La storia di Agnes Browne è un film che è bello vedere per molti motivi: perché parla della vita di una donna che deve lottare tutti i giorni per affrontare le difficoltà della vita, perché lo fa senza mai perdere la voglia di vivere e di lottare, perché anche nei momenti di disperazione cerca una strada per uscirne, perché ama i suoi sette figli e non li vede come un peso. E' bello vederlo perché ci insegna come le difficoltà, le tragedie della vita si affrontano meglio imparando a costruire intorno a noi una comunità solidale, costruendo rapporti di amicizia, quella vera fatta di poche parole, ma di molti fatti e complicità nel senso più bello del termine, sapendo condividere tutto senza chiusure e diffidenze, senza calcolare chi dà di più e chi dà di meno. Tutto nella semplicità più assoluta, quella semplicità che impedisce alla nostra mente di avvilupparsi in pensieri tortuosi che imprigionano la nostra genuinità.
E bisogna vederlo, perché si ride e si piange, ci si commuove e anche nei momenti più tragici, l’ironia e il senso dell’umorismo non vengono mai a mancare. E i personaggi sembrano non aver dimenticato di ridere quasi che con una bella risata il dolore si faccia sentire di meno.
Siamo nel
ma la protagonsita non perderà mai un senso quasi giocoso dell’esistere, in cui c’è spazio per il lavoro, per i problemi adolescenziali dei suoi figli, per la scoperta della propria femminilità desiderosa ancora di passione, per un’amicizia che è al centro di ogni suo pensiero.
Ed è una conversazione tra amiche la scena più genuina ed esilarante del film, quando Marion fa ad Agnes la cronaca minuziosa di due inattesi e conquistati orgasmi - costringendo la vedova recente a a protestare con il defunto marito "Sette figli, e manco un orgasmo...". Per fortuna la vita sembra offrirle, al di là delle gioie della maternità, una seconda possibilità.
Il film non è certamente un capolavoro, non è uno di quei film che rimarranno alla storia, a volte ci appare un po’ troppo costruito ed ingenuo specialmente nella parte finale, ma forse rimarrà ugualmente nei
nostri cuori un po’ stanchi e disillusi.
Mi ha fatto pensare a mia mamma quando mi racconta il la guerra e che mi dice sempre:" di questo periodo non ho mai dimenticato quell’amicizia tra donne che ci sosteneva e ci aiutava ad affrontare giorno dopo giorno le difficoltà e le paure insieme ai nostri figli", una quotidianità vissuta insieme e che le dava tanto coraggio "e non credere - mi dice sempre - sapevamo anche divertirci, ridere anche se la morte era sempre presente nei nostri cuori".
Penso anche al clima di solidarietà che esiste ancora oggi tra gente anche poverissima, per esempio, nelle favelas del Brasile dove ho potuto vedere di persona come appunto ridere è una ricetta per sopravvivere che non manca mai, là dove la mafia non ha ancora guastato tutti i rapporti. Forse a volte noi ci perdiamo in un bicchier d’acqua e siamo così afflitti perché siamo troppo soli.
Il film è tratto dal libro dell’irlandese Brendan O’Carroll, Agnes Browne mamma, uscito nel 1994.
"Quando ho letto il famoso romanzo dell’irlandese Brendan O’Callol, dal titolo The Mammy, – ha detto la regista e protagonista del film, Angelica Huston - mi sono piaciuti gli archi di questa donna dal carattere forte che riesce a dare una seconda chance alla sua vita. Mi sono piaciuti gli alti e bassi cui il personaggio andava incontro. Questo credo dipenda proprio dal difficile passato di questo paese. I suoi abitanti, donne e uomini, per controbilanciare le difficoltà e le sofferenze ricorrono al senso dell’umorismo, ed è proprio questa strana combinazione tra riso e pianto, questa miscela di emozioni che ha attirato l’attrice che è dentro di me".
E' un momento difficile... Ho letto tanti post sulla situazione politica e, devo dire, non riesco in questo momento a condividere nè l'entusiasmo di alcuni nè il pessimismo di altri. Sono confusa e spesso mi sento fuori equilibrio...come penso tanti, sono indignata per quello che è successo soprattutto alla fine di questa legislatura, sono schifata da una destra che spera di trionfare sulle nostre macerie, e delusa della sinistra in cui avevo sperato non tanto, ma un po' sì. Sono, però, spaventata dal leggere nei blog quanta gente non voglia più votare. Io penso che sia più che rispettabile questa idea e piacerebbe anche a me potermi sottrarre da questo compito.
