regista, uno sguardo semplice per dire cose complesse “Tutto dipende da chi guarda chi, e dal modo in cui lo fa... (...) Bisogna saper guardare, saper vedere. Tutto si riassume nel modo di vedere. I (...) Un giorno stavo passeggiando per strada con mio figlio, era ancora un bambino, e mi disse: "Papa, l'occhio è proprio una cosa bizzarra!" Allora gli ho chiesto: e perché? Mi rispose: "Perché due vetri rotondi e cosi piccoli sono capaci di vedere tutte queste cose cosi grandi". (...) Talvolta i bambini ricordano agli adulti che bisogna meravigliarsi, che non devono guardare la vita in maniera superficiale, ma aprire bene gli occchi e approfittare dell'istante. Basta guardare in modo semplice”.

Anche per questo ama i bambini. "Io li amo perché piangono facilmente e mostrano le loro emozioni. Li amo perché distruggono ciò che stanno costruendo e non cercano di conservarlo. Li amo perché si lanciano nelle scorribande, e si rotolano sul suolo per giocare nella terra con i loro abiti nuovi, in perfetta noncuranza. E quando fanno a botte tra di loro non c'è traccia di odio nei loro cuori".

Sono parole di un poeta arabo che Kiarostami cita per dimostrarci quanto per lui siano importanti i bambini nella sua filmografia.
Kiarostami non ha scritto film per bambini, ma film sui bambini perché secondo lui sono “magici” “Osservate i bambini, vedrete che essi vivono al modo dei grandi mistici. Non ho mai visto un bambino aver paura della morte, una caratteristica che appartiene appunto ai grandi mistici. Guardate il volto di un bimbo al risveglio: la sua bocca si apre prima dei suoi occhi, egli si invola verso la vita con un sorriso”.

Ma non è facile lavorare con loro, bisogna conoscerli bene, saper entrare in empatia. Un bambino che lavora in un film non lo fa ne per i soldi ne per diventare famoso, “hanno bisogno solo del rispetto per i loro per i loro sentimenti interiori. Se non vogliono farlo nessuno è in grado di farli lavorare”.

Il bambino non segue la sceneggiatura del film che si sta girando, “bisogna usare sceneggiature molto semplici, fatte di tanti pezzetti, e come in un rosario ogni granello va attaccato all'altro. I frammenti di sceneggiatura compongono la storia complessiva”.

 Dietro un'apparente semplicità assoluta, Kiarostami è abituato a lavorare con il minimo dei mezzi disponibili, in un paese pieno di problemi come l'Iran. Riesce in modo straordinario a filmare frammenti di vita quotidiana e piccoli contrattempi del vivere, egli ingaggia soltanto attori non professionisti, in molti casi presi dalla strada, tanto che nelle sue opere troupe e gente del luogo finiscono per mescolarsi, diventando tutti attori, che recitano se stessi, tornando spesso sul set dove erano finite le scene del film precedente.

"Io cerco le realtà semplici, ma nascoste dietro le realtà apparenti. Al momento di fare un film io mi imbatto, a volte, in eventi e in relazioni che si svolgono al di fuori del mio tema principale, dietro la cinepresa, più interessanti e avvincenti del tema principale del film che si sta girando. Così avvincenti che mi viene voglia di voltare la cinepresa verso questi eventi"

E quello che lui spera che nel film entri in qualche modo anche lo spettatore “Se l’arte – dice – arriva a cambiare le cose e a proporre delle idee nuove, ci riesce esclusivamente grazie alla libera creatività di colui al quale si rivolge: lo spettatore”

Scrive Goffredo Fofi che il cinema, inteso come arte pura, ha in Kiarostami un regista cui affidarsi totalmente, in un'epoca sempre più dominata da criteri di commerciabilità, marketing e, fuor di metafora, imbecillità. Il suo cinema ha la semplicità e la schiettezza della poesia che solo un regista colto e ipersensibile, esperto come lui può realizzare.
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categorie: cinema, registi, kiarostami abbas
lunedì, 14 aprile 2008

Audrey Hepburn... una donna che faceva sognare

dRiusciva ad animare i miei sogni, mi faceva  credere nell’amore,  aspettare il “principe azzurro”. Ma con lei non ho mai avuto la sensazione che quel mondo fosse pura illusione. Perché lei non era finta, era vera: bella, di una bellezza senza sofisticazioni, di una bellezza semplice, dentro e fuori.

Quando guardavo i suoi film entravo in un’atmosfera magica, una magia però che ero sicura esisteva anche nella vita solo a saperla cogliere. Perché anche la vita può essere magica se conosci lo stupore e l’incanto, se la disillusione non si è già impadronita del tuo cuore e della tua intelligenza, se l'immaginazione non si è spenta.

