Pensare in un'altra luce

"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate? In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga
mercoledì, 30 aprile 2008

Dov'è la casa del mio amico?, di Kiarostami

01Dove è il mio amicoAhmad è un bambino che vive in uno sperduto paese dell'Iran. Il suo maestro è un inflessibile docen­te che mantiene la disciplina con eccessiva severità e che non ammette, soprattutto, errori e dimenticanze. Un giorno, a lezioni finite, Ahmad si accorge che il quaderno di un bambino spesso rimproverato dal maestro è finito per sbaglio nella sua cartella. Per evitargli l'ingiusta punizione, egli decide, allora, di riportarglielo.
Chiede il permesso alla mamma ma lei non ha tempo per dargli retta, presa com’è dalle faccende domestiche. Gli ordina, invece, di fare qualche commissione e esige da lui che completi i suoi compiti prima di uscire a giocare.
Ma Ahmed non intende desistere e trova una scusa per fuggire alla ricerca della casa del suo amico. Di mezzo si mette anche il nonno che, vedendolo correre per strada, lo chiama e lo manda a comprargli le sigarette. Finalmente il ragazzo si incammina verso il villaggio del suo amico, ma quando vi giunge resta intrappolato nel dedalo di viottoli ed è impossibile orientarsi. Sul volto del bambino crescono la stanchezza e lo smarrimento.
Un anziano fabbro vetraio si offre di accompagnarlo da Mohamed. Insieme fanno un bel tratto di strada, durante il quale il vecchio gli indica tutte le vetrate che ha costruito, poi si ferma e coglie un fiore che Ahmed ripone tra le pagine del quaderno.

Ahmed arriva a pochi metri dalla casa del suo amico. È già buio e lui è solo, guarda davanti a sé, in fondo al vicolo c'è la fine del suo viaggio, ma ecco che  si sente abbaiare un cane. Ahmad si spaventa e decide di tornare indietro.

Una volta a casa salta la cena e si ritira a fare i compiti e pensando ancora all'amico, decide di farli per sé e per lui. Il giorno dopo consegna il quaderno a Mohamed, un attimo prima della correzione dei compiti. Il maestro non si accorge di nulla, sigla il compito di Mohamed ed esclama: "ben fatto!". Controllandolo il maestro, apre il quaderno giusto sulla pagina dove è stato riposto il fiore.

Una storia dalla trama semplice, quindi, come tutti i film di Kiarostami.

Dov'è la casa del mio amico ?" è ispirato ad una poesia di Sohrab Sepehri, citato nei titoli di testa. La poesia dice: "Tu andrai in fondo a questo viale / che emergerà oltre l'adolescenza, / poi ti volterai verso il fiore della solitudine. / A due passi dal fiore, ti fermerai / ai piedi della fontana da dove sgorgano i miti della terra... Tu vedrai un bambino arrampicato in cima a un pino sottile, / desideroso di rapire la covata del nido della luce / e gli domanderai: dov'è la dimora dell'Amico?".

Ma dietro questa apparente semplicità si nascondono significati più profondi. Il film è una parabola sul bisogno di comunicazione, sul desiderio di cambiare un ordine vecchio con un ordine nuovo.

“C’è una colina tra i due villaggi – dice Kiarostami – e sulla cima della collina un albero, che nella nostra letteratura è simbolo di amicizia; il continuo correre di Ahmad rappresenta le difficoltà per poterla raggiungere”.

Nel film si può notare anche l’utilizzo degli elementi architettonici del cortile e dell’abitazione per sottolineare il regime di chiusura, fatto di obblighi e divieti, cui viene sottoposto Ahmad. È interessante, inoltre, il fatto che il sentiero a zig zag sia stato fatto tracciare ai bambini protagonisti prima delle riprese del film e che l’albero sia stato appositamente trapiantato laddove prima non c’era, secondo quel legame profondo tra il cinema e l’esperienza di vita (i bambini sono attori non professionisti) che caratterizza l’opera di Kiarostami e di altri autori iraniani.

Centrale nel film è il rapporto tra il protagonista e gli anziani. A partire dalla nonna, che ripete all’infinito una serie di regole di comportamento di tipo formale, come quella di togliersi le scarpe prima di entrare in casa; proseguendo con i due vecchi incontrati a Posteh, che parlano dell’importanza, per un bambino, del rispetto della tradizione.
Da ricordare, ancora, la figura di un altro compagno di Ahmad, incontrato lungo la strada, costretto dai familiari a trasportare pesantissimi secchi pieni di latte. Nel film viene sottolineato il ruolo indiscutibile esercitato dalla tradizione all’interno della comunità e la totale subordinazione a cui i bambini e i giovani dovrebbero sottomettersi.

