Pensare in un'altra luce

"Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate? In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo". E. Bencivenga
mercoledì, 30 gennaio 2008

Dedicato a...

PonteNebbiaIl tuo amore era presenza e attesa. Sapevi aspettare tu. Sapevi fare silenzio. Ma il tuo silenzio riempiva l’aria di sogni possibili. Mi ascoltavi e il tuo sguardo curava le mie ferite, pian piano, senza fretta, perché il male potesse defluire lentamente. La tua mano stringeva la mia e questa era la mia forza.  Solo questo: la tua mano nella mia.
Ti sento, ti vedo: mi guardi scanzonato e sorridi, come sempre, del mio continuo vagabondare, della mia eterna iquietudine ed io mi specchio nei tuoi occhi bruni.
Come hai potuto legarti a me, assuefarti al mio passo inquieto, alla mia anima selvaggia senza pace.
Le tue parole mi accarezzavano.Dentro di me conservo scintille di sole. E’ il tuo regalo per sempre.

Io so che la morte è una perdita per sempre, irreversibile e irreparabile. Un vuoto infinito. In questo vuoto voglio rimanere per ascoltare il silenzio, per percepire la tua assenza, per prendere coscienza che non ci sarà sostituzione, per dirti addio, per congedarmi. Nel silenzio troverò la forza di riprendere un mio cammino?

Vorrei giocare con la luce del cielo. Guardare il fiore danzare sull’acqua ma il vento lo porta lontano fino a scomparire ai miei occhi.  Addio, addio amico mio...

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categorie: pensieri
lunedì, 28 gennaio 2008

I Rom, assieme agli ebrei, antichi capri espiatori

Terezin“E' una follia considerare di estrema sinistra il fatto che gli esseri umani debbano avere gli stessi diritti”. E’ Amato, ormai ex ministro  del responsabile del Vicinale, che invita tutti a liberarsi  dei pregiudizi, e chiede  il riconoscimento dei Rom come minoranza tutelata dalla legge.

"I campi nomadi – dice - nelle periferie delle città italiane sono "un piccolo Darfur", popolato da gente che viene dispregiativamente etichettata come "zingari", "ladri sporchi che rubano i bambini". Pregiudizi radicati, duri a morire, che i mass media devono aiutare a superare”.
L'appello arriva dal ministro dell'Interno, Giuliano Amato, che ha concluso la Conferenza europea sulla popolazione Rom avvenuta martedì 22 e mercoledì 23 gennaio a Roma

Un appuntamento che ha organizzato insieme al collega Paolo Ferrero per mettere sotto i riflettori un'etnia spesso associata alla percezione di insicurezza ed a reati, come avvenne nel caso dell'omicidio di Giovanna Reggiani. Per il ministro si tratta di "drammatici stereotipi che gettano infamia su un intero popolo e pesano sulle coscienze degli europei. Se non rimuoviamo questi pregiudizi, non saremo in grado di accettare i Rom come nostri fratelli".

Nessuno ricorda che i Rom, assieme agli ebrei, sono gli antichi capri espiatori e che con gli ebrei sono stati uccisi nei campi di concentramento. Da sempre sono stati oggetti di discriminazioni, deportazioni, cacce all’uomo. E ancora oggi non hanno quasi mai trovato posto nelle commemorazioni ufficiali della shoa. Sono state vittime di una vera e propria congiura del silenzio. Nessuno si ricorda che  sono  gli unici a non avere mai fatto una guerra e  non avere mai rivendicato un territorio per sè.

Gli otto milioni presenti in Europa costituiscono la più grande minoranza che noi abbiamo.

Essi arrivarono in Europa nel 1300 fuggendo dalla forzata conversione all'Islam da parte dei Turchi. E in Europa furono accusati di essere le spie dei Turchi e ancora perseguitati.

"In questo clima intollerante, - dice lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio - appena mitigato durante l’illuminismo, o da leggende più positive in epoca romantica,  si sono radicati alcuni stereotipi sugli zingari, destinati a incidere sul profondo della mentalità europea.  Gli zingari divennero anzitutto il “popolo maledetto”, segnato da un “peccato originale” che ne avrebbe determinato il destino di allontanamento costante, quale punizione per non avere accolto la Santa Famiglia al tempo della fuga in Egitto, o per essere stati i fabbri che fusero i chiodi della crocifissione di Cristo. Una sorta di corresponsabilità al deicidio o all’inaccoglienza a Gesù… Identificati  come gruppi dediti al vagabondaggio e all’accattonaggio, rom e sinti furono associati alla stregoneria, al rapimento dei bambini, al furto".
Durante la seconda guerra mondiale i Nazisti hanno sterminato circa cinquecento mila Rom. Nel Processo di Norimberga, i legali dei Nazisti argomentarono che il genocidio dei Rom era giusto dal momento che essi erano stati puniti come criminali e non come razza (sono Ariani). Nessuno era presente per parlare a favore degli zingari e il tribunale internazionale accettò questa giustificazione.

Da questi pregiudizi bisogna guarire tutti e lavorare nei comuni perchè si attuino politiche che favoriscano il loro inserimento. Ma di questo se mai parleremo in un altro post.