26I suoi film erano fiabe… e come nelle fiabe ti aspettavi che finissero bene. Lo sapevo benissimo che non sempre nella vita è così, ma una cosa era certa: di quell’ottimismo avevo bisogno per affrontare la realtà.  Ognuno ne aveva bisogno e credo ne avremmo bisogno anche oggi.

Non era un ottimismo cieco, non era una fuga dalla realtà, era la ricerca di qualcosa che indicasse un percorso, un modo di essere, era tensione, energia.  Il mondo non è così, ma come sarebbe bello se lo fosse: facciamo in modo allora che gli assomigli sempre di più. A questo mi faceva pensare.  E forse  questo modo di vedere  le cose non l'ho ancora perso oggi.

Mi sarebbe piaciuto essere come lei. Ma sapevo di non esserlo e lo stesso mi guardavo allo specchio senza paura di non vedere la mia immagine, senza pretendere di essere come lei, ma cercando in me ciò che mi poteva piacere.

50Lei era Audrey Hepburn, una delle più belle ed amate dive di Hollywood, elegante, raffinata, ma mai affettata e costruita.

Una donna romantica. E quel suo modo di essere romantica è una qualità. Io ne sono ancora oggi convinta. E’ una spinta verso il mondo che non colora di rosa, che guida il tuo sguardo verso ciò che di bello non manca mai, ma di fronte a cui siamo spesso ciechi. Non si è ciechi perché romantici, lo si è spesso perché non lo si è.
Una donna sensibile. Quella sensibilità che ti avvicina alle piccole cose, ai sentimenti più sfumati, che ti insegna la commozione e la tenerezza, ogni piccola sfumatura di ogni sentimento.

audrey-hepburn-tiffanys_moonriverUna donna un po’ svagata, distaccata, perché sapeva giocare e andare al di là di ciò che nella vita rischiava di dare peso alla sua leggerezza.

“Il pubblico – ha detto -associa la mia immagine a un tempo in cui i films erano gradevoli, le attrici eleganti e la musica armoniosa. Quando qualcuno mi scrive vedendo uno dei tuoi films il mondo mi è sembrato meno negativo, io mi sento appagata”. Era convinta che il mondo non potesse reggersi sulla negatività.
Era bella, molto bella, ma la sua bellezza non era invadente, non suscitava invidia, ma ammirazione.

“... il suo modo di vestire – racconta suo figlio Sean Ferrer - non proclamava guardatemi, ma piuttosto sussurrava questa sono io, e non sono migliore di te. E in questo non fingeva. Non si concepiva come un'essere speciale e fuori del comune”

23Ed il suo fascino consisteva proprio in questo. Audrey  era una donna consapevole delle proprie possibilità, ma sopratutto dei propri limiti.
I personaggi che interpreta non nascondono le proprie insicurezze, perchè in realtà sono proprio le insicurezze che ci spingono oltre nella vita e che ci rendono quello che siamo, che ci fanno divenatre uniche agli occhi degli altri e di noi stesse.

Ti faceva sognare e, quanto mi mancano quei sogni!

In quei tempi, la guerra, gli orrori del nazismo, del fascismo e dello stalinismo, tutti avevano bisogno di ritrovare la purezza, la sobrietà, la delicatezza, qualità che potevano donare la voglia di tornare a vivere.

Audrey Hepburn aveva lasciato in Europa le inquietudini di un'adolescenza vissuta in un continente devastato dalla Seconda Guerra Mondiale, una mancata carriera di ballerina ed un immancabile complesso d'inferiorità:
“Come molte adolescenti, ero convinta di essere talmente brutta che nessuno mi avrebbe mai presa in moglie”

photo_vacanzeFa il suo ingresso nel mondo del cinema in punta di piedi, leggera come una ballerina, quello che avrebbe voluto diventare.
Diventare attrice non le impedisce, però, di essere in se stessa:
Quando Audrey interpretò un provino per la parte della principessa Anna nel film Vacanze Romane.
dimostrò un pò di nervosismo e di rigidità, ma il regista William Wyler vuole sapere chi è realmente questa giovane attrice, come parla e si muove quando è rilassata.
A tal fine adopera un'abile stratagemma: continua a riprenderla anche oltre la fine della scena.
Dopo l'esclamazione taglia!, improvvisamente ecco Audrey, “Era assolutamente deliziosa”, disse Wyler.
Rimanemmo estasiati, affermò il direttore della produzione della Paramount, Don Hartman.