Un contorno povero, ma intensamente umano. Un Kiarostami, che fugge dallo stereotipo del cinema politico e polemico di altri registi arabi per dare una visione dell'infanzia iraniana che non condanna ma nemmeno assolve la sua società, dove i bambini e i vecchi, vagano, gli uni alla ricerca del futuro (in questo caso molto lontano ma anche molto vicino) e gli altri in cerca del passato, cui si aggrappano malinconicamente.

Elogio della solidarietà fra i ragazzi, il film è peraltro un  atto d'accusa contro l'educazione autoritaria e repressiva impartita da una società arcaica a un'infanzia cui non è riconosciuto nemmeno il diritto di essere ascoltata.

Ed è importante sottolineare la strategia narrativa costante con cui si fa puntualmente slittare il momento dell’incontro tra i due protagonisti, rendendo Ahmad. davvero troppo piccolo in confronto all’impresa che deve svolgere. Compiti apparentemente piccoli sono in realtà mete difficili da raggiungere per un bambino, compiti che però ne costruiscono il senso di responsabilità e di libera iniziativa.

Infine l’amico è molto di più che l’amico concreto, allude ad una ricerca più profonda, è l’esistenza di un amico l’interrogativo centrale: il  bambino a due passi dal fiore della solitudine, non avrà mai una piena risposta alla domanda “Dov’è la dimora del mio amico”, ma anche se una risposta definitiva e certa non c'è, continuare a cercare è la cosa importante. La ricerca è la cosa importante, è tensione verso la vita... raggiungere la meta è adagiarsi...

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martedì, 29 aprile 2008

E' questa l'Italia che vogliamo?

Saluti

Sì sono triste perchè abbiamo perso. Questo è normale. In democrazia  è così: si perde e si vince. Non è questo che mi fa paura.
Quello che temo è che, al di là delle dichiarazioni di facciata poi dobbiamo vedere questo triste spettacolo.
Il saluto romano non è un simbolo qualsiasi in Italia... Il fascismo c'è stato e per liberare l'Italia da fascisti e nazisti ci sono stati morti e tanto dolore. Nessuna condanna di fronte a questo...
Sembra più un'occupazione del territorio che la vittoria di una formazione politica...
Un presidente del consiglio, un sindaco, una volta eletti sono di tutti i cittadini anche della minoranza che non li ha votati, è questo il senso dello stato e il credere nell'Italia che tanto predicano, e poco praticano.
Ma è anche la sinistra tutta, quella più moderata e quella più radicale che devono interrogarsi, che devono ora avere il coraggio dell'umiltà e capire i veri motivi di una simile sconfitta. Come cittadini dobbiamo pretenderlo. Oggi non so dire davvero altro. Vorrei vedere tanta gente non piangersi addosso, non accusarsi a vicenda, ma mettersi subito al lavoro. Non serve la dichiarazione di Rutelli "Sono rimasto solo"... Come non serve distribuire colpe e responsabilità. In ballo c'è qualcosa di molto più grosso. E' la mentalità che sta cambiando, è la maggioranza degli italiani che si rispecchia in questo modello di società che la destra ha intercettato in un modo cinico e strumentale.

Siamo noi cittadini che abbiamo creduto in voi per tanti anni a sentirci in questi giorni tutti più soli.

Siamo anche noi cittadini che dobbiamo metterci più  in gioco e lavorare per un'Italia diversa e per questo dobbiamo imparare a dialogare di più, a cercare buoni compromessi che non seguano logiche di partito, ma che sappiano dare risposte reali e concrete.

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lunedì, 28 aprile 2008

Saper fare compromessi

Non_dire_notteRipropongo un post del mio vecchio blog, perchè mi sembra argomento importante su cui centrare la nostra attenzione.

Nel bellissimo romanzo di Amos Oz “Non dire mai notte”, l’azione si svolge nel microcosmo di una piccola città del deserto in cui tutti si conoscono e sanno tutto di tutti. E’ una commedia umana i cui protagonisti sono un uomo e una donna di mezza età, lei piena di vitalità con una gran voglia di uscire dalla monotonia della quotidianità, lui più vecchio alla ricerca del silenzio, della pace, della solitudine: “Guarda il giorno che muore e aspetta: chissà che cosa promette l’ultima luce.(…) Ormai ha fatto quel che poteva fare, d’ora in poi aspetterà”..
Il libro è raccontato a due voci: in un capitolo è la voce di Noa che parla e nell’altro quella di Theo. Non è scritto come un dialogo né come un monologo interiore, ma come lo definisce Amos Oz stesso, come “un dialogo interiore”. Tutti noi usiamo il dialogo interiore, parliamo con l’altro come fosse presente, spieghiamo le nostre ragioni, siamo convincenti, perché nessuno ci interrompe e possiamo dire quello che vogliamo. Parliamo di noi stessi e ci giustifichiamo per ciò che abbiamo o non abbiamo fatto e tutto sembra filare, essere convincente, poi quando avviene l’incontro tutto cambia e spesso quel dialogo che avevamo immaginato diventa conflitto.

