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Le ultime notizie in Birmania sono sconfortanti: si fermano le proteste, il governo per adesso ha vinto. Usando la mano pesante. Ogni angolo di strada è presidiato da soldati con il fucile spianato. Secondo alcuni osservatori sembra che le autorità dispongano di liste 'nere' e in base a questi procedano sistematicamente agli arresti. Abitanti di Rangoon hanno detto che alcune persone arrestate la settimana scorsa sono state rilasciate dopo aver subito interrogatori, ma la maggior parte dei monasteri di Rangoon e di altre zone sembrano deserti e molti monaci mancano ancora all'appello. E la comunità internazionale per ora tace.
Nei commenti sul mio blog di questi giorni, ma su tanti altri, di fronte all’accanirsi della violenza, dell’uso della forza, della negazione di ogni diritto ho letto tanto sconcerto, tanta disillusione che ha spesso sfiorato la rassegnazione. Anch’io sono stata presa da questo sconforto. Qualcun altro mi ha ricordato altre tragedie: troppe per riuscire a parlarne e rimanere aggiornati.
Poi prendendo il giornale la mia attenzione si è soffermata su questo titolo: “Abbiamo ucciso migliaia di monaci per questo ho deciso di fuggire” La testimonianza di un ufficiale dell’esercito birmano è stata raccolta da un giornalista norvegese
“E’ stata uccisa molta più gente di quello che avete saputo – ha riferito l’ufficiale – I corpi possono essere calcolati in molte migliaia (…) Io ho deciso di disertare quando mi hanno ordinato di assaltare centinaia due monasteri e trasportare centinaia di monaci sui camion. Dovevano essere uccisi e i loro corpi gettati in un luogo nascosto nella giungla. Allora mi sono rifiutato di eseguire l’ordine”. E in questi giorni si era letto che alcuni soldati si erano rifiutati di sparare.
Gocce nel mare… Sicuramente…
Ed allora mi sono venute in mente le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”.
“…Una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso”.
Ora mi sono detta che per noi che viviamo in paesi democratici dove ci è concessa la libertà di parola, di voto, di manifestazione… è facile scrivere e dire di “no” a regimi tanto lontani da noi, troppo facile.
Ma sullo stesso giornale ho letto un intervento di Amartya Sen a proposito di Gandhi:
“La pratica gandhiana della nonviolenza, anche nel confronto con un avversario violento, ha stimolato una pubblica riflessione e ravvivato l’azione politica in forme diverse in tutto il mondo”. L’hanno seguito Marthin Luther King negli Stati uniti e Nelson Mandela in Sudafrica.
Amartya Sen ci indica una strada, un modo per non rimanere fermi a guardare in un mondo dove la violenza, l’ingiustiza sta riprendendo il sopravvent : “è estremamente importante rendersi conto che la non violenza si promuove non solo rifiutando e respingendo modalità violente di azione, ma anche cercando di costruire società nella quale la violenza non sarà coltivata e nutrita”. E questo ci impegna in prima persona nelle nostre famiglia, nelle scuole,a lavoro ovunque noi siamo…