Pensare in un'altra luce

"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate? In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga
martedì, 13 novembre 2007

Il diritto di essere e sentirci fragili...

FoglieAutunnoHo parlato di me e di mio figlio per avviare qualche riflessione che travalicano il caso personale.

Ho letto con grande interesse l’altro giorno il post di Fronesis che parla del problema della malattia e di come viene vissuta ed affrontata. E’ una testimonianza davvero preziosa che vi invito a leggere.
E alla luce di quanto dice e di quanto ho raccontato ieri, voglio citare un passo di un libro che consiglio caldamente di leggere:

Dovremmo imparare a costruire una società dove «non si chieda di essere “forti”, ma in cui sia possibile non essere né forti né deboli, e accettare insieme la fragilità della vita». Una società che sappia vedere nelle persone individui non etichettabili, che riconosca «la molteplicità»: ogni individuo si può esprimere in diversi modi e questo riconoscimento «non dovrebbe riguardare solo le persone che hanno problemi, ma anche quelle che si considerano “normali”, affinché possano finalmente disfarsi, con loro grande sollievo, della terribile e dolorosa etichetta di “normale”, per poter assumere e abitare le molteplici dimensioni della fragilità. (…) Infatti è proprio là dove nessuno guarda, in quel “niente da segnalare” della norma che una serie di esseri umani vivono nella paura permanente di “dover essere forti”, “all’altezza”» recidendo «ogni legame con le dimensioni della propria fragilità e complessità»[1].

E’ inimmaginabile lo  stato di frustrazione derivante dall'essere inchiodati a una definizione che distorce e mutila la propria complessità psichica.

“Il pericolo è  quell'essere 'denominati' - come afferma Binswanger - cioè etichettati e cristallizzati in una forma che tradisce sempre la nostra ricchezza interiore”.

 



[1] Miguel Benasayag, Gerard Scmit, L’epoca delle passioni tristi, cit.

postato da giuba47 alle ore 09:53 | link | commenti (48)
categorie: normalità, diversità, fragilità

Commenti
#1   13 Novembre 2007 - 10:11
 
Debolezza, malattia, timidezza, ecc. sono tutte cose che la società ama rimuovere. Perché non sono competitive, perché non servono nella 'lotta', non ti fanno vincere.
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#2   13 Novembre 2007 - 10:12
 
Apprezzo moltissimo questo tuo intervento, contenta del fatto che il mio post abbia suscitato queste riflessioni, e ovviamente non posso che condividere quanto citato.
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#3   13 Novembre 2007 - 10:31
 
E' difficile per me commentare i tuoi post perchè li trovo perfetti. Non rimane nulla da dire, come fissando un quadro d'autore.
Più che difficile lo trovo privo di senso, come aggiungere una pennellata personale a "guernica" di picasso.

Però ringraziarti, e dirti che leggerti fa bene sì, mi sembra che abbia senso.
:-)
Un abbraccio.

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#4   13 Novembre 2007 - 10:56
 
Questa è una cosa verissima. Purtroppo però l'uomo esiste perchè esiste una società che lo riconosce e ne fissa i limiti. E' un po' come dire se non sei così non sei niente o al limite sei diverso. La malattia ne è un buon esempio, nel senso che se sei malato lo sei perchè qualcuno ha deciso che la situazione in cui ti trovi è da definirsi malattia. Mi sembra che Gofman avesse detto, parlando delle malattie mentali ai tempi dei manicomi, che la "carriera di un matto" (così la chiamava lui) inizia non all'iniziare dei disturbi di una persona, ma solo al riconoscimento di questi da parte della società. Insomma per dire che uno è matto qualcunaltro deve averlo visto cmportarsi da matto. Lo stesso è per la condizione di normalità che tu giustamente vedi pervarsa da ideali di forza e dove al contempo vedi sminuita l'accettazione della fragilità umana. Natura e Cultura.

Un salutone!