Il dialogo, quello vero, forse funzionerebbe, se invece di interromperci continuamente, imparassimo ad ascoltarci, a fare silenzio dentro di noi per sentire le ragioni dell’altro. Sì, sarebbe possibile, è possibile. Ma bisogna conoscere un’altra arte, quella di saper fare compromessi. Amos Oz dice che è necessario “scendere a dei compromessi per restare vivi. I giovani pensano che un compromesso sia opportunistico e disonesto. Ma nel mio vocabolario il compromesso è sinonimo di vita, dove c’è vita c’è compromesso. L’opposto del compromesso non è integrità e onestà, ma è fanatismo e morte. Il compromesso per me è una filosofia, un modo di vita”. “Compromesso” è “cercare di incontrare l’altro a metà strada”.

Anche nel dialogo interiore di fatto Noa capisce Theo e viceversa, anche se non sanno o non riescono a dirselo. “Se solo avessi saputo fargli capire – pensa Noa - quanto è opprimente per me il suo eccessivo riguardo”, e lui intuisce che “L’unica via per aiutarla, è non cercare di aiutarla. Solo diventare piccoli”.   

A volte è fondamentale nel rapporto di coppia imparare a fare un passo indietro, a capire cosa l’altro vuole davvero da noi, rispettare la sua diversità, il suo spazio e anche i suoi sbagli. Theo sembra capirlo: "Così corre  avanti e indietro da una parete all'altra sbattendo le ali, inciampa nella lampada, contro il soffitto, sbatte contro i mobili, si fa male. Invece di condurla fuori verso la libertà se non stai attento finirai per farla volare verso locali ancora più interni. Ogni tuo movimento non fa che aumentare la sua paura"
Amare vuol dire, quindi, rinunciare a far prevalere i nostri punti di vista, le nostre rivendicazioni, ad imporle. E' importante saper stare vicino senza essere invadenti, imparare a darsi quella forza perché ognuno poi possa affrontare con i propri mezzii e le proprie modalità le difficoltà della vita.

“Per intanto stasera - dice Noa - gli faccio spegnere la radio Londra perché vado a farmi una doccia e poi torno da lui nel buio”. E questo dice Amos Oz  “non è un buio che intimorisce, è il buio in cui si fa l’amore”.

Come sempre Amos Oz sa entrare nei meccanismi psicologici più profondi che si intersecano e intrecciano nell’animo umano,  sa raccontarci la vita reale nelle sue sfumature e contraddizioni. Ci parla di un microcosmo, di una piccola situazione, ma nello stesso tempo ci indica un percorso anche nella vita pubblica.
La capacità di saper fare compromessi, dice infatti  Amos Oz, dovrebbe regolare i rapporti più intimi, ma anche quelli politici, per esempio nel conflitto che lo riguarda tra ebrei e palestinesi come sottolinea in una sua intervista: "Nel vocabolario pacifista le parole pace-amore-compassione sono sinonimi. No, la pace è pace e non necessariamente amore. Non sono d’accordo con lo slogan “Fate l’amore, non fate la guerra”. Se mi trovo davanti a un palestinese, io direi, “fate la pace e non l’amore”. Non c’è bisogno di amare per essere in pace, non è necessario che dei nemici si amino, che dimentichino e che perdonino. E necessario smettere di uccidere e di morire per vivere, anche se a denti stretti. Quando parlo di compromesso, non parlo di nemici che si abbracciano. Tra israeliani e palestinesi, ma anche tra uomini e donne, io mi aspetto una coesistenza a denti stretti”.

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categorie: libri, oz amos
domenica, 27 aprile 2008

Essere stranieri

Rio_janeiroAmo il Brasile e amo soprattutto Rio de Janeiro dove tornerò  a luglio.
Rio de Janeiro è una città che ha saputo catturarmi,  aiutarmi a guardare oltre…Del resto la prima volta che sono partita per visitare e conoscere questa straordinaria terra (circa dieci anni fa) avevo solo un desiderio, quella che definisce Ryszard Kapuscinski: “la pura e semplice azione di varcare la frontiera”.

E davvero come dice questo grande reporter: “Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. E’ il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile”.