Come prima cosa è importante conoscere la loro cultura e la loro storia, solo dalla conoscenza può nascere una nuova coscienza e ci si può difendere dai pregiudizi di cui noi stessi possiamo essere vittime più o meno consapevoli.

Due libri interessanti da leggere: uno di Isabel Fonseca , una giornalista americana, “Seppellitemi in piedi” uno studio sui Rom scritto dopo quattro anni di lavoro sul campo, a contatto con loro.

"Seppellitemi in piedi. Sono restato in ginocchio per tutta la vita". E' l'appello che uno zingaro, stanco delle vessazioni a cui il suo popolo è sottoposto, rivolge proprio alla giornalista. Una ricerca itinerante presentata al lettore sotto forma di diario.

L’altro libro è “Fuori luogodi Marco Revelli che è il racconto di una esperienza vissuta, nei mesi dell'inverno 1998-99, a diretto contatto con un gruppo di Rom provenienti dalla Romania, finiti ai margini della città di Torino, che l'autore con pochi altri cerca invano di aiutare nei rapporti con le autorità locali e nazionali. Questi nomadi vivono senza acqua, senza riscaldamento, senza servizi igienici, finché giunge il decreto di espulsione e la distruzione fisica del campo.

E chi vuole ascoltare ciò che è stato detto alla Conferenza europea sulla popolazione Rom può andare qui dove potrà sentire anche l'intervento di alcuni sindaci. E  dobbiamo dar merito al ministro Amato di averla fortemente voluta. Ascoltate anche la presentazione iniziale che mi è sembrata interessante. Dicevo sulla caduta del gobverno che dovevamo partecipare di più, lo ribadisco , partendo dall'informazione prima di tutto e da quello che si è fatto. Assisteremo  da qui in poi forse ad altri scenari, dobbiamo prepararci.

Mi permetto di segnalare il post di Finanzio che ci racconta qualcosa sul nostro papa.

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categorie: memoria, rom , persecuzione, adorno
sabato, 26 gennaio 2008

Auschwitz una frattura nella storia irreversibile

Auschwitz_2L'olocausto è stato un evento che ha marcato irrimediabilmente il corso intero della storia.
Dopo Auschwitz, non è stato più possibile pensare alla storia come un processo temporale dotato di un qualche senso o "disegno". Auschwitz ha segnato una frattura nella storia, un lutto non rielaborabile.

Da quel giorno Wiesel dice “Non credo più nella virtù magica della parola. Essa non significa più ordine ma disordine. Non elimina più il caos, ma lo trucca. Non porta più in sé la speranza degli uomini: la diminuisce snaturandola. Ha cessato di essere un veicolo per diventare un ostacolo. Non indica più condivisione; non è che compromesso. (…)

I nazisti assassinavano migliaia e migliaia di ebrei e parlavano semplicemente di «trattamento speciale». «Cose, oggetti» significavano essere umani. «Rinsediamento» voleva dire deportazione, evacuazione, liquidazione: sterminio. «Notte e nebbia» sono due parole assai poetiche; adesso sappiamo ciò che nascondevano. E così per «selezione». Grazie a questa tecnica verbale gli assassini riuscivano a persuadersi mentalmente che non erano degli assassini. «Obbedendo», non facevano altro che «purificare» l’Europa dai suoi ebrei. Al limite, dovevano credere di meritare la riconoscenza degli stessi Alleati per aver fatto il «lavoro sporco»  sporco ma necessario  al loro posto”. 

Elie Wiesel - Credere o non credere - Giuntina

Brodskij vittima della repressione del regime russo dice:

“…nel corso della vita siete destinati a entrare in contatto, direttamente, fisicamente, con un'entità conosciuta col nome di Male

(...) Tale è la struttura della vita che quello che noi chiamiamo Male è capace di un'ubiquità pressoché assoluta, se non altro perché tende a mostrarsi nelle sembianze del bene. Non succede mai che entri in casa vostra presentandosi col suo nome: «Salve, mi chiamo Male! ». (…)

Sarebbe prudente, quindi, sottoporre le vostre nozioni del bene a un esame il più attento possibile, perlustrare tutto il vostro guardaroba, per così dire, alla ricerca degli abiti che potrebbero attagliarsi a un estraneo (..)la cosa più interessante, nel Male, è il suo aspetto umano, del tutto umano. Senza esagerare, non c'è nulla che si possa rovesciare e indossare alla rovescia così facilmente come la nozione di giustizia sociale, coscienza civica, avvenire migliore, eccetera. Uno dei più sicuri segnali di pericolo, in questo campo, è il numero di coloro che condividono le vostre idee, non tanto perché l'unanimità ha il dono di degenerare in uniformità quanto per la probabilità — implicita nei grandi numeri — che i nobili sentimenti siano contraffatti”.

Iosif Brodskij - Il canto del pendolo - Ed. Adelphi

E iI male si insinua giorno dopo giorno, diventa parte di noi e si fa così convincente da creare indifferenza verso qualsiasi atto mostruoso.

