Vado a tentoni come in un bosco in cui filtra radente un raggio di sole tra l'alternarsi di macchie di luce e di ombre. Procedo veloce lungo la scia chiara nell'illusione di aver trovato una via di uscita, poi il mio passo si fa più lento, perché improvvisamente la luce si ritrae e subentra impenetrabile il buio. Nell'incertezza attendo un segnale, un indizio che tarda ad arrivare.
E allora procedo per tentativi ed errori, umili, discreti, senza certezze, ma con la volontà di non fermarmi se non per riflettere. Esploro un mondo che non conosco in cui non mi ritrovo più.
Ogni tanto una pausa. Sento che il tempo ha bisogno di rallentare, di lasciare che il pensiero si dipani senza fretta, di lasciare che lo sguardo si posi leggero e respiri la vita che ancora e sempre si cela dietro ogni cosa. Non importa se tutto scorre intorno a me veloce, senza darsi tregua. Io ho bisogno di fermarmi e di ritrovare il senso del mio cammino.
E ascolto. Guardo. Sento. Imparo la pazienza. Recupero le forze.
I miei occhi si abituano alle ombre, allo scuro: là si nascondono altre realtà, prima invisibili che mi parlano e mi interpellano.
Nello spazio in cui vivo ha cittadinanza la diversità e ci si incontra non per assimilarsi gli uni agli altri, ma per conoscersi e confrontarsi, per interagire..
E per costruire questo spazio non mi abbandono al destino né tanto meno al volere di chi non conosce la dignità, l'onestà, il rispetto, di chi crede di governare sugli altri con la paura e la prevaricazione.
Mi ribello.
Ogni piccola azione può essere un atto di ribellione, un allenamento continuo e costante.
Non ascolto quelle parole che inquinano la mente... non regalo il mio tempo, lo tengo prezioso per scegliere chi mi offre pensieri e sentimenti.
No, non lascerò che il veleno possa in qualche modo rendermi più arida e vuota. Forse oggi chi predica la violenza e l’intolleranza, ha vinto, ma non ha sconfitto il sogno che alberga dentro di molti di noi. E il sogno non è mera illusione, rifugio per anime stanche di vivere nella realtà; il sogno, il nostro sogno è immaginazione, quell'immaginazione che sa diventare progetto concreto e credibile e che ogni giorno saprà opporre resistenza, che ogni giorno si concretizzerà in un gesto piccolo o grande che sia..
Noi ci siamo e devono saperlo, noi non rinunciamo ad immaginare e lottare per un futuro diverso...
Bisogna rispondere agli “imprenditore della paura” (come li ha chiamati ieri Rodotà ad Anno Zero) con il nostro coraggio e la nostra tenacia. E non neanche paura di loro.
Oggi ho incontrato al mercato un marocchino, vendeva fiori. Mi ha detto “A me piace cultura”, io pensavo parlasse di “coltura”, e lui insistendo “no cultura” e mi indica il libro che avevo in mano. Gliel’ho dato: l’ha aperto e sfogliato come cercando un tesoro… Era un uomo umile dai grandi occhi neri e profondi.
Tornando a casa ho pensato a lui e mi sono venuti in mente tutti quelli che oggi ci governano: ma a loro piace la cultura?
E’ di nuovo allarme sugli immigrati in generale e in particolare sui Rom. Il fatto di cronaca di Napoli, una ragazza che avrebbe tentato di rapire una bimba di sei mesi ha gettato nuova benzina sul fuoco. Ritorna l”incubo dei Rom, degli “zingari” ma ci sono riscontri effettivi nella cronaca, casi accertati o statistiche criminali?
Secondo Melita Cavallo, capo del Dipartimento per la giustizia minorile del ministero della Giustizia, non ci sono riscontri sul fenomeno e anche questo caso è tutto ancora da verificare.
Sulla rappresaglia anti-nomadi l’assessore alle risorse provinciali Guglielmo Allodi parla di «un’evidente intromissione della camorra che da anni occupa con i suoi traffici illegali una parte di quel territorio ». Anche il governatore Bassolino ipotizza «forze in campo violente e criminali in nome di assurde vendette». L’Onu, attraverso la portavoce dell’agenzia per i rifugiati Laura Boldrini, esprime preoccupazione per lo «scenario balcanico» di Napoli e chiede che le istituzioni «condannino gli attacchi» di cui sono stati oggetto i rom.