Viaggiare è continuare a porsi domande, sempre domande. E’ questa continua inquietudine (rompere la quiete) che mi ha spinto a vivere anche se per un tempo limitato a Rio de Janeiro non come turista, ma come italiana in mezzo ai brasiliani, sempre con loro, facendo e condividendo la loro vita, cercando di conoscere la loro lingua, mangiando al loro tavolo, partecipando a momenti di festa, di dolore, di paura, girando per le strade poco battute dal turista, conoscendo gente nuova, gente diversa da me, che ha condotto una vita diversa dalla mia, che ha una storia non comparabile a tutte quelle che conosco. E davvero un mondo si è spalancato dentro di me. La prima volta che sono scesa dall’aereo, dieci anni fa mi sono detta: credevo di sapere molte cose, di avere inquadrato il mondo, di sapermi orientare ora so che “non so”, che ancora ho capito poco o nulla di come vanno davvero le cose.

E se vogliamo conoscere chi è lontano da noi, dobbiamo andare lontano “dobbiamo metterci in cammino, raggiungerlo e, una volta trovato, sederci ad ascoltare ciò che ha da dirci”…E impariamo, impariamo e continuiamo ad imparare, ci accorgiamo che ogni storia ci rivela qualcosa, ci porta al di là della nostra frontiera.

In Brasile ero io la straniera, ero io ad essere ospitata. E per quanto meravigliosamente accolti ci si sente estranei. Ma è proprio questa estraneità a renderci più sensibili alla differenza, più curiosi, più attenti. I miei amici brasiliani mi hanno preso per mano e condotto nel loro mondo, mi hanno aiutato a vedere là dove non avevo mai guardato, mi sono allontanata da me, ed ho scoperto ciò che di me stessa ancora non conoscevo, ad entrare in contatto come dice la Kristeva con “l’altro che è in me”.

Voglio trovare l’isola sconosciuta, voglio sapere chi sono quando ci sarò, Non lo sapete, se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei (..) Non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi”.(Josè Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, Einaudi)

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categorie: brasile, saramago, rio de janeiro, kapuscinski ryszard
giovedì, 24 aprile 2008

Ma c'era anche la bambina...

Affido a Elio Vittorini il racconto dell’orrore di un momento storico che lui ha vissuto in modo diretto. Parole che non si possono, non si devono dimenticare….

“Ma c’era anche la bambina.

Più giù, tra i quattro del corso, dagli undici o dodici anni che aveva, mostrava anche lei la faccia adulta, non di morta bambina, come se nel breve tempo che l'avevano presa e messa al muro avesse di colpo fatta la strada che la separavi dall'essere adulta. La sua testa era piegata verso l'uomo morto al suo fianco, quasi recisa nel collo dalla scarica dei mitragliatori e i suoi capelli stavano nel sangue raggrumati, la sua faccia guardava seria la seria faccia dell'uomo che pendeva un poco dalla parte di lei.

Perché lei anche?

(…) Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un'altra donna: questo era il modo migliore di colpir l'uomo. Colpirlo dove l'uomo era più debole, dove aveva l'infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dov'era più uomo. Chi aveva colpito voleva essere il lupo, far paura all'uomo. Non voleva fargli paura? E questo modo di colpire era il migliore che credesse di avere il lupo per fargli paura.

Però nessuno, nella folla, sembrava aver paura”.

Da Elio Vittorini, Uomini e no

 

Ancora oggi cercano di governare mettendoci paura, paura dell’altro… Non ci devono riuscire…Mai.

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categorie: 25 aprile, vittorini elio
giovedì, 24 aprile 2008

blog-catena

Ecco un’altra blog-catena. Aderisco volentieri perché non debbo fare graduatorie o classifiche. E’ solo un modo per conoscerei meglio
Queste le regole:

  • indicare il blog che vi ha nominato e linkarlo
  • inserire le regole di svolgimento
  • scrivere sei cose che vi piace fare
  • nominare altre sei persone affinché proseguano la catena
  • lasciare un commento sul blog dei sei prescelti amici memati .

La nomination l’ho ricevuta da lavinia,  da I-care, da Tristanzaratwiga52  da smartynello
e da LuigiGobettiano

1)       Voglio essere libera di scegliere secondo quello in cui credo. Non mi piace che mi si proibisca qualcosa… istintivamente mi ribello. Penso che bisogna avere il coraggio di dire “no”.

2)       Amo parlare con i ragazzi, anche quando non sono d’accordo con loro… Ascolto le loro ragioni e da questo dialogo imparo sempre qualcosa

3)       Mi piace leggere, scrivere, mi piacerebbe suonare, ma mi accontento di sentire musica. Mi piace tutta l’arte in tutte le sue manifestazioni. Non sempre mi piacciono i sedicenti intellettuali che si parlano addosso, mi piacciono quelli, invece, cha la sanno far vivere dentro di noi.

4)       Adoro andare al cinema… Vedere film mi proietta in altri mondi, in altri realtà. Posso viaggiare anche se preferirei farlo nella realtà…specialmente quando vado in Brasile...