Il risultato, però, non sarebbe quello sperato: i partiti di sinistra forse saranno colpiti anche se non sono sicura che la loro riflessione non porterebbe ai risultati sperati. Ma poi quali risultati? nessuno me li ha chiariti...
Per la destra sarà davvero il trionfo e oltre alla vittoria gli consegneremo anche la corona. Cosa volete che gliene importi a loro se ci saranno schede bianche... tanto saranno tutte della sinistra.
Ci ritroveremo il giorno dopo con un Berlusconi ringarzullito, un Fini trionfante ed una destra-destra forte: una destra - destra che potrà fare e rifare quello che vuole... Ricominceranno da Genova, dalle repressioni che abbiamo visto subito dopo la seconda vittoria di Berlusconi... continueremo con i proclami razzisti di Calderoli, con i Ferrara e le sue moratorie, con un'informazione sempre più imbavagliata...
La sinistra ha fatto nulla o poco meno che nulla. Ma qualche persona qua e là riesco a salvarla, nella destra? Nessuno...
E' questo che vogliamo? Io fortemente No. Andrò a votare e cercherò di dare un voto che sia utile per battere questa destra che più destra non si può.
Sono, invece, foretmente convinta che dobbiamo tornare ad impegnarci di più in prima persona, a partecipare, a lottare per ciò in cui crediamo... Ma forse bisognerebbe parlare di questo: cosa vogliamo, in cosa crediamo? Ditemi cosa mettereste nel vosro programma...
Quindi auguratemi di non perdermi o forse no... perdersi a volte non è così male... l'importante poi è trovare un po' di equilibrio.
Illustrazione presa da Tipica
Anni fa, si lottava per ottenere la legge per l’aborto, ma anche contro l’istituzionalizzazione dei bambini. E’ vero che le famiglie erano molto più numerose, soprattutto le più povere, ma è anche vero che poi le condizioni di vita costringevano molte a chiudere i loro figli negli istituti, guarda caso, religiosi. Se poi nascevano fuori dal matrimonio o handicappati, la mentalità di quel tempo non lasciava possibilità di scelta: le madri abbandonavano i loro figli con la speranza di potersi rifare una vita. E’ quello che è successo a Roberto, affetto da tetrapararesi spastica, una testimonianza che ho raccolto in un libro anni fa e di cui vi faccio leggere l’introduzione di Roberto. In quel periodo erano tantissimi i bambini chiusi in istituto e del resto sono ancora molti quelli chiusi in tutto il mondo. Molti che sono usciti da quell'esperienza hanno potuto raccontare e Roberto ha fondato un'associazione che si chiama "Istituti mai più". Per non avere più figli molte donne morivano oppure molti bambini li si lasciava "vivere" in istituto... E' questo lottare per la vita? Guardare indietro, pensare a ciò che è stato, significa per me, come per chi soffre di vertigini affacciarsi dall'ultimo piano di un grattacielo: mi sento cadere nel vuoto, la mia mente diventa come un enorme baratro dove precipito sempre più nel buio man mano che mi avvicino alla mia infanzia.
Nessuno mi ha riconosciuto come suo figlio, come nipote, come fratello; nessuna casa è stata la mia casa; nessuno degli oggetti che ho toccato, usato, è stato veramente mio. Della mia prima infanzia non saprò mai più nulla, perché non c'è nessuno che me la possa raccontare. Ho dovuto e dovrò lottare tutta la mia vita contro questo vuoto.
Ogni giorno mi dico che devo andare oltre questa mancanza.
So solo quel che sono oggi: un uomo di 55 anni affetto da tetraparesi spastica, provocata con molta probabilità da trauma da parto Nei miei ricordi non c'è il bambino che sono stato, c'è solo una grande camerata dove anche se intorno a me c'erano tanti altri bambini, tante altre persone io mi sono sentito tremendamente solo. Questo è stato il mio più grande handicap: non avere nessuno che mi accettasse per quel che ero, che amasse proprio me.