Audrey nasce il 4 Maggio 1929 a Bruxelles, in Belgio, da madre olandese e padre inglese.
Il divorzio dei genitori quando era ancora piccola, la Seconda Guerra Mondiale, il fatto di essere diventata una grande attrice cinematografica, due divorzi, due figli e diversi aborti spontanei sono gli eventi che più marcatamente influenzano una vita di successo, ma anche di grandi dolori..

photo_always_grande“Mia madre ha avuto una vita coronata dal successo e segnata dalle scelte giuste, la prima delle quali fu la sua carriera. Più tardi, invece, scelse la famiglia. E infine, quando noi figli eravamo ormai cresciuti e avevamo le nostre vite, scelse i bambini bisognosi di tutto il mondo: scelse di restituire quel che poteva in cambio di ciò che aveva avuto dalla vita. Per lei, in questa scelta così importante e determinante, stava la chiave per capire, e forse anche curare, qualcosa che l’aveva accompagnata nel corso di tutta la vita: una profonda, radicata tristezza”.  Così dice suo figlio nel libro che ha appena scritto su di lei.

Questa donna non ha deluso le mie aspettative di ragazza e gliene sono grata. Tutti i giovani hanno modelli, le lo è stata per molte delle mia generazione e lo ha saputo fare con la coscienza e la responsabilità di chi sa che molti la stanno guardando. Ma di leie dei suoi film parlerò ancora perchè davvero hanno accompagnato la mia vita.

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categorie: cinema, attrice, audrey hepburn
mercoledì, 02 aprile 2008

E' morto Dith Pran che ha ispirato il film

DithRicordo che quando uscii dal cinema dopo aver visto “Urla nel silenzio” pensai alla fortuna che avevo avuto a nascere in questa parte della terra. Sì, nascere in un luogo o in un altro è un caso, non è un merito e mai come allora ne avevo preso coscienza. Capii che però dovevo diventare “cittadina del mondo” e non chiudermi guardando solo i problemi che mi erano vicini. E che dovevo guardare al mondo degli uomini in carne ossa, l'uomo che soffre, l'uomo che è vittima di sopprusi, senza più ideologie che a volte offuscano e ingabbiano il pensiero.

E questa coscienza non mi ha mai più abbandonata.

killingfields3«Urla del Silenzio», uscito nel 1984, racconta la storia dell’ex corrispondente del New York Times, Schanberg, che fa di tutto per salvare il suo amico, all’inizio degli Anni '70, dopo la conquista del potere da parte dei Khmer rossi di Pol Pot.  In quegli anni, nel nome di un comunismo nazional-rurale e autarchico, gli intellettuali o presunti tali venivano spediti a lavorare nei campi, in condizioni ai limiti della sopravvivenza. Fu così avviato un genocidio che, insieme alla repressione sistematica di ogni opposizione, cancellò tre milioni di cambogiani nel giro di pochi anni.
killingfields2 La storia raccontata dal film, che riproduce la reale vicenda, racconta come Dith, un laureato in chirurgia all’inizio guida e interprete per Schanberg, riesce a portarlo in salvo quando i Khmer rossi iniziano la caccia allo straniero, portandolo al riparo all’ambasciata francese nell’aprile del 1975. Solo il giornalista del Times, però, riesce a prendere l’aereo per gli Stati Uniti, e il suo assistente finisce nei campi di lavoro, una volta scoperto che il suo passaporto era falso e che è cambogiano.

Per lui, come per molti altri suoi connazionali, inizia il terrore.

In quel periodo due milioni di uomini, donne e bambini vengono assassinati nei campi di lavorongor_haing1 Khmer. Ordine dato: la rieducazione. Ogni diritto è annullato, domina l'arbitrio cieco e casuale le vendette, le esecuzioni sommarie, gli eccidi, le rapine.

Dith Pran è separato dall'amico occidentale  e viene avviato a un campo di "rieducazione" dove è vietato far capire che parli Francese, è vietato portare gli occhiali, è vietato confessare di possedere un titolo di studio. Chi lo fa cade nelle mani degli apparatcik dell'Anka (il famigerato partito comunista cambogiano) e  la sua fine è segnata. Non c’è possibilità di perdono, ma solo la sicurezza di una morte atroce.

La denuncia del film è forte: i Khmer Rossi sfruttano e piegano il corpo, ma vogliono disintegrare la personalità, cancellare brutalmente ogni ricordo dalla memoria degli uomini. Come non ricordare i campi di concentramento nazisti? Essi perseguono questo scopo scientemente e metodicamente. Inizia l'Anno Zero della Cambogia: niente ricordi, niente rimpianti.

Il Partito ha sostituito Dio. Il Partito provvederà ad ognuno, creerà una società di eguali veramente giusta.