Dice Wiesel “il contrario dell’amore non è l’odio, ma è l’indifferenza; il contrario dell’educazione non è l’ignoranza, ma è l’indifferenza; persino contrario della vita, dell’amore per la vita non è il desiderio di andar contro la vita, la morte, ma è l’indifferenza di fronte alla vita.

È importante ricordare che quello che è successo c’insegna che ogni volta che viene preso di mira un popolo, una minoranza, un determinato gruppo, rispetto ad altri, quello che viene fatto a questo gruppo è qualcosa che ci riguarda tutti, che c’influenza tutti e ha un effetto su tutti noi. Ci sono oggi enormi catastrofi, tentativi di genocidio in atto – il Darfur è solo un esempio (…) Tutto quello che vediamo oggi è la conseguenza di un sentimento di odio espanso per tutto il mondo e di cui sentiamo oggi gli effetti. Molto spesso si crede che ad essere stati colpiti siano stati soltanto gli ebrei; non è vero: quello che è successo agli ebrei ha avuto e ha ancora delle conseguenze sul mondo intero perché, se è stato possibile il Ruanda e quello che è successo in Bosnia, se è possibile quello che sta succedendo oggi in Darfur è perché il mondo non ha imparato la lezione”

Ma aggiunge “ Non si ha il diritto a rimanere in silenzio quando c’è qualcun altro che ha bisogno della nostra parola. Ecco, è proprio questo rapporto con l’altro che in realtà è l’elemento fondamentale; se c’è qualcuno che ha bisogno di sentirci parlare, se vedo un bambino soffrire e non urlo questa sua sofferenza, allora sono colpevole di silenzio. Il fatto è che tutto dipende da come si utilizzano le parole; da come le parole vengono anche, qualche volta, tradite: viviamo in una generazione, in una cultura, in cui le parole hanno perso gran parte del loro valore; in cui il linguaggio troppo spesso è un linguaggio osceno.

All'indomani della tormenta, di fronte a un mondo inorridito, i reduci dai campi non facevano che ripetere: «Voi non potete capire, voi non potete capire». Forse è vero noi non solo non possiamo, ma non vogliamo capire…

Senza questa comprensione, una comprensione che sveglia le nostre coscienze, che ci fa indignare ed agire,  però non ha senso nessun giorno della memoria. I discorsi celebrativi hanno il sapore di quelle “parole che non dicono nulla, che coprono invece che urlare l’ingiustizia”

E in queste giornata celebrative non bisognerebbe dimenticare chi ha subito la stessa sorte degli ebrei: gli handicappati, gli omosessuali, gli zingari che sono ancora oggi oggetto di forti discriminazioni. Soprattutto quello che è successo non può chiuderci gli occhi di fronte ad altri stermini, quelli di oggi, di fronte alle forme di razzismo che si insinuano nel nostro paese e in altri. Il compito della memoria dovrebbe contribuire a vigilare sulla nostra moralità individuale e su quella della nostra colletività nel suo complesso.

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venerdì, 25 gennaio 2008

I politici e gli italiani

PUZZLE2Le librerie sono piene di libri che condannano la classe politica e denunciano la sua corruzione,  fra i tanti "La casta" e i libri di Travaglio. Mi chiedo però se sono solo i politici i colpevoli del degrado del nostro paese. Sicuramente sono loro che trainano, ma sono anche tanti quelli che si fanno trainare, sono loro che difendono i loro privilegi e dimenticano i bisogni del nostro Paese, ma è pur vero che anche nella società c’è chi agisce allo stesso modo: sicuramente gli imprenditori, gli avvocati, i tassisti e l’elenco potrebbe allungarsi. Ogni volta che si tocca l’interesse di una categoria è rivolta…

Gli italiani vorrebbero un cambiamento, ma ho l’impressione che molti, moltissimi vorrebbero che a cambiare fossero solo gli altri.

Gli italiani vorrebbero sicurezza, ma nello stesso tempo proprio i più accaniti  infrangono le regole almeno una volta al giorno

Insomma quello che appare ai miei occhi non di esperta, ma di semplice cittadina è un’Italia divisa, come fosse un puzzle i cui pezzi non riescono a combaciare tra di loro. Ognuno guarda il suo piccolo pezzo e non lo mette in relazione con gli altri.

So che nessun paese guarda con facilità agli interessi delle fasce più deboli, ma a noi italiani manca qualsiasi obiettivo comune.  

Davvero l’incantatore di serpenti riesce a farci credere che, senza fatica, senza sacrifici, arriveremo dietro di lui nel mondo dei balocchi… Qualcuno lo segue e noi? Noi siamo qui a guardare come impietriti…

Questo è quello che maggiormente mi spaventa, perché se non cambiamo modo di vedere, davvero c’è poco da sperare.

