Pensare in un'altra luce

"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate? In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga
martedì, 16 settembre 2008

Il Brasile e le razze che si mescolano

OcchiVerdi”Gli stati nazioni che ancora oggi ci sembrano così naturali (tanto che si considera altrettanto naturale che esistono gli stranieri), stanno modificandosi e a lungo termine sono destinati a scomparire in un mosaico di differenze etniche, culturali e personali. Mi piace sognare questo futuro ancora utopico – dice Julia Kristeva – ma in un certo qual modo, ho l’impressione di esserci oggi stesso” (da Il rischio di pensare)

Ed è l’impressione che ho avuto io camminando per le strade di Rio de Janeiro. Fa sorridere pensare che ancora qui in Italia qualcuno possa dire, come ho sentito anch’io tante volte, quello è il tipico brasiliano.

Ricordo un assistente sociale, in Europa per una ricerca,  aveva raccontato che molto spesso gli europei che volevano adottare un bambino chiedevano che non fosse “negro”. Lei sorridendo rispondeva cosa volesse dire per loro essere negro: non avere la pelle scura? Non avere i caratteri somatici del nero? Avere i capelli lisci?. Sì perché in Brasile puoi incontrare un uomo dai lineamenti tipicamente europei, ma scurissimo di pelle o uno bianco di pelle ma con le labbra grosse e il naso camuso. Puoi incontrare il bambino nero, con i caratteri somatici e i capelli tipici degli africani, ma i capelli biondi e gli occhi verdi. E ancora molto di più.

Io allora non ero ancora andata in Brasile, ma ho subito capito cosa voleva dire quando mi sono mescolata tra loro. Un esempio la famiglia della mia amica: il papà era alto, chiaro di pelle con i capelli da indio, la mamma con i caratteri somatici tipo africano e i capelli neri, ma lisci. I figli: La più grande bionda, alta, con naso camuso; il fratello con i capelli ricci, di pelle morena, con occhi grandi e verdi; la mia amica morena anche lei di pelle, ma con le lentiggini e il naso alla francese, i capelli ricci ma non crespi. E le famiglie così sono tante. Sembrerebbe quasi impossibile essere razzisti senza dover rinnegare qualcuno della stessa famiglia.
La cosa per me più bella era che nessuno si accorgeva che io ero italiana, fino a quando non cercavo di parlare.

In una delle ultime interviste, lo scrittore Jorge Amado dichiarò che «...Il Brasile è la somma meravigliosa di ogni possibile contraddizione: in ogni uomo veramente brasiliano scorre un sangue ricco di fermenti europei, africani, indios, meticci, ed è proprio questo che rende il Brasile così magicamente colmo di luci ed ombre, così fragile, allegro, violento, e tuttavia così impossibile da dimenticare».

In Brasile la percezione dei colori è del tutto soggettiva e si sviluppa lungo un continuum cromatico dalle infinite sfumature. Questo non vuol dire che non esistono anche là forme di razzismo, questo è un altro discorso.

La foto è mia

postato da giuba47 alle ore 10:23 | link | commenti (14)
categorie: brasile, razze, amado jorge, kristeva julia
mercoledì, 20 agosto 2008

Central do Brasil di Walter Salles

central-do-brasil02Rivedere Central do Brasil di Walter Salles è per me ripercorrere alcune tappe del viaggio che ho intrapreso in Brasile, un paese che non si conosce mai abbastanza, che chiede però di essere conosciuto per quello che è e non per come viene dipinto dalle agenzie turistiche o dalla cronaca di tutti i giorni. Ricordo la prima volta che sono arrivata e che mi sono detta “credevo di avere capito molte cose, qui mi rendo conto che non so proprio nulla del mondo e della gente che lo abita”…

A livello internazionale le statistiche ufficiali danno il Brasile come un paese emergente, ma la gente non vive questa illusione, sa di dover lottare ogni giorno per la propria sopravvivenza e per il proprio riscatto: nessuno lo farà al loro posto. Rio è una città in cui le contraddizioni saltano agli occhi, ma in cui è ben visibile anche la profonda umanità che ci fa sentire vicini alla gente che lo abita nonostante sia considerata una delle città più violenta del mondo.

