Un ragazzo cinese (vedi se vuoi il filamto qui) il 5 giugno 1989 nella grande avenue di Chang'an, vicinissima a Piazza Tiananmen, si mette davanti ad un carro armato quasi volesse fermarli. I carri armati cercano di girargli intorno, ma il ragazzo non lascia la sua posizione in atteggiamento di sfida. Un piccolo uomo contro dei colossi. Una fotografia simbolo: un uomo che sfida il potere repressivo, un uomo che dice no alla violenza, un uomo che dice no alla dittatura, un uomo che non ha paura.Un simbolo tanto più significativo perché il fatto avviene il giorno dopo la repressione violenta di un movimento di studenti che aveva occupato la piazza Tienanmen .
Infatti, il 18 aprile 1989 un piccolo gruppo di studenti, diventati nel corso delle settimane alcune migliaia, occupa piazza Tienanmen, lanciando slogan come "Abbasso la rivoluzione, viva la democrazia, viva
Ma il 4 giugno, il primo carro armato. Per tutta la notte i manifestanti tentano invano di opporsi all'avanzata dei mezzi corazzati, con lanci di pietre, barricate e bottiglie molotov. Il mattino dopo la protesta è annientata in un bagno di sangue.
Ancora oggi
I protagonisti del movimento studentesco del 1989 sono in esilio (Wang Dan negli Usa, Wuer Kaixi a Taiwan); quelli del movimento per i diritti civili in prigione (come l' attivista cieco Chen Guancheng, che ha promosso la lotta contro gli aborti forzati) o agli arresti domiciliari (cone Hu Jia e Zeng Jinyan, protagonisti della mobilitazione contro lo scandalo del sangue infetto che ha portato migliaia di persone a contrarre l' Aids).
A ricordare i ragazzi che in quei giorni persero la vita c’è l'Associazione delle Madri di Piazza Tienanmen fondata nel 1991 da una professoressa universitaria in pensione, Ding Zilin, che perse il figlio 17enne nella manifestazione studentesca. Grazie al lavoro delle "Madri", sono state rintracciate le famiglie di 186 ragazzi uccisi - le vittime in realtà furono più di mille. Per aiutare a non dimenticare, ma soprattutto per resistere alla pressione del regime: a 17 anni dalla strage, le famiglie dei "controrivoluzionari" - come vennero bollati gli studenti di piazza Tienanmen - sono ancora seguite e sorvegliate, e nell'anniversario del massacro, vengono messe di fatto agli arresti domiciliari.
Esse chiedono via internet di sottoscrivere una petizione perché finisca l'impunità dei responsabili del massacro. Sul sito si può infatti trovare la petizione, in inglese, che comprende 5 punti: 1) il diritto di piangere il lutto pacificamente in pubblico 2) il diritto di accettare aiuti umanitari da organizzazioni e individui dentro e fuori
Nel terremoto del 12 maggio sono crollate molte scuole mentre gli edifici intorno sono rimasti in piedi. Su circa 69mila morti accertati, oltre 9mila sono studenti e insegnanti. I genitori accusano le autorità locali di averle costruite male e di corruzione. Da settimane si riuniscono presso le macerie, ciascuno porta una foto del figlio, per chiedere risposte e giustizia. Il 3 giugno a Dujiangyan c’è stata una protesta di circa 100 genitori che è stata dispersa dalla polizia.
La risposta delle autorità: da oggi esercito e polizia vigilano davanti a queste scuole per impedire riunioni dei genitori dei bambini morti. Era questo l'anno ci dovevano essere aperture nei diritti civili in concomitanza con le Olimpiadi...
E’ scaduto l'ultimatum imposto da Pechino ai rivoltosi. La data fissata come ultimo termine per la resa era la mezzanotte locale, le
"Coloro che spontaneamente - recita il manifesto - si presenteranno alla polizia o agli uffici giudiziari prima della mezzanotte del 17 marzo saranno puniti leggermente o avranno una punizione attenuata; coloro che si consegneranno e riveleranno le attività di altri elementi criminali compiranno un atto meritorio e possono evitare la punizione. Gli elementi criminali che non si presentano in tempo saranno puniti severamente secondo legge".
«Ogni anno decine e decine di prigionieri politici venivano condannati a morte per non essersi
"rieducati". Ho assistito ad alcune di queste condanne. I prigionieri venivano portati con un camion vicino alla prigione. Avevano al collo una tavoletta di legno con dei caratteri cinesi. Probabilmente c'era scritto il nome del condannato e il "crimine" commesso. I condannati venivano fatti inginocchiare di fronte a una fossa profonda un metro e mezzo. A scavarla erano stati gli stessi prigionieri del carcere. Il plotone di esecuzione faceva fuoco e i corpi, colpiti dai proiettili, cadevano direttamente nella fossa... Ma le cose, da allora, non sono molto cambiate. Oggi i dissidenti politici tibetani vengono giustiziati con un colpo di rivoltella alla nuca. Per riavere il loro corpo, i parenti della persona uccisa devono rimborsare alle autorità carcerarie il costo del proiettile».
