Prima di provare la felicità, o vogliamo dire un’apparenza di felicità viva e presente, noi possiamo alimentarci delle speranze, e se queste son forti e costanti, il tempo loro è veramente il tempo felice dell’uomo, come nella età fra la fanciullezza e la giovanezza. Ma provata quella felicità che ho detto, e perduta, le speranze non bastano più a contentarci, e la infelicità dell’uomo è stabilita. Oltre che le speranze dopo la trista esperienza fatta sono assai più difficili, ma in ogni modo la vivezza della felicità provata, non può esser compensata dalle lusinghe e dai diletti limitati della speranza, e l’uomo in comparazione di questa piange sempre quello che ha perduto e che ben difficilmente può tornare, perchè il tempo delle grandi illusioni è finito.
A volte, invece, ci siamo ritrovati a guardare la gente correre in un andirivieni senza meta e senza sguardo e abbiamo temuto di essere diventati come loro. La paura di guardare un mondo che non conosce né pace né giustizia ci ha tolto spesso la speranza. E la malinconia ha abitato speso il nostro cuore.
Abbiamo cercato una medicina che rendesse insensibili al dolore, al turbamento, che ci facesse entrare nell’a-patia per scansare tutta quella sofferenza che ogni giorno si riversava implacabile su di noi. Subiamo un’informazione che sempre più ci fa sentire assediati: il mondo sembra aver perso la bussola, noi sembriamo essere sempre più indifferenti o impotenti.
Gli ideali che avevano guidato la nostra vita, sembrano improvvisamente le illusioni di un cuore bambino. E da più parte forte è il richiamo ad un “ sano realismo”.
Ma è proprio il cinismo, la rassegnazione, il nostro peggiore nemico, il credere che tutto sia inevitabile e irraggiungibile. Il “sano realismo” è a servizio e a giustificazione dello “status quo”, proprio quello che non ci piace.
Parole che contano di Ermanno Bencivenga -
Con queste parole vi auguro un felicissimo anno nuovo, magari anche un po' folle... Un abbraccio a tutti.
Per il prossimo anno, a cominciare da adesso, un proposito, cercare di rispondere a quello che mi scrivete... Non l'ho fatto finora per mancanza di tempo, ma mi piacerebbe farlo perchè il dialogo diventi sempre più profondo...
Carissimi tutti, vi ringrazio per l’attenzione che mi avete dedicato e per i commenti che mi avete lasciato. Per un po’ di giorni non sarò molto presente sul blog… Un momento di pausa fa bene a tutti. Ma a tutti voi lascio queste belle parole di Arundhati Roy.
Essere pienamente vivi nel nostro mondo, così com'è.
Amare, essere amati.
Non dimenticare mai la propria insignificanza.
Non abituarsi mai alla violenza indicibile
ed alla volgare disparità della vita che ci circonda.
Non semplificare mai ciò che è complicato
e non complicare ciò che è semplice.
Rispettare la forza, mai il potere.
Soprattutto osservare.
Sforzarsi di capire.
Non distogliere mai lo sguardo. E mai, mai dimenticare.
Il dio delle piccole cose A. Roy
E voglio ricordare i bambini per cui questa festa è magica. Per questo voglio segnalarci un’iniziativa che è stata presa contro l'abuso sui minori.
Vi chiedo di andare qui: http://psiche-soma.blogspot.com/2007/11/abusi-sessuali-sui-minori-cosa-i.html
E SOPRATTUTTO QUI: http://psiche-soma.blogspot.com/2007/12/iniziativa-blogger-contro-gli-abusi.html
Diffondetela anche nei vostri blog.
Avevo già scritto in un altro post quanto tutti dovrebbero avere diritto ad una storia, a non disperdere dignità e individualità nella facile generalizzazione che si tende a fare di chi non è “dei nostri” che è aprire la porta del pregiudizio e del razzismo.
Il racconto ci aiuta a ricordare e ci mette in diretto contatto col mondo dell’ “altro”, ce ne fa scoprire la sua umanità. Ci aiuta ad uscire dagli stereotipi, dagli slogan, ma anche da quell’indifferenza di cui parlava già in Lo straniero Albert Camus. In questo libro Meursault, francese d’Algeria, dice:
«Ci guardavano in silenzio, ma a modo loro, né più ne meno che se fossimo stati pietre, o alberi morti.»