La mia infanzia è dentro di me come una ferita profonda. La mia vita è cominciata con un rifiuto: quello di mia madre, quello di una società che allora più di oggi non attribuiva a chi è diverso gli stessi diritti degli altri bambini. Mia madre mi ha rifiutato e abbandonato fin da piccolo per cancellare la « vergogna » di una gravidanza fuori dal matrimonio. Mi ha accolto il Cottolengo: quel che ho avuto l'ho avuto «per carità» e tutta la vita dovrò dire, come dicono le suore, «Deo gratias»: nessun altro bambino lo fa mai con i propri genitori.
La mia vita sarebbe stata diversa, se...
No, non voglio pensare a quel che sarebbe potuta essere..., quel che conta, è che ora ho riconquistato la mia dignità di uomo. Lotterò per sempre perché questo diventi un diritto acquisito di tutti.
Oggi, però, non sarei qui a raccontare se qualcuno un giorno non mi avesse aiutato a ritrovare la mia intelligenza, le mie potenzialità, la mia affettività.
La mia vita è stata plasmata da una serie di coincidenze e il mio destino per molto, troppo tempo è assomigliato più a una predestinazione che a un progetto di vita: per molto tempo è stato come se sentissi di non essere esistito, perché qualcuno decideva per me, faceva per me, stabiliva cosa io potevo o non potevo fare.
A un certo punto anche per me si è affacciata un'opportunità: oggi io mi sento libero per il semplice fatto che posso finalmente «pensare»: decidere quel che voglio o non voglio essere e affermare ciò che è frutto di un mio pensiero.
Sono stato rinchiuso al Cottolengo per 35 anni. La mia vita è stata un ripetersi di giorni sempre uguali che si fondevano in un tempo vuoto senza la possibilità di una progettualità. Una vita in cui non esisteva neanche il sogno, perché non c'era alcuna possibilità di immaginazione. Quando penso al passato ho la sensazione di inseguire solo ombre, frammenti di immagini impossibili da legare l'una all'altra. Ho la consapevolezza che molte cose sono state dimenticate, nascoste dentro di me perché mi fa troppo male ricordare.
Per molto tempo ho avuto la tentazione di prendere congedo da ogni sentimento che fosse legato a ricordi spiacevoli e dolorosi, ma oggi voglio far riemergere la memoria, ricostruire ciò che comunque mi appartiene, affrontare gli interrogativi che affiorano perché la mia coscienza sia più ricca e il ricordo possa diventare ammonizione, possibilità di ripensamento per chi crede di poter rinchiudere dietro delle mura ciò che è scomodo vedere e affrontare nel mondo di tutti. Io oggi sono un uomo, perché ho affrontato questo mondo, perché questo mondo deve affrontare me e le mie difficoltà; ieri ero solo quel che molti definiscono « una creatura » che non poteva avere un'esistenza autonoma.
Si smarrisce la mia mente nel labirinto della vita, mentre cerco, analizzo, spero, sogno, amo. In un giorno senza fine.
Si smarrisce il mio cuore dentro i meandri del mondo. Amore e odio, gioia e sofferenza, allegria e tristezza, si mescolano in un turbine di vento.
Si smarrisce la mia parola, che vuole capire e spiegare, raccontare e giudicare. E sento la voce lontana, eco sbiadita dell'anima.
Allora mi immergo nel silenzio, si fa inerte la mia volontà. Esiliata dalla vita, mi perdo in quel labirinto che io stessa ho costruito.
Ma è quel labirinto mistero di un’anima che sogna l’infinito.
Conoscevo una donna. Aveva 30 anni e cinque figli. Il marito usciva ed entrava dalla prigione e, quando era fuori, la violentava e la picchiava. Era così la sua vita: lavorava in una piccola fabbrica anche più di otto ora al giorno, tornava a casa e cercava di rispondere alle esigenze dei suoi figli che crescevano come potevano. La più grande aveva undici anni e sembrava più vecchia della sua età. Era lei che badava ai fratellini quando la mamma lavorava.
Io l’avevo conosciuta attraverso un amico prete che mi aveva chiesto, quando potevo, di andarla a trovare. All’inizio era diffidente, parlava poco e, mentre io cercavo di chiacchierare con lei, mi scrutava come se volesse capire meglio chi ero e cosa volevo. Poi si è aperta e ha cominciato a raccontarsi. Aspettava che arrivassi, metteva su il caffé e si sedeva un po’ per dare sfogo al suo cuore. Era un appuntamento il nostro a cui non potevo mancare.