Si lavora sotto la minaccia di un fucile, e, quello che è peggio, è che i bambini, che non hanno né memoria né rimpianti fungono da giudici e da carnefici. Indicano con implacabile determinazione le vittime. Ispezionano le mani: discriminano e condannano quelli che le hanno lisce, poiché non hanno mai conosciuto il lavoro materiale.

urladelsilenzio3Finalmente Pran riesce a fuggire, e qui una delle scene più drammatiche del film: mentre sta percorrendo un sentiero attraverso le risaie giunge ad un acquitrino putrido disseminato di alberi disseccati e scheletrici. Cade in una pozza: nel rialzarsi si accorge di essere circondato da una sterminata distesa di teschi, gambe, braccia. Una mattatoio immondo.

E’ solo, il cielo azzurro sopra di lui, la morte orribilmente visibile su quel sentiero che dovrà percorrere per arrivare alla sua salvezza. Il desiderio di sopravvivere per raccontare prevarrà.

Poi il colpo di scena: incontra un capo Khmer legato al proprio villaggio, malvisto dal partito. Ne acquista la fiducia, ne cura il figlioletto e tenta di salvarlo al momento della resa dei conti all'interno dell'Anka. Non ci riuscirà, ma la fuga lo porterà finalmente alla libertà, ai confini della Thailandia.

Siamo nel 1979.
sidney_schanbergSchanberg, tornato negli Usa, vince il Premio Pulitzer, denunciando le responsabilità del governo americano nella regione. Ma non dimenticherà mai l’amico e ritira il premio a suo nome perché Dith non sia dimenticato, perché le urla del suo coraggio vivano nella memoria.

Il film di Roland Joffè, del cui cast fanno parte tra gli altri John Malkovich, Julian Sands e Sam Waterston, ha vinto tre premi Oscar: fotografia, montaggio, migliore attore non protagonista (Haing S. Ngor nel ruolo di Dith Pran).

Pochi giorni fa Dith Pran è morto, la notizia è stata data dithpran_narrowweb__300x442,0proprio da Schamberg. E’ morto negli USA. Dopo che la sua famiglia fu massacrata dal regime rosso di Pol Pot Dith tornò a lavorare per l’amico americano, diventando un grande fotografo di guerra.

Con questo personaggio scompare un altro grande nome del giornalismo vero, se ne va un pezzo di storia dell’informazione del XX secolo, fatta da uomini capaci di documentare le tragedie e denunciare anche quei governi che molto spesso hanno chiuso gli occhi. Dith se ne andato in silenzio, colpito da una malattia che non perdona, con dignità ed umiltà, qualità che lo hanno accompagnato per tutta la sua vita.  

è volato via ieri a 65 anni, con un solo grande rimpianto, quello di non avere visto Pol Pot processato e chiamato a rispondere dei due milioni di innocenti.

Di quegli anni, e di quest'uomo, il mondo si era largamente dimenticato, distratto da altre guerre e altre ondate di sangue. Dith Pran non lavorava più da tempo, corroso da un tumore al pancreas. Ma senza di lui, senza il collega americano Sydney Schanberg anche l'olocausto polpottiano sarebbe rimasto oscuro. E i due milioni di morti sarebbero stati licenziati come una montatura anticomunista, secondo la stessa legge del revisionismo che oggi minimizza o nega addirittura la shoah ebraica.
Questi uomini e gli orrori di cui ci  hanno lasciato testimonianza non vanno dimenticati.
l1002676teschi_cambogia


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categorie: cinema, cambogia, genocidio
domenica, 23 marzo 2008

In questo mondo libero di Ken Loach

w"Voglio raccontare il modo in cui questi personaggi si comportano, che è poi il modo in cui la società vuole che ci comportiamo”. E’ così che parla Ken Loach in un’intervista e aggiunge:
E“Il cinema sarà sempre importante. Non è un movimento politico ma pone domande e questioni, è più complesso della propaganda perchè deve offrire qualcosa di più, costruire una sua storia attraverso un lavoro collettivo per evitare la bidimensionalità".
E riferendosi al suo ultimo film “In questo mondo libero" ci dice:
Abbiamo pensato che questa volta sarebbe stato interessante rivolgere lo sguardo ai comportamenti e alla mentalità degli sfruttatori invece che a quella degli sfruttati, come spesso avviene nei film".

Il film racconta la storia di Angie, giovane impiegata in un ufficio di collocamento per extracomunitari. Angie è una ambiziosa giovane donna piena di vitalità. La sua è una vita intessuta di difficoltà a cui però reagisce per dimostrare ciò che vale e riscattare il suo passato di perdente. Insieme alla sua amica, Rose, decide di aprire un'agenzia per la selezione del personale. Ben presto, però, dovrà fare i conti con una realtà molto dura, popolata da boss di strada, disoneste agenzie per l'impiego e immigrati alla disperata ricerca di lavoro.

