Pensare in un'altra luce

"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate? In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga
lunedì, 31 marzo 2008

Sport ieri, sport oggi

PallacanestroLo sport dovrebbe ritrovare i suoi valori… Nella realtà non ne ha più. Io sono stata nazionale di pallacanestro e so che indossare la maglia azzurra voleva dire avere una grande responsabilità. Il nostro comportamento doveva essere d’esempio per tutti perché non eravamo considerate solo delle brave atlete che potevano far vincere o perdere, ma anche delle persone che rappresentavano all’estero il nostro paese, che davano un’immagine di chi erano gli italiani. Dovevamo essere educate, gentili, lasciare in ordine la stanza e così via… E se qualcuna non  teneva un comportamento adeguato era subito squalificata anche se era la giocatrice migliore.

Forse c’erano degli eccessi, ma il principio era giusto. Oggi sono tutte altre le regole se regole esistono.

E poi il gioco di squadra… Saper passare la palla ad un’altra che va a canestro e segna, era una gran lezione di vita… E ci si abbracciava davvero, per la gioia, perché tutti avevano partecipato al successo.

Una delle mie migliori amiche è diventata una ragazza cecoslovacca che ha battuto senza pietà la mia squadra ai campionati europei.. Eravamo, comunque, amiche perché c’era correttezza anche nel gioco e non prevaricazione a tutti i costi.

I tifosi c’erano, ti seguivano e mentre correvi sentivi il tuo nome urlato e scandito dalle tribune ed eri felice, ti dava forza, coraggio, ma difficilmente volavano insulti nei confronti degli altri, o tanto meno si picchiavano. Sapevano che noi per prime non avremmo gradito.

Oggi non è più sport… non si impara più nulla di buono da una competizione sportiva… lo sport è denaro. Eppure noi per primi non boicottiamo il calcio anche se sappiamo tutti cosa è diventato… Mi chiedo perché, e se lo chiede una sportiva non solo una tifosa. Una che per tanti anni ha fatto dello sport una ragione di vita.

Sento parlare al bar la gente e sembra che la partita l’abbiano giocata loro. “Sono sportivo” dicono, “che sport pratichi?”… “sono tifoso di….” Questo è lo sport e non c’è più da stupirsi se succede quello che succede.

Oggi vogliamo boicottare le olimpiadi per il Tibet, ma non ci ricordiamo che lo sport è un affare e gli affari non si toccano… Cominciamo da casa nostra… Non guardiamole, spegniamo la televisione, ma facciamolo anche quando c’è una partita di calcio. Dobbiamo far capire che uno sport così, in tanti non lo vogliamo più e non lo seguiamo più. Non si può amare uno sport che tollera morti, risse, insulti e razzismo. Non calpestiamo anche noi certi principi.

Ecco cosa si dice oggi su La Repubblica a proposito di quel ragazzo finito sotto un pullman

L'autista - secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti - ha percepito una situazione di pericolo e si è praticamente dato alla fuga per evitare ulteriori problemi per i passeggeri e il pullman. La dimostrazione della 'criticità' della situazione sarebbe confermata dal fatto che sul pullman non sono riusciti a risalire tre o quattro tifosi juventini che erano ancora nei bagni dell'area di servizio. Il magistrato ha confermato che l'inchiesta è ancora in corso e che si stanno sentendo testimoni estranei alle due tifoserie.

Per questa criticità quel ragazzo è morto…

(quella era la mia squadra... in mezzo ci sono io a 17 anni)

postato da giuba47 alle ore 19:46 | link | commenti (60)
categorie: sport, calcio
domenica, 30 marzo 2008

Aiutate i tibetani...

olimpia_fiaccola_NPer tutta la durata dei giochi olimpici venivano sospese le guerre in tutta la Grecia. Questa tregua era chiamata Ekecheiria. Un periodo sacro durante il quale dovevano essere abbassate le armi e salvaguardata la vita di chi si recava a Olimpia per gareggiare o per assistere alle gare...
La Carta Olimpica al punto tre dei principi fondamentali afferma:

Lo scopo dell'Olimpismo è di mettere ovunque lo sport al servizio dello sviluppo armonico
dell'uomo, per favorire l’avvento di una società pacifica, impegnata a difendere la dignità
umana. Con tale proposito, il Movimento Olimpico svolge, solo e in collaborazione con altri

organismi e nell'ambito delle proprie possibilità, azioni volte a favorire la pace

Cosa sta invece succedendo? Oggi è avvenuta la consegna della fiamma olimpica dalle autorità elleniche a quelle cinesi. Davanti allo stadio Panathinaikos numerosi dimostranti hanno cercato di distendere uno striscione di protesta. Sfidando uno spiegamento di forze di sicurezza senza precedenti, circa ventimila agenti in assetto anti-sommossa.
Lo stadio Panathinaikos è lo stesso che ha visto nascere la prima Olimpiade dell'era moderna nel 1896. Fuori dall'impianto sportivo i manifestanti per i diritti umani hanno intonato slogan anti-cinesi e cercato di stendere uno striscione di denuncia della repressione in corso nella regione himalayana. Dodici persone sono state fermate ed arrestate
Sabato, quando la fiaccola olkimpica è arrivata nell'Acropoli, è stata accolta da un'altra contestazione. In quel caso, le autorità greche hanno addirittura vietato ai giornalisti l'ingresso nell'area archeologica.

Ieri i ministri degli Esteri degli Stati dell'Unione hanno escluso qualsiasi ipotesi di sanzioni economiche o di boicottaggio dei Giochi Olimpici e si sono limitati a lanciare un appello a Pechino per un "dialogo costruttivo" con i manifestanti tibetani.. Questa dichiarazione è bastata a irritare la Cina. Un portavoce del ministero degli Esteri cinese, Jiang Yu, ha espresso il "forte malcontento" del suo governo rispetto all'atteggiamento assunto dall’Europa.
"Il Tibet è un affare completamente interno della Cina. Nessun Paese straniero o organizzazione internazionale ha il diritto di interferire al riguardo"
questa è stata la sua lapidaria dichiarazione.

La fiaccola rischia, dunque, di diventare motivo di discordia: è infatti seguita dalle proteste degli attivisti per i diritti umani. Chiedono di boicottare le Olimpiadi organizzate da Pechino in risposta alla repressione cinese in Tibet. Oggi stesso un gruppo di tibetani in esilio in India ha acceso a Nuova Deli una simbolica fiaccola dell'indipendenza.

Quella olimpica invece sarà domani a Pechino e da lì comincerà il suo giro intorno al mondo: 137.000 chilometri in 130 giorni. Per tornare a Pechino l'8 agosto e dare il via alle competizioni.

Il Dalai Lama, intanto, ha chiesto aiuto “Per favore”, ha detto “aiutate i tibetani a risolvere la crisi nella regione” aggravatasi dopo la violenta repressione delle proteste contro la Cina. “Non abbiamo altro in nostro potere che giustizia, verità, sincerità... Questo è il motivo per cui chiedo alla comunità internazionale, per favore, aiutateci”, ha detto l’immagine-simbolo del buddismo nel mondo, che era a New Delhi, per un incontro di meditazione.

«Sono qui inerme, posso solo pregare».

Noi possiamo continuare a mantenere viva la fiaccola dei diritti e della dignità dell’uomo contro la prepotenza e l’arroganza dei più forti o di chi si ritiene tale.

Rimando agli altri post che trovate sotto il tag Tibet.

postato da giuba47 alle ore 19:27 | link | commenti (22)
categorie: sport, tibet, olimpiadi
venerdì, 28 marzo 2008

Ironia

vauro150208Mancare di ironia equivale a rimanere attaccati "alla propria piccola individualità"; a non saper cogliere l'allusione continua al fuori campo, al fuori cornice, all'altro lato o a ciò che rimane nelle pieghe del discorso, con cui l'ironia, simile a una salutare scossa, sa invece creare legami inediti e impensati.

Dice infatti la filosofa Maria Zambrano: "La vita umana è di per sé ironica; dove inizia l'umano comincia l'ironia; e quanto maggiore è il processo "di umanizzazione tanto più lo è il gioco di specchi fra l'essere e il  non essere".

E’ con ironia che bisognerebbe guardare la politica oggi. Berlusconi, infatti, scopre dopo 15 mesi che Alitalia è in vendita, Fini oggi milita in quel partito che aveva definito le “comiche finali” di Berlusconi, Casini, che vuole rappresentare la vera ex-Dc,  nello stesso tempo si spaccia come “la vera novità”. Forse è per questo che si parla molto di “discontinuità” e quasi mai di cambiamento… A noi capire il significato di questa parola. E che dire della faccia di Berlusconi che dopo cinque candidature e 71 anni suonati accusa l’avversario di 52 anni di rappresentare il vecchio…

Ci credono scemi o lo siamo davvero?  Senza ironia però  continuo a dire che mi è insopportabile che certi soggetti tornino al governo... Al solo pensarci il senso dell'umorismo svanisce. Temo che ci rimarranno solo le battute di Berlusconi per ridere...

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categorie: politica, ironia, vauro, zambrano maria
mercoledì, 26 marzo 2008

Fuoco amico

Yehoshua_fuoco_amico_specialeHo da poco letto Fuoco amico di Abraham Yehoshua. In un intersecarsi di voci e personaggi il libro racconta otto giorni nella vita di una famiglia di Tel Aviv. Non giorni qualsiasi, ma gli otto giorni della festa di Hanukkah, la festa delle luci, in cui ogni giorno si accende al tramonto una candela.

Dopo trent'anni di unione coniugale, Daniela e Amotz si separano. Daniela ha perso la sorella  e va in Africa a trovare il cognato Yirmiyahu, nel tentativo di rivivere con lui quel lutto che le è sembrato sinora attutito dalla lontananza. Ma il cognato non è più l'uomo che lei conosceva, sulla sua vita pesa un'altra morte inaccettabile. Quella del figlio Eyal rimasto ucciso dal "fuoco amico" di un suo commilitone, durante un appostamento in un villaggio palestinese. L'assurdità di questa morte provoca in Yirmiyahu un inspiegabile rifiuto totale di Israele e della "israelianità".

 In Africa - spiega alla cognata - non c'è una memoria che incombe sul presente e lo schiaccia, a nessuno preme decidere chi è ebreo, israeliano o magari cananeo, se Israele è uno stato più democratico o più ebraico, se ha ancora qualche speranza di sopravvivere, o se è arrivato al capolinea». In Africa, si vive e basta, e lui vuole vivere la vita che gli resta.
Yirmiyahu non vuole liberarsi solo del suo passato, ma affrancarsi dalla storia, dalla lingua, dall’identità israeliana.

Per l’uomo l’Africa è soprattutto un vuoto: niente sinagoghe, né tracce o memorie del passato. “Qui non ci sono antiche sepolcri né pavimenti di sinagoghe in rovina; non ci sono musei con i resti di una parochet bruciata né testimonianze di pogrom o dell’Olocausto; non c’è diaspora né dispersione; non ci sono reminescenze di un’epoca d’oro né c’è mai stata una comunità ebraica che abbia contribuito ad arricchire la cultura mondiale”. Prima, però, di decidere di allontanarsi dal suo paese e dalla sua gente, vuole  conoscere l'esatta dinamica dell'uccisione di Eyal. E nelle sue indagini gli capiterà di parlare con una ragazza palestinese che gli chiedrà:

«Che è venuto a fare ancora qui? – mi domandava. – Cosa cerca un uomo, di notte, da chi lo odia? Perché importuna e spaventa mio padre? Che mostri pietà per suo figlio? Perché dovrei mostrare pietà per un soldato che si introduce a forza in un luogo che non gli appartiene, che non gliene importa niente di noi, chi siamo e cosa siamo, occupa il tetto di una famiglia per tendere un agguato a uno di noi e pensa che se ci farà un favore, se lascerà un secchio pulito e cancellerà i segni della sua paura, noi gli perdoneremo l´offesa, l´umiliazione?»

A quell'ostinato padre, distrutto dal dolore, non concede indulgenza, e racconta dell'esasperazione degli arabi, della loro rabbia per il rifiuto degli ebrei di integrarsi con loro. «Che cosa ci rimane da fare? - gli chiede -. Odiarvi, e pregare che arrivi il momento che ve ne andiate. Questa non sarà mai la vostra patria se non saprete mescolarvi a tutto ciò che vi si trova». Quelle parole toccano Yirmiyahu, non lo convincono ma lo fanno riflettere, non le liquida come le farneticazioni di una futura kamikaze.
Quelle parole pongono la questione che Israele affronta ogni giorno, di come vivere senza che la propria esistenza sia solo il frutto di un rapporto di forza.

“Ho la sensazione – dice lo scrittore - che questo senso di nausea di Yirmiyahu, che ho iniziato ad analizzare grazie al suo personaggio, stia crescendo molto in Israele. La gente è stanca, non guarda più il tg. Il destino ebraico, l'Olocausto, le guerre in Israele, la striscia di Gaza ...: è un peso troppo grande. Siamo un popolo al quale la storia non ha mai concesso un periodo di pace, mai abbiamo vissuto in armonia col mondo. La gente sta cominciando a credere che ciò non finirà mai'

Ed è la stanchezza che prova egli stesso, il desiderio che sente a volte anche lui, di liberarsi di una storia tanto complessa e tanto difficile: il desiderio di essere un uomo come tutti gli altri, in un paese dove si possa vivere in pace.

Yehoshua dice spesso che la sua grande è la famiglia. In particolare, il mistero dell’amore coniugale4, con le sue ossessioni e i suoi cedimenti - ma anche con il segreto della sua tenacia. Il matrimonio di Daniela e Yaari dura da trent’anni, ma quando lei parte per l’Africa per andare a trovare il vedovo della sorella, tutto sembra sussultare. Anche le certezze apparentemente assodate. Il segreto perchè unmatrimonio duri, dice lo scrittore ” è conservare la condizione di parità. Negli anni uno dei due coniugi tende a diventare più forte, e l’altro a cedere a questa superiorità. Niente di più rischioso: i due devono continuare a funzionare ognuno per sé, nel rispetto dell’altro. Quello del matrimonio è un equilibrio delicatissimo, la parità è una condizione. E mai dare per scontato nulla, anche dopo 40 anni insieme: la noia irrompe nel matrimonio se il partner diventa così prevedibile che si indovina cosa farà, dirà. La condivisione d’un mondo culturale può costruire un territorio d’intesa che resiste al tempo. Avere nuovi progetti insieme, come la ristrutturazione d’un bagno, impedisce di cader nella ripetitività. Il matrimonio è un duetto musicale (è il sottotitolo di Fuoco amico): ciascun coniuge canta la sua parte”.

La letteratura ti aiuta a guardare dentro ai problemi con tutte le tue sfaccettature e sfumature.

Yehoshua, Oz, Grossman sono amici e da tempo si battono per una soluzione pacifica della questione mediorientale, per il riconoscimento dei due stati.
Per Yehoshua è importante che la letteratura presti attenzione a questioni morali perché “ha gli strumenti per fornirci nuove prospettive sulla moralità (…) Si potrebbe dire che ogni racconto e' un viaggio che agisce sul protagonista rendendolo diverso dal punto di partenza, un viaggio che rende diverso anche il lettore, mostrandogli possibilita' che non aveva mai preso in considerazione prima

"Ma la cosa più importante per me e' suscitare curiosità morali. le opere letterarie possano servire come laboratorio di dilemmi morali. La nostra esperienza di vita e' comunque limitata e la letteratura ci consente di fare degli esperimenti morali contribuendo così  all'affinarsi della nostra sensibilità morale”. E di sensibilità morale oggi abbiamo tutti bisogno.

postato da giuba47 alle ore 21:08 | link | commenti (36)
categorie: israele, libertĂ , yehoshua abraham
martedì, 25 marzo 2008

Iraq, una guerra che sembra non aver mai fine...

SoldatoSfinitoBush con i suoi delfini Cheney e Rumsfeld avevano promesso all'America una guerra lampo in Iraq e un’accoglienza trionfale da parte degli iracheni . Saddam Hussein sarebbe stato sconfitto, all’Iraq sarebbe stata donata la “democrazia”. Sembrava il racconto di una favola dove il buono sconfiggeva il cattivo e vissero tutti contenti…
In realtà sono passati cinque anni. Cinque lunghissimi anni di massacri. Cinque anni di violazione di ogni convenzione possibile. Cinque anni di lutti e distruzioni. Una guerra che sembra nessuno sia più ormai in grado di controllare.

A quattro anni dall'inizio sono 30.000 gli invalidi e un numero ancora maggiore di malati psichici. Il080319feritiiraq3 numero di morti tra le file dell'esercito americano supera quota 4000. Gli ultimi 4 soldati sono morti a Bagdad, nell'esplosione di una bomba.
Secondo un conteggio tenuto dall’Associated Press, il 44% dei militari americani ha perso la vita per esplosioni, mentre il 97% delle vittime americane ha perso la vita dopo il 1. maggio 2003, giorno in cui il presidente George W. Bush dichiarò chiusa la fase più difficile e pericolosa della guerra. E nel giorno in cui viene reso noto il tragico bilancio della guerra irachena, il numero due di Al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, in un nuovo nastro audio, invita i musulmani a colpire gli interessi israeliani e americani per vendicare l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.

E nonostante queste cifre ostenta sicurezza e buonumore David Petraeus, comandante in capo delle forze Usa. "La situazione migliora rispetto a pochi mesi fa. Abbiamo dei momenti difficili, è vero, ma la sicurezza in Iraq si sta lentamente rafforzando. Al Congresso dirò che la strada che abbiamo preso è quella giusta. Ed è la sola possibile. È presto per parlare di vittoria ma, continuando così, ci arriveremo"
E già qualche ex ministri di destra in Italia hanno pensato ad un possibile ritorno in Iraq e di fronte a questa proposta il generale dice: “non esiste un comandante militare nella storia che non darebbe il benvenuto a più soldi o più truppe".

E non dimentichiamolo il presidente si sente accanto ad ognuno dei morti ed è addolorato per le loro famiglie...

Ma non ci sono solo perdide umane, ma anche economiche: 3000 miliardi di dollari entro il 2017. E' questa la stima dei costi della guerra in Iraq, calcolata dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz e contenuta nel libro “The three trillion dollar war”, scritto insieme alla docente di Harvard Linda Bilmes. E.i costi del conflitto voluto dall’amministrazione Bush sono in continua crescita. Secondo gli autori, il conflitto in Iraq costerà complessivamente almeno 3000 miliardi di dollari entro il 2017 là dove il “Gao”, (Governement Accountability Office) stima, per lo stesso periodo, una spesa tra i 1200 e 1700 miliardi di dollari al mese. Stigliz e Bilmes notano che un terzo del denaro impiegato quest’anno sarebbe bastato a costruire otto milioni di case, reclutare 15 milioni di docenti, curare 530 milioni di bambini, elargire borse di studio per 43 milioni di studenti.

E tutto questo per cosa? Non parliamo delle bugie dette ad hoc (le armi di distruzioni di massa, l’esportare democrazia). Se è stata una guerra per le risorse, cosa più probabile, è una guerra persa.
"Il petrolio, dopo l'invasione dell'Iraq, scenderà sotto i 40 dollari al barile", dicevano le marionette che si fan passare per esperti economici. Oggi il petrolio costa 105.5 dollari al barile. E prima che il greggio iracheno possa tornare sotto il controllo occidentale, passeranno altri anni.

In compenso, nel nome di questa guerra, nel mondo adesso si può torturare, la violenza fisica e verbale, è diventata il linguaggio quotidiano con cui è lecito e a volte persino giusto esprimersi.

Decisamente molto più numerose di quelle militari americane sono le vittime civili irachene: spesso invisibili anch'esse, sono soprattutto morti dimenticati, visto che nessuno ne ha tenuto il macabro catalogo, e le stime oscillano tra 82mila (secondo le stime del sito iraqbodycount) e oltre un milione di vittime. La rivista medica britannica The Lancet ha pubblicato qualche tempo fa uno studio dal quale risulta che i morti civili associati alla guerra sono stati almeno 100mila tra il 2003 e il 2004. Un numero che oggi potrebbe essere moltiplicato per tre o quattro se gli assunti dell'articolo restano validi. Ma di loro poco si occupano nè si vuole sapere più di tanto...

Cinque anni di guerra in Iraq hano prodotto quasi cinque milioni di profughi.

I profughi del conflitto iracheno chiedono aiuto ed Europa e Stati Uniti chiudono loro le porte. Sonoprofughiiracheni lettera morta le promesse fatte ormai tre anni or sono (con tanto di raccomandazioni dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) da parte di Unione Europea, governo statunitense e britannico, di tutelarli, accoglierli, di sostenere la loro causa. Anzi.
Improvvisamente l’Iraq è diventato un paese sicuro da consentire il ritorno a casa, così ha dichiarato Gordon Brown, e difficilmente oggi si dà il diritto da asilo…

Sì, il soldato fotografato è sfinito...(fotografia di  nessuno ne può più della guerra, soprattutto chi ci è in mezo e chi la fa... Chi comanda sembra non avere più limiti. Un appello dei reduci raccomanda ai prpri compagni-soldato:
"Quando vi arriverà l'ordine di partire, ricordate che la vostra risposta avrà un forte impatto sulle vite di milioni di persone del Medio Oriente e anche del nostro Paese. La vostra risposta aiuterà a cambiare il corso del nostro futuro. Avrete altre scelte da fare sul vostro cammino. I vostri comandanti vogliono che voi obbediate. Noi vi spingiamo a riflettere".

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categorie: iraq, guerra
domenica, 23 marzo 2008

In questo mondo libero di Ken Loach

w"Voglio raccontare il modo in cui questi personaggi si comportano, che è poi il modo in cui la società vuole che ci comportiamo”. E’ così che parla Ken Loach in un’intervista e aggiunge:
E“Il cinema sarà sempre importante. Non è un movimento politico ma pone domande e questioni, è più complesso della propaganda perchè deve offrire qualcosa di più, costruire una sua storia attraverso un lavoro collettivo per evitare la bidimensionalità".
E riferendosi al suo ultimo film “In questo mondo libero" ci dice:
Abbiamo pensato che questa volta sarebbe stato interessante rivolgere lo sguardo ai comportamenti e alla mentalità degli sfruttatori invece che a quella degli sfruttati, come spesso avviene nei film".

Il film racconta la storia di Angie, giovane impiegata in un ufficio di collocamento per extracomunitari. Angie è una ambiziosa giovane donna piena di vitalità. La sua è una vita intessuta di difficoltà a cui però reagisce per dimostrare ciò che vale e riscattare il suo passato di perdente. Insieme alla sua amica, Rose, decide di aprire un'agenzia per la selezione del personale. Ben presto, però, dovrà fare i conti con una realtà molto dura, popolata da boss di strada, disoneste agenzie per l'impiego e immigrati alla disperata ricerca di lavoro.

Una società in cui anche una donna, che ha conosciuto sulla propria pelle lo sfruttamento erendercmsfield.jspe l’ingiustizia, una persona capace, intelligente e amabile, che ama divertirsi come tutte le donne della sua età, può ritrovarsi alla fine costretta a prendere determinate decisioni che pian piano la cambieranno profondamente.
Il regista vuole, cioè, mostrare fin dove il bisogno e l’ambizione possiamo cancellare l’umanità. All’inizio Angie è ancora capace di commuoversi e di aiutare chi vede nel bisogno più estremo, poi scivola sempre più in basso e impara la legge del più forte e che per essere tale deve non guardare più in faccia nesuno e non conoscere pietà.

rendercmsfield.jspSente che è una legge quasi necessaria a cui, se vuole vincere, non può sottrarsi. Alla fine chi ha l'occasione la sfrutta, senza porsi scrupoli, perché siamo in un mondo libero, e agiamo a nostro vantaggio. La sua amica Rosie non riuscirà a fare questa scelta e la lascerà sola, non l’approverà il padre che appartiene ad un mondo in cui tra lavoratori esisteva ancora la solidarietà.

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Non la si ama e non la si odia l'Angie di Loach, forse perché è troppo simile a noi: dopo essere
passata negli ultimi dieci anni da un lavoro all'altro è comprensibile la sua paura di arrivare alla vecchiaia senza un soldo, e la sua determinazione a non fare questa fine. Agisce per il suo bene e per quello dei suoi cari, sembra quesi non poter fare diversamente.  “Mors tua vitae mea”  è il suo motto senza nessun pentimento e diventa una truffatrice ai danni dei lavoratori, che comincia a reclutare ogni giorno «in nero», speculando sulla loro disperazione e seguendo cinicamente le regole del profitto. Alla fine anche il suo più caro amico, un immigrato polacco la abbandona per tornare a casa e le dice: "Ricordati non siamo schiavi"

Non è verso cui punta il dito il regista ma la società e le sue logiche: il lavoro saltuario, a termine e flessibile nel mondo della "deregulation" e della globalizzazione.  Il sistema delle agenzie di reclutamento, l'uso degli appalti, fornitori esterni, lunghe catene di contratti a termine nasconde e facilita una nuova forma invisibile di schiavismo in cui sono puniti per legge i lavoratori, costretti a chinare la testa a bocca chiusa, non chi li sfrutta.

Duro e spietatamente realista, la pellicola di Ken Loach fa riflettere sul marcio di un sistema che porta solo dolori e sofferenze per troppe persone, che riduce a pure merci da vendere: .“Quanti operai vuoi? 45 ucraini....” Uno sguardo lucido e mai consolatorio sul deserto dei valori che l’applicazione di un liberismo senza regole ha creato in questi anni. Il mondo libero del titolo rimanda ad una realtà in cui è lecito varcare ogni limite dell’etica e della moralità in nome del profitto.

loach_1Secondo Loach la vita vera è molto peggio di quella che appare nel film “E’ impossibile raccontare la realtà attraverso le immagini. Quello che succede nella realtà è così estremo da non poter essere utilizzato in un film, è troppo eccessivo”.
"Abbiamo fatto una ricerca prima di scrivere il film e abbiamo sentito storie incredibili"

Loach racconta come il cambiamento della  società sia visibile ad occhio nudo: basta attraversare una qualsiasi autostrada inglese, dove la campagna assomiglia sempre più ad un unico grande magazzino, con un susseguirsi di fabbricati e capannoni in cui la gente lavora a ritmi disumani.

Ecco che la gente che lavora nel capannoni, nel depositi e nei supermercati, per lo più con lavoro a termine, è ormai il cuore di questa enorme trasformazione che si sta verificando nel mondo dell'occupazione. “L’ipocrisia sta nel fatto che sentiamo i politici parlare continuamente di difendere la famiglia, ma come lo si può fare se non si da neanche la possibilità di crearne una o di mantenerla?”
Ma nonostante tutto il regista non si dichiara pessimista: “Se continuo a fare film come questo, significa che non sono disperato, credo ancora che qualcosa si possa fare. E non solo nel mio paese".

Molti sono convinti che questa situazione sia ineluttabile e che non esista un'alternativa. Non è vero: c'è sempre un'altra maniera possibile per fare le cose. E' fondamentale che non permettiamo a questa gente di convincerci che questa politica è ispirata da una forza della natura. (...) Quando hai una diseguaglianza tanto plateale, non puoi fare altro che sfidarla. Non possiamo accettare questo sistema di cose e dobbiamo fare qualcosa.

 Quello che accade nel mondo non è mai inciso nella pietra. Può essere modificato. Cambiare sta a noi e alle nostre scelte di esseri umani. (...)Dobbiamo ribellarci ad un mondo dove le condizioni di alcune persone come noi sono peggiori di quelle dell'Inghilterra di Dickens di fine Ottocento. Mi vergogno a pensare che la situazione del Bangladesh di oggi sia peggiore di quella della Manchester del 1880. Essere ottimisti è un dovere, perché dobbiamo rifiutare un mondo dove succedono cose del genere".

Per cercare l’attrice adatta ad impersonare Angie ci sono voluti 4 mesi di audizioni, in cui molte attrici sono state viste e riviste, hanno improvvisato e sono state riprese per verificarne la fotogenia. Trovare l’attrice giusta era essenziale per il film. E’ stata l’occasione per Kierston Wareing, 31 anni, :
“Prima di questo film avevo deciso di cambiare strada, e quindi stavo studiando per diventare segretaria di uno studio legale, anche se la recitazione è sempre stata la mia grande passione. Ma dopo dieci anni di sogni infranti, sentivo che non potevo più andare avanti così.. Anche stavolta temevo di restare delusa, invece il mio agente mi ha chiamato e mi ha detto, con voce falsamente contrita: “Mi dispiace dirtelo… ma hai ottenuto la parte!”. Non ho avuto alcuna reazione. Ero solo scioccata, e continuavo a chiedergli: “Sei sicuro?”

0907_jiulietelliskierstonwareingSeguendo il suo metodo di lavoro abituale, Loach non ha rivelato alla sua protagonista i momenti cruciali della trama, a volte fino al momento in cui venivano girati.
“Tutta questa segretezza è una cosa fantastica. Stavo sempre insieme a una delle costumiste, che sapeva tutto ma non diceva mai nulla
“Si impara di più con Ken Loach in sei settimane che in tre anni di scuola di recitazione. Al momento sto facendo moltissimi provini e ho appena finito di girare un altro film”.

Kierston Wareing e Juliet Ellis (Rose) hanno trascorso molto tempo in un’ agenzia di intermediazione professionale, per conoscere le modalità della gestione del lavoro all’interno di questi uffici. Parte del tempo era dedicato anche alla socializzazione fra gli attori di fuori del set.

Il film ha ottenuto  l'Osella d'oro per la migliore sceneggiatura di Paul Laverty.

postato da giuba47 alle ore 21:47 | link | commenti (22)
categorie: cinema, lavoro, immigrazione, ken loach
giovedì, 20 marzo 2008

Tenere il nostro lumicino sempre in vita

AccendinoE’ un popolo pacifico che sta lottando, che ha fatto della non-violenza la sua religione, un popolo che da decenni subisce aggressioni continue, ma non si arrende.

Vanno incontro inermi a feroci repressioni, sanno che non vinceranno. Ma sono lontani dalla nostra cultura che ci fa lottare solo nella speranza di ottenere successi.  Hanno una visione della vita tanto diversa da noi. Sanno che nessuno li aiuterà al di là di qualche proclama di forma che però difficilmente avrà seguito. Non sono ingenui.

Vogliono, però, essere presenti col loro messaggio più genuino, più bello e per me più condivisibile: si ribellano per farci sapere che ci sono ideali, speranze, modi di essere che vanno al di là di un successo materiale e misurabile…

Si lotta per affermare il valore della giustizia anche se siamo lontani dal realizzarla concretamente, per affermare l’amore sull’odio, la speranza sulla disperazione, la condivisione sull’egoismo.  Si lotta perchè, anche se minoritari  e più deboli, si esiste e si vuole esistere.  Si vuole essere presenza nel mondo.

La lotta e l’esserci hanno valore di per sé e la disillusione non porta da nessuna parte, il vivere per qualcosa che riteniamo giusto può dar senso alla nostra vita e accendere una luce fievole, ma non per questo inesistente.

Forse con questi occhi dobbiamo guardare ciò che sta capitando. E continuare a lottare per loro, ma anche per noi perché quella luce non si spenga mai. Mi vien da pensare agli uomini primitivi che catturavano il fuoco e poi lo mantenevano acceso nella consapevolezza del suo valore. Ecco forse è questo che anche noi dobbiamo fare… tenere il nostro lumicino sempre in vita.

Questo messaggio lo faccio mio ed è il mio augurio per la Pasqua anche se non sono religiosa…

Forse in questa chiave si possono capire le parole del Dalai Lama che cerca insistentemente il dialogo, che invoca la non violenza e il non boicottaggio delle olimpiadi. Così ha detto nel discorso in occasione del 49° anniversario della insurrezione nazionale tibetana:

“Fin dall’inizio, ho sostenuto l’idea che alla Cina fosse data l’opportunità di ospitare i Giochi. E poiché eventi di questo tipo, e in modo particolare le Olimpiadi, favoriscono il rispetto dei principi della libertà di parola, di espressione, di uguaglianza e amicizia, (…)  Senza dubbio, i Giochi Olimpici avranno un grande impatto sul modo di pensare del popolo cinese. La comunità internazionale dovrebbe quindi investire la propria energia collettiva nella ricerca delle modalità attraverso le quali garantire, nel modo migliore, cambiamenti positivi e continui all’interno della Cina, anche quando le Olimpiadi saranno concluse”.

Il Papa si è pronunciato, intanto, sul Tibet dicendo di seguire “con grande trepidazione” quanto sta accadendo in Tibet, di provare “tristezza e dolore davanti a tanta sofferenza” e lancia un appello per ricordare che “con la violenza non si risolvono i problemi ma solo si aggravano” e chiede che “Dio illumini le menti di tutti e dia a ciascuno il coraggio di scegliere la via del dialogo e della tolleranza”. Apprezzamento e “vera gratitudine” per le parole del Pontefice sono state espressi dal primo ministro del governo tibetano in esilio: il Papa, dice Samdhong Rinpoche, “ha rilanciato nel mondo il nostro dolore, e gliene siamo grati”.

A queste parole risponde  invece in modo durissimo Pechino a “cosiddetta tolleranza”, dice il portavoce del ministero degli Esteri, “non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo la legge”.
E conosciamo quali sono le leggi cinese e il loro rispetto dei diritti umani come ben ci documenta Amnesty International.

postato da giuba47 alle ore 13:52 | link | commenti (74)
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mercoledì, 19 marzo 2008

FioriFruttaBianchi2

Non è persona chi si separa dai suoi sentimenti, dalle sue emozioni, dalla compassione, dalla pietà, dalla tenerezza, dal desiderio di proteggere il più debole. Non è persona chi se ne separa per diventare “un duro”, un leader senza  paura, chi vuole anestetizzarsi dalla sofferenza.

Non sa relazionarsi chi non sa rispettare la contraddizione, la complessità, chi non sa immedesimarsi e comprendere le ragioni dell’altro, chi non sa guardare negli occhi chi soffre, chi conosce solo disperazione, chi chiede che gli venga restituita la propria dignità di uomo, chi fa del pregiudizio il proprio scudo.
Vive di illusioni chi crede di potersi comprare la felicità e chiuderla in una cassaforte perché non possa più scappare, chi crede di proteggersi dagli altri costruendo solo mura e barriere, chi crede di aver vinto perchè ha messo a tacere chi ha un pensiero diverso.

 
Un canto accompagna la mia vita, è un canto che conosce la forza della dolcezza, il coraggio della tenerezza, che mi accompagna quando attraverso il buio della notte, che mi infonde il coraggio del cambiamento e della trasformazione, che mi aiuta ad affrontare il vuoto perché  so che solo là dove si crea si dà la possibilità al nuovo di arrivare. E do spazio a parole nuove che ritrovino sentimenti dimenticati.

 

Una parola è morta

Quando è pronunciata,

così dice qualcuno.

Io dico invece

Che incomincia a vivere

Proprio quel giorno

Emily Dickinson

postato da giuba47 alle ore 12:08 | link | commenti (39)
categorie: pensieri
lunedì, 17 marzo 2008

Scaduto l'ultimatum imposto da Pechino ai rivoltosi

09katmandu3E’ scaduto l'ultimatum imposto da Pechino ai rivoltosi. La data fissata come ultimo termine per la resa era la mezzanotte locale, le 17 in Italia.

 Sono stati diffusi in tutta la città in rivolta i manifesti dove si specificano le "condizioni" per ottenere i benefici di legge per una "riduzione o contrattazione della pena" in caso di autoconsegna alle autorità entro la mezzanotte di oggi.
"Coloro che spontaneamente - recita il manifesto - si presenteranno alla polizia o agli uffici giudiziari prima della mezzanotte del 17 marzo saranno puniti leggermente o avranno una punizione attenuata; coloro che si consegneranno e riveleranno le attività di altri elementi criminali compiranno un atto meritorio e possono evitare la punizione. Gli elementi criminali che non si presentano in tempo saranno puniti severamente secondo legge".

E sappiamo già quali saranno le punizioni severe ce lo racconta sempre il monaco Palden Gyatso, incarcerato dai cinesi per 33 anni.

«Ogni anno decine e decine di prigionieri politici venivano condannati a morte per non essersi08katmandou2 "rieducati". Ho assistito ad alcune di queste condanne. I prigionieri venivano portati con un camion vicino alla prigione. Avevano al collo una tavoletta di legno con dei caratteri cinesi. Probabilmente c'era scritto il nome del condannato e il "crimine" commesso. I condannati venivano fatti inginocchiare di fronte a una fossa profonda un metro e mezzo. A scavarla erano stati gli stessi prigionieri del carcere. Il plotone di esecuzione faceva fuoco e i corpi, colpiti dai proiettili, cadevano direttamente nella fossa... Ma le cose, da allora, non sono molto cambiate. Oggi i dissidenti politici tibetani vengono giustiziati con un colpo di rivoltella alla nuca. Per riavere il loro corpo, i parenti della persona uccisa devono rimborsare alle autorità carcerarie il costo del proiettile».

Intanto, secondo fonti collegate alle organizzazioni in esilio ma anche in base a video e foto mostrate da diversi media internazionali, parte delle migliaia di poliziotti giunti a Lhasa di rinforzo hanno iniziato "un rastrellamento casa per casa", come ci ha detto un ministro del governo in esilio.

Siamo stanchi, davvero stanchi di appartenere ad un mondo rappresentato da uomini che hanno come unico loro riferimento il proprio tornaconto, le cosiddette ragioni di stato. Ma lo stato siamo anche noi e anche noi vogliamo farci sentire.

Un popolo è stato massacrato ed il massacro fisico e culturale continua e le reazioni quali sono?

Il papa ha condannato le guerre nel mondo ma non ha parlato del Tibet. Il Vaticano ha in corso un negoziato per riallacciare i rapporti diplomatici con Pechino; esita a prendere una posizione sul Tibet che potrebbe compromettere questo storico obiettivo. E poi ci viene a fare le prediche.

Ma mi chiedo anche dove sono i cattolici… dove sono le loro coscienze al di là dei giochi diplomatici dello Stato Vaticano…

Gli europei non sono da meno. Ricordiamo l'ultimo viaggio del Dalai Lama nel nostro continente. Salvo Angela Merkel, i governi europei evitarono di riceverlo. Non fece eccezione quello italiano, e neppure Benedetto XVI: tutti preoccupati di non irritare Pechino. La Repubblica popolare è diventata ormai il principale partner commerciale dell'Europa, scalzando gli Stati Uniti da un ruolo storico che avevano avuto per mezzo secolo.

Non parliamo poi degli Usa che hanno depennato la Cina dalla lista nera dei paesi che violano gravemente i diritti umani.

Da tempo stanno stracciando la dichiarazione dei diritti dell’uomo da molto tempo, noi la vogliamo, la dobbiamo  riscrivere. In tutto il mondo la gente si sta mobilitando...

Manifestazione per il Tibet: Roma, mercoledì 19 marzo, Campo de' fiori, ore 16,30 - 21

Per chi vuole firmare  la petizione contro le olimpiadi in Cina

postato da giuba47 alle ore 20:03 | link | commenti (22)
categorie: cina, tibet, rivolta
domenica, 16 marzo 2008

la “Marcia del ritorno in Tibet

ProtestaBisogna davvero informarsi, leggere e prendere tempo per farlo: è un nostro dovere civile. Conoscere cosa capita nel nostro paese, ma anche nel mondo. Abbiamo troppa fretta, lo dico da sempre. E a volte ci accontentiamo di fare qualche battuta, di prendere qualche iniziativa, ma spesso siamo troppo superficiali. Io per prima.  Ieri ho parlato della rivolta in Tibet, ma non avevo parlato di cosa sta intanto succedeno in India.

Davvero mi ha colpito molto quello che sta succedendo in Tibet, la tenacia dei monaci e della gente anche quando le speranza possono almeno sembrare meno di zero. Non si combatte solo per vincere, ma per esserci, per continuare a esserci.  Dovremmo smetterla di dire che siamo in un mondo  che fa schifo ed essere più attenti a chi schifo non fa, prendere ad esempio la loro tenacia....

Mi è capitato di leggere un intervista del giornalista Carlo Buldrini al monaco Palden Gyatso, incarcerato dai cinesi per 33 anni. Leggetela perché merita, perché bisogna ricordare di cosa è stata capace la Cina. Tutti abbiamo visto e siamo al corrente della situazione del Tibet, ma forse  sappiamo poco di quello che è successo e chi è al governo fa poco per ricordarcelo, anzi.

Il vecchio monaco dice: «Purtroppo, molti Paesi democratici sembrano oggi interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo oggi. Il rispetto dei diritti umani dovrebbe invece essere alla base di ogni attività economica»  Non c'è verità  più vera (passatemi la tautologia).

Chi è sopravvisuto alla repressione si è rifugiato in India e proprio in India il 10 marzo è iniziata una marcia, la “Marcia del ritorno in Tibet”. È partita da McLeod Ganj (Dharamsala), in India, ed è l’evento più importante del Tibetan People’s Uprising Movement, un movimento lanciato da quattro organizzazioni tibetane in esilio.

"La March To Tibet" è una marcia pacifica di ritorno verso il Tibet occupato dalla Cina che, partita da Dharamsala il 10 marzo, vorrebbe raggiungere il confine tra India e Tibet (Cina) e tenterà di entrare nel territorio occupato per raggiungere la capitale Lhasa.
La marcia attraverserà l’India per diversi mesi e conta di raggiungere il confine tra India e Tibet nel periodo in cui inizieranno i giochi olimpici a Pechino, per portare l’attenzione del Mondo sul dominio cinese in quella regione.
La marcia vuole ricordare il 10 marzo 1959 quando iniziò la rivolta contro la Cina che costò la vita a migliaia e migliaia di persone.

«Il nostro impegno a portare avanti una protesta non violenta è assoluto» ha detto Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress. Gli fa eco Tenzin Tsundue: «Dobbiamo capire una volta per tutte che la violenza, l’impugnare le armi, è un modo desueto per cercare di ottenere l’indipendenza. La nostra marcia costituirà una sorta di “sadhana”, un tributo spirituale a quella verità e a quella giustizia che ci ispirano nella nostra azione».

Sono stati, però, subito fermati dalla polizia indiana che li aspettava ad un bivio nei pressi del ponte Dehra, a una cinquantina di chilometri da Dharamsala. Si sono allora sdraiati per terra con le braccia intrecciate a formare un'unica catena intonando preghiere buddhiste.

Un centinaio di poliziotti hanno caricato cento monaci su quattro pullman e li hanno portati nel carcere di Java Mukti.

Nuova Dehli, che pure in passato aveva sostenuto la causa dei seguaci del Dalai Lama, negli ultimi tempi sta cercando di evitare episodi imbarazzanti con la Cina.

Le autorità indiane accusano i manifestanti di violare, oltre agli accordi intrapresi tra Dehli e i governo tibetano in esilio, anche quelli che regolano la concessione dell’asilo e che vietano ai rifugiati di manifestare in pubblico e di creare situazioni di disturbo.
Le autorità indiane accusano i manifestanti di violare, oltre agli accordi intrapresi tra Dehli e i governo tibetano in esilio, anche quelli che regolano la concessione dell’asilo e che vietano ai rifugiati di manifestare in pubblico e di creare situazioni di disturbo.
I 100 tibetani che l'hanno iniziata il 10 marzo sono ancora in prigione, ma 44 persone, in prevalenza monaci , sono partiti da Dehra, dove gli altri dimostranti sono stati arrestati.

Se anche questa marcia fosse fermata, ci sarebbero altri monaci pronti a ripartire per raggiungere il Tibet. Questo è il loro modo di non arrendersi.

Gli organizzatori del movimento hanno quindi rivolto un appello a tutti i tibetani nel mondo perché si uniscano alla protesta e sostengano una marcia del ritorno che riporti in patria gli esiliati tibetani; le associazioni di Italia, Francia, Svizzera, Spagna e Polonia hanno chiesto alle forze politiche e sociali, alle istituzioni ed agli enti locali dell’Unione Europea di sostenere con ogni mezzo il Movimento Insurrezionale del Popolo Tibetano.

Dicono: «La nostra marcia offre a tutti la possibilità di partecipare a uno storico movimento non violento. Con esso vogliamo ottenere la libertà per un Paese che, ancora oggi, è tenuto soggiogato. Unitevi a noi. Sosteneteci in qualsiasi modo possiate. Abbiamo bisogno di informare la gente della nostra marcia. Cammineremo per sei mesi. Potete unirvi a noi come sostenitori, per un giorno o anche per u