Eppure tanta determinazione non c’è verso un’organizzazione criminale come la camorra che domina incontrastata e a cui si paga il pizzo tacendo.Perchè di camorra si muore, di rom no.
Ormai è sui rom che si concentra l'intero problema sicurezza. O meglio è su di loro che si prepara a scaricarsi come una folgore. Col consenso di tutti. Resi indifendibili, sicuramente indifesi: il capro espiatorio ideale. Dopo di loro... a chi toccherà...?
Intanto un italiano aggredisce e violenta rumena… occuperà le prime pagine dei giornali questo evento?
Una ragazza di 14 anni è stata uccisa e buttata nel pozzo e i carabinieri hanno fermato tre minorenni.
Mi chiedo che cosa ne stiamo facendo dei nostri giovani? Cosa gli stiamo insegnando? Come li stiamo educando? Che aria respirano nelle loro case, nelle scuole, tra di loro, ascoltando la televisione, giocando alla playstation? Quali modelli, quali valori assimilano giorno dopo giorno?
Siamo colpevoli come adulti per non saper dire no, per non dare loro l’esempio, per non insegnare loro la capacità di dialogare, di accettare le sconfitte, di rispettare l’altro anche se diverso…
Siamo colpevoli perché gli abbiamo dato un mondo di cose per non perdere tempo a stare con loro, a indugiare con loro, a fermare il tempo quanto fosse necessario per non fuggire alle nostre responsabilità di adulti.
Non gli abbiamo insegnato a essere responsabili, ad acquisire quella capacità di rispondere delle proprie azioni, di rispondere ad una domanda semplice: perché l’hai fatto? Una domanda che però deve partire dalle più piccole cose e deve essere fatta anche quando sono piccoli…
Siamo responsabili perché non gli abbiamo insegnato il gusto della vita, la bellezza della vita e che la vita nostra e degli altri è inviolabile.
Siamo responsabili perché non spegniamo la televisione quando è diseducativa, siamo colpevoli perché non abbiamo lottato mai perché avessero nelle città posti in cui giocare, confrontarsi fra di loro fin da piccoli in libertà. Siamo colpevoli per averli fatti indossare vestiti firmati, ma non esserci accorti che dentro molti di loro c’era il vuoto.
Siamo colpevoli perché gli abbiamo insegnato che essere furbi è un valore, che saper imbrogliare gli altri è qualcosa di cui vantarsi, che dire bugie ed ingannare è lecito
La violenza è il linguaggio di molti di loro, ma anche il nostro linguaggio. Se ci sono problemi si risolvono non affrontandoli, ma eliminandoli. E se eliminarli vuol dire picchiare, uccidere non importa.
Ho incontrato nella mia vita troppe persone che dietro un’apparente convivialità nascondono il gelo della solitudine, quella solitudine che è vuoto, smarrimento, angoscia; l’angoscia di chi si trova davanti ad un’indifferenza ripetuta, di chi, vivendo tra gli altri, cercando comprensione ha incontrato solo delusione e amarezza. Li ho visti nascondere i propri sentimenti, in un certo senso archiviarli. E forse in tutti noi c’è qualcosa di incomunicabile, di indicibile. Troppo spesso ci si sente come in un labirinto senza via d’uscita, intrappolati in una dimensione di cui non si conosce lo sbocco.
E’ in quei momento che ti aspetti una mano tesa verso cui andare, una mente aperta in cui i tuoi pensieri possano trovare dimora.
Il riccio è un animale molto simpatico e il suo musetto ci ispira grande simpatia, ma ha gli aculei che ci tengono a distanza: tu lo osservi, lui ti osservi, ma da lontano.
Al numero 7 di rue de Grenelle c' è un palazzo abitato da notabili parigini, ma anche da due ricci: la portinaia Rene e Paloma.