Una società in cui anche una donna, che ha conosciuto sulla propria pelle lo sfruttamento erendercmsfield.jspe l’ingiustizia, una persona capace, intelligente e amabile, che ama divertirsi come tutte le donne della sua età, può ritrovarsi alla fine costretta a prendere determinate decisioni che pian piano la cambieranno profondamente.
Il regista vuole, cioè, mostrare fin dove il bisogno e l’ambizione possiamo cancellare l’umanità. All’inizio Angie è ancora capace di commuoversi e di aiutare chi vede nel bisogno più estremo, poi scivola sempre più in basso e impara la legge del più forte e che per essere tale deve non guardare più in faccia nesuno e non conoscere pietà.

rendercmsfield.jspSente che è una legge quasi necessaria a cui, se vuole vincere, non può sottrarsi. Alla fine chi ha l'occasione la sfrutta, senza porsi scrupoli, perché siamo in un mondo libero, e agiamo a nostro vantaggio. La sua amica Rosie non riuscirà a fare questa scelta e la lascerà sola, non l’approverà il padre che appartiene ad un mondo in cui tra lavoratori esisteva ancora la solidarietà.

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Non la si ama e non la si odia l'Angie di Loach, forse perché è troppo simile a noi: dopo essere
passata negli ultimi dieci anni da un lavoro all'altro è comprensibile la sua paura di arrivare alla vecchiaia senza un soldo, e la sua determinazione a non fare questa fine. Agisce per il suo bene e per quello dei suoi cari, sembra quesi non poter fare diversamente.  “Mors tua vitae mea”  è il suo motto senza nessun pentimento e diventa una truffatrice ai danni dei lavoratori, che comincia a reclutare ogni giorno «in nero», speculando sulla loro disperazione e seguendo cinicamente le regole del profitto. Alla fine anche il suo più caro amico, un immigrato polacco la abbandona per tornare a casa e le dice: "Ricordati non siamo schiavi"

Non è verso cui punta il dito il regista ma la società e le sue logiche: il lavoro saltuario, a termine e flessibile nel mondo della "deregulation" e della globalizzazione.  Il sistema delle agenzie di reclutamento, l'uso degli appalti, fornitori esterni, lunghe catene di contratti a termine nasconde e facilita una nuova forma invisibile di schiavismo in cui sono puniti per legge i lavoratori, costretti a chinare la testa a bocca chiusa, non chi li sfrutta.

Duro e spietatamente realista, la pellicola di Ken Loach fa riflettere sul marcio di un sistema che porta solo dolori e sofferenze per troppe persone, che riduce a pure merci da vendere: .“Quanti operai vuoi? 45 ucraini....” Uno sguardo lucido e mai consolatorio sul deserto dei valori che l’applicazione di un liberismo senza regole ha creato in questi anni. Il mondo libero del titolo rimanda ad una realtà in cui è lecito varcare ogni limite dell’etica e della moralità in nome del profitto.

loach_1Secondo Loach la vita vera è molto peggio di quella che appare nel film “E’ impossibile raccontare la realtà attraverso le immagini. Quello che succede nella realtà è così estremo da non poter essere utilizzato in un film, è troppo eccessivo”.
"Abbiamo fatto una ricerca prima di scrivere il film e abbiamo sentito storie incredibili"

Loach racconta come il cambiamento della  società sia visibile ad occhio nudo: basta attraversare una qualsiasi autostrada inglese, dove la campagna assomiglia sempre più ad un unico grande magazzino, con un susseguirsi di fabbricati e capannoni in cui la gente lavora a ritmi disumani.

Ecco che la gente che lavora nel capannoni, nel depositi e nei supermercati, per lo più con lavoro a termine, è ormai il cuore di questa enorme trasformazione che si sta verificando nel mondo dell'occupazione. “L’ipocrisia sta nel fatto che sentiamo i politici parlare continuamente di difendere la famiglia, ma come lo si può fare se non si da neanche la possibilità di crearne una o di mantenerla?”
Ma nonostante tutto il regista non si dichiara pessimista: “Se continuo a fare film come questo, significa che non sono disperato, credo ancora che qualcosa si possa fare. E non solo nel mio paese".

Molti sono convinti che questa situazione sia ineluttabile e che non esista un'alternativa. Non è vero: c'è sempre un'altra maniera possibile per fare le cose. E' fondamentale che non permettiamo a questa gente di convincerci che questa politica è ispirata da una forza della natura. (...) Quando hai una diseguaglianza tanto plateale, non puoi fare altro che sfidarla. Non possiamo accettare questo sistema di cose e dobbiamo fare qualcosa.