central_brasil_cenaLa storia de “Central de Brasil” è semplice. Dora (intepretata dalla bravissima Fernanda Montenegro) scrive lettere per la gente analfabeta  nella stazione centrale. Ascolta e trascrive storie di un Brasile poco conosciuto, quelle di una popolazione emigrata nella grande città e che tenta di mantenere un legame con i parenti e con il passato.

ws-fm-vo1Una delle sue clienti è Ana, che, insieme  a suo figlio Josuè di  nove anni, vuole mettersi in contatto con il marito che l’ha lasciata e che il figlio sogna di incontrare perché non l’ha mai conosciuto. Ma Ana uscendo dalla stazione viene investita e muore e Josué rimane solo e abbandonato. Non gli rimane che attaccarsi a Dora perché lo aiuti a ritrovare il padre e caparbio vuole continuare a scrivergli.

fer37tDora, però, è una donna che una vita altrettanto difficile e sfortunata ha reso cinica e il suo cuore non sembra trovare più posto per i sentimenti. Le lettere non le spedisce, le legge con l'unica sua amica che le rimprovererà questa sua mancanza di cuore.

ci_cdob1Prima cerca di allontanare il ragazzo, poi di approfittare di lui vendendolo ad un’agenzia per le adozioni illegali. Quando scorpira cosa si nasconde dietro l'organizzazione si riprenderà il ragazzo e se lo porterà a casa.
Pian piano il bambino sa entrare nella sua vita e Dora accetta di accompagnarlo nel Nordest alla ricerca di suo padre.

Il film inizia nella maggiore stazione del treno. Un treno che però non porta in altre città, ma porta la gente più povera di Rio verso le periferie più lontane. Il flusso delle persone è incessante, disumanizzato e su questo sfondo il regista mette a fuoco il volto della gente che una dopo l’altra va da Dora alla ricerca di un rapporto personale, individuale.

Il poco più che trentenne regista brasiliano sceglie di tenere a fuoco i protagonisti e di lasciare che i volti ed i corpi davanti e dietro a loro siano fuori fuoco. Il risultato è quello di una frenetica impressione di movimento, ottenuta con un semplice carrello, qualche comparsa ed un diaframma aperto.

La vita di Dora si svolge nella stazione e nel treno fino alla propria casa lontana e degradata. L’unica presenza affettiva, un’amica che vive più o meno nelle sue condizioni. Una vita che sembra non avere sbocchi chiusa in un circolo vizioso senza speranza. Il cerchio si spezzerà quando Dora deciderà di aiutare Josuè e pian piano sentirà risvegliarsi dentro di sé i sentimenti che sì possono farti soffrire, ma che ti rendono una persona.

central-do-brasil05Central do Brasil è la storia di un viaggio che chiude in sé numerosi altri viaggi: non solo quello di Josué alla scoperta di un padre che non conosce, che ostinatamente si immagina buono e affettuoso a dispetto della realtà, ma anche quello di Dora, in fuga da un destino che l’ha resa diffidente e cinica e che nella sua mente ripercorre la sua storia alla ricerca di un senso. E’ il viaggio anche dei fratelli di Josué, Moises e Isaia, anche loro ad un bivio della loro vita, incerti se rimanere ancora legati ad un passato che non si fa mai presente (il ritorno del padre, promesso in una lettera, ma non ancora avvenuto), o se proseguire da soli nella costruzione della loro vita.

E' un viaggio nel Brasile meno conosciuto e più vero, tra quella gente che vive lontano dalla civiltà, in quel Brasile che pochi conoscono.

Central do Brasil è il film di un popolo in viaggio, di migliaia di persone che salgono e scendono da bus, dal metro, dai treni, ognuno protagonista di piccole e significative storie che i “grandi” ignorano.

E il viaggio comincia nella "Central do Brasil" a Rio per ripercorrere all’incontrario la strada di tanti emigranti che dal nord est vanno alla ricerca di fortuna nelle grandi città.