Renée è la portinaia, ha 54 anni, è bassa e grassoccia e gli inquilini passano davanti alla sua guardiola da 27 anni, senza accorgersi quasi di lei. “Vivo sola con il mio gatto, un milione pigro che, come unica particolarità degna di nota, quando si indispettisce ha le zampe puzzolenti. Né io né lui facciamo molti sforzi per integrarci nella cerchia dei nostri simili. Siccome, pur essendo educata, raramente sono gentile, non mi amano; tuttavia mi tollerano perché corrispondo fedelmente al paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire”
Con queste prime battute si entra già nel cuore del libro che ci fa immediatamente pensare come ciò che la protagonista dice sia vero. Viviamo con degli stereotipi in testa e questi stereotipi fanno sì che non andiamo al di là di quello che appare o che vogliamo ci appaia. Una portinaia è una portinaia e per fare il suo mestiere non deve essere colta, perché noi inquilini della casa, che portinai non siamo, non possiamo sentirci inferiori a chi nella scala sociale è sotto di noi! Ognuno al suo posto dunque. E Renée, conscia di ciò, si guarda bene dall’uscire dai comuni canoni del “buon senso” (si fa per dire) comune. Insomma si tratta del “gioco eterno delle gerarchie sociali”
Renée, nella realtà, non è una portinaia come tutte le altre: è un'autodidatta con una cultura straordinaria, un'invidiabile apertura mentale e gusti musicali, filosofici e letterari di grande raffinatezza. Studia Husserl, ascolta Purcell, è un'appassionata intenditrice della cultura giapponese e dei film di Ozu, regista giapponese per pochi. Il suo gatto si chiama Lev, in omaggio a Tolstoj. Ma questa Renée, la vera Renée che noi lettori conosciamo, è clandestina.
Palma è, il secondo riccio del palazzo, è figlia di un papà deputato (con un passato da ministro) e di una mamma che sfoggia un dottorato in lettere. La ragazzina ha anche una sorella, Colombe, più grande di lei, studentessa di filosofia. E’ un genietto in incognito:
“(…) Si dà il caso che io sia molto intelligente. Di un'intelligenza addirittura eccezionale. Già rispetto ai ragazzi della mia età c'è un abisso. Siccome però non mi va di farmi notare, e siccome nelle famiglie dove l'intelligenza è un valore supremo una bambina superdotata non avrebbe mai pace, a scuola cerco di ridurre le mie prestazioni, ma anche facendo così sono sempre la prima della mia classe".
Una ragazzina che ha capito troppo presto il senso dell'esistenza e l’ipocrisia degli adulti chela circondano: La mia famiglia frequenta tutte persone che hanno seguito lo stesso percorso: una gioventù passata a cercare di mettere a frutto la propria intelligenza, a spremere come un limone i propri studi e ad assicurarsi una posizione al vertice, e poi tutta una vita a chiedersi sbalorditi perché tali speranze siano sfociate in un’esistenza così vana. La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia”. Il suo disprezzo per questo mondo è tale da volere farla finita il giorno del suo tredicesimo compleanno.
C'è poi la domestica portoghese di casa de Broglie che, invece di rientrare nello stereotipo della gretta donna delle pulizie, è una vera aristocratica che "sebbene circondata dalla volgarità, non ne viene sfiorata". Non può che essere la migliore amica di quella portinaia che fa finta di guardare programmi trash in tv e invece ascolta Mahler.
Accanto a queste donne (soprattutto alla portinaia Renée e alla giovane Paloma) ruota il mondo aristocratico, snob, irritante del palazzo: i Pallières al sesto piano, i Josse al quinto (la famiglia di Paloma), gli Arthens al quarto, i Siant-Nice e i Badoise al terzo, i Meurisse e i Rosen al secondo e i de Broglie al primo.
A capire e entrare nell’intimo di questi due ricci entra in scena Monsieur Kakuro Ozu (come il regista!), un non più giovane signore giapponese di raffinata natura, che porta in sé il meglio del mondo orientale: Egli ha il dono di guardare dentro le persone e a Rene che, diventata sua amica, le dice: "Non mi hanno riconosciuta" risponde. "È perché non l'hanno mai vista (…). Io la riconoscerei sempre e comunque". È questo il cuore del romanzo, che il titolo nasconde: "Madame Michel ha l'eleganza del riccio – scrive Paloma, – fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti".
Renée con il uso modo di essere mette in crisi quella scala di valori che misura se stessa e gli inquilini. Ella sa trasformare cultura e umanità nel suo riscatto sociale. In questa luce, i comportamenti degli altolocati condomini appaiono grotteschi e ipocriti.
