Bisogna davvero informarsi, leggere e prendere tempo per farlo: è un nostro dovere civile. Conoscere cosa capita nel nostro paese, ma anche nel mondo. Abbiamo troppa fretta, lo dico da sempre. E a volte ci accontentiamo di fare qualche battuta, di prendere qualche iniziativa, ma spesso siamo troppo superficiali. Io per prima. Ieri ho parlato della rivolta in Tibet, ma non avevo parlato di cosa sta intanto succedeno in India.
Davvero mi ha colpito molto quello che sta succedendo in Tibet, la tenacia dei monaci e della gente anche quando le speranza possono almeno sembrare meno di zero. Non si combatte solo per vincere, ma per esserci, per continuare a esserci. Dovremmo smetterla di dire che siamo in un mondo che fa schifo ed essere più attenti a chi schifo non fa, prendere ad esempio la loro tenacia....
Mi è capitato di leggere un intervista del giornalista Carlo Buldrini al monaco Palden Gyatso, incarcerato dai cinesi per 33 anni. Leggetela perché merita, perché bisogna ricordare di cosa è stata capace
Il vecchio monaco dice: «Purtroppo, molti Paesi democratici sembrano oggi interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo oggi. Il rispetto dei diritti umani dovrebbe invece essere alla base di ogni attività economica» Non c'è verità più vera (passatemi la tautologia).
Chi è sopravvisuto alla repressione si è rifugiato in India e proprio in India il 10 marzo è iniziata una marcia, la “Marcia del ritorno in Tibet”. È partita da McLeod Ganj (Dharamsala), in India, ed è l’evento più importante del Tibetan People’s Uprising Movement, un movimento lanciato da quattro organizzazioni tibetane in esilio.
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La marcia attraverserà l’India per diversi mesi e conta di raggiungere il confine tra India e Tibet nel periodo in cui inizieranno i giochi olimpici a Pechino, per portare l’attenzione del Mondo sul dominio cinese in quella regione. La marcia vuole ricordare il 10 marzo 1959 quando iniziò la rivolta contro
«Il nostro impegno a portare avanti una protesta non violenta è assoluto» ha detto Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress. Gli fa eco Tenzin Tsundue: «Dobbiamo capire una volta per tutte che la violenza, l’impugnare le armi, è un modo desueto per cercare di ottenere l’indipendenza. La nostra marcia costituirà una sorta di “sadhana”, un tributo spirituale a quella verità e a quella giustizia che ci ispirano nella nostra azione».
Sono stati, però, subito fermati dalla polizia indiana che li aspettava ad un bivio nei pressi del ponte Dehra, a una cinquantina di chilometri da Dharamsala. Si sono allora sdraiati per terra con le braccia intrecciate a formare un'unica catena intonando preghiere buddhiste.
Un centinaio di poliziotti hanno caricato cento monaci su quattro pullman e li hanno portati nel carcere di Java Mukti.
Nuova Dehli, che pure in passato aveva sostenuto la causa dei seguaci del Dalai Lama, negli ultimi tempi sta cercando di evitare episodi imbarazzanti con
Se anche questa marcia fosse fermata, ci sarebbero altri monaci pronti a ripartire per raggiungere il Tibet. Questo è il loro modo di non arrendersi.
Dicono: «La nostra marcia offre a tutti la possibilità di partecipare a uno storico movimento non violento. Con esso vogliamo ottenere la libertà per un Paese che, ancora oggi, è tenuto soggiogato. Unitevi a noi. Sosteneteci in qualsiasi modo possiate. Abbiamo bisogno di informare la gente della nostra marcia. Cammineremo per sei mesi. Potete unirvi a noi come sostenitori, per un giorno o anche per una sola ora». Sosteniamoli in tutti i modi possbili.
Il Dalai Lama ha chiesto un'inchiesta internazionale per appurare cosa sia realmente accaduto. Secondo il Premio Nobel per