Era una persona dolce, una donna intelligente e aperta, ormai rassegnata: il destino non è stato buono con me, mi diceva sempre. Poi guardava i suoi figli, pigliava in braccio la più piccola e accarezzava Teresa, la più grande: Povera Teresa, le sussurava, anche tu come me non puoi goderti la tua giovinezza” E i suoi occhi si facevano tanto tristi e seri. Teresa l'abbracciava e rimanevano così a lungo in silenzio…
Così io ragazza della “buona società” entravo nella vita dei quartieri sottoproletari, scoprivo e imparavo quello che nessun libro mi aveva mai insegnato.
Un giorno ricevetti una telefonata da Maria. La sentii agitata, confusa, e balbettando mi chiedeva dei soldi, una cifra che io allora non avevo perché ancora molto giovane. Le domandai cosa ne doveva fare. Mi rispose che era in cinta e voleva abortire. Io trasalii. La mia coscienza mi diceva che non dovevo farlo…Allora davvero i proclami della Chiesa era forti, anche se non avevo ricevuto un'educazione bigotta. Erano dentro di noi, ci erano entrati dentro a nostra insaputa come entrano tante cose di cui abbiamo poca coscienza. Lei mi disse: non posso avere un altro figlio, come lo mantengo, come faccio col lavoro? Sarò licenziata…” Le chiesi un giorno per pensarci. Sentii la sua voce stanca dirmi “va bene, ho capito” e mettere giù il telefono.
Il giorno dopo qualcuno mi chiamò dicendo di correre perché Maria stava male: la trovai in un bagno di sangue, il mio amico prete le era vicino ed aveva chiamato un suo amico medico. Ci sono preti anche così...
Maria si salvò, ma fu molto vicina a morire, altre in quel periodo non ce la facevano, famiglie spezzate, bambini che rimanevano orfani di mamma che andavano a riempire quegli istituti per orfani che ancora proliferavano nel nostro paese.
Fu allora che imparai a guardare le cose in modo molto diverso e divenni una grande sostenitrice della campagna a favore della legge 194. Fu allora che capii che alcune persone sono calcolate meno che niente e che nessuno è interessato a come attraversano la loro vita, fi allora che iniziai a capire che bisogna guardare la realtà, conoscerla, aprire gli occhi e la mente…
Prima che la legge 194/78 venisse approvata dal parlamento italiano gli aborti clandestini venivano stimati in oltre 250.000 all'anno.
Bisogna ricordare che le leggi in vigore precedentemente a quell'anno erano quelle del famigerato codice Rocco, dell'epoca fascista, che vietavano sia l'aborto che la contraccezione come delitti contro la stirpe, tanto che la pillola veniva presentata come regolatore del ciclo mestruale e non come contraccettivo.
Il dato più importante però era che la donna che lo effettuava poteva essere imputata del reato di aborto. Era chiaro che molte donne non si presentavano in ospedale quando andavano incontro alle complicanze di interventi il più delle volte eseguiti, soprattutto per le donne povere in assenza delle necessarie precauzioni di sterilità.
Quindi quando avevano la febbre si limitavano a starsene a casa sperando che gli passasse, ma questo faceva sì che l'infezione post-operatoria degenerasse in setticemia, e quindi quando arrivavano in ospedale non restava che ricoverarle in rianimazione dove morivano dopo qualche giorno.
Diverso ovviamente era il discorso per le donne che potevano pagarsi le esorbitanti parcelle delle cliniche private dove i famosi "cucchiai d'oro", così si definivano allora i medici che praticavano l'aborto clandestino a caro prezzo, dal cucchiaino metallico con cui si effettua la pulizia dell'utero, si arricchivano.
Un altro capitolo da raccontare, ma lo farò un’altra volta è mettere al mondo bambini malati o con handicap… Chi più di me potrebbe essere d’accordo, ma la domanda è: che cosa siamo disposti a fare per aiutarli e grarantire loro una vita degna di questo nome? Abbiamo visto solo un piccolo esempio pochi giorni fa...
Ecco perchè ancora oggi sostengo la legge 194 e vi invito a firmare questo appello. Grazie a Caramella Fondente e Camelia che me l'hanno fatto conoscere... Non voglio nominare chi, dopo aver iniziato una battaglia che metteva in discussione la legge, si è poi rifiutato di discutere in TV con Pannella che di questa legge è stato con altri il promotore e l'anima.
