Avevo già scritto in un altro post quanto tutti dovrebbero avere diritto ad una storia, a non disperdere dignità e individualità nella facile generalizzazione che si tende a fare di chi non è “dei nostri” che è aprire la porta del pregiudizio e del razzismo.
Il racconto ci aiuta a ricordare e ci mette in diretto contatto col mondo dell’ “altro”, ce ne fa scoprire la sua umanità. Ci aiuta ad uscire dagli stereotipi, dagli slogan, ma anche da quell’indifferenza di cui parlava già in Lo straniero Albert Camus. In questo libro Meursault, francese d’Algeria, dice:
«Ci guardavano in silenzio, ma a modo loro, né più ne meno che se fossimo stati pietre, o alberi morti.»
Bisogna leggere “Dio non ama i bambini” di Laura Pariani per ritrovare le storia dei nostri immigrati italiani. Questo racconto si svolge un “conventillo” di Buenos Aires dove vivono decine di famiglie d'immigrati italiani assillati dai bisogni, prostrati dalla nostalgia: servizi sanitari in comune e una cucina all'aperto per tutti, un cortile dove i bimbi giocano abbandonati a se stessi, piccole stanze dove nonni figli e nipoti si stipano come conigli: “Villa , villa immondizia. – dice un commissario di Polizia - Ci abitano gli immigrati più recenti: una miseria nera, tanfo di merda e pidocchi, famiglie di italiani allo sbando, spesso in ricoveri di fortuna; alta mortalità,bambini che vivono in strada per la maggior parte della giornata, molti orfani. Per gli agenti della Comisarìa certe vie sono terra bruciata”, dove soffoca qualunque cosa nasca, nulla riesce a sopravvivere, a parte la malerba”.
Un libro che s'interroga sull'abbandono di un Dio che permette l'ingiustizia e la miseria, su un tema molto difficile: quello del rapporto dei bambini con la morte. Così uno dei testimoni, il maestro elementare, Dionisio Brusa, ci descrive l'ambiente: «Non c'è via d'uscita in questo quartiere: conventillos, mataderos, morti, risse, scioperi, bambini che ricavano i loro giocattoli dalla spazzatura, i grandi che terrorizzano i piccoli e ne ottengono l'obbedienza con le botte».
Un libro che trasuda vita, disperazione e voglia di riscatto, che ha il coraggio di raccontare ogni cosa così come si presenta senza retorica, e per questo si avvale delle documentazioni burocratiche, dei racconti orali in prima persona, dei verbali di polizia, di stralci rivisitati dai giornali dell'epoca, soprattutto dai fogli degli anarchici, assai attivi in quel fmomento: un bel libro davvero.
La
Ma in ciò che scrive non c'è mancanza di speranza: “Non farei questo lavoro se non avessi speranze. Scrivere è sempre un tentativo di comunicare; e anche leggere lo è”.
A dar voce, invece, agli immigrati di oggi un altro libro, “Abbracciando l'infedele” di Behzad
Yaghmaian nato e cresciuto in Iran, poi espatriato e divenuto cittadino americano, insegnante universitario di economia del New Jers e tornato più volte nel suo mondo di origine. Nei suoi numerosi viaggi ha conosciuto molti migranti, e incrociando i loro percorsi ha ascoltato le loro storie, molte delle quali sono raccolte in questo volume. Tutti si sono lasciati dietro qualcosa di insopportabile: guerre, villaggi bombardati, parenti uccisi, oppure il peso di famiglie soffocanti, la repressione politica o le persecuzioni famigliari. Tutti cercano un posto dove vivere in pace.
Ritratti di donne e uomini partiti da Iraq, Sudan, Afghanistan e altri Paesi ancora, in viaggio verso una terra promessa. Mariti separati dalle mogli, bambini lontani dai genitori, famiglie dislocate per sempre. Un racconto commovente di coraggio, eroismi, speranze, momenti vissuti nascosti in container, alla mercè di trafficanti, uomini che cercano, a volte invano, di varcare frontiere per arrivare là dove per loro abita la speranza.
Storie a volte disperate: c'e' chi si perde nella droga,chi nella depressione, chi diventa trafficante o accattone, e chi la cerca di sbarcare il lunario come venditore ambulante.
L'iraniano incontrato dall’autore a Patrasso Farshad spiega “Tutti cercano, in fondo, dignità e rispetto e un posto dove vivere in pace” ma poprio lui soffochera' nascosto in un camion di angurie prima di sbarcare in Italia.
Ma cammin facendo tutti hanno cambiato il loro modo di guardare all'Occidente. Lo spiega l'iraniano Kia, ad Atene:
"Noi non saremo mai normali. Molti parlano delle difficoltà di traversare i confini, i pestaggi e tutto il resto. Ma non sono questi i veri problemi del viaggio. La difficolta' e' trovare un posto dove cominciare una nuova vita insieme agli altri, in contatto con i vicini, normale. Ma questo non e' possibile. Rimaniamo isolati, estranei, stranieri". Come Khan pero', Kia non puo' tornare indietro: "Conoscevo le difficoltà del viaggio. Quello che non sapevo e' che il viaggio ti cambia. Non potrai più essere ciò che eri, anche se torni alle condizioni di partenza".
Ed è di poco fa la notizia di altre morti (almeno 200 africani) nel tentativo di raggiungere le coste dello Yemen. Un bollettino di guerra a cui nessuno fa più attenzione...
La lotta al razzismo deve continuare.
