Forse la prima capacità che sento di dover avere è proprio quella di giudicare criticamente me stessa per vivere quello che potrei chiamare con Socrate “una vita esaminata”. Nulla, infatti, per me può essere accettato solo perché mi è stato trasmesso o perché mi è diventato familiare con l’abitudine. Tanto meno mi devo lasciare affascinare da quelle semplificazioni che aggirano i problemi dandomi l’illusione di aver trovato finalmente la soluzione.Ci scambiamo idee, opinioni continuamente, ma quanto siamo disponibili a metterle in discussione? Quanto siamo aperti a ragionare insieme? Ad attendere le risposte aprendoci alle domande? Scriviamo e diciamo quello che ci sembra di sapere o sentire, ma quanto ha abitato in noi la domanda prima di trovare la risposta?
Il pensiero è un cammino, a volte va diritto verso la meta, altre volte indugia timoroso per paura di contraddirsi e di dover cambiare rotta, a volte accetta di andar per tentativi pronto a guardare l’errore quando si presenta e ad ammetterlo. L’umiltà è compagna dell’intelligenza che non si esibisce, ma si interroga.
“Non si incontra l’altro se non in un dialogo che trasformi sia chi parla sia chi ascolta” dice il neuropsichiatra Borgna. Purtroppo, invece, siamo troppo abituati al soliloquio, a cercare ciò che conferma quello che è il nostro punto di vista, piuttosto che quello che ci interroga e ci pone dubbi, siamo troppo impegnati a far passare la nostra idea piuttosto che ascoltare il punto di vista dell’altro per arricchirla e renderla praticabile. Galimberti dice giustamente che “è difficile aprire una discussione senza che i pregiudizi, abbiano occupato la scena ”.
Il dialogo è un modo di vivere, il dialogo è con l’altro, ma prima di tutto con se stessi. Tutto questo nella speranza che si ritrovi senso ed entusiasmo nel nostro agire quotidiano, perché il sapere più umano di tutti è “saper cosa fare della propria vita”.
Non sono solo risposte “intellettuali” quelle che cerco, cioè concepite solo dagli occhi delle mente e che lasciano le cose come stanno. Cerco qualcosa che mi “com-muova” che cioè mi metta in movimento insieme a…
Ed il mio sguardo va verso chi o ciò che è stato umiliato, non accolto e che meriterebbe di essere riscattato, di trovare ospitalità nella nostra mente e nel nostro cuore e di acquisire i diritti che gli sono stati negati e tolti.
Immagine: opera di Fahti Hassan
Mi sono trovata spesso davanti al dolore, e soprattutto davanti a bambini che soffrono senza che ancora nulla abbia potuto succedere nelle loro vite che potesse far dire all’altro “se lo sono meritato”.
E' difficile saper ascoltare la sofferenza dell'altro. E' difficile raccontare la nostra. Eppure quanto desideremmo poterlo fare.
In chi ha sofferto troppo, sembra morta quella parte di sé che è ancora capace di manifestare il proprio dolore. Il grido più volte soffocato, non ascoltato si fa muto. Quando cerca una via per comunicare all’altro ciò che prova, il più delle volte non ci riesce, non trova le parole adatte, non trova le persone giuste, non individua i momenti più adatti per farlo.
Solo in un’atmosfera di silenzio e di attenzione si può sentire questo grido che parte dal cuore e solo un cuore può ascoltare e comprendere. Un ascolto che sappia mettere da parte gli egoismi, gli egocentrismi, i pregiudizi o i giudizi facili, che sappia accettare le sfide e i rischi che queste comportano, un ascolto che sappia soprattutto prestare attenzione alla diversità, a ciò che non è noto. Solo allora, forse, si può percepire, vedere, sentire cose che erano rimaste nascoste. È una comprensione questa che non è propria solo dell’ “intelligenza”, di quella intelligenza che contiene ancora troppe gabbie, prigioni concettuali anche se apparentemente sofisticate.
Troppo spesso gli uomini sono affascinati da quell’intelligenza che è puro esercizio della mente. L’intelligenza può comprendere veramente l’altro solo quando comunica con il cuore, con l’emotività e con l’affettività. Maria Zambrano dice, infatti, che il cuore «è come uno spazio che si apre all’interno della persona per accogliere certe realtà. È un luogo in cui albergano i sentimenti inestricabili che prescindono dai giudizi e da ciò che ha una spiegazione. È ampio e profondo, ha un fondo da cui provengono le grandi risoluzioni, le grandi realtà che sono certezze. A volte arde al suo interno una fiamma che fa da guida nelle situazioni complicate e difficili…»[1].
Senza cuore il grido di dolore dell’altro potrà essere percepito solo come un elemento di disturbo.
Dice Simone Weil che, in generale, il pensiero della sofferenza non è discorsivo, non si costituisce in unità logiche e rigorose di significato, ma si smarrisce «come una mosca che corre sempre contro un vetro»[2] che vuole uscire, ma che non trova il modo.
Soprattutto prima ancora di metterci in ascolto dobbiamo saper fare silenzio dentro di noi, far tacere le tante parole che giudicano, che stigmatizzano, che interpretano, che a tutti i costi vogliono trovare soluzioni veloci. Le parole che presumono di aver già capito senza prima aver affiancato, condiviso, amato. Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto, un silenzio che è spazio, apertura all’altro. Un silenzio, per dirla con
Pierre Sansot parla di «interiorità creativa» e con questo termine indica «quello spazio di accoglienza in cui le parole dell’altro potranno trovare rifugio»[3].
[1] Marìa Zambiano, Parole e democrazia
[2] Simone Weil, La persona e il sacro
[3] Pierre Sansot, Sul buon uso della lentezza
"Non si tratta di ascoltare qualcosa l'uno dell'altro,