Bisogna leggere “Dio non ama i bambini” di Laura Pariani per ritrovare le storia dei nostri immigrati italiani. Questo racconto si svolge un “conventillo” di Buenos Aires dove vivono decine di famiglie d'immigrati italiani assillati dai bisogni, prostrati dalla nostalgia: servizi sanitari in comune e una cucina all'aperto per tutti, un cortile dove i bimbi giocano abbandonati a se stessi, piccole stanze dove nonni figli e nipoti si stipano come conigli: “Villa , villa immondizia. – dice un commissario di Polizia - Ci abitano gli immigrati più recenti: una miseria nera, tanfo di merda e pidocchi, famiglie di italiani allo sbando, spesso in ricoveri di fortuna; alta mortalità,bambini che vivono in strada per la maggior parte della giornata, molti orfani. Per gli agenti della Comisarìa certe vie sono terra bruciata”, dove soffoca qualunque cosa nasca, nulla riesce a sopravvivere, a parte la malerba”.
Un libro che s'interroga sull'abbandono di un Dio che permette l'ingiustizia e la miseria, su un tema molto difficile: quello del rapporto dei bambini con la morte. Così uno dei testimoni, il maestro elementare, Dionisio Brusa, ci descrive l'ambiente: «Non c'è via d'uscita in questo quartiere: conventillos, mataderos, morti, risse, scioperi, bambini che ricavano i loro giocattoli dalla spazzatura, i grandi che terrorizzano i piccoli e ne ottengono l'obbedienza con le botte».
Un libro che trasuda vita, disperazione e voglia di riscatto, che ha il coraggio di raccontare ogni cosa così come si presenta senza retorica, e per questo si avvale delle documentazioni burocratiche, dei racconti orali in prima persona, dei verbali di polizia, di stralci rivisitati dai giornali dell'epoca, soprattutto dai fogli degli anarchici, assai attivi in quel fmomento: un bel libro davvero.
La
Ma in ciò che scrive non c'è mancanza di speranza: “Non farei questo lavoro se non avessi speranze. Scrivere è sempre un tentativo di comunicare; e anche leggere lo è”.
A dar voce, invece, agli immigrati di oggi un altro libro, “Abbracciando l'infedele” di Behzad
Yaghmaian nato e cresciuto in Iran, poi espatriato e divenuto cittadino americano, insegnante universitario di economia del New Jers e tornato più volte nel suo mondo di origine. Nei suoi numerosi viaggi ha conosciuto molti migranti, e incrociando i loro percorsi ha ascoltato le loro storie, molte delle quali sono raccolte in questo volume. Tutti si sono lasciati dietro qualcosa di insopportabile: guerre, villaggi bombardati, parenti uccisi, oppure il peso di famiglie soffocanti, la repressione politica o le persecuzioni famigliari. Tutti cercano un posto dove vivere in pace.
Ritratti di donne e uomini partiti da Iraq, Sudan, Afghanistan e altri Paesi ancora, in viaggio verso una terra promessa. Mariti separati dalle mogli, bambini lontani dai genitori, famiglie dislocate per sempre. Un racconto commovente di coraggio, eroismi, speranze, momenti vissuti nascosti in container, alla mercè di trafficanti, uomini che cercano, a volte invano, di varcare frontiere per arrivare là dove per loro abita la speranza.
Storie a volte disperate: c'e' chi si perde nella droga,chi nella depressione, chi diventa trafficante o accattone, e chi la cerca di sbarcare il lunario come venditore ambulante.
L'iraniano incontrato dall’autore a Patrasso Farshad spiega “Tutti cercano, in fondo, dignità e rispetto e un posto dove vivere in pace” ma poprio lui soffochera' nascosto in un camion di angurie prima di sbarcare in Italia.
Ma cammin facendo tutti hanno cambiato il loro modo di guardare all'Occidente. Lo spiega l'iraniano Kia, ad Atene:
"Noi non saremo mai normali. Molti parlano delle difficoltà di traversare i confini, i pestaggi e tutto il resto. Ma non sono questi i veri problemi del viaggio. La difficolta' e' trovare un posto dove cominciare una nuova vita insieme agli altri, in contatto con i vicini, normale. Ma questo non e' possibile. Rimaniamo isolati, estranei, stranieri". Come Khan pero', Kia non puo' tornare indietro: "Conoscevo le difficoltà del viaggio. Quello che non sapevo e' che il viaggio ti cambia. Non potrai più essere ciò che eri, anche se torni alle condizioni di partenza".