Un popolo è stato massacrato ed il massacro fisico e culturale continua e le reazioni quali sono?
Ma mi chiedo anche dove sono i cattolici… dove sono le loro coscienze al di là dei giochi diplomatici dello Stato Vaticano…
Gli europei non sono da meno. Ricordiamo l'ultimo viaggio del Dalai Lama nel nostro continente. Salvo Angela Merkel, i governi europei evitarono di riceverlo. Non fece eccezione quello italiano, e neppure Benedetto XVI: tutti preoccupati di non irritare Pechino.
Non parliamo poi degli Usa che hanno depennato
Da tempo stanno stracciando la dichiarazione dei diritti dell’uomo da molto tempo, noi la vogliamo, la dobbiamo riscrivere. In tutto il mondo la gente si sta mobilitando...
Bisogna davvero informarsi, leggere e prendere tempo per farlo: è un nostro dovere civile. Conoscere cosa capita nel nostro paese, ma anche nel mondo. Abbiamo troppa fretta, lo dico da sempre. E a volte ci accontentiamo di fare qualche battuta, di prendere qualche iniziativa, ma spesso siamo troppo superficiali. Io per prima. Ieri ho parlato della rivolta in Tibet, ma non avevo parlato di cosa sta intanto succedeno in India.
Davvero mi ha colpito molto quello che sta succedendo in Tibet, la tenacia dei monaci e della gente anche quando le speranza possono almeno sembrare meno di zero. Non si combatte solo per vincere, ma per esserci, per continuare a esserci. Dovremmo smetterla di dire che siamo in un mondo che fa schifo ed essere più attenti a chi schifo non fa, prendere ad esempio la loro tenacia....
Mi è capitato di leggere un intervista del giornalista Carlo Buldrini al monaco Palden Gyatso, incarcerato dai cinesi per 33 anni. Leggetela perché merita, perché bisogna ricordare di cosa è stata capace
Il vecchio monaco dice: «Purtroppo, molti Paesi democratici sembrano oggi interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo oggi. Il rispetto dei diritti umani dovrebbe invece essere alla base di ogni attività economica» Non c'è verità più vera (passatemi la tautologia).
Chi è sopravvisuto alla repressione si è rifugiato in India e proprio in India il 10 marzo è iniziata una marcia, la “Marcia del ritorno in Tibet”. È partita da McLeod Ganj (Dharamsala), in India, ed è l’evento più importante del Tibetan People’s Uprising Movement, un movimento lanciato da quattro organizzazioni tibetane in esilio.
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La marcia attraverserà l’India per diversi mesi e conta di raggiungere il confine tra India e Tibet nel periodo in cui inizieranno i giochi olimpici a Pechino, per portare l’attenzione del Mondo sul dominio cinese in quella regione. La marcia vuole ricordare il 10 marzo 1959 quando iniziò la rivolta contro
«Il nostro impegno a portare avanti una protesta non violenta è assoluto» ha detto Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress. Gli fa eco Tenzin Tsundue: «Dobbiamo capire una volta per tutte che la violenza, l’impugnare le armi, è un modo desueto per cercare di ottenere l’indipendenza. La nostra marcia costituirà una sorta di “sadhana”, un tributo spirituale a quella verità e a quella giustizia che ci ispirano nella nostra azione».
Sono stati, però, subito fermati dalla polizia indiana che li aspettava ad un bivio nei pressi del ponte Dehra, a una cinquantina di chilometri da Dharamsala. Si sono allora sdraiati per terra con le braccia intrecciate a formare un'unica catena intonando preghiere buddhiste.
Un centinaio di poliziotti hanno caricato cento monaci su quattro pullman e li hanno portati nel carcere di Java Mukti.
Nuova Dehli, che pure in passato aveva sostenuto la causa dei seguaci del Dalai Lama, negli ultimi tempi sta cercando di evitare episodi imbarazzanti con
Se anche questa marcia fosse fermata, ci sarebbero altri monaci pronti a ripartire per raggiungere il Tibet. Questo è il loro modo di non arrendersi.
Dicono: «La nostra marcia offre a tutti la possibilità di partecipare a uno storico movimento non violento. Con esso vogliamo ottenere la libertà per un Paese che, ancora oggi, è tenuto soggiogato. Unitevi a noi. Sosteneteci in qualsiasi modo possiate. Abbiamo bisogno di informare la gente della nostra marcia. Cammineremo per sei mesi. Potete unirvi a noi come sostenitori, per un giorno o anche per una sola ora». Sosteniamoli in tutti i modi possbili.