Io sono un po’ stanca dei libri di denuncia che del resto sono gli unici libri ad avere introiti buoni, vorrei libri e persone che lavorassero su progetti…

Quello che penso è che la sinistra deve ritrovare la propria identità e l’alleanza con il centro non deve farle perdere la bussola… Quello che penso è che tutti quelli che credono ancora in certi valori debbano rimboccarsi le maniche e agire ovunque e quando può farlo. E non possimao più accettare quello che abbiamo visto ieri al parlamento, dobbiamo far sentire tutta la nostra indignazione, non vergognarci, ma alzare la testa e dire BASTA... IO non ci sto... Oggi è difficile vedere spiragli, ma proprio per questo, bisogna partecipare, partecipare, partecipare...

"Il fatto che l'uomo sia capace di azione significa che da lui ci si può attendere l'inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile".

Hanna Arendt

Vi consiglio la lettura del post di Carlo gambescia

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categorie: politica
giovedì, 24 gennaio 2008

L'arte e la sua capacitĂ  di anticipare i tempi

DSCN3167Gli artisti spesso prevengono i tempi, sanno vedere più lontano grazie a quella gran dote che  è l’immaginazione, la creatività.

“Stanno arrivando” così annunciava un manifesto nelle strade di Roma nel mese di marzo. E in effetti tra il 21 e 29 marzo dello scorso anno giungevano a Roma i Trash Men. Una vera e propria invasione di 1000 uomini alti 1,80 realizzati con la compressione di materiali di scarto industriali e rifiuti urbani: lattine, tastiere di computer, scatole, vecchi circuiti elettrici, una rappresentazione della società di oggi, una spettacolare provocazione che dimostra come siamo ciò che consumiamo. Ogni singolo oggetto o rifiuto che compone la figura è infatti un riferimento al nostro quotidiano. Per la loro realizzazione sono state riciclate ben 35 tonnellate di rifiuti urbani e industriali.

AL’ideatore dei Trash Men  è l’artista tedesco Ha Schult, uno dei maggiori esponenti della Action Art, nato a Berlino nel 1939 e cresciuto nel dopoguerra fra le rovine di Berlino. E' stato il primo artista europeo ad affrontare attraverso la sua arte le problematiche ambientali e uno dei maggiori promotori della nuova consapevolezza ecologica. Questi uomini-spazzatura sono diventati un'opera d'arte monumentale, in viaggio per il mondo in una invasione pacifica di luoghi molto rappresentativi. Dal 1996, infatti, i Trash People con la loro aria di sfida girano il mondo. Sono stati posizionati ai piedi de La Grande Arche a Parigi (1999); al Cremlino a Mosca (1999); a Pechino in fila sulla Grande Muraglia (2001); davanti alle Piramidi egizie di Giza (2002); a Kilkenny Castle in Irlanda (2003); sul Monte Cervino, a Zermatt ad un’altezza di 2800 metri (2003); ad una profondità di 880 metri nella salina di Gorleben (2004); nella Grand-Place a Bruxelles (2005) e a Colonia davanti al Duomo (2006). Dopo l’Italia, sonno portati a Barcellona nella Plaça Real, dal primo al sette giugno per proseguire fino a New York e in Antartide, diffondendo così il proprio messaggio ecologico nei cinque continenti.

Viviamo in un'era di rifiuti. – spiega l’artista-  I Trash Men rispecchiano la nostra immagine, come degli esuli dell'era del consumismo errano per il mondo, il pianeta terra che riempiamo di rifiuti.....La quantità di rifiuti di oggi saranno le piramidi del futuro. Su di essa fiorisce la nostra epoca del consumo.".

E credo che il messaggio di Trush sia quanto mai attuale alla luce di quello che stiamo vedendo succedere oggi a Napoli, ma chissà nel futuro in quante altre città se non sapremo arginare ciò che è il prodotto diretto delle nostre azioni contemporanee: una massa immensa di rifiuti urbani ed industriali che in maniera sempre più accelerata e spregiudicata produciamo.
"Siamo ciò che produciamo", quindi "spazzatura" ci ricorda Schult di "noi rimarrà solo la forma, il contenuto sarà spazzatura!”

s640x4801Nelle installazioni la figura dell'uomo non perde la sua  apparente compostezza. Assume caratteri inquietanti . Alla conferenza stampa tenuta all’inaugurazione a Roma l'artista tedesco ha parlato dell'installazione, spiegando che "viviamo in un'epoca di rifiuti, un secolo che può essere definito un vero e proprio Trash Time, in cui la lattina di coca cola di oggi è quello che gli archeologi troveranno domani. Warhol ha fatto del consumismo un'arte, mentre il mio compito è quello di buttare giù dal piedistallo questo consumo e, con i resti, costituire una forma nuova".

"Il soggetto della storia non è più l'uomo, - dice U. Galimberti -ma la tecnica che, emancipatasi dalla condizione di mero "strumento", dispone della natura come suo fondo e dell'uomo come suo funzionario".

A Schult non è venuta meno la capacità di anticipare, quella capacità che i greci avevano attribuito a Prometeo e la capacità di “immaginare” gli effetti ultimi del nostro “fare”. E’ venuta meno però a chi ci governa e tutti noi che rischiamo di diventare quella moltitudine  di Trash Man che ci rappresenta come esercito immobile e silenzioso, che consuma e butta via, o che si lascia trattare da esercito muto, schiavizzato. L’unica via d’uscita è proprio differenziarsi - come la raccolta dei rifiuti - per poter scampare a questo destino.