Ciò che mi ha lasciato senza parole, è ciò che ha avuto il coraggio di dire dopo: “Io non discuterò della vita umana come se fosse un'opinione, con alcun candidato in tv. La tv è antiveritativa” Lui che di discussioni ne ha fatte tante e che ha sostenuto le buoni ragioni della guerra in Iraq di Bush e Berlusconi. Ma ora lo sappiamo:
Si discuta pure, ma ogni discussione abbia in mente le persone come Maria che hanno diritto al nostro rispetto…
Un castello ai piedi dei Carpazi, lontano da tutto e dentro il castello un vecchio generale che aspetta di conoscere la verità sulla sua vita, sul senso ultimo delle relazioni umane, sull’amore, l’amicizia, il tradimento.
L'aristocratico vive un'esistenza pietrificata come un paralitico che coltiva con passione la propria infermità.
Un uomo ancorato al passato e che in esso vuole trovare risposte alle domande che hanno ossessionato la sua vita.
“Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l'intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza. Essi sono: Chi sei?... Cosa volevi veramente?... Cosa sapevi veramente?... A chi e a che cosa sei stato fedele o infedele?... Nei confronti di chi o di che cosa ti sei mostrato coraggioso o vile?... Sono queste le domande capitali. E ciascuno risponde come può, in modo sincero o mentendo; ma questo non ha molta importanza. Ciò che importa è che alla fine ciascuno risponde con tutta la propria vita”.
Il libro di Màrai è un libro sulla memoria. La memoria del fuoco di una passione che si è spenta trasformandosi in tiepide braci. Il calore di una passione che acceca la mente, il tepore di una rivincita attesa a lungo.
Il romanzo si sviluppa sul poderoso monologo del generale rivolto al vecchio amico Konrad (artista, amante della musica, di ritorno dall’Oriente e diretto a Londra). Un flusso quasi ininterrotto sull’amicizia, sulle passioni, sul lento e doloroso disvelamento di ciò che è la realtà e il destino di ogni essere vivente. Nonché l’amore, la linfa vitale, tanto che il generale confessa a Konrad: “Alla fine ha importanza solo quello che rimane nel nostro cuore”.
C’è un destino che governa le storie di tutti i personaggi del romanzo, non si tratta però di una forza cieca: “L’uomo e il suo destino si realizzano reciprocamente modellandosi l’uno sull’altro. Non è vero che il destino si introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendoci da parte per invitarlo a entrare. Non c’è infatti essere umano abbastanza forte e intelligente da saper allontanare, con le parole o con i fatti, il destino infausto che deriva, secondo una ferrea legge, dalla sua indole e dal suo carattere”. (p.139)
Ci insegna e a guardarci dentro senza paura di scoprire verità scomode, ma, secondo me,non per rimanerne soggiogati, ma per affrontarle e andare oltre.
Riporto da un articolo di Repubblica questa notizia che ce la dice lunga sugli "italiani brava gente":
In questi giorni molti parlano di politica, di fronte alla caduta del governo ci sentiamo delusi e spesso traditi da coloro a cui molti hanno affidato la loro fiducia e le loro speranze.
Queste critiche sono sicuramente molto giustificate e comprensibile la voglia di molti di allontanarsi dalla “politica.
Ho visto ultimamente un film che ho trovato davvero molto bello in cui la protagonista è una ragazza di 21 anni, Sophie Scholl, l’unica ragazza del gruppo, La rosa bianca, che fu protagonista di uno dei pochi episodi di resistenza antinazista che nel 1943 misero in atto forme di lotta clandestina,
morale e pacifista, al nazismo: volantini e scritte sui muri - contro la strategia della «guerra totale» di Hitler, per fermare l'ecatombe di soldati tedeschi sul fronte e diffondere le prime notizie sul febbrile lavoro nei campi di sterminio - che portarono, in soli sei giorni (17-22 febbraio 1943), tre ragazzi dal carcere al tribunale e alla ghigliottina: lo studente in medicina Hans Scholl, la sua ventunenne sorella Sophie e un giovane padre di tre figli, Christoph Probst.