Mi sembra di poter aggiungere che cultura è quella che sa coniugare intelligenza e vita, che sa arricchire la quotidianità e il nostro rapporto con gli altri.
Il libro non sempre riesce a convincere e a volte presenta delle cadute specialmente nella parte finale, a volte mi è apparso un po' artificioso, ma è comunque un libro che per me vale la pena di leggere.
Sono trascorsi trent'anni da quando Cosa nostra su ordine di Tano Badalamenti fece saltare in aria il militante di Democrazia proletaria, animatore e fondatore di Radio Aut, sui binari della ferrovia che collega Cinisi a Palermo. Da Torino ad Avezzano, passando per Trapani e Anzio, i numerosi coordinamenti di Libera, associazioni contro le mafie, hanno rinnovato il loro impegno nel ricordo di Peppino. Lo hanno fatto ciascuno a suo modo, attraverso cineforum, dibattiti pubblici, incontri nelle universita', spettacoli teatrali, riportando oggi in vita quello che le mafie pensavano di aver ucciso: la voglia di cambiare e di non smettere mai di raccontare denunciando.
Un mare di gente
a flutti disordinati
s'è riversato nelle piazze,
nelle strade e nei sobborghi.
E' tutto un gran vociare
che gela il sangue,
come uno scricchiolo di ossa rotte.
Non si può volere e pensare
nel frastuono assordante;
nell'odore di calca
c'è aria di festa
“La storia tutta quanta potrebbe intitolarsi :’storia di una speranza in cerca del suo argomento…’ E sarebbe un titolo adatto per tuta la durata della storia; se nel fondo della vita umana non esistesse, inesauribile e avida, inesauribile come la vita stessa, la speranza non avremmo la storia e l’uomo non si sarebbe proposto di essere umano. Se lo è dovuto proporre e dobbiamo farlo anche noi. La speranza non si limita ad esserci e basta, ha le sue eclissi, le sue cadute, le sue esaltazioni, la sua momentanea estinzione e la sua resurrezione.(..) Essa assume la sua vera essenza nel sogno e nella sua capacità di tracciare una traccia di luce nel cammino dell’uomo”
«La cultura della sconfitta e dell'amnesia si è pericolosamente diffusa tra milioni di persone», dice il regista Solanas e per questo nei suoi film si propone di scoprire e valorizzare «le prodezze quotidiane dei "nessuno", proposte alternative e solidali tali da dimostrare come il cambiamento sociale sia ancora possibile».
Fernando Ezequiel Solanas, il bravo regista argentino de L'ora dei forni, di Tangos-L'esilio di Gardel (di cui ho già parlato qui), di Sur, da tempo si dedica a raccontare la resistenza sociale in Argentina.. Ha ideato così una serie di film. Memorie del saccheggio (2002-2004), analisi dei meccanismi del potere e delle politiche di privatizzazione; La dignità degli ultimi, storie della resistenza sociale; e i prossimi: Argentina latente, sulle risorse nazionali e il recupero dell'autonomia economica, e La rivolta della terra
Un cinema militante il suo, indirizzato a sostenere le ragioni della libertà e della giustizia in un'Argentina che stava per cadere sotto il gioco dei militari.
In La dignità degli ultimi racconta le storie di chi è stato dimenticato, bistrattato ed ha subito ingiustizie fino a ridursi oltre la soglia della povertà, ma che, nonostante tutto, non perde mai la determinazione di combattere contro un governo sempre più compromesso nei suoi rapporti poco chiari con grandi istituti bancari e compagnie petrolifere.
Nel film vengono mostrate le storie di Maestro Toba e della sua mensa per bambini indigenti, di Silvia e Carola, che lavorano in un grande ospedale di Buenos Aires in situazione disastrose docute alla sovrappopolazione, alla mancanza di fondi, colpevole una corruzione sempre più spregiudicata. Viene raccontata la storia della fabbrica di ceramica Zanon, già oggetto del film "The Take" di Avi Lewis (2004). Ma anche la storia incredibile di Lucy e del "Movimiento de Mujeres en Lucha" (movimento di donne in lotta), che per protestare contro le espropriazioni, risultato dei tassi usurari praticati da banche senza scrupoli a contadini in difficoltà, ricorre a una forma di lotta davvero incredibile: durante numerose aste per mettere in vendita ettari di terreni di contadini che avevano avuto prestiti di 20.000 pesos e si trovavano a doverne rendere 100.000, Lucy ed altre donne si erano messe a cantare l'inno nazionale argentino boicottando in questo modo le aste stesse. Gli ultimi arresti per questo "delitto" mostrati dalla pellicola di Solanas risalgono solo all'aprile del 2005.