Occorre evitare che l’età della tecnica segni quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più: “Che cosa possiamo fare noi con la tecnica?”, ma “Che cosa la tecnica può fare di noi?”

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categorie: rifiuti, galimberti, trash men, ha schult
martedì, 22 gennaio 2008

Albero"Costruzione di sé vuol dire: che cosa io sono, che cosa posso essere, che cosa voglio essere. Ora per appartenersi ogni uomo deve costituirsi come polo di resistenza nei confroni delle perturbazioni esterne e come forma rispetto alle agitazioni interne.  L'uomo non  diventa signore di sè se si lascia incalzare e scalzare dagli eventi che gli giungono da fuori, dolorosi e favorevoli che siano."
Salvatore Natoli


Non c' è più bellezza e conforto se non nello sguardo che fissa l'orrore, gli tiene testa e, nella coscienza irriducibile della negatività, ritiene la possibilità del meglio.
Theodor W. Adorno


C'è un avviso urgente per una bambina che ha bisogno. Andate nel blog di Ceglieterrestre

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categorie: citazioni, adorno, natoli
domenica, 20 gennaio 2008

La ballata di Iza

La ballata di IzaMi ha commossa, mi ha fatto pensare, mi ha fatto entrare nella storia, nella vita di ogni personaggio, me li ha fatti capire e comprendere. Mi ha ricordato  mia madre,  mio padre, i miei rapporti con loro, ho pensato alla loro storia e alla mia. Mi ha fatto riflettere sul fatto che si può credere di amare chi ci è caro, ma si può ugualmente non comprenderli. Ho capito che può capitare che le vite che si intrecciano, un giorno possono non incontrarsi più, che si può fare del male convinti di fare del  bene ed essere in assoluta buona fede.  E ho sentito quanto il passato si incida nell’anima di ogni persona e si trasformi in qualcosa di diverso in ognuno, quanto possa essere devastante anche nella vita del singolo, una politica repressiva e totalizzante.

Quando degli individui condividono buona parte della propria vita, la morte di uno di questi può scompigliare le carte e tutto viene rimesso in gioco. Quello che funzionava prima può non funzionare più. E’ successo quando è morto mio padre, credo che succeda a molti quando qualcuno della famiglia o di particolarmente importante nella propria vita viene a mancare.

Il titolo del libro parla di Iza, ma Iza non è l’unica protagonista: ogni personaggio è unico, ognuno potrebbe essere il protagonista assoluto, ognuno ha la sua storia. Una storia che ha il suo legame con quella degli altri, ma che nello stesso tempo potrebbe essere un racconto a sé.  
Fa da sfondo alla storia la società ungherese, con il clima repressivo tipico prima del regime fascita poi, dopo il ’45, di quello comunista.

Iza è un medico, il suo lavoro la soddisfa, ha un amante devoto, uno scrittore e all’apparenza non sembra mancarle nulla; in realtà non è felice. Ha avuto un’infanzia difficile che l’ha costretta a crescere troppo in fretta, a diventare forte ed assennata. Da ragazza ha vissuto l’umiliazione della messa al bando di suo padre Vince, un magistrato esautorato dal regime fascista degli anni ‘30 che non si piega al regime e non rinuncia alla sua dignità. Per questo Iza, fin da piccola affianca il padre e si  costruisce addosso un’ armatura, pronta a difendere “come un soldato” se stessa e i suoi da ogni attacco della vita.

Ha imparato a far sì che gli eventi si succedano senza ferire, a non commuoversi per le canzoni tristi e le chitarre danubiane. C’è una ballata che Iza Szocs non sopporta e che piace invece a suo padre e al suo ex marito, perché la cantavano nel collegio dove entrambi avevano studiato in tempi diversi. Parla di una vergine che giace su un catafalco, “il viso e il petto pallidi / come neve sulle rocce”: 
A Iza non piace perché non vuole commuoversi neppure per i versi di una canzone - e forse non le piace perché, in qualche modo, vede se stessa nella figura della vergine fredda e senza vita. In realtà la donna  difende solo la sua fragilità. Ha paura di amare, di lasciarsi andare, di essere troppo amata. Diventa una donna fredda, quella freddezza che non lascia che l’intelligenza si incontri con il cuore.

Tanto Iza è estremamente controllata, riservata, incapace di esprimere i propri sentimenti, quanto sua madre Etelka è fragile, delicata, semplice, ancorata alle tradizioni e spaventata dalle novità.
Quando perde il compagno di una vita, la sua esistenza sembrerà dissolversi e perdere di consistenza. Con lei riusciremo a capire cosa vuol dire “sentirsi disorientati” e quanto sia importante nella vita di qualsiasi individuo non perdere i propri riferimenti, le proprie radici. Solo ancorati a salde radici, l’albero può crescere e levarsi verso l’alto, può reggere agli attacchi della vita.