Ed è di poco fa la notizia di altre morti (almeno 200 africani) nel tentativo di raggiungere le coste dello Yemen. Un bollettino di guerra a cui nessuno fa più attenzione...
La lotta al razzismo deve continuare.
"Avrò avuto sei anni, quando arrivò nella mia vita un grande giorno: papà liberò per me un piccolo spazio in uno dei suoi scaffali di libri, e mi permise di disporre lì i miei. (…) Fu una cerimonia di iniziazione, un rito vero e proprio: una persona i cui libri stanno dritti in piedi non è più un bambino ma un uomo, ormai. Ormai, ero come papà. I miei libri stavano in piedi. (…) …ordinai i miei libri per altezza, anche se i più alti erano proprio quelli che godevano ormai della mia più bassa considerazione, dal momento che erano semplificati, in rima, con le figure: erano insomma quelli che mi si leggeva quand'ero piccolo. (…)Ero ancora all'opera, quando lui tornò dal lavoro, gettò un'occhiata sconvolta al mio scaffale e poi, nel più assoluto silenzio, mi fissò lungamente, con uno sguardo che non dimenticherò mai: uno sguardo di un disprezzo, di una delusione così amari che non c'era verso di esprimerli a parole. Uno sguardo di totale disperazione genetica. Alla fine, sibilò a denti stretti: "Mi vuoi dire, per favore, sei completamente impazzito? Per altezza? I libri sono forse dei soldati? Sono forse una scorta d'onore? La banda dei pompieri?". Poi tacque ancora. Fu un silenzio tenace e tremendo. (…)
In fondo a quel silenzio, mio padre mi rivelò durante i venti minuti che seguirono tutte le faccende della vita. Mi iniziò al sommo segreto nel mondo della biblioteconomia: mi svelò sia la via maestra sia i sentieri nel bosco, i panorami vertiginosi delle variazioni, delle sfumature, delle fantasie, viali isolati, ardite tonalità ma anche eccentrici capricci: i libri li si può ordinare per titolo, in ordine alfabetico per autore, per collana o editore, cronologicamente, per lingua, argomento, genere e contesto, e persino per luogo di edizione. Tutto è possibile. Così appresi i segreti della sfumatura: la vita è fatta di itinerari diversi. Ogni cosa può accadere così ma anche altrimenti, secondo partiture diverse e logiche parallele. Ogni logica parallela è di per sé coerente e consequenziale, a suo modo conchiusa, indifferente a tutte le altre. Nei giorni che seguirono dedicai ore e ore di lavoro alla mia piccola biblioteca, venti o trenta libri che sistemavo, aggredivo come fossero stati un mazzo di carte e mescolavo per poi ordinarli di nuovo daccapo, secondo i criteri più diversi. E fu così che imparai dai libri l'arte della combinazione: non da ciò che avevano scritto dentro, bensì dai libri stessi, cioè dalla loro essenza fisica.
I libri, insomma mi fecero conoscere gli spazi sterminati, la zona d'ombra che sta fra il lecito e il proibito, fra la normalità e l'eccezione: questa lezione mi accompagnò per lunghi anni. E ora che arrivai all'amore, non ero più un perfetto principiante: sapevo invece che esistono combinazioni diverse, che c'è l'autostrada ma c'è anche la strada panoramica, ci sono i sentieri sperduti, mai percorsi da nessuno. Che c'è un lecito che è quasi proibito, e un proibito che è quasi lecito. Di tutto e di più".