Il film è stato girato a Rio de Janeiro, a Bahia, a Pernambuco e a Ceará. Tutta l’équipe del film ha attraversato più di 10.000 km attraverso il  Brasile.

E' vero, come hanno detto alcuni, che la sceneggiatura di Central Do Brasil non è molto originale. Ma dietro questa apparente semplicità si nascondono sfumature e sguardi che mettono a fuoco gli aspetti più veri dei personaggi, la complessità dell'animo umano. Basta essere attenti a tanti piccoli particolari: al pianto della protagonista, nascosta da un vetro opaco, quando il camionista che ha iniziato a corteggiare l'abbandona; al modo in cui vengono raccontati l'assalto ai treni nella stazione in cui lavora la donna, all'arrivo dei pendolari, alla violenza quotidiana. Central Do Brasil lascia emergere tra le righe della narrazione, un ritratto del Brasile contemporaneo di grande forza e crudezza, ma anche di grande umanità. Dora, la protagonista, confessa alla fine del film: "Ho nostalgia di tutto", di tutto quello che tante vite dimenticate non hanno mai avuto.  Josuè  comincerà la sua storia nel momento in cui ritroverà le sue origini, una storia che non sappiamo quale sarà.

centraldobrasil2

postato da giuba47 alle ore 11:29 | link | commenti (20)
categorie: cinema, brasile, salles walter
mercoledì, 23 luglio 2008

Torno da un paese lontano che lontano non è

biciSono tornata da un paese lontano, ho leggo i vostri saluti che mi hanno scaldato il cuore. Ho saputo con dispiacere quello che sta succedendo in Italia, ma non voglio parlarne oggi, voglio lasciare sedimentare in me pensieri, sensazioni, colori, voci, tutta la ricchezza di esperienze che ho fatto in questo mese così intenso e ricco. Non dobbiamo lasciare che le azioni degli altri inaridiscano i nostri cuori e trovi spazio dentro di noi la disillusione che toglie forza alle nostre decisioni.

Amo andare in bicicletta. Mi ha sempre dato un gran senso di libertà. E ieri ho preso una di queste biciclette per pedalare immersa nell'azzurro. Pedalando guardavo quanto spazio c'era intorno a me, e mi dicevo che dovevo riportarmelo a casa. Più pedalavo e più sentivo che la mia mente rompeva i recinti e incontravo volti nuovi, paesaggi sconosciuti. Più pedalavo e più sentivo il desiderio di aprirmi al mondo, di lasciare che la realtà entrasse in me senza più paure, diffidenze, pregiudizi. Ogni giorno si costruiscono muri, muri di mattone o di materiali più sofisticati, ma si costruiscono anche muri invisibili, quelli che si insinuano dentro di noi con la persuasione di tutti i giorni.
Quei muri ci tengono lontani da... creano separazioni e distanza. Dovremmo ricordare che proprio la separazione e la distanza sono i meccanismi che hanno reso possibile le peggiori crudeltà. Il male è "banale", diceva la Arendt, cioè può manifestarsi in tutti noi, è "razionale" quanto il bene e come ha detto Grossman in una intervista è "geniale" per la capacità di manipolarci, di fornirci spiegazioni e giustificazioni, di avvalersi addirittura della scienza.

Torno da un paese lontano che lontano non è, come nulla è lontano se dentro di noi si rompono le barriere che ci separano anche solo dal nostro vicino.

Sì, ogni tanto prenderò questa bicicletta magica che vola al di là, ma poi mi fa tornare con una mente più libera e con il desiderio di conoscere l'altro con l'atteggiamento umile di chi sa di non sapere.

Grazie per la vostra presenza, rompiamo quel senso di solitudine che troppo spesso ci fa sentire in gabbia…

E vorrei lascarvi con la poesia di un grande poeta brasiliano, Carlos Drummond de Andrade:

Ho speso un'ora pensando un verso
che la penna non vuole scrivere.
Tuttavia esso è qui dentro
inquieto, vivo.
Esso è qui dentro
e non vuole uscire.
Ma la poesia di questo momento
inonda tutta la mia vita.