Etelka
andrà ad abitare con la figlia a Pest. Non basteranno, però, le premure, l’affetto della figlia a farle trovare un nuovo equilibrio. Ciò che ella le dà, non può supplire a quello che le toglie: la sua dignità, la capacità di decidere per se stessa, di condurre una vita ad una velocità minore. “Iza è una figlia perfetta, colma di attenzioni, Iza ha predisposto tutto, Iza ha deciso tutto”: quello che  può tenere e deve buttare, quello che può fare e deve evitare, dove può stare e dove non deve immischiarsi. Etelka vive nel suo appartamento moderno, arredato con mille agi, con la lavatrice, il frigorifero e i termosifoni, ma l’alloggio è senza anima, lontanno anni luce dalla vita semplice che conduceva prima. L'incomprensione che si manifesta giorno dopo giorno allontana la figlia dalla madre e viceversa.

L'una le offre conforti materiali, le vuole semplificare la vita all’insegna dell’efficientismo, mentre l'altra cerca presenze vive, vuole sentirsi utile. L'una segue itinerari solitari, alla ricerca ansiosa di solitudine; l'altra vorrebbe un dialogo impossibile, vorrebbe ritrovare un ruolo perduto per sempre.
Iza la priva di qualcosa di cui mai nessuno dovrebbe essere privato, del proprio passato, della possibilità di decidere qualcosa sulla sua vita, di sentirsi ancora utile a qualcuno: ora lei è la figlia e Iza la madre.

Iza ricorda la mamma come: “una creatura simpaticamente sventata, un po’ timida, allegra, coraggiosa, discreta (…)” dotata “di un indefinibile talento di rendere un vero focolare domestico” ora deve ammettere “con un’infinita tristezza, che la presenza della vecchia la irritava”.

La mamma pian piano sembra ripiegarsi in se stessa, quasi non sentisse di esistere,  quasi volesse annullare la sua presenza. “Possibile che fosse morta anche lei e semplicemente non se ne fosse accorta? Possibile che una persona morisse prima di rendersene conto?”

Basterebbero queste due figure a costruire la trama di questo libro, ma la storia si arrichisce di altri personaggi: Antal, l'ex marito di Iza con il quale permane un sentimento di amicizia, l'infermiera Lidia, passionale, volitiva, "umana" , Domokos, l'intellettuale nuova fiamma di Iza, Gica, la sarta di paramenti sacri, amica di Etelka, il professor Dekker, artefice dell'incontro tra Iza e Antal ai tempi dell'università.
Romanzo sul lutto e sulla perdita e sull’incapacità di elaborarli. Non riesce infatti a farlo la vedova Etelka. E meno ancora Iza. Una donna destinata fatalmente a rimanere sola. E solo allora, come una bambina abbandonata, Iza invoca: “per la prima volta nella sua vita. – Mamma! Papà!”. Nessuno le risponderà ovviamente, ma qualcosa forse (ci lascia intendere la scrittrice) si è fatta varco nel suo cuore. In lei a chiamare è la bambina che non ha mai potuto essere.

Ringrazio Gabrilù per avermelo segnalato.

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categorie: libri, vecchiaia, szabò magda
sabato, 19 gennaio 2008

I bambini non hanno bisogno della nostra ipocrisia...

ferrara-giuliano-324Papa_Benedetto_XVI_1Dal greco hypokrisìa, significa fingere buoni sentimenti o virtù che non si possiedono per lo più a scopo di suscitare simpatie e consensi, il termine greco hypokrités designava gli attori i quali, per professione, fingevano sentimenti che non provavano.

Appello, ora la moratoria per l’aborto… Questa l’ultima grande battaglia di Giuliano Ferrara che è, come sanno tutti, sempre stato noto per la difesa dei diritti dei più deboli…. "L’aborto è un assassinio", tuona nelle assemblee, il paladino della giustizia… L’aborto è un crimine contro l’umanità… E se non sapessi in che anno siamo, penserei di trovarmi ad una requisitoria del tribunale dell'inquisizione.194small

Come non pensare a lui come un o dei più grandi "ipocriti" del nostro tempo...

Lui, diventato, un ateo paladino della chiesa ci fa guardare con
compassione qua:----------------------------------------------------------------->

 

E ci fa distogliere lo sguardo da ben altre immagini e sofferenze impegnati come siamo a discutere le sue idee...

Ma lui e chi è con lui si prende ben guardia di diventare il paladino di vite umane che hanno una sola colpa: essere già usciti dalla pancia della mamma…

Lui non mi stupisce più. Credo che sia grasso perchè ama, adora essere visibile a tutti i costi...Ma quello che mi stupisce è perché nessuno lo mette a tacere con queste argomentazioni?

image002mineebambini17bambini malati Negli ultimi vent’anni, mentre l’economia mondiale è cresciuta in modo esponenziale, il numero di persone che vivono in povertà è arrivato ad oltre 1,2 miliardi (una persona su cinque) fra cui più di 600 milioni di bambini.

Se non si presterà maggior attenzione ai problemi della nutrizione, nel 2020 ci saranno nel mondo oltre un miliardo di bambini poco sviluppati o handicappati a causa dei problemi legati alla malnutrizione.