Questo non è il primo film tedesco che racconta questa storia ma è il primo che ha potuto servirsi dei verbali degli interrogatori (disponibili dal ‘90: erano finiti negli archivi della Germania est) e del processo, una farsa dominata dalla figura arcigna del giudice
Roland Freisler, inquisitore hitleriano omologo a quelli staliniani.. Il regista Rothemund ci spiega che negli anni del dopoguerra i tedeschi avevano poco interesse a ricordare, erano occupati dalla ricostruzione e il governo era ancora contrario a rinvangare il passato mentre le ferite cominciavano a rimarginarsi. “Bisogna sapere che le sentenze del “tribunale del popolo” nazista sono state dichiarate illegali, e crimini, soltanto nel 1985. Dopodiché è arrivata la riunificazione qualcosa che di nuovo ci ha distratti dalla conoscenza e dalla riflessione sul passato. Ora invece c’è una generazione che è interessata alla nostra storia, che ha pienamente superato la coscienza sporca e i sensi di colpa che facevano tacere i nostri nonni, e al contempo la mia è l’ultima generazione che ha la possibilità di porre domande dirette ai testimoni ancora in vita. E sentiamo di avere una responsabilità”.
Il fatto che le scene degli interrogatori di Mohr a Sophie riproducono fedelmente quelli veri ed il bello del film è proprio questo: è in scena la realtà. Una ragazza giovane, inesperta, guidata solo dalla sua coscienza, di fronte ad un colosso enorme, un gigante: la macchina burocratica del nazismo.
Di fronte a questa ragazza, interrogandola, chi rimarrà sconcertato e turbato sarà proprio il poliziotto gia di lungo corso: un acritico servitore dello stato e della legge che ritiene un meccanico dovere applicarla e che non si ritiene responsabile di quello che sta accadendo. Proprio quella mancanza di responsabilità di cui parla spesso
Il senso di responsabilità di questa ragazza metterà un in crisi questo uomo che offre a Sophie una scappatoia - denunciare gli altri per salvare se stessa - che lei rifiuta.
A questo film fa da specchio il documentario sulla segretaria di Hitler, Traudl Junge che è stata la segretaria di Hitler dal 1942 fino al crollo del regime nazista.Ha lavorato con lui seguendolo ovunque, anche nel bunker dove si rifugiò e dove trovò la morte. Fu a lei che il fuhrer dettò il suo testamento. Prima che morisse nel 2002 Andre Heller la convinse a raccontare la sua incredibile storia. Traudl Junge rievoca il suo passato con un senso di rammarico per l'ingenuità con cui da ragazza accettò quel lavoro. Pur non avendo capito la follia criminale di Hitler e lo sterminio cui aveva condannato il popolo ebraico, ella si è sempre sentita colpevole per non essersi opposta al regime nazionalsocialista. In fondo, altre giovani ragazze avevano preferito morire, piuttosto che accettare il regime supinamente.
Nella battuta finale del documentario afferma: «avevo 21 anni e credevo che la mia giovane età giustificasse la mia insensibilità e la mia frivolezza davanti ai responsabili delle grandi tragedie della
storia, finché non scoprii la lapide in omaggio a Sophia Scholl che, alla stessa età sapeva e reagiva».
Due giovani donne, due scelte molto diverse, in una c'è il senso di responsabilità, quella capacità che ci pone sempre in modo critico, ma anche attivo di fronte alla vita e alla società, l'altra che sceglie di seguire senza porsi nessuna domanda.
In Sophie l'impulso alla vita è forte: toccanti sono le scene in cui dalle finestre della cella scruta il suo quadrato di cielo, sicura che forse è per l'ultima volta. Poco prima di essere ghigliottinata, nei minuti dell'ultima sigaretta tra lei, Hans e Christoph, alle 17 del 22 febbraio, pronuncerà una frase di speranza: "Guardate, c'è ancora il sole!" e il cielo è il suo punto di riferimento, la sua forza per tutto il tempo che trascorrerà affrontando lgli interrogtor i e aspettando la morte .
Amo quella luce che si risveglia dalla notte. Quella luce che sfiora cose e persone, che pian piano ne svela i contorni, che accarezza i volti senza abbagliare, che rivela l’altro senza denudarlo.
Amo quella luce che chiede il permesso di entrare, che non si impone ma interpella, quella luce che convive con la notte.
Amo quella luce che risveglia la mente, che libera dai pensieri tristi e apre ad un altro giorno.
Amo quella luce che rincorre, il vento della poesia che, delicata e vulnerabile, vola là dove i sogni si dileguano e li deposita in quel lago dove chi vuole può attingere, può farli rivivere ancora una volta in un altro giorno
Amo quella luce, che convive con la notte, ma da lei non si lascia spegnere.