Da Amos Oz "Storia d'amore e di tenebra", Feltrinelli, 2003
La biblioteca come bella metafora sulla vita. La vita che nasconde mille sorprese e sfumature, in cui puoi scegliere tra le strade che ti offre, che mescola e contamina, che percorre le strade della ragione, ma anche quelle del sentimento e del cuore, che a volte ti chiede un po’ di trasgressione, che aggrega e disgrega. La vita che ama ricordarti di non lasciarla passare con indifferenza, ma di intrattenere con lei un dialogo costante, perché non sei tu che decidi , ma sei tu che puoi scegliere tra le varie opportunità, scegliere, ma anche giocare con le possibili combinazioni, scegliere, ma anche esplorare dove l’occhio non arriva a prevedere cosa potrà succedere, scegliere, ma anche lasciarsi trasportare e guidare quando qualcosa ti dice che è proprio lì che devi essere, è proprio lì che devi andare… per poi ricominciare, ricominciare sempre come fosse un nuovo inizio. Un inizio più ricco, sempre più ricco…
La vita come i libri non ti indicano risposte ma percorsi da imboccare domanda dopo domanda…
“Tutta la letteratura consiste in uno sforzo per rendere la vita reale. I bambini sono molto letterari perché dicono in che modo sentono e non in che modo deve sentire colui che sente secondo un’altra persona. Un bambino che ho sentito una volta, volendo dire che era sul punto di piangere, non ha detto “Ho voglia di piangere”, come direbbe un adulto, ma <<Ho voglia di lacrime>>. E questa frase riferisce risolutamente la presenza calda delle lacrime che cadono dalle palpebre coscienti dell’amarezza liquida. Dire! Saper dire! Saper esistere attraverso la voce diretta e l’immagine intellettuale! Tutto questo è quanto vale la vita: il resto sono uomini e donne, amori immaginari e vanità fittizie, sotterfugi della digestione e dell’oblio, persone che si dimenano come animaletti quando si alza una pietra, sotto il grande pietrone astratto del cielo azzurro senza senso”.
“Uno sperimentatore violento e straripante, suscitatore di avanguardie, come Álvaro De Campos, un desolato nichilista come Bernardo Soares, un poeta metafisico ed ermetico come Fernando Pessoa, un neoclassico come Ricardo Reis e, dietro a tutti, un maestro precocemente scomparso: Alberto Caeiro. Ebbene: tutti questi autori, tutte queste opere, tutti questi destini furono "una sola moltitudine", perché nascevano tutti dall'invenzione dissociata e proliferante di una sola persona, l'anagrafico Fernando Pessoa, oscuro impiegato di una ditta di Lisbona , dove aveva l'incarico di scrivere lettere commerciali in inglese. E quelli che abbiamo citato sono solo i più importanti fra gli scrittori "inventati" da Pessoa: finora i suoi manoscritti hanno rivelato tracce e frammenti di ventiquattro autori”. "Un baule pieno di gente" Pessoa, dice il suo traduttore A. Tabucchi - ci ha lasciato «i suoi molteplici spiriti ben impachettati in fascicoli manoscritti tenuti con lo spago e contrassegnati da firme diverse».
Non un uomo, tanti uomini, che vivono dentro di lui fin dall’infanzia, suoi compagni di vita, come racconta in una lettera indirizzata all’amico Adolfo Casais Monteiro nel 1935
“Ebbi sempre, da bambino, la necessità di aumentare il mondo con personalità fittizie, sogni miei rigorosamente costruiti, visionati con chiarezza fotografica, capiti fin dentro le loro anime. Non avevo più di cinque anni, e , bimbo isolato e non desideroso se non di stare così, già mi accompagnavano alcune figure del mio sogno, un capitano Thibeaut, Chevalier de Pas e altri che ho dimenticato […]. Figure chiare e visibili nel mio sogno costante, realtà esattamente umane per me, qualunque fantoccio, poiché irreale, le aveva sciupate. Erano gente”.
“Sono oggi il punto di riunione di una piccola umanità solo mia”.
“Mi sono moltiplicato per sentire,
per sentirmi, ho dovuto sentire tutto,
sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi,
e in ogni angolo della mia anima c'è un altare a un dio differente.
( da "Passaggio delle ore"- Poesie di Álvaro de Campos )
Perso
nel labirinto di me stesso, già
non so quale strada mi conduce
da esso alla realtà umana e chiara
( da "Primo Faust" )
“Questo sentimento della vita per il signor Anselmo era appunto come un lanternino che ciascuno di noi porta in sé acceso; un lanternino che ci fa vedere sperduti sulla terra, ci fa vedere il male ed il bene, un lanternino che proietta tutto intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l’ombra nera…”
( Da “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello)
A volte ho la sensazione di vivere sempre in bilico tra la ricerca di ciò che ancora non so e non conosco e ciò che vorrei essere.
Vorrei dare forma alla mia esistenza, una forma, però, che non mi chiuda dentro una gabbia da cui guardare immobile il mondo che scorre davanti a me.
Inseguo così la vita nei mille sentieri in cui si presenta come un esploratore curioso, forse un po’ intimorito e incerto, ma pronto a guardare al di là di ciò che si presenta ai miei occhi.
C’è il pericolo dello spaesamento, di perdermi e di abbandonare ogni sicurezza, ma c‘è la gioia dell’incontro che mi sorprende.