 Quello che accade nel mondo non è mai inciso nella pietra. Può essere modificato. Cambiare sta a noi e alle nostre scelte di esseri umani. (...)Dobbiamo ribellarci ad un mondo dove le condizioni di alcune persone come noi sono peggiori di quelle dell'Inghilterra di Dickens di fine Ottocento. Mi vergogno a pensare che la situazione del Bangladesh di oggi sia peggiore di quella della Manchester del 1880. Essere ottimisti è un dovere, perché dobbiamo rifiutare un mondo dove succedono cose del genere".

Per cercare l’attrice adatta ad impersonare Angie ci sono voluti 4 mesi di audizioni, in cui molte attrici sono state viste e riviste, hanno improvvisato e sono state riprese per verificarne la fotogenia. Trovare l’attrice giusta era essenziale per il film. E’ stata l’occasione per Kierston Wareing, 31 anni, :
“Prima di questo film avevo deciso di cambiare strada, e quindi stavo studiando per diventare segretaria di uno studio legale, anche se la recitazione è sempre stata la mia grande passione. Ma dopo dieci anni di sogni infranti, sentivo che non potevo più andare avanti così.. Anche stavolta temevo di restare delusa, invece il mio agente mi ha chiamato e mi ha detto, con voce falsamente contrita: “Mi dispiace dirtelo… ma hai ottenuto la parte!”. Non ho avuto alcuna reazione. Ero solo scioccata, e continuavo a chiedergli: “Sei sicuro?”

0907_jiulietelliskierstonwareingSeguendo il suo metodo di lavoro abituale, Loach non ha rivelato alla sua protagonista i momenti cruciali della trama, a volte fino al momento in cui venivano girati.
“Tutta questa segretezza è una cosa fantastica. Stavo sempre insieme a una delle costumiste, che sapeva tutto ma non diceva mai nulla
“Si impara di più con Ken Loach in sei settimane che in tre anni di scuola di recitazione. Al momento sto facendo moltissimi provini e ho appena finito di girare un altro film”.

Kierston Wareing e Juliet Ellis (Rose) hanno trascorso molto tempo in un’ agenzia di intermediazione professionale, per conoscere le modalità della gestione del lavoro all’interno di questi uffici. Parte del tempo era dedicato anche alla socializzazione fra gli attori di fuori del set.

Il film ha ottenuto  l'Osella d'oro per la migliore sceneggiatura di Paul Laverty.

postato da giuba47 alle ore 21:47 | link | commenti (22)
categorie: cinema, lavoro, immigrazione, ken loach
giovedì, 06 marzo 2008

Il segreto di Esma

Guardare la città Insomma hai idea di chi sia mio padre? Non lo sai, non sai chi ti ha scopato... Dove è morto? Dove è morto? Tu menti! E’ tutta la vita che menti!” Nel parapiglia che segue però è la madre che urla la sua rabbia: “[...]Vuoi la verità? Mi hanno stuprato, ti ho concepita in campo di concentramento! Sei figlia di un etnico, sei carne di un cetnico!”

HHUna figlia, dopo essere vissuta per tanti anni nella menzogna, incalza la madre per sapere la verità: una verità che fa male alla mamma, un ferita aperta e mai richiusa, coperta da bugie, sotterfugi per proteggere la figlia, ma anche se stessa dal ricordo di una realtà troppo dolorosa da diventare indicibile.

Una guerra, quella nella ex Jugoslavia, finisce e cala il sipario della scena internazionale. Cosa succede dopo in un paese martoriato e distrutto da tanti anni di conflitto nessuno ne sa più nulla. C’è lo racconta un film “Grbavica”, un durissimo film bosniaco Orso d'oro al festival di Berlino 2006, che riporta al centro del dibattito pubblico nei Balcani la questione degli stupri etnici. Nel far riemergere questo rimosso “Grbavica”, in italiano "Il segreto di Esma" rompe un silenzio durato anni, segnato dalla incapacità di raccontare sia da parte delle vittime che dei media.

grba_shortGrbavica è il nome di un quartiere di Sarajevo che dà il titolo originale al film. Un territorio, che durante la guerra nella ex Jugoslavia, era controllato dai serbi-montenegrini e usato come luogo di violenze e torture. Ma Grbavica significa anche «una donna che porta un peso»; un peso che Esma, la protagonista del film, fa di tutto per nascondere alla figlia e al mondo.
Non si può giudicare, né quantificare la sofferenza umana in base ai semplici numeri eppure sono state le donne musulmane ad essere state vittima per la maggior parte degli stupri etnici. Una scelta di violenza che è servita a fare in modo che per queste persone la guerra non finisse mai davvero: tante donne  sono state ripudiate dai mariti,  si sono suicidate o  hanno abortito i figli di quelle violenze.
Lo stupro dice la regista è la peggiore violenza che si possa subire. “Ricordo che quando eravamo sotto l'assedio a Sarajevo oltre ai cecchini, la fame, la mancanza di acqua, elettricità e riscaldamento, noi donne soffrivamo in più la paura di essere stuprate. Il calare delle tenebre portava sempre con sé questo terrore. Lo stupro è uno dei crimini più terribili nei confronti di un altro essere umano. Era la cosa che ci faceva più paura: lo stupro distrugge la dignità delle donne e ne mina perennemente la psiche e la salute. Le conseguenze di quegli atti sono ancora qui”.

esma0Il film inizia e si conclude con le riprese di un Centro Assistenza per donne stuprate durante la guerra a Sarajevo. La prima inquadratura scorre lentamente sui volti di alcune di queste donne riunite per una terapia di gruppo. La panoramica si conclude sul viso di Esma.
Esma è tra loro, ma non parla mai, non racconta a nessuno la sua storia. Va al centro solo pergr4-405x269 ricevere l'esiguo assegno di assistenza del governo. Perché Esma, da sola, deve mantenere lei e Sara, deve affrontare i problemi della quotidianità più immediata, arrivare a fine mese, pagare la gita della figlia. La figlia l'aiuta ad andare avanti in un mondo che le appare senza prospettive.
Lavora duramente come cameriera in una spoglia e chiassosa discoteca gestita dalla mala. Ha una figlia di tredici anni, Sara, e il suo unico obiettivo è quello di accudirla, starle vicino, non farle mancare niente. In una città dai palazzi ancora distrutti, in cui si costruiscono nuove moschee e spuntano come funghi tanti negozi di abbigliamento, madre e figlia conducono una vita difficile tentando di sopravvivere a tanta violenza.
L'esperienza dello stupro (mai mostrato) riaffiora continuamente sulla superficie della quotidianità: è la paura che la raggela quando per gioco la figlia le blocca i polsi, è il disgusto per un uomo sull'autobus, è l'ossessione di riconoscere i suoi violentatori nella gente che incontra. Il complice, impunito, sta tranquillamente gomito a gomito con la sua vittima. E questa è forse la più grande tragedia di Esma, quella dolorosa constatazione di impotenza che la costringe all'invisibilità.

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Anche Sara condurrà le sue lotte interiori, ma senza il peso del passato. E’ una ragazza in conflitto, ma sana che vuole vivere ed amare, e proprio tra le macerie avrà il suo primo rapporto. La vita deve prevalere sulla morte, anche dall’orrore deve rinascere la speranza di un  futuro

Esma troverà il coraggio della verità e potrà iniziare a pensare con meno angoscia al futuro, ritroverà un rapporto con la figlia basato oltre che sull'amore  sull'aderenza alla realtà, una realtà che, anche se non si può dimenticare, può voltare finalmente pagina.

fg_grbavica-b«Questo film parla di una tragedia che coinvolge tutti i popoli della ex Jugoslavia — ha dichiarato in conferenza stampa la regista—e del modo in cui si può tentare di sopravvivere dopo una guerra civile come quella». Le cifre ufficiali parlano di 20.000 donne fatte sparire da casa, internate in campi di concentramento. violentate e costrette a mettere al mondo figli di sangue serbo. Ma probabilmente sono molte di più, senza contare quelle rimaste uccise. “Queste donne semplicemente non sono riconosciute dalla società in cui vivono sotto nessun punto di vista, né politicamente, né economicamente. Non ricevono alcun aiuto, vivono con 30 marchi al mese di pensione in quanto madri sole e questo è tutto”.

Nel marzo 2003, a Sarajevo, un gruppo di donne ha fondato l'associazione Zena Zrtva Rata (Donne vittime della guerra), con lo scopo di riunire tutte le  vittime di stupri e torture: “Abbiamo deciso di fondare l'associazione quando ci siamo rese conto che molti dei crimini che avevamo subito sarebbero rimasti impuniti, e che i responsabili sarebbero rimasti in libertà”, ci dice Bakira Hasecic, la presidente del gruppo. “Grbavica siamo noi. E' la nostra realtà. Sebbene quel film rappresenti una percentuale infinitesimale di quello che abbiamo subito. Ma grazie al cinema abbiamo potuto raggiungere e influenzare le persone che non sapevano e alle quali la nostra

Il film “Grbavica” ha avuto un'importanza fondamentale in questa lotta. Durante le proiezioni, nel quadro dell'iniziativa “Campagna per la dignità delle sopravvissute”, sono state raccolte 50.000 firme per il progetto di legge. Dieci anni dopo, significa che le violenze non sono riuscite a ridurre tutto al silenzio. C'è un sorriso nella scena finale del film, nonostante quel lo che è successo la storia è ancora aperta.

postato da giuba47 alle ore 19:54 | link | commenti (57)
categorie: cinema
mercoledì, 05 marzo 2008

Un lavoro per vivere e non per morire

CharlieChaplinSe fossero coerenti, se credessero nelle parole che pronunciano, i politici dovrebbero proclamare almeno una giornata di lutto nazionale per tutti i morti sul lavoro. Siamo stufi di discorsi rituali o di propaganda elettorale, siamo stanchi di vedere varare leggi costantemente disattese. Siamo stanchi di sentire rombare tamburi quando si parla di sicurezza e poi sapere che i morti sul lavoro sono davvero tanti, troppi nell'indifferenza generale.  Non ci sono marce di leghisti quando si toccano gli imprenditori, nè scioperi generali...

