Ieri Clelia ci parlava nel suo bellissimo blog di ascolto. Ed è di ascolto che vorrei parlare anch’io oggi, perché mi sembra che, senza imparare questa arte, è difficile coltivare relazioni significative, entrare in sintonia con le persone e con il mondo, crescere come persone.
Viviamo in una realtà in una società della comunicazione dove a dominare sono riflettori, microfoni, media. Dove il linguaggio è ridotto a slogan e ad affermazioni molto lontane dall’atteggiamento dialogico, in cui tutto diventa messaggio e informazione e in cui si è perso il significato simbolicio delle parole.
L’ascolto in questo senso tende come diceva Karl Jaspers a quel "capire che vuole spiegare, che cerca le cause di un comportamento, osservando l’altro a distanza e non a quel “capire che vuole comprendere: cioè assumere l'altro in sé immedesimandovisi, cercando di "sentire per accordo".
Comprendere evidenzia una realtà partecipativa ed empatica, “un'attività discorsiva che nasce nello spazio privilegiato dell'intersoggettività, dello scambio, per cui l’adulto non è più il soggetto che agisce bensì è il compartecipe di un processo di sviluppo individuale" (Jung, 1935,12).
Ascoltare in questo senso vuol dire fare silenzio dentro di noi, far tacere le tante parole che giudicano, che stigmatizzano, che interpretano, che a tutti i costi vogliono trovare soluzioni veloci, le parole che presumono di aver già capito senza prima aver affiancato, condiviso, amato. Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto dell’altro, un silenzio che è spazio, apertura. Un silenzio per dirla con
In ognuno di noi c’è qualcosa di “indicibile”, che non riusciamo a dire o a comunicare, a volte neanche a noi stessi e che ha bisogno di tempo, pazienza per emergere dal profondo.
Solo partendo da questo ascolto si può parlare di dialogo di cui oggi si parla così bene anche nel blog Archivioblu.
“Non si incontra l’altro se non in un dialogo che trasformi sia chi parla sia chi ascolta” dice lo psichiatra. Borgna Purtroppo, invece, siamo troppo abituati al soliloquio, a cercare ciò che conferma quello che è il nostro punto di vista, piuttosto che quello che ci interroga e ci pone dubbi. Galimberti dice giustamente che “è difficile aprire una discussione senza che i pregiudizi, abbiano occupato la scena” e, come ci riferisce Clelia, Heiddeger diceva che nel dialogo esistono due possibilità di incontrare i pensatori: "o andare loro incontro, o andarvi contro".
Dialogo è allora prima di tutto imparare un’arte che ci permette di capire ed accettare l’altro, ma che aiuta nello stesso tempo l’altro a capirci, è costruire pian piano la fiducia di cui abbiamo bisogno per un vero confronto, è un processo lento che richiede pazienza e umiltà.
Bisogna imparare ad aprire un dialogo, come dice