Ma vengono mostrate storie più individuali da parte di chi davvero non ha neppure la forza di battersi politicamente, e forse sono le vicende più drammatiche, la miseria vissuta in solitudine può trasforarsi veramente in disperazione senza riscatto.
“E’ l’epopea anonima e quotidiana di chi è sempre stato tradito: la classe media impoverita, - dice Solanas - disoccupati, i “piqueteros” che bloccano le strade. Negli anni Sessanta e Settanta, una situazione simile mi portò a concepire “L'ora dei forni” (1968) e “I figli di Fierro” (1975), due pellicole molto diverse tra di loro, incentrate sulle lotte sociali dell’epoca”.
“Mentre percorrevo il paese e incontravo lavoratori, professionisti e indios, mi è venuta l’idea di
realizzare un grande affresco sull’Argentina contemporanea. Ho così concepito quattro lungometraggi indipendenti tra di loro, ma uniti dal tema nazionale. Si parte dalla devastazione e dal saccheggio promossi del modello neoliberale, per arrivare alla ricostruzione e a un nuovo progetto capace di recuperare i diritti perduti”.
Sono storie dolenti, che rivelano condizioni di vita durissime: ma sono anche Storie commoventi, ammirevoli per l’altruismo, la capacità di lotta, il caldo slancio, capacità di solidarietà della gente. E ciò che ne viene fuori è un affresco in cui si rivela tutta la forza e la tenacia del regista deciso, con esempi concreti e carichi di patos, a rivendicare la dignità del popolo e la speranza.
Storie che ci insegnano che là dove c'è la volontà di lottare nulla è perduto, nulla è così irreversibile.
Sono film che dovremmo guardare per non perdere la forza di lottare.
Nicola è morto. Era un giovane come tanti… la sua colpa? Nessuna, solo di essere passato di lì e di avere incontrato altri giovani che hanno imparato solo ad esprimersi attraverso la violenza e la sopraffazione. Nicola è morto e non ci sono abbastanza lacrime per piangerlo.
Io ho visto picchiare ragazzi senza ragione a scuola… Li ho sempre fermati, ho chiesto loro il perché. Molto spesso le ragioni erano assurde… più di una volta mi hanno detto: per divertirci. Abbiamo poi sempre parlato, cercato di capire il perché e nella maggioranza dei casi, quei ragazzi non hanno mai più picchiato nessuno, molto spesso sono diventati amici.
Se oggi si arriva a tanto è una società che si deve interrogare, che deve chiedere scusa alle famiglie… Chiunque abbia pronunciato parole di odio verso gli altri pubblicamente, nelle proprie famiglie, nelle scuole, alla televisione, nei dibattiti politici, chiunque non abbia fermato ovunque poteva questa spirale che avanza è in qualche modo un po’ colpevole.
«La politica non c’entra niente», aveva detto il sindaco in precedenza. «Non è un'aggressione contro la sinistra – ripete il sindaco – è un gruppo di deficienti, punto e basta».
A Verona Flavio Tosi, sindaco leghista, vinse le elezioni con ampia maggioranza, facendo della criminalità e della paura per gli extracomunitari il suo cavallo di battaglia. Tutta la destra cavalca il fenomeno extracomunitari e sicurezza per le strade, al fine di accaparrarsi la simpatia dell’elettore e il linguaggio non è mai molto corretto, molto spesso è violento.
Basta parole di intolleranza, parole che non abbiano rispetto per la diversità, siamo noi adulti a dover dare l’esempio, dobbiamo dar peso alle parole… Gli adulti devono insegnare parole di pace, di tolleranza, parole che aprano al dialogo e non allo scontro. E soprattutto abbiamo bisogno di politiche che valorizzino la diversità e si aprano al confronto.