Gastei uma hora pensando um verso
que a pena não quer escrever.
No entanto ele está cá dentro
inquieto, vivo.
Ele está cá dentro
e não quer sair.
Mas a poesia deste momento
inunda minha vida inteira.

(La foto è mia)

postato da giuba47 alle ore 12:11 | link | commenti (45)
categorie: pensieri, poesia, brasile, drummond de andrade carlos
giovedì, 12 giugno 2008

La poesia diventa musica, la musica poesia

Ripropongo un post dal mio vecchio blog.

Viniciusdemoraesjobim Parole e versi, una chitarra che accompagna, una musica dolce, dimessa, rassicurante come qualcuno che ti abbraccia e raccoglie il tuo senso di solitudine, che ti difende dalla paura. Un poeta che canta, che non ha bisogno di urlare per farsi ascoltare, perché le parole arrivano dirette al cuore. Questa è la bossa nova, la più importante rivoluzione della musica brasiliana. Padri  della bossa nova sono considerati il compositore e musicista Antonio Carlos Jobim,  il cantante e chitarrista João Gilberto eil grande poeta Vinicius De Moraes.

Vinicius De Moraes cominciò presto a scrivere poesie, ma egli nasce davvero come poeta quando si innamora della musica popolare, quando scopre la strada, l’umanità di chi, pur vivendo ai margini, esprime una grande vitalità, una gran voglia di vivere, quando capisce che solo con la musica i suoi versi possono raccontare i sentimenti più profondi della sua gente.
Una poesia che nasce dalla musica, una musica che nasce dalla poesia: un incontro felice che si riverserà in tutto il Brasile.
A felicidade, una delle sue canzoni più famose, racconta il sogno di un popolo che vive per il suo “carnevale” tutto l’anno: in quel giorno la gente scatena la sua fantasia, tutto è divertimento e poi, dopo, spenta l’euforia del martedì grasso, si ritrova improvvisamente con le sue tragedie quotidiane, con la miseria, la fame, la violenza delle favelas, in attesa del prossimo carnevale.  Ma l'attesa aiuta  la gente a sopportare la dura quotidianità. Un popolo consapevole come dice la canzone che “La tristezza non ha fine/ la felicità sì” , ma proprio per questo deve essere vissuta intensamente e  senza pensare al domani.  Questo è un grande insegnamento che molti brasiliani ti sanno dare.

Come dice Caetano Veloso, un altro grande cantante e compositore brasiliano: La Bossa Nova era un fenomeno che ha influenzato tutte le scelte del popolo brasiliano. Era la musica che ha infuso all’uomo della strada il rispetto per se stesso. Era la musica che ti accompagnava in spiaggia, al mare e ti rendeva felice".
Il movimento è diventato un successo nazionale negli anni Sessanta, ma la sua influenza è uscita dai confini, pur vasti del Brasile fino ad arrivare ai musicisti americani, con le sue canzoni tradotte in inglese ed interpretate dai grandi protagonisti del momento: Stan Getz, Charlie Byrd, Ella Fitzgerald, Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Elvis Presley e molti altri. Dopo aver conquistato gli Stati Uniti, la Bossa Nova si diffuse in tutto il mondo ed è tuttora considerata la musica popolare brasiliana di qualità per antonomasia.

Al rientro nel suo paese il chitarrista Charlie Byrd, fortemente colpito della nuova musica brasiliana, convince il sassofonista Stan Getz a registrare le composizioni di Jobim e João Gilberto. Nasce il disco Jazz/Samba, diventato in poco tempo il disco più venduto nella storia del Jazz negli Stati Uniti. Il successo dell’album apre ai bossa novisti le porte del mercato musicale americano.