Morbillo, polmonite ed infezioni intestinali restano tra le principali cause di mortalità infantile nei Paesi in via di sviluppo: quasi ogni anno muoiono 10 milioni di bambini che potrebbero invece essere curati con poche migliaia di lire.

Ogni giorno nel mondo 8500 bambini e giovani sono infettati dall'HIV e 2500 donne muoiono di AIDS.

Il paese più colpito risulta essere l'Africa, dove l'AIDS ha causato nell'ultimo decennio distruzioni economico-sociali maggiori di quelle determinate da tutti I conflitti del continente messi insieme, cancellando intere famiglie, villaggi, generazioni, tanto che in molti paesi la speranza di vita sta scendendo a livelli non più toccati dal 1960 o addirittura prima.

In Africa, chiunque visiti i villaggi aggrediti dall'AIDS trova uno scenario di capanne deserte, campi incolti, bambini sconvolti e rimasti orfani.

I genitori si ammalano e deperiscono, I bambini, e in particolare gli adolescenti, spesso sono costretti ad abbandonare la scuola per prendersi cura dei propri genitori moribondi e poi dei loro fratelli rimasti orfani.

Spesso perdono qualsiasi diritto sulle proprietà dei genitori e sono evitati o messi al bando dalle loro comunità.

In tutto il mondo l'AIDS sta stringendo nella rete della povertà e della precarietà molti paesi, soprattutto quelli gravati da un ingente debito pubblico, che hanno a disposizione servizi sociali limitati, non in grado di fornire assistenza ai malati di AIDS.

Ma la chiesa proibisce qualsiasi forma di contraccezione.... non solo l'aborto....
Questo non è un crimine contro l'umanità? Come lo dobbiamo chiamare?
I bambini hanno bisogno di essere protetti in tutto il loro arco vitale, non solo quando sono embrioni...

Ed allora dove vuole arrivare Ferrara... Non è che vuole diventare ......:
papagiuliano
Questa foto l'ho presa qua
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categorie: bambini, malnutrizione, moratoria aborto
mercoledì, 16 gennaio 2008

Hopper. Il percorso di una poesia silenziosa

Stanze-sul-mare-PostersIn silenzio. «Parlare con lui», disse una volta sua moglie Josephine Nivison, «è come lanciare una pietra nel ronda di un pozzo. La senti andare a fondo». E il suo  amico John Dos Passos: «Stava seduto nel suo studio per ore bevendo tè. Ogni tanto sentivo che era sul punto di dirmi qualcosa ma poi non lo faceva».

Si parla di Edward Hopper, nato il 22 luglio del 1882 a Nyack, piccola cittadina sul fiume Hudson, da una colta famiglia borghese americana, una delle personalità più interessanti dell’arte americana e padre del Realismo americano del Novecento.
Egli non ama l’astrattismo che definisce “un freddo esercizio intellettuale” che in Europa è molto in auge e dichiara di dipingere “non quello che vedo, ma quello che provo”

Charles Burchfield, nello scritto "Hopper. Il percorso di una poesia silenziosa" pubblicato su "Art News" del 1950 ha scritto: “C'è, ad esempio, l'elemento del silenzio, che sembra pervadere tutti i suoi lavori più importanti, qualunque sia la loro tecnica. Questo silenzio o, come è stato detto efficacemente, questa "dimensione di ascolto", è evidente nei quadri in cui compare l'uomo, ma anche in quelli in cui ci sono solo architetture. [...] Conosciamo tutti le rovine di Pompei, dove furono ritrovate persone sorprese dalla tragedia, "fissate per sempre" in un'azione (un uomo fa il pane, due amanti si abbracciano, una donna allatta il bambino), raggiunte improvvisamente dalla morte in quella posizione. Analogamente, Hopper ha saputo cogliere un momento particolare, quasi il preciso secondo in cui il tempo si ferma, dando all'attimo un significato eterno, universale".

Morgensonne-1952-PostersHopper sembra porre i suoi personaggi al centro di una vicenda senza esito, in una realtà cristallizzata, nel contesto irreale di un non-luogo regno dell'incomunicabilità. Il mondo di Hopper si caratterizza attraverso l'assenza, attraverso atmosfere vuote e silenziose, ambienti deserti e rarefatti, paesaggi malinconici e solitari, trasmettendo così un’acuta sensazione di solitudine esistenziale, di invalicabile incomunicabilità. Anche lo spazio pubblico assume spesso in Hopper le caratteristiche di uno spazio in cui non è possibile neanche l’eventualità di uno scambio.

picHopperNighthawks-749445Figure immerse in un vuoto impermeabile che è assenza di tempo, ma anche solitudine come condizione umana universale.

Ha una solitudine lo spazio
Solitudine il mare
Solitudine la morte
Ma queste saranno compagnie
In confronto a quel punto più profondo
Segretezza polare,
Un'anima davanti a se stessa:
Infinità finita.

Emily Dickinson

postato da giuba47 alle ore 16:29 | link | commenti (37)
categorie: arte, solitudine, hopper
lunedì, 14 gennaio 2008

Quanta emozione per il primo sorriso...