 "Un lavoro per vivere e non per morire" è la scritta che apre la manifestazione di oggi in segno di solidarietà alle vittime dell'ennesima strage sul lavoro avvenuta a Molfetta che ha visto morire cinque persone per chiedere l'immediata approvazione dei decreti attuativi del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro. Hanno partecipato migliaia di persone, tra le quali molti giovani.  

Ci vogliono queste notizie a scuotere l’opinione pubblica, ma l’opinione pubblica poi dimentica in fretta come se davvero la vita fosse "blob": una notizia porta via l'altra e tutto continua come prima.

Medicina Democratica dice che cinque morti sul lavoro in un giorno sono davvero tanti. Eppure sono dentro la statistica! Le statistiche, infatti, parlano di una media di quattro morti al giorni per infortunio sul lavoro ed  è comunque una statistica sottostimata. Non sono compresi quei lavoratori, gli immigrati, che non sono registrati come tali, mancano quegli altri lavoratori che sono rimasti vittime di incidenti stradali perché stanchi e affaticati dalla guida o dal lavoro precedente, mancano le vittime di esposizione ad agenti cancerogeni e tossici che quasi mai o a grande fatica riescono a dimostrare che la causa della loro morte è il lavoro.

Tutto succede quasi fosse un fatto normale, un pegno da pagare alla nostra società e al nostro benessere. Quasi fossimo in guerra e in guerra che qualcuno muoia è inevitabile.

Ma ciò che spaventa di più è che anche se si sono fatte e si stanno facendo delle leggi a migliore tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro, si sono fatte altre leggi che hanno aperto la strada alla deregolamentazione del lavoro, e c’è chi vorrebbe liberalizzarlo completamente. Se questi dovessero passare conteremmo altri morti, altri feriti, altri disperati.

Morire sul lavoroChi ha voluto ricordare questa tragedia è un film di Segre presentato il 12 febbraio 2008 in anteprima alla Camera dei Deputati: "Morire di lavoro", un film sul dramma del lavoro senza sicurezza e senza dignità che  fa parlare gli operai e i parenti delle vittime del lavoro

"Alberto Manzi una volta insegnava agli italiani a leggere e a scrivere, - ha affermato a margine della presentazione Segre - oggi qualcuno dovrebbe insegnare agli italiani a garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro. Io ho preso ad esempio il settore dell'edilizia perchè e' tra quelli più colpiti dagli incidenti. E' un'urgenza drammatica quella che vive il nostro paese, ed era necessario che il cinema intervenisse".

 ‘Morire di lavoro’ è un susseguirsi di volti di muratori e delle loro mogli e madri, che li hanno visti uscire di casa la mattina presto, per non ritornare mai più. E si dicono parole, che toccano dentro, e fanno male: “Manca il coraggio di parlare in cantiere, di dire basta, questo non lo faccio più”, “Quando arriva un ispettore del lavoro, scappiamo”; mentre un muratore di colore, mai regolarizzato, “parla” da morto: “In Africa diciamo che anche a un elefante basta un giorno per morire, qui in Italiadaniele_segre_2007_ridimensionato ho capito che l’elefante ero io, e che per morire in cantiere mi bastavano solo due ore”.

“Per me questa umanità sconfitta e dolente rappresenta - continua il regista - la vera Italia, quella che lavora e fa figli fra mille difficoltà. Tra l'altro nella maggior parte si tratta di famiglie numerose che dovrebbero essere premiate per la capacità di vivere e resistere con pochi soldi; per non parlare dei sopravvissuti agli incidenti, molti dei quali non sono più in grado di lavorare o di svolgere al meglio le proprie funzioni professionali; e per non parlare delle vedove e degli orfani.

Vorrei che questo viaggio potesse arrivare in tutte le case degli italiani, magari in prima serata su Raiuno, senza pubblicità, in una trasmissione dedicata alla sicurezza nel mondo del lavoro. E poi nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle sale cinematografiche

Lo vorremmo anche noi…

postato da giuba47 alle ore 12:49 | link | commenti (36)
categorie: cinema, lavoro, morti sul lavoro