Ma c’è un disco che mi è particolarmente caro intitolato “La vita, amico mio è l’arte dell’incontro”. Un titolo che potrebbe diventare un programma per ognuno di noi, che dovremmo sempre imparare ad incontrare l'altro, per conoscerlo, per andare verso di lui.
E di un incontro si tratta, dello straordinario incontro di Vinicius De Moraes, Giuseppe Ungaretti, Sergio Endrigo, Toquinho .
C’è un certo Endrigo, cantore popolare di vena poetica sopraffina, malinconica e inquieta, C’è la chitarra di Toquinho, quella chitarra perfetta, in cui lo stesso Vinicius riconosce substrato ideale per le sue composizioni. E c’è un poeta, puro e fra i più grandi del nostro novecento, Ungaretti d’Alessandria. Un poeta innamorato di un poeta, Vinicius appunto, che imparò a conoscere e a frequentare già dal ’37 quando, insegnando letteratura italiana all’università di San Paolo, si ritrovò a soggiornare in Brasile. Un poeta innamorato a tal punto di quei versi, i versi del giovane esordiente Vinicius, da sentire quasi l’esigenza, il dovere morale di tradurli, qualche anno più tardi, nella nostra lingua.  Difficile da trovare questo CD,  potete ascoltare un assaggio o ordinare qui

Ascoltate A Felicidade nell'interpretazione di Maria Bethania che del poeta Vinicius dice: " Se è vero che l'essenziale della vita è dare amore e riceverlo, allora Vinicius è stato mandato sulla terra per ricordarcelo costantemente".

Download maria_bethania_a_felicidade_2005.mp3

postato da giuba47 alle ore 18:25 | link | commenti (24)
categorie: poesia, brasile, de moraes vinicius, jobim antonio carlos, veloso caetano
domenica, 27 aprile 2008

Essere stranieri

Rio_janeiroAmo il Brasile e amo soprattutto Rio de Janeiro dove tornerò  a luglio.
Rio de Janeiro è una città che ha saputo catturarmi,  aiutarmi a guardare oltre…Del resto la prima volta che sono partita per visitare e conoscere questa straordinaria terra (circa dieci anni fa) avevo solo un desiderio, quella che definisce Ryszard Kapuscinski: “la pura e semplice azione di varcare la frontiera”.

E davvero come dice questo grande reporter: “Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. E’ il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile”.

Viaggiare è continuare a porsi domande, sempre domande. E’ questa continua inquietudine (rompere la quiete) che mi ha spinto a vivere anche se per un tempo limitato a Rio de Janeiro non come turista, ma come italiana in mezzo ai brasiliani, sempre con loro, facendo e condividendo la loro vita, cercando di conoscere la loro lingua, mangiando al loro tavolo, partecipando a momenti di festa, di dolore, di paura, girando per le strade poco battute dal turista, conoscendo gente nuova, gente diversa da me, che ha condotto una vita diversa dalla mia, che ha una storia non comparabile a tutte quelle che conosco. E davvero un mondo si è spalancato dentro di me. La prima volta che sono scesa dall’aereo, dieci anni fa mi sono detta: credevo di sapere molte cose, di avere inquadrato il mondo, di sapermi orientare ora so che “non so”, che ancora ho capito poco o nulla di come vanno davvero le cose.

E se vogliamo conoscere chi è lontano da noi, dobbiamo andare lontano “dobbiamo metterci in cammino, raggiungerlo e, una volta trovato, sederci ad ascoltare ciò che ha da dirci”…E impariamo, impariamo e continuiamo ad imparare, ci accorgiamo che ogni storia ci rivela qualcosa, ci porta al di là della nostra frontiera.

In Brasile ero io la straniera, ero io ad essere ospitata. E per quanto meravigliosamente accolti ci si sente estranei. Ma è proprio questa estraneità a renderci più sensibili alla differenza, più curiosi, più attenti. I miei amici brasiliani mi hanno preso per mano e condotto nel loro mondo, mi hanno aiutato a vedere là dove non avevo mai guardato, mi sono allontanata da me, ed ho scoperto ciò che di me stessa ancora non conoscevo, ad entrare in contatto come dice la Kristeva con “l’altro che è in me”.

Voglio trovare l’isola sconosciuta, voglio sapere chi sono quando ci sarò, Non lo sapete, se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei (..) Non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi”.(Josè Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, Einaudi)

postato da giuba47 alle ore 11:09 | link | commenti (42)
categorie: brasile, saramago, rio de janeiro, kapuscinski ryszard
venerdì, 21 settembre 2007

Infanzia negata

bambinaQuesta non è una storia inventata, l'ho vissuta direttamente a Teofilo Otoni  vicino a Belho Horizonte.