Il Dalai Lama ha chiesto un'inchiesta internazionale per appurare cosa sia realmente accaduto. Secondo il Premio Nobel per
Lo scorso settembre l’attenzione di tutti i mass media era focalizzata sulla protesta dei monaci buddisti in Birmania, oggi è la volta dei “colleghi” del Tibet.
Dietro e attorno al corteo monta la rabbia di Lhasa, dilaga non appena la polizia tenta di bloccarla. Gli scontri a colpi di bastoni e manganelli, lacrimogeni e sassi lasciano spazio ai roghi e alle sparatorie. E i bilanci si fanno drammatici.
Testimoni hanno affermato che la polizia militare è intervenuta in forze per disperdere i dimostranti e che si sono sentiti degli spari. «C'è fumo dappertutto e si sentono colpi d'arma da fuoco», ha detto un residente che parlava dalle vicinanze del Jokhang, un grande tempio nel centro della capitale. E di spari hanno parlato anche cittadini americani, ha riferito l'ambasciata Usa a Pechino. Nuova Cina ha ammesso
che sono stati sparati «colpi di avvertimento e gas lacrimogeni» per disperdere i manifestanti.
«Siamo tutti presi a soccorrere i feriti, ne arrivano di continuo, ci sono anche dei morti, ma non sappiamo quanti» - grida un’infermiera dal telefono del pronto soccorso di Lhasa. «La polizia cinese ha sparato sulla folla uccidendo almeno due persone mentre folle di tibetani bruciavano le auto e sfilavano nelle strade» - riferisce Radio Free Asia citando altre testimonianze telefoniche.
Le agenzie ufficiali cinesi si limitano a diramare un freddo e scarno bilancio di dieci feriti. Le prime colonne di fumo invadono, intanto, il mercato di Tromsikhang dove si moltiplicano gli assalti ai negozi controllati dagli immigrati Han, la minoranza d’origine
«C’è fumo ovunque, volano sassi e le vetrine sono state infrante, siamo terrorizzati» - riferisce un altro testimone.
ulteriormente. Ormai è data per scontata, anche se non ufficialmente, la notizia dello stato d'emergenza nella capitale, ma anche in altre città come Chengdu nel Sichuan, dove vive una grande comunità tibetana. Qui le truppe hanno circondato i quartieri " a rischio" e tagliato la corrente elettrica, nell'intento - tra l'altro - di non esacerbare gli animi con le immagini delle rivolte di Lhasa diffuse invece nel resto della Cina.
Il Dalai Lama, padre spirituale della nazione tibetana, si rivolge a Pechino. «Lancio un appello alle autorità cinesi e le imploro di metter fine all’uso della forza per ascoltare la nostra voce aprire un dialogo con il nostro popolo» - e ricorda però che la protesta è il risultato del pubblico risentimento di fronte alla «forza bruta» impiegata da oltre 50 anni. Per tutta risposta Pechino lo accusa di aver organizzato la protesta e le violenze. «Il governo della Regione Autonoma del Tibet ha le prove che i recenti sabotaggi sono stati preparati, premeditati e guidati dalla cricca del Dalai Lama»
Anche le Olimpiadi sono all’origine della rivolta.. Atleti tibetani hanno domandato di partecipare ai giochi sotto la bandiera del Tibet, ma
Viene negata qualsiasi libertà religiosa o culturale: nessun insegnamento della religione e della lingua tibetane; nessuna esibizione o lode al Dalai Lama, controllo di ferro sui monasteri e i civili grazie allo spiegamento di oltre 100 mila soldati cinesi.
Nel ’95 il controllo di Pechino è giunto fino a rapire il ” Panchen” , quello riconosciuto dal Dalai Lama, assieme ai suoi genitori, il 14 maggio 1995, all’età di appena sei anni.. E dallo scorso settembre, tutte le reincarnazioni dei buddha (fra cui quella del Dalai Lama stesso, ormai 70enne), per essere “vere”, devono avere l’approvazione del Partito.
In questi anni vi sono stati incontri fra rappresentanti del governo tibetano in esilio e le autorità del governo cinese, ma finora senza nessun esito.
Nella città degli esuli a nord dell'India gruppi di religiosi e laici attraversano le strade del villaggio tibetano di McLeod Ganji con bandiere e striscioni gridando tutta la loro frustrazione, ma temono che rapporti di forza impari possano trasformarsi in un bagno di sangue ben più grave delle cifre riferite finora
Tutto questo succede proprio nei giorni in cui, da Washington,