Bel post!
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#5   13 Novembre 2007 - 12:22
 
un saluto,
sentimenti da condividere, qui
in particolare anche a me ha colpito molto Grossmann che rifiuta di stringere la mano al suo presidente
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#6   13 Novembre 2007 - 12:39
 
Ci vorrebbe una società che consente di essere, niente di più. Qualunque ulteriore parola rappresenta l'esigenza di una definizione. Se imparassimo a vivere di verbi, più che di nomi o aggettivi, saremmo già, senza specificare che la nostra vita ci appartiene. O, peggio, doverne reclamare il possesso ogni volta, esibendo attestati di dignità comune.
utente anonimo

#7   13 Novembre 2007 - 13:44
 
Tu non sai quanto mi stia a cuore quest' argomento.
Come dice, e bene, l'amico "Rude Bad" è la nostra Società che impone modelli di prevaricazione, di successo, di cattiveria che vedono i "deboli" come vittime sacrificali. Inutile dirti che ciò si evidenzia fin dalla scuola: senza andare al "bullismo", basta sentire ( e bisogna farlo!) i nostri bambini, spesso vittime di coetanei addestrati (è la parola giusta) a denigrare, a mascherare la loro debolezza con la protervia.
Forse sono andato un pò fuori tema, ma sono certo che questa mia breve riflessione si aggancia a questo tuo post, al solito, bello ed interessante.
(Per risponderti: certo che la nostra amicizia andrà avanti, anzi. Si rafforzerà, ne sono certo).
Un abbraccio
Daniele
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#8   13 Novembre 2007 - 13:46
 
Credo che alcuni di noi vivano in un lontano esilio, nel quale giungono ogni tanto le voci del "mondo dei sani e dei forti". Per quanti vivono in quel mondo lontano, con la loro "debolezza" (uso un termine ampio, per evitare etichette), deve apparire insopportabile l'indifferenza della gente cosiddetta normale: sono ormai abituati a sentirsi dire, "Vuoi solo essere compatito". Ed è questo ciò che pensano, ormai, che è ingiusto chiedere anche un solo attimo di attenzione, perché dovrebbero imparare piuttosto a seguire le regole accettate dalla maggioranza. Pochi, e quindi in torto, qualunque cosa facciano e pensino. Anche quando riescono a esprimere la loro differenza, in luoghi come questi, sui blog (dimenticatoi simili alle strade senza indirizzo della Cina), la loro voce non riceve neanche l'onore di essere considerata una testimonianza. La malattia, la vecchiaia, la tristezza, il pensiero fuori dalle regole, sono l'errore, l'orrore, l'erranza. Cresce l'indifferenza reciproca, e la lontananza. A chi importa?

Gioacchino
utente anonimo

#9   13 Novembre 2007 - 14:55
 
Fragili, forti, uguali, diversi...
credo che il punto sia di ricondurre illuministicamente all'unicità dell'individuo.
In quest'ottica, come concepire il razzismo?
Un saluto, a presto
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#10   13 Novembre 2007 - 16:56
 
penso che sia un bisogno derivante dalla nostra debolezza psichica l'etichettare. Ricordo che da ragazzo mi consolava non conoscere il nome delle piante in campagna il fatto che in natura nome non hanno. Ma etichettiamo tutto da quando ci sveglamo. E' un gioco di incasellamento in categorie, velocissimo che ci fa risparmiare tempo.
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#11   13 Novembre 2007 - 16:57
 
Sarebbe bello, ma credo che la società che permetta il lusso di essere fragili è un utopia troppo lontana oggi. Mi accontenterei anche di un mondo che conceda qualche piccolo momento di smarrimento ogni tanto, sarebbe già qualcosa...
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#12   13 Novembre 2007 - 17:11
 
'denominati' - etichettati e cristallizzati....
sìì, è come se si perdesse la propri identità e se ne assumesse una che ci viene attaccata, proprio come una etichetta, non sei piu' mario, ma sei mario il malato,....

il mondo se avolte si capovolgesse chissà!!!
chicca
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#13   13 Novembre 2007 - 21:20
 
- Dovremmo imparare a costruire una società dove «non si chieda di essere “fortiâ€, ma in cui sia possibile non essere né forti né deboli, e accettare insieme la fragilità della vita» - sono molto d'accordo su questo discorso. Ai nostri tempi esiste proprio il mito dll'uomo forte... l'uomo che non deve chiedere, che non si deve abbassare "a fare cose che"... insomma davver è un vero e proprio condizionamento psicologico. Credo che occorra distccarsi da tale atteggiamento e combatterlo ognuno nella propria vita in prima persona!
utente anonimo

#14   14 Novembre 2007 - 00:36
 
Mi spiace.
Provate a non avere neanche la forza fisica per portare una borsetta o la forza psichica per essere felici di una nuova giornata.
Tutti eroici.
Beati voi!
danis
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#15   14 Novembre 2007 - 05:12
 
sto bene!
NN vedo l'ora di dormire tranquilla su un letto, stasera..
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#16   14 Novembre 2007 - 07:15
 
sì, il debole è emarginato a prescindere e adesso siamo zeppi di falsi forti. apparire, meglio che essere... dire no, un dovere...
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#17   14 Novembre 2007 - 07:35
 
La "diversità" non lascia spazio ad una vita "normale". Gli stereotipi creati dalla nostra società non ammettono l'esistenza di persone con caratteristiche sia fisiche che mentali diverse. Le persone che non provano sulla loro pelle ( e a volte non basta) cosa vuol dire esser considerati "diversi" non hanno per la maggior parte la capacità di comprendere e nemmeno di accettare. Stantii nel loro modo di pensare e vedere le situazioni e le persone percorrono una strada senza bivi, unica e arida.
utente anonimo

#18   14 Novembre 2007 - 07:45
 
Le etichette, infatti, non hanno mai aiutato nessuno. Servono solo ad emarginare..
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#19   14 Novembre 2007 - 09:01
 
Nel mio piccolo, piano piano, io sto imparando ad asserire la mia "fragilità". Certe volte ho iniziato con il dire al mio interlocutore "Non ho fatto quella cosa..perchè era ansiogena per me"
"Ma è stupido!" mi sono sentita rispondere.
E qui è difficile mantenere la calma, ma:
"non è stupido, E' solo ANSIOGENO. E' diverso" spiego.
Ci vuole un po' di tempo per far passare questi concetti. Dobbiamo provare e riprovarci. In fondo si insegna con l'esempio.
P@ola
utente anonimo

#20   14 Novembre 2007 - 10:24
 
Pensare che c'è gente che passa tutta la propria esistenza nel tentativo di essere omologato, accettato, di entrare in uno standard condiviso per non sentirsi sempre solo.
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#21   14 Novembre 2007 - 10:32
 
Esco un pò dall'argomento, ma nemmeno di tanto e forse solo per gravità: quando penso all'amore, penso principalmente ai difetti della persona che amo e mi innamoro soprattutto di quelli.
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#22   14 Novembre 2007 - 11:18
 
Il gioco crudele delle maschere... Recitiamo ruoli che nn ci appartengono in nome di una immagine di "forza" e di "normalità" che nn fa altro che renderci più deboli e insicuri. In una società dove vige il diktat del "Vincente" è difficile affermare ciò che si è davvero, buio e luci, dolore e gioia, fragilità e disillusioni... Usciremo mai da qst trappola? Nn so, dovremmo cominciare a rivedere il concetto stesso di coerenza con ciò che ci siamo imposti, accettando di recitare qlla che, spesso, è solo una farsa.
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#23   14 Novembre 2007 - 11:22
 
Vedo che la cosa scalda gli animi...
Giustamente.
Daniele
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#24   14 Novembre 2007 - 11:36
 
immergersi e partecipare è molto più difficile di ammirare ed elogiare...
non posso che condividere le tue affermazioni e il passo che citi nel post di oggi.
Chiuderci in schemi predefiniti non è mai la soluzione migliore, almeno dal mio punto di vista
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#25   14 Novembre 2007 - 12:16
 
La fragilità fa parte di tutti noi come la malattia, la solitudine, la vecchiaia, condizioni che molti vorrebbero emarginare. La nostra ricchezza interiore è fatta anche di questo, non dimentichiamolo.

Marco
utente anonimo

#26   14 Novembre 2007 - 12:33
 
La definizione del "normale" è, ed è stato, principalmente (se non esclusivamente) un problema "politico": sono le istituzioni che, nel corso della loro storia, hanno stabilito cosa era e cosa non era normale da un punto di vista medico. Vale a dire: la definizione del normale è il risultato di una precisa strategia istituzionale volta a trattare in modo sistematico la gestione dell'umano. Si può dire che l'uomo viene ridotto a variabile di un preciso schema economico-matematico: questo è normale, questo no, quest'altro sì, quest'altro pure, ecc, al fine di poter operare nel modo più esatto possibile sul corpo-società. Insomma, siamo alle solite: c'è sempre un'eminenza grigia al di là di certe cose che, giocando sulle nostre teste, decide di quali malattie possiamo morire e di quali dobbiamo ammalarci, e persino di ciò di cui non possiamo ammalarci. Suppongo che uno dei più grossi problemi che ci si presentano, è quello di recuperare quella "ricchezza interiore" di cui si diceva citando Binswanger.
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#27   14 Novembre 2007 - 13:12
 
Il pericolo è anche la "catalogazione", il "ruolo" o il "numero".
Già, proprio il numero: avrete senz'altro notato che in molti enti pubblici a carattere ambulatoriale sono stati introdotti i dispositivi eliminacode per evitare di chiamare per nome, per la tutela della privacy.
Sarà, ma io preferivo essere chiamato per nome, anche se ero e sono un perfetto sconosciuto.
Ora un numero sostituisce il mio nome che a sua volta mi è stato assegnato per avere un "ruolo" in questa fantastica società.

Siamo tutti un bel catalogo illustrato. Sarebbe interessante capire quanto posso valere e che sconto viene riconosciuto a chi mi acquista, o se non lo hanno già fatto.
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#28   14 Novembre 2007 - 13:58
 
Ero passato per vedere se avevi postato. Ti lascio comunque un saluto!
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#29   14 Novembre 2007 - 14:05
 
La molteplicità, la diversità, il rispetto, anche nella non condivisione, delle idee e delle scelte altrui sono i primi mattoni di una società che si vuol definire e costruire civile
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente FrancaFranca

#30   14 Novembre 2007 - 15:00
 
Aspetta, soltanto un attimo.
Prendi tempo prima di deporre sul mio
Aspetto la tua inesorabile etichetta.
Guarda meglio, osserva, scruta.
E se non vedi combatti, ribellati, non cedere alla facile
tentazione di chiamarmi con nomi
che non mi appartengono,
che non mi raccontano.
Cercami tra le fitte nebbie
dell’indifferenza, oltre il muro
che tu stesso hai eretto
ad incomprensibile difesa.
E finalmente incontrami,
sorridimi, non scappare,
io, per gli amici
mi chiamo Duck.
Carissima Giulia,queste sono parole di Andrea, un ragazzo che ci insegna la ricchezza della vita.
Grazie del post c'è molto da meditare...
Buona serata ,Lù
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#31   14 Novembre 2007 - 15:48
 
Cara Giulia, ti "frequento" proprio per quello che dici...
Qui sottolinei il senso dell'aver parlato di te e di tuo figlio e ci fai riflettere su quanto possa essere doloroso etichettare, tanto più in una società, come quella in cui viviamo, in cui ogni "messaggio" ci induce ad una sorta di obbligo di essere forti..belli...sani...bravi..efficienti....veloci, ecc...Io mi soffermo da te, proprio perchè, anche quando non parli esplicitamente di questi temi, traspere il tuo essere..la tua vita..diversa da come quegli imperativi ("consumistici", mi viene da dire) vorrebbero sempre che fosse quella di ognuno di noi...Nella mia famiglia e nell'ambiente di lavoro non ho contatti diretti, o quotidiani, con la diversità...o, meglio, a volte, in ambito lavorativo, si, vengo a contatto con un certo tipo di sofferenza umana..di debolezza, ma...questo tipo di contesto di lavoro mi impedisce di andare oltre...perchè devo fermarmi all'aspetto burocratico...Dal canto mio però mi rifiuto di trattare l'altro come un numero..o una pratica..e, quando ho davanti qualcuno che "ha sbagliato", per la legge (questo si mi capita più spesso), la prima cosa che faccio è quella di premettere che tutti sbagliamo..che tutti abbiamo debolezze e che è legittimo averle...Dopo, solo dopo, cerco di condurre i miei colloqui...come posso...con i tutti i limiti...e...solo dopo, cerco di ascoltare e indurre riflessioni che possano indurre un cambiamento...
Scusa...mi sono dilungata su di me...Il fatto è che con te...ho sempre l'impressione di poterlo fare ...a cuore aperto...
Un ciao affettuoso, Giulia
Frida
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#32   14 Novembre 2007 - 17:27
 
Etichettare, catalogare un essere umano è un atto di pigrizia mentale: il rifiuto di considerare la nostra natura in tutte le sue sfaccettature. Molto più difficile cercare di approfondire e capire, cercare di essere vicini e condividere le difficoltà coi nostri simili. Un caro saluto, Fabio
utente anonimo

#33   14 Novembre 2007 - 18:23
 
Ci viene dato un ruolo, dobbiamo portarlo avanti fino alla fine.
In fin dei conti, siamo tutti degli interpreti...quante volte siamo noi stessi?
Davideelle
utente anonimo

#34   14 Novembre 2007 - 21:21
 
riflessioni sulla fragilità. Bravissima.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente biancac

#35   14 Novembre 2007 - 21:48
 
Cara Giulia,
attraverso un periodo particolare dove finalmente ho fatto tesoro di tutte le mie fragilità e di tutti i dolori superati. Tutto questo non pone più un filtro a ciò che devo dichiarare al mondo. Lo faccio con rispetto ed educazione ma questo fà paura ed è destabilizzante per gli altri, che prontamente mi etichettano come diversa perchè non mi riconoscono. Ho passato la fase irruente e ne sto percorrendo un'altra di assestamento.
grazie per quello che scrivi
un saluto dall'altro blog
Laura
utente anonimo

#36   14 Novembre 2007 - 21:58
 
Sarebbe davvero bello non doversi più vergognare delle proprie fragilità.
Viviamo in una società dove invece la competizione e la selezione, prevalgono ancora.
La strada è lunga...
Un forte abbraccio
Cate ;)
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#37   14 Novembre 2007 - 22:01
 
Più ti leggo e più ti voglio bene :)
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#38   14 Novembre 2007 - 22:06
 
Dissento con rispetto, ma dissento da gran parte dei commenti ed anche dal post di Giulia.
Non c'è la "lotta", c'è la lotta, senza virgolette. Fa parte della biologia, della etologia, della antropologia. Non è né buona né cattiva, è, semplicemente. Un treno da cui non si può scendere, se si scende è perché si è in lotta con se stessi, si è autolesionisti. Che poi non sia violenza, non sia prepotenza, ovvero pre-potenza (perché potenza è parola buona, se ne consegue l'atto), sono d'accordo, si vive meglio in questa che non è una valle di lacrime, ma è l'unica temporanea vita che abbiamo, né bella né brutta, quella sola. Occorre far salire chi sta in basso, rendere forti i deboli, rendere più forti noi stessi. Sono stufo di un paese poverinista (non di soldi, ma per accidia), al tempo stesso negriero e mammone. Proviamo a riflettere sui nostri blog, per fare un esempio che ci tocca tutti: si parla di blog brutti e di blog belli, di blog seri e di blog divertenti, non si parla mai di blog utili. Utili al blogghiere innanzitutto, ma anche al visitatore, perché riceve un valore aggiunto, magari di risate (ridere fa bene). Essere utili è segno di forza, forza morale anzitutto, ed è possibile. Ognuno di noi sa, quando va in un blog, che cosa può trovarci, a me piace andare dove s'è qualcosa che mi è utile, come mi succede qui (a parte il dissenso, Giulia eh... eh...). Star lì, col pensiero quotidiano: "e mo' che je scrivo a questi?" non è utile neppure a noi stessi, avremmo di meglio da fare.

grazie Giulia e buonanotte
Solimano
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#39   15 Novembre 2007 - 13:34
 
Perchè andare contronatura e soffocare i proprii sentimenti?? Si parla troppo spesso e da sempre di lotta, cpmpetizione, agonismo. Ma dei "fragili2 mai. Chi sono? Reietti o persone con alta sensibilità? La natura dell'uomo è conflitto. E' nel suo dna. Forse in quello dei "fragili" c'è qualche aminoacido "sbagliato".
Non paragonateci a quei poveretti che hanno la trisomia del cromosoma 21.
Esistiamo e se permettete, della mia fragilità sono anche orgogliosa.
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#40   15 Novembre 2007 - 15:27
 
Ricchezza interiore, dici.
Sono sempre più convinta che solo cominciando a dare si comincia ad arricchirsi...
Splendido il post con la storia tua e di tuo figlio. Non l'ho commentato per pudore.
Grazie per la gentile visita, ritornerò.

La Legionaria
utente anonimo

#41   15 Novembre 2007 - 18:42
 
La comprensione dell'altro è molto importante. Dobbiamo capire di più le debolezze, la fragilità come tu dici, per sentirci più umani.
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#42   15 Novembre 2007 - 20:32
 
Sempre saggia e profonda.
Da ora quindi inserirò questo blog tra quelli a cui sono "abbonata" al posto di quello de La Stampa.
A presto,
Artemisia
utente anonimo

#43   16 Novembre 2007 - 00:20
 
nn ho letto 'tutti' i commenti precedenti ma sono daccordo con te e per transizione con gli altri :)

è a questo che servono gli amici più intimi, il fidanzato, il proprio 'focolare domestico': solo in queste situazioni si può essere davvero se stessi senza combattere in continuazione contro tentativi altrui di prevaricazione, che davanti agli sconosciuti (e non solo in ambito lavorativo) sono all'ordine del giorno.

ciao giulia :*
utente anonimo

#44   16 Novembre 2007 - 08:37
 
cara Giulia, ci dai sempre un nuovo spunto di riflessione. Il tema della fragilità è molto delicato. Non è facile mantenersi in equilibrio tra la tentazione di servirsene e quella di nasconderla. Personalmente le mie fragilità le mostro solo a persone cui riconosco un minimo di intelligenza del cuore. Con gli altri le tengo per me. Non perché me ne vergogni, ma perché penso che sia un regalo che certa gente non merita.
ciao e brava! marina
utente anonimo

#45   16 Novembre 2007 - 10:52
 
questo post, che condivido totalmente, mi fa riflettere anche sull'incolmabile distanza che esiste nella nostra società verso molti valori che sono stati relegati in soffitta come anticaglie, sostituiti da altri che guidano le nostre vite e generano grande fragilità.
Un abbraccio :)))
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente cuoredigiada

#46   16 Novembre 2007 - 14:03
 
adesso dico una cosa banale: la vera forza sta nel riconoscere la propria fragilità...ecco l'ho detta.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente bloguerilla

#47   16 Novembre 2007 - 15:12
 
condivisibile in tutto e solidarieta' per chi soffre-
noi siamo in tre a scrivere nel blog tutti molto legati e il maschietto e' mio fratello e comprendiamo perche' in questo momento uno di noi-lui-non sta affatto bene;
in tre anni di blog e' la prima volta che si e' scritto di una vicenda personale

http://giramundo.splinder.com/post/14394871#comment
ciao da parte di tutt'e tre
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente VIQUE

#48   26 Novembre 2007 - 17:51
 
Ho letto anche io il libro "L'epoca delle pasioni tristi" e l'ho trovato meraviglioso... è versissimo quanto da te scritto... concordo pienamente :)
utente anonimo

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