Volevo conoscerla. Guardarla negli occhi, conoscere il suo sguardo, toccarle la mano, sfiorarle il viso.

Soares mi ha promesso di portarmi da lei. Li conosceva tutti, andava da loro spesso per portar qualcosa da mangiare, qualcosa da vestire, per scambiare due parole, per farli sentire meno soli. Altro non poteva fare. Era l'unica cosa che poteva fare.

E l’ho vista. Era accampata sulla sponda di un fiume sotto un ponte. Con lei altri ragazzi della sua età. Dall’altra parte della sponda c’erano uomini già fatti. Tutti senza casa. Senza più passato, senza più futuro.  Solo un presente immobile.

Quella vita quando sei costretto ad imboccarla è per sempre. Non c’è ritorno. Unica via d’uscita la morte. Questo lo sapevano. Lei ne era certa. Paura di morire? diceva a Paola. Lo sappiamo che la nostra vita è breve. Ne ho visti tanti miei amici morire. Qui non ci pensano due volte a farti fuori. E’ il nostro destino. Ma io non ho paura. Ho solo paura di essere presa dalla polizia. Lì ti picchiano senza pietà e tu non vorresti urlare, ma urli.  Quante volte sono riuscita a scappare  da loro...

Fumava ed ostentava sicurezza. Quattordici anni. Soares ha portato loro da mangiare. Hanno aperto quel sacchetto e si sono avventati su quei panini. Per un po’ non hanno più parlato. Poi Carol ha abbracciato Paola e si è stretta a lei. Il suo sguardo duro si è fatto triste, malinconico, nei suoi occhi il vuoto di un’infanzia mai avuta, l’abisso di una vita senza progetti, solo il vuoto. Per un  attimo, solo un attimo s’era lasciata andare ed era tornata bambina.  Ma  la porta dell'infanzia  era da molto tempo chiusa per lei.

No a casa non torno, diceva, quasi assente, meglio la strada ad un padre che torna ubriaco e ti batte senza pietà.

Ho paura quando arriva la notte. So che verrà. Chi? Quell’uomo che vedi dall’altra parte. Verrà e non potrò dire di no quando si stenderà vicino a me e… E' un porco.

Un giorno me ne andrò, me ne dovrò andare. Dove? Non so, dove vanno altri come me. E poi chissà… Una pallottola alla testa: boom.

Ciao Soares, ti voglio bene, potessi stare sempre con te..

Domani, domani non so se la incontrerò di nuovo... Mi dice Soares.


Amnesty International denuncia che "sono continuati i decessi dovuti all'uso eccessivo della forza da parte della polizia, o in circostanze che suggeriscono esecuzioni al di fuori della legge. Gli 'squadroni della morte', che agiscono con la partecipazione o la collusione della polizia, hanno continuato a operare in alcuni stati, fra i quali Acre, Bahia, Espirito Santo, Goiás, Rio de Janeiro e Rio Grande do Norte". 

Vittime degli squadroni della morte sono spesso i bambini. Prima, però, vengono torturati, le bambine violentate, i corpi gettati nelle discariche oppure fatti a pezzi per evitare che vengano identificati. Questa la macabra testimonianza di Jubilee Compaign, una ong inglese, che in un rapporto intitolato "The silent War", la guerra silenziosa, snocciola cifre da eccidio: nel solo quartiere di Rio de Janeiro, la Baixada Fluminense, si registrano dodici omicidi al giorno, l'età media dei bambini si è abbassata da 10-12 anni a 4–5 . La maggior parte dei delitti rimane impunito, anche per la forte complicità della polizia di stato colpevole molte volte di questi stessi omicidi.

Un altro mio post su questo argomento

La fotografia qui

postato da giuba47 alle ore 15:06 | link | commenti (31)
categorie: bambini, diritti, brasile, meninos de rua, il mio brasile

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