5)       Mi piace fotografare, girare video… ma me li tengo per me, perché conosco la reazione della gente quando si sente dire: “adesso vi faccio vedere il filmino, le fotografie che ho fato…”. Quindi evito.

6)       Un posto speciale hanno i miei amici, per cui riservo sempre un posto principale nella mia vita.. Naturalmente ci sono anche i miei amici animali che però non amo trattare da “esseri umani”… Ora però non ne ho più con me e mi accontento di fermarli quando li incontro per strada.

E’ già finito, ma ci sono ancora tante cose che mi piacciono…. Sarà per la prossima volta…

Però lasciatemi lo spazio per dirne un’altra… E’ un po’ di giorni che, non so perché, mi viene sempre da cantare questa canzone… Me lo potete spiegare voi il motivo per cui ce l’ho sempre in testa?…e non solo, a volta, non mi accorgo ma la canto anche per strada, sul tram…Sii chiama... Bella...

La trovate qui, magari cantatela anche voi, così mi fate compagnia....

I miei scelti sono:

http://ubaldoriccobono.splinder.com/

http://luciorai.splinder.com/

http://rigirandola.splinder.com/

http://ziaelena.blog.lastampa.it/

http://unozero.splinder.com/

http://marianna06.blog.lastampa.it/il_mio_weblog

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mercoledì, 23 aprile 2008

25 aprile, non dimenticare chi ha lottato per noi

Venticinque aprile e primo maggio sono due date importanti, che hanno profondamente segnato la storia della nostra società e che oggi qualcuno vorrebbe archiviare.
Abbiamo il dovere di ricordare, ma il richiamo alla memoria, il ricordo delle giornate della liberazione del 1945 non devono essere  dei semplici momenti celebrativi, rituali. Devono diventare momenti in cui si riflette e si agisce sul momento attuale.

Oggi si parla poco di sfruttamento, si parla poco di diritti e la nostra società si sta ripiegando su se stessa sorda e cieca di fronte alle nuove forme di emarginazione.

Sulla libertà bisogna vigilare, sui diritti bisogna ancora lottare, soprattutto perché la libertà non debba essere appannaggio solo di pochi…

Voglio lasciare questa poesia di Bertolt Brecht:

 

LODE DELLA DIALETTICA

L'ingiustizia oggi cammina con passo sicuro.

Gli oppressori si fondano su diecimila anni.

La violenza garantisce: Com'è, così resterà.

Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda

e sui mercati lo sfruttamento dice alto: solo ora io comincio.

Ma fra gli oppressi molti dicono ora:

quel che vogliamo, non verrà mai.

Chi ancora è vivo non dica: mai!

Quel che è sicuro non è sicuro.

Com'è, così non resterà.

Quando chi comanda avrà parlato,

parleranno i comandati.

Chi osa dire: mai?

A chi si deve, se dura l'oppressione? A noi.

A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi.

Chi viene abbattuto, si alzi!

Chi è perduto, combatta!

Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà fermare?

Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani

e il mai diventa: oggi!

 
Dobbiamo riattivarci per questo è nato un nuovo blog su cui confrontarci e che proprio il 25 aprile inizierà la sua attività sperando che abbiate voglia di partecipare anche voi:

Banner_ba1_4                                                                     

http://blogazione.splinder.com/ 

Se volete inserire anche voi potete prelevare le indicazioni qui

postato da giuba47 alle ore 09:45 | link | commenti (36)
categorie: poesia, politica, 25 aprile, brecht bertolt
lunedì, 21 aprile 2008

Abbas Kiarostami, uno sguardo semplice per dire cose complesse (1)

Kiarostami_foto

Quando un film mi piace, la mia mente comincia a viaggiare con la mente inseguendo le immagini che scorrono davanti ai miei occhi. Non ho bisogno di trame complesse e di effetti speciali. Anzi…

Mi piacciono molto i film che, apparentemente semplici nella loro struttura, mi trasmettono quelle emozioni che appartengono alla vita semplice, a quella vera e quotidiana, quella che non ha artifici, ma sa cogliere il genuino.

La vita è sempre cammino, è ricerca di un qualcosa che non sempre si raggiunge a cui però si tende, si cammina guardando e cogliendo quello che la vita ci offre nel bene nel male.  Il cammino però, se vuole godere di tutto ciò che  ci viene incontro, deve essere lento e accompagnato dalla riflessione, dall'attenzione… Altrimenti è fuga, corsa cieca verso il nulla.

Il cinema di Kiarostami sa darmi questo modo di vedere la vita.

“Non deve stupire – egli ci dice - che l'automobile sia cosi presente nei miei film recenti: spesso guardo il mondo attraverso i finestrini della mia auto (...) i miei pensieri sono molto più fluidi di quando sono seduto al mio tavolo.

La ricerca, come sappiamo, è uno degli elementi delle filosofie orientali. È la ricerca senza meta, perché in realtà è l'atto stesso della ricerca ad essere importante e quindi cerchiamo sempre un motivo che ci spinga a muoverci... è un viaggio senza fine, come quando si arriva sulla cima di una montagna e scoprendone altre di fronte a noi siamo subito presi dal desiderio di continuare il cammino verso nuove mete”.
“Noi orientali non diciamo procurarsi il pane ma
correre dietro al pane.

Diceva Rossellini che la realtà è lì davanti, pronta per il regista che non ha altro da fare che metterla in scena. Kiarostami, ne è un bellissima testimonianza.
E il film di Kiarostami è semplice, essenziale, ma non per questo povero. Siamo noi poveri quando abbiamo bisogno di evadere in realtà estranee alla quotidianità della gente per trovare “qualcosa”, vuol dire che i nostri occhi non sanno vedere se non realtà fittizie ed artificiali.

Ci vuole, dice il regista, uno sguardo semplice per dire cose complesse “Tutto dipende da chi guarda chi, e dal modo in cui lo fa... (...) Bisogna saper guardare, saper vedere. Tutto si riassume nel modo di vedere. I (...) Un giorno stavo passeggiando per strada con mio figlio, era ancora un bambino, e mi disse: "Papa, l'occhio è proprio una cosa bizzarra!" Allora gli ho chiesto: e perché? Mi rispose: "Perché due vetri rotondi e cosi piccoli sono capaci di vedere tutte queste cose cosi grandi". (...) Talvolta i bambini ricordano agli adulti che bisogna meravigliarsi, che non devono guardare la vita in maniera superficiale, ma aprire bene gli occchi e approfittare dell'istante. Basta guardare in modo semplice”.

Anche per questo ama i bambini. "Io li amo perché piangono facilmente e mostrano le loro emozioni. Li amo perché distruggono ciò che stanno costruendo e non cercano di conservarlo. Li amo perché si lanciano nelle scorribande, e si rotolano sul suolo per giocare nella terra con i loro abiti nuovi, in perfetta noncuranza. E quando fanno a botte tra di loro non c'è traccia di odio nei loro cuori".

Sono parole di un poeta arabo che Kiarostami cita per dimostrarci quanto per lui siano importanti i bambini nella sua filmografia.
Kiarostami non ha scritto film per bambini, ma film sui bambini perché secondo lui sono “magici” “Osservate i bambini, vedrete che essi vivono al modo dei grandi mistici. Non ho mai visto un bambino aver paura della morte, una caratteristica che appartiene appunto ai grandi mistici. Guardate il volto di un bimbo al risveglio: la sua bocca si apre prima dei suoi occhi, egli si invola verso la vita con un sorriso”.

Ma non è facile lavorare con loro, bisogna conoscerli bene, saper entrare in empatia. Un bambino che lavora in un film non lo fa ne per i soldi ne per diventare famoso, “hanno bisogno solo del rispetto per i loro per i loro sentimenti interiori. Se non vogliono farlo nessuno è in grado di farli lavorare”.

Il bambino non segue la sceneggiatura del film che si sta girando, “bisogna usare sceneggiature molto semplici, fatte di tanti pezzetti, e come in un rosario ogni granello va attaccato all'altro. I frammenti di sceneggiatura compongono la storia complessiva”.

 Dietro un'apparente semplicità assoluta, Kiarostami è abituato a lavorare con il minimo dei mezzi disponibili, in un paese pieno di problemi come l'Iran. Riesce in modo straordinario a filmare frammenti di vita quotidiana e piccoli contrattempi del vivere, egli ingaggia soltanto attori non professionisti, in molti casi presi dalla strada, tanto che nelle sue opere troupe e gente del luogo finiscono per mescolarsi, diventando tutti attori, che recitano se stessi, tornando spesso sul set dove erano finite le scene del film precedente.

"Io cerco le realtà semplici, ma nascoste dietro le realtà apparenti. Al momento di fare un film io mi imbatto, a volte, in eventi e in relazioni che si svolgono al di fuori del mio tema principale, dietro la cinepresa, più interessanti e avvincenti del tema principale del film che si sta girando. Così avvincenti che mi viene voglia di voltare la cinepresa verso questi eventi"

E quello che lui spera che nel film entri in qualche modo anche lo spettatore “Se l’arte – dice – arriva a cambiare le cose e a proporre delle idee nuove, ci riesce esclusivamente grazie alla libera creatività di colui al quale si rivolge: lo spettatore”

Scrive Goffredo Fofi che il cinema, inteso come arte pura, ha in Kiarostami un regista cui affidarsi totalmente, in un'epoca sempre più dominata da criteri di commerciabilità, marketing e, fuor di metafora, imbecillità. Il suo cinema ha la semplicità e la schiettezza della poesia che solo un regista colto e ipersensibile, esperto come lui può realizzare.
postato da giuba47 alle ore 16:06 | link | commenti (25)
categorie: cinema, registi, kiarostami abbas
sabato, 19 aprile 2008

Uno spazio nella mente e nel cuore di qualcuno

Marisa_Sannia_2L’amicizia è avere uno spazio nella mente e nel cuore di qualcuno. Sapere che qualcuno ti pensa, si ricorda di te. Amico è chi porta dentro di sé qualcosa della tua vita, qualcosa che forse neanche tu ricordi più, ma è ancora vivo in lui.

Una volta ho incontrato una mia vecchia amica dei tempi del basket, lei era più giovane di me ed era entrata a giocare nella squadra di serie A per la prima volta. Era giovane ed emozionata. Quando mi ha rivista dopo tanti anni mi ha detto. Non dimenticherò mai come ti sei comportata con me. Cosa? Le ho chiesto un po’ timorosa di averle fatto uno sgarbo magari in modo inconsapevole. Mi hai prestato le scarpe da ginnastica. Come ti ho prestato le scarpe? Sì, ero tanto emozionata di essere lì ad allenarmi con voi così brave, che le avevo dimenticate a casa. Ero disperata, era il primo giorno che mi sarei presentata davanti a tutti, all’allenatore, alle ragazze… Che cosa avrebbero pensato di me? Tu ti sei tolte le tue (avevamo lo stesso numero) e me le hai date. Poi sei salita in palestra dall’allenatore, gli hai detto che non ti sentivi tanto bene e ci hai guardato giocare in panchina.

No davvero, non ricordavo questo episodio, ma mi ha fatto un gran piacere che lei non l’avesse dimenticato. E’ un esempio di come una piccola cosa, apparentemente insignificante entri nel cuore dell’altro e prenda dimora per sempre.

Tutti lasciamo segni sugli altri senza rendercene conto e questi segni, che si accumulano nella mappa della nostra vita in un intricato labirinto, possono fare, uno sull’altro, la differenza. Forse non ne siamo consapevoli, ma è un grosso sbaglio. Se ne prendessimo coscienza anche la nostra vita acquisterebbe più significato, più senso, anche le nostre giornate, apparentemente, solo apparentemente, tutte uguali acquisterebbero coloro e forme sempre diverse.

Quando muore qualcuno a cui vuoi bene,  ne prendi forse coscienza, i segni riemergono più evidenti, quello che ti hanno lasciato diventa parte della tua storia.
Il giorno che ascoltavo e mi arrabbiavo di fronte  ai risultati delle elezioni, mi hanno telefonato annunciandomi la morte di Marisa Sannia.
Ed è stato come se il mondo si fosse fermato. Tutto è diventato silenzio. Poi emergevano ad una ad una le piccole cose, le ultime parole scambiate con lei pochi giorni prima, i ricordi più vicini e più lontani… tutta l’eredità che la nostra amicizia ci aveva regalato e che io avrei avuto io la responsabilità di mettere a frutto da quel giorno in poi. Questo per me era davvero importante, più importante di tutto. Questo era quello che potevo davvero fare.

Oggi devo dire grazie a voi che siete intervenuti nel mio blog. Mi sto accorgendo ogni giorno che passa che qui non comunico solo per gioco, che qui comincio a conoscere persone che mi aprono il loro cuore e la loro mente, che non passano solo per lasciare un link, ma per dirmi qualcosa, qualcosa che mi arricchisce e che, a spesso, mi aiuta. Non è uno spazio solo virtuale, fittizio ed i giovanissimi lo sanno forse più di noi. Può essere uno spazio vero.
Forse sono io che vedo così le cose, forse qualcuno sorriderà di questo mio modo di affacciarmi su questa finestra “virtuale”, forse… Non importa, anche qui ognuno è diverso.
E con questo non dico che io trovo rifugio nel blog perché mi mancano amici nella vita al di là dello schermo. No, grazie al cielo non mi mancano. Voglio dire che anche qui io ne ho, anche qui c’è scambio. Io ricevo da voi e spero di dare qualcosa.

 Ringrazio tutti ed in particolare chi ha voluto scrivere qualcosa su Marisa nel suo blog, perché non sia ricordata solo dai giornali, ma da chi in qualche modo l’ha apprezzata come cantante ma anche come persona: cosa che so con sicurezza avrebbe gradito molto. So che avrebbe voluto che di lei si conoscesse non solo quello a cui la televisione ha dato risalto, ma anche le altre opere di cui vi ho accennato nei precedenti post e di cui vi parlerò più diffusamente più in là. Insomma la Marisa di oggi che anche se non appariva più sui teleschermi stava lavorando e impegnandosi su ciò che amava.

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giovedì, 17 aprile 2008

Il disegno che tracciamo...

"Le persone non muoiono, restano incantate”, scrive Joao Guimaraes Rosa, autore de Il grande Sertao, dotate, cioè, di qualcosa di magico. Si rimane aggrappati al loro ricordo, si spera che ci continuino a parlare, li si chiama, li si interroga… ma di là risuona un silenzio assordante. E ti chiedi che senso ha tutto questo, che senso ha la vita…

La separazione duole troppo. Scava, lascia solchi profondi.
Marisa se n’è andata lasciandomi parole dolci, di affetto che mi riaffiorano alla mente e che mi aiutano a sentirla ancora viva dentro di me.

E la sua musica, quella che vive al si là del suo corpo e della sua fisicità. Non c’è, ma c’è e la sua musica è davvero magica.
Karen Blixen, nella Mia Africa, racconta una storia che le veniva narrata da bambina:

“una notte, un uomo che viveva nei pressi di uno stagno viene risvegliato da un terribile fragore: è l'argine che sta cedendo. Si precipita a tappare la falla correndo di qua e di là e, quando ha finito, se ne torna a letto. Al mattino, affacciandosi alla finestra, vede che i suoi passi disordinati hanno creato sul terreno il disegno di una cicogna. O per meglio dire la bellissima immagine di una cicogna tracciata sul terreno dal suo arrancare affannato e scomposto nel buio.

"Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno, una cicogna?" si chiede la Blixen.

 Marisa ha terminato il suo disegno. Un disegno ricercato e perseguito con tenacia: il “suo disegno”, tracciato dalla sua musica, dalle sue ricerche, dal suo impegno con la vita e per chi amava che mai ha sacrificato alla carriera. Io mi esprimo con la musica” mi diceva sempre…

La ricorderemo per la sua semplicità e profondità, per aver sempre creduto fortemente in quello che faceva, per non avere mai amato successo e fama fine a se stessi, per non aver mai ceduto alla leggerezza e vacuità di questo tempo.  “La vita mi ha dato tanto, non poteva darmi di più ed io so che tanta troppa gente non ha avuto neanche una minima parte di quello che ho avuto io” Questa era una delle sue solide consapevolezze.

Lei oggi vorrebbe essere ricordata anche per ciò che non l’ha resa famosa e per ciò i mass media hanno disdegnato: l'amore per la poesia, la maturità, lo studio continuo e la riscoperta delle radici linguistiche sarde. Questa ricerca l’ha portata agli inizi degli anni Novanta ad accostarsi ad alcuni poeti sardi come Antonio Casula, Francesco Masala e Antonio Canu, sui testi dei quali elaborò e compose melodie che diedero vita a lavori splendidi come Sa oghe de su entu e de su mare (1993), Melagranada (1997) e Nanas e janas (2003) caratterizzati anche dagli splendidi arrangiamenti di Marco Piras e dalla collaborazione artistica di Maria Lai.

……Questa lingua antica ma familiare, radicata nel profondo dell’anima, mi affascina e mi intimorisce, solo cantando riesco a vincere il pudore e a liberare emozioni…..

“…Incantata da questi versi semplici, pieni di sentimento, di voglia di libertà, di solitudine, ho provato a musicarli per poterli cantare…”

E poi Federico Garcia Lorca. Negli ultimi tre anni della sua vita Marisa ha dedicato tutto il suo tempo allo studio e alla metrica del grande autore andaluso lasciandoci in eredità un toccante lavoro di canzoni originali cantate in spagnolo che saranno pubblicate in Rosa de papel, un album postumo (curato graficamente da lei fino all'ultimo dettaglio), e che ha avuto un'anteprima la scorsa estate al Malborghetto Roma.

Ma il CD era solo una parte del progetto, perché su Garcia Lorca aveva preparato uno spettacolo teatrale. Ricordo la gioia dei suoi occhi quando me ne parlava e quando mi raccontava le prove che stava facendo e che solo la malattia hanno interrotto.

Voglio ricordare anche l’ultimo concerto di Marisa che ha tenuto al festival «Mille e un nuraghe» di Perfugas, in provincia di Sassari.

«Avevamo voluto fortemente che Marisa partecipasse alla nostra rassegna - spiega il direttore artistico Enedina Sanna - perché sapevamo che questo suo spettacolo, intitolato 'Melagranada', era davvero coinvolgente. E così è stato. Ricordo gli applausi a scena aperta e le belle parole che dedicò alla poesia sarda dopo aver interpretato i versi di artisti come Francesco Masala o Antioco Casula, più noto come Montanaru».

Io mi illudo che il mio pensiero possa arrivare come le foglie che cadono dall'albero spinte da un vento delicato e chiaro.

postato da giuba47 alle ore 20:12 | link | commenti (49)
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