UnsorrisolungounannoComicomix vara una nuova iniziativa per sostenere la Lotta al Neuroblastoma (un tumore dell'infanzia che rappresenta la prima causa di morte in età pediatrica)

L'iniziativa si chiama Un sorriso lungo un anno, ed è rivolta a tutti i bloggers e in generale agli amici del web. Io vi aderisco raccontando quando mio figlio ha sorriso per la prima volta, una conquista che non potrò mai dimenticare.

"Trascorrevo le mie giornate sempre più sola con Nicola.

Cercavo di farlo giocare. Ma non era semplice impegnarlo su una cosa qualunque. Il più delle volte si appartava, dondolava, e accompagnava il suo dondolio con un suono della voce gutturale e continuo. Quel ritmo mai interrotto mi ossessionava. Pian piano mi sembrò di cadere anch'io nell'apatia. Conobbi la disperazione, perché cominciai a temere che Nicola non ce l'avrebbe fatta.

Invece, quando meno me lo aspettavo, ci fu un segnale di cambiamento. Era agosto. Era con noi da cinque mesi, ed eravamo andati in montagna. Nicola era fuori, guardava giocare gli altri bimbi, come sempre. Il suo solito dondolio, il dito in bocca, il mio cuore angosciato. Paura, speranza e poi ancora paura.

Lo guardavo dalla finestra. Improvvisamente ho sentito una risata. Esile, ma tenace, divertita. Ho guardato con attenzione, quasi incredula, temendo di rimanere delusa. Era proprio lui! Mi venne da piangere. Provai una gioia intensa, profonda, una gran voglia di ridere anch'io, di chiamare qualcuno e raccontare. Nicola aveva visto un bambino giocare con un pupazzo e fare un po' il pagliaccio e aveva riso come gli altri.

Forse è difficile capire. Forse non si può immaginare cosa può significare il riso di un bambino, se non si è provato a sentirne l'assenza più totale, se non si ha dentro gli occhi il viso spento, fisso, immensamente triste di un bambino a cui è stato impedito di vivere.

È un'esperienza grande veder nascere una vita, assistere ai progressi di un bambino. È bello sentir pronunciare la prime parole. Ma è un'esperienza assolutamente nuova sentirle pronunciare da un bambino ormai diventato muto per il dolore. È commovente veder fare i primi passi. Ma il fiato ti si mozza quando lo vedi fare a un bambino che è rimasto sempre, o quasi, su un lettino fino ai quattro anni. E così ti succede quando assisti a ogni piccolo progresso. È la vita che lo riconquista, che gli fa risplendere gli occhi di una luce nuova, e sapere che in qualche modo in questo processo c'entri anche tu. E quello stesso senso della vita entra in modo nuovo anche dentro di te.

Quella sera ho pianto, pianto di gioia come non avevo mai fatto nella mia vita. Ho guardato il mio futuro in modo più sereno e ho sentito una gran voglia di vivere, di esistere. Poi ho guardato il mio piccolo addormentato, la bocca aperta sul cuscino, le mani appoggiate teneramente sul lenzuolo celeste a quadretti. Il sonno si era rasserenato, non urlava più, solo a tratti sbatteva la testa. Mi sono avvicinata, gli ho preso la mano calda e sudata e gliel'ho tenuta tra le mie, ho dato una leggera carezza sui suoi riccioli bruni. Si è svegliato, mi ha sorriso dolcemente, ha tenuto la mia mano e l'ho sentita stringere. Poi ha continuato a dormire. Quante volte, anche dopo giornate tempestose, ci siamo ritrovati in quell'attimo!

Quel giorno la speranza che si stava dissolvendo è tornata. Nicola aveva avuto un momento di serenità vera in mezzo agli altri. Aveva quindi senso insistere, sopportare gli sguardi, i commenti. Aveva senso cercare di spiegare, di conquistare la simpatia di qualcuno. Perché proprio in mezzo agli altri Nicola aveva cominciato a sorridere. Aveva bisogno di tutti, non solo delle persone buone con lui, aveva bisogno che il mondo gli girasse intorno, e di sentirsi immerso nella realtà, così com'era.

Anch'io dovevo rientrare nella realtà, accettare gli altri, con le loro debolezze, confrontarmi, spiegare, aiutarli a capire. Impedire che diventasse un «caso», per sempre. Gli altri dovevano vedere in lui ciò che avevo visto io. Un bambino come tutti gli altri. Più infelice di tanti, più sfortunato, ma un bambino, con i suoi affetti, le sue gioie, le sue paure, la sua rabbia, il suo desiderio di un rapporto autentico. Un bambino disorientato, chiuso, spaventato ma un bambino. Doveva stare in mezzo alla realtà, affrontando ogni giorno i problemi che si presentavano. Io dovevo immetterlo pian piano, allargando gradualmente le sue possibilità di esperienza. Come lo avrei scoperto man mano".

postato da giuba47 alle ore 15:12 | link | commenti (43)
categorie: qualcosa sulla mia storia

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