(la foto è mia)
E’ caduto dal tetto di un capannone. Lo annuncia un trafiletto di cronaca su La Stampa. Stava installando una telecamere di un sistema di videosicurezza. Ha perso la vita. Subito è scattata l'operazione dei carabinieri nei cantieri edili della provincia di Torino e il 75% è risultato irregolare. Ma non è tutto perchè il 50% dei lavoratori controllati era in nero. Tra il centinaio di lavoratori controllati, il 68% era di origine straniera.
Nell'era delle tecnologie più avanzate si muore nel modo più antico, perchè la tecnologia per proteggere gli uomini comuni costa troppo. Morto uno se ne può sostituire un altro. I disoccupati non mancano... C'è solo l'imbarazzo della scelta.
Devono morire perché, in campagna elettorale, qualcuno si accorga che i lavoratori esistono e che debbano essere rappresentati. Altri però non ci pensano proprio...
Non dobbiamo più tacere, dobbiamo diventare la voce di chi muore nel silenzio, di chi muore e diventa un numero, entra in una statistica e scompare come abissandosi in una tabella. Lui, Lei, madre o padre, figlio o figlia, solo, perché viene da lontano, bianco, nero, non esistono come persone, sono ex-lavoratori deceduti sul lavoro, il tributo che, al di là delle parole di rito, si sacrifica alla causa: lo sviluppo o come dicono altri un liberismo selvaggio, la globalizzazione. Un tributo come se fossimo in guerra: il numero dei morti supera quello della guerra in Iraq.
La loro vita conta meno di quella di un qualsiasi pettegolezzo che occupa giorni interi le pagine dei nostri giornali, o di assassini di cui in Tv si sfogliamo i diari e scrutiamo gli sguardi. Appaiono a volte in un piccolo trafiletto, a volte neanche lì…
Se veramente queste persone contassero, meriterebbero la prima pagina, meriterebbero un’indignazione vera e leggi che esigano controlli continui ed assidui e non una tantum. Sarebbe forse il caso di dire i nomi di questi lavoratori, fare un lunghissimo infinito elenco, e raccontare le loro storie una per una, proprio perché non rimangano solo numeri come sta cercando di fare il sito caduti sul lavoro.
Eppure dal 2003 al 2006, nel nostro Paese i morti sul lavoro sono stati ben 5.252. Un incidente ogni 15 lavoratori, un morto ogni 8.100 addetti: queste le cifre del fenomeno secondo l'Eurispes.
Siamo una società malata che non sa più guardare agli altri e non sa più garantire nulla né il lavoro né tanto meno la sicurezza: molti sono o diventano “scarti umani”, per loro la vita diventa un azzardo, il rischio non più qualcosa di contrattabile ma da accettare perché l’alternativa è “non lavorare”. Ma il rischio lo corriamo tutti perché il sistema con la globalizzazione è cambiato.
Bauman dice "siamo tutti nel e sul mercato, al tempo stesso, o in modo intercambiabile, clienti e merci" e il sociologo fa un paragone tra il Grande Fratello orwelliano e quello odierno dei reality show, i cui protagonisti agiscono in modo da escludere e individuare le persone che non servono, che non sono più “risorse” o peggio “eccedenze” e le parole sono “pietre”…
Il rifiuto, l'eccedenza è la presenza - assenza dei nostri tempi. Ne produciamo una quantità sterminata, ma preferiamo non pensarci e rimuovere il pensiero. «I rifiuti sono il segreto oscuro e vergognoso di ogni produzione» ma, scrive Bauman «sarebbe preferibile che restasse un segreto». Il rifiuto è dunque connaturato al nostro modo di vivere e di pensare. Viviamo, consumiamo e produciamo rifiuti da oltre un secolo. Siamo stati addestrati per questo scopo e ora, afferma lo studioso polacco, l’idea del rifiuto si è ormai spostata dagli oggetti all’uomo, un particolare tipo di uomo che è divenuto un rifiuto, un vinto dell’era tecnologica.
E’ questa piaga del nostro secolo che vorremmo vedere affrontare nei dibattiti che ci aspettano, ma sappiamo che questo avverrà solo se ci sarà una continua e tenace denuncia, se ci sarà chi ricorderà per chiedere non solo “risarcimenti seri” , ma anche politiche e controlli seri, se anche noi non ci faremo l'abitudine
E quello che fa questo blog e che ha preso una iniziativa raccogliere video di denuncia sulle condizioni di lavoro come questo: