Amo la letteratura, la filosofia, la poesia e l’arte, mi soffermo spesso sulla storia e dalle letture traggo insegnamenti preziosi. Parole e idee entrano dentro di me e si mescolano e rimescolano fino a diventare mie.
Borges diceva: “Spesso mi accorgo di non fare altro che citare qualcosa che ho letto tempo addietro”. Bisognerebbe avere questa umiltà ed onestà sempre. Siamo tutti debitori di pensieri fatti da altri e di esperienze che non abbiamo mai vissuto.
Eppure spesso, quando ascolto certi studiosi di professione provo uno strano senso di irritazione. Forse mi imbarazzano le loro certezze anche quando parlano del dubbio, le loro parole che parlano di apertura, ma che nel loro stesso farsi discorso escludono chi ascolta. Mi fa pensare la loro sempre più frequente paura di mescolarsi, di entrare nel gioco del mondo, di cercare con ostinazione una nicchia in cui poter elaborare pensieri non contaminati. E questo ostinato tenersi fuori, mi sembra l’altra faccia della medaglia di chi nel mondo è troppo immerso e teme il silenzio della riflessione.
Mi sembra che il sapere che esce dalle loro menti sia troppo freddo e chiuso. Le loro parole, pur evocando valori, principi spesso encomiabili, mi appaiono come scrigni vuoti. Sono semi senza terra, sono terra senza acqua. Sono parole che non vogliono descrivere se non le realtà che conoscono…
Il rischio è allora che rimarranno sempre tante storie di vita ripudiate, inascoltate, non prese in considerazione perché nessuno ha mai dato loro voce.
E non posso non ricordare Nuto Revelli il cui impegno umano e civile è stato sempre quello di dar voce al dramma degli incolpevoli, dei poveri che restano in guerra anche quando arriva la pace, sfruttati, dimenticati, e di nuovo strumentalizzati, mai soggetti attivi del loro destino. Nel "Il mondo dei vinti" ha raccolto 270 testimonianze disperse in tutto l’arco alpino. “Era difficile farsi accettare, – racconta in un’intervista -,ancora più che parlassero, che raccontassero, perché rimanesse almeno qualcosa di queste storie, di una società che cambiava rapidamente. Su, a pochi chilometri da Cuneo si sfilacciava il tessuto sociale di vaste aree, e rimanevano solo gli anziani. E’ stata una pagina, è una pagina ancora sulla quale bisogna ancora meditare oggi”. Un uomo che aveva capito la ricchezza che si nasconde anche nelle storie più deprivate.
Su quante realtà ci sarebbe oggi bisogno di riflessione, di lavoro, di impegno, di ascolto, per capire la storia partendo da tanti punti di vista, senza avere la presunzione di chi senza aver ascoltato, ha già capito tutto.
E ci vorrebbero gesti come quello di David Grossman che durante l’assegnazione del premio Emet, uno dei riconoscimenti più prestigiosi, assegnati dal governo israeliano, si è rifiutato di stringere la mano del premier. “Suppongo possiate immaginare perché non ho stretto la mano al primo ministro” ha detto ai giornalisti. E non si può dimenticare quello che un anno fa rivolgendosi a Olmert aveva detto, dopo aver perso il figlio, in occasione dell’anniversario della morte di Rabin: “Sono sì un padre che soffre, ma quello che mi addolora è quello che lei e i suoi amici state facendo a questo paese”.
Abbiamo bisogno di questo tipo di intellettuale, che sappia scendere tra noi e abbia il coraggio di rendere pubbliche le proprie scelte, abbiamo bisogno di persone che ci facciano ancora capire in che cosa consiste la nostra vera libertà, intellettuali che non illuminino solo le nostre intelligenze, ma scaldino anche i nostri cuori.
E alla fine non posso che ricordare già con nostalgia e affetto Enzo Biagi che era sopra tutto era un uomo che della libertà ha fatto una bandiera in tutta la sua vita.
