Ho parlato di me e di mio figlio per avviare qualche riflessione che travalicano il caso personale.
Ho letto con grande interesse l’altro giorno il post di Fronesis che parla del problema della malattia e di come viene vissuta ed affrontata. E’ una testimonianza davvero preziosa che vi invito a leggere.
E alla luce di quanto dice e di quanto ho raccontato ieri, voglio citare un passo di un libro che consiglio caldamente di leggere:
Dovremmo imparare a costruire una società dove «non si chieda di essere “forti”, ma in cui sia possibile non essere né forti né deboli, e accettare insieme la fragilità della vita». Una società che sappia vedere nelle persone individui non etichettabili, che riconosca «la molteplicità»: ogni individuo si può esprimere in diversi modi e questo riconoscimento «non dovrebbe riguardare solo le persone che hanno problemi, ma anche quelle che si considerano “normali”, affinché possano finalmente disfarsi, con loro grande sollievo, della terribile e dolorosa etichetta di “normale”, per poter assumere e abitare le molteplici dimensioni della fragilità. (…) Infatti è proprio là dove nessuno guarda, in quel “niente da segnalare” della norma che una serie di esseri umani vivono nella paura permanente di “dover essere forti”, “all’altezza”» recidendo «ogni legame con le dimensioni della propria fragilità e complessità»[1].
E’ inimmaginabile lo stato di frustrazione derivante dall'essere inchiodati a una definizione che distorce e mutila la propria complessità psichica.
“Il pericolo è quell'essere 'denominati' - come afferma Binswanger - cioè etichettati e cristallizzati in una forma che tradisce sempre la nostra ricchezza interiore”.
