Le immagini alla televisione si susseguono, le notizie si alternano scandite dalla voce del presentatore, una voce che non conosce i toni caldi delle emozioni e noi guardiamo e ascoltiamo senza spegnere i rumori della quotidianità, pronti a captare l’immagine successiva come un’abitudine quasi necessaria..
La memoria seleziona quale immagine, quali parole trattenere. Chi informa sa dove far cadere la nostra attenzione, sa dove far incanalare la nostra emozione, sa su cosa provocare le nostre reazioni e la nostra indignazione. Questo ultimo periodo ne è stata una prova chiara.
Oggi possiamo sapere quello che succede anche in posti lontani, ma lo sguardo spaventato di un bambino che è sopravvissuto ad una catastrofe naturale, come nell’ultima del Bangladesh, l’urlo di
una madre che ha perso i suoi figli, la devastazione delle loro case precarie non si fermano, non trovano spazio.
Il martellante susseguirsi di informazioni hanno come unico risultato di produrre quel “pieno” che ci rende saturi: la nostra mente si fa inerte, il nostro cuore indifferente.
Dovremmo imparare a prendere le distanze da chi cerca di indirizzare il nostro pensiero, anzi, come dice Rovatti dovremmo “abitare la distanza” “una distanza da costruire, nel senso che dobbiamo renderla abitabile, difenderla, farne possibilmente uno strumento contro la cecità, la sordità, l’afasia”. Una distanza che permetterebbe al nostro pensiero di essere libero di vedere, di sentire, di parlare.
Torneremmo a farci domande, ad uscire dagli angusti confini nei quali ci vogliono chiudere, un giorno suggerendoci la paura, un altro mettendoci di fronte all’impotenza..
Guarderemmo quelle immagini, i volti, i paesaggi, ascolteremmo le parole, le storie che hanno da raccontarci. Non è solo per loro che dovremmo farlo, ma per noi, per non perdere la nostra sensibilità, il nostro senso di appartenenza all’umanità.
Sarebbe questo un allenamento che ci cambierebbe dentro e che ci aiuterebbe a trovare strade e modi di essere che ci facciano sentire meglio prima di tutto con noi stessi. Non risolveremo i problemi del mondo, quelli purtroppo no, ma qualcosa dentro di noi cambierebbe.
Guarderemmo l’immagine di quelle tre donne come se non ci fossero estranee.
Riconosceremmo nello sguardo di questo uomo che piange
tra le braccia di un amico tutta la sua disperazione, lo sentiremmo vicino, perché il dolore della perdita è di tutti e ci emozioneremmo con lui. Guarderemo le fragili case di questi uomini distrutte e ci ricorderemmo che ci sono dei diritti che, ovunque, non dovremmo dimenticarci di difendere, di sostenere.
Un allenamento ai sentimenti, alle emozioni, quelle buone che ci avvicinano alla pietas latina e non all’odio e alla rabbia. L’una costruisce, l’altra distrugge. Un allenamento all’indignazione che allontana il senso di impotenza e di rassegnazione. L’una chiede diritti, l’altra si accoda ai discorsi vuoti non della politica, ma dei politicanti. Un allenamento al pensiero creativo che ci aiuta a vivere la quotidianità non come il luogo della monotonia e del eterno ripetersi sempre uguale delle cose, ma come un insieme di giorni che possono trovare nel loro susseguirsi l’originalità di un gesto, di una parola, di un atteggiamento fuori dal coro. Un allenamento alla com-mozione che è saperci muovere con... Uscire dal nostro isolamento.