Succede in ogni momento. Nessuno di noi dovrebbe dire “a me non capiterà mai”, piuttosto ognuno dovrebbe vigilare su se stesso perché non accada. Il nostro pensiero è soggetto come tutti alla pressione dell’esterno, non si genera da solo. E' soggetto ai pregiudizi, a vecchi modo di pensare, ha difficoltà a rapportarsi ad un mondo che cambia troppo rapidamente
Nulla può giustificare il razzismo, nulla può giustificare il fatto che si lasci “dire” o “fare”… Per questo vorrei tornare su questo argomento. Nessuno dovrebbe cadere nella tentazione della generalizzazione.
L’immigrazione sicuramente pone degli interrogativi molto grandi ed è per questo che bisogna conoscere bene il fenomeno, ragionare per non cadere nelle trappole di chi ci vuole trascinare in atteggiamenti che nulla hanno a che vedere con l’affrontare seriamente un problema. Io per prima mi voglio interrogare e confrontare. Mi ha colpito molto nel post che ho fatto precedentemente sull’argomento l’intervento di Claudiaz che si esposta e ha raccontato la sua storia che mi ha dato il permesso di postare sul mio blo e di questo la ringrazio.
" La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l'attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto. " (da La vita della mente – Arendt))
Per una volta faccio un'eccezione e svelo qualcosa di me. Sono sposata con un extracomunitario e abbiamo due bambini. Ho sempre creduto che il nostro fosse un paese "civile" fino a quando non ho conosciuto mio marito. I cari amici e gli affetti sicuri non ci mancano, ma la vita quotidiana è stata dura. Abbiamo avuto difficoltà a trovare casa, lavoro e quant'altro. No, le opportunità non sono le medesime per tutti, te lo dico dopo quasi 10 anni della mia esperienza.
Cerco di educare i miei figli al rispetto per sé stessi e per gli altri, sicuri del loro valore umano e del fatto che la differenza culturale costituisce una ricchezza. Mi auguro che quando saranno adulti sapranno comunicare amore ed apertura, senza pregiudizi o difese e mi auguro che i tempi siano maturi per comprendere che una terra non è "nostra", ma di tutti gli abitanti che ci vivono e contribuiscono con il loro lavoro e la loro cultura ad arricchirla.
Sì, le risposte dure fanno male, ma io ho impostato la mia vita su una scelta che mi auguro dia i suoi frutti. Ho scelto di non coltivare la rabbia, che in molte circostanze era pronta a spuntare con una forte carica. La rabbia non mi avrebbe consentito di vivere serenamente il mio percorso di vita e avrebbe trasmesso in chi mi circonda un senso di impotenza e insicurezza deleteri. Alla rabbia ho preferito il dialogo continuo, il vivere e l'esprimere le proprie risposte civilmente, sicura che alla lunga questo possa portare a un mutamento spontaneo della forma mentis. Spero di aver indotto una riflessione in coloro che non condividevano il mio pensiero, più che un atteggiamento di "bastian contrario" dettato da una mia eventuale risposta frettolosa e rabbiosa.
Io invito sempre a un confronto distensivo, solo questo può mutare l'animo "razzista". E' l'esempio che può determinare un cambiamento di rotta, non l'odio sull'odio. Chi rifiuta l'altro è un pavido in fondo e i pavidi vanno compresi e guidati nella giusta direzione a mio avviso.
Claudiaz
Mi è poi piaciuto quello che qwe ha detto… Un modo semplice per dire una cosa importante:
è che a forza de strillà senti la voce che va via...
è che dopo che hai strillato e che la voce è andata via vedi che non è servito a niente... anzi... è pure peggio...
io boh? prendo il primo che tacciano di "diverso" "brutto" e "cattivo" e me l'abbraccio...
chissà se servirà più dell'urlo strozzato in gola...
Ci sono due diverse concezioni del tempo, dice Ernst Junger una lineare e una ciclica.
"Esse si annunciano già nel linguaggio. Chi dice: il tempo passa, scorre, trascorre, fugge, ha in mente un tempo diverso rispetto a chi usa modi di dire nei quali il tempo è rappresentato da una ruota e parla perciò di cicli e di ricorsi. Per il primo il tempo è una forza progressiva; per l'altro una forza ciclica. Sebbene nel tempo siano presenti entrambi questi aspetti, è molto diverso se percepiamo l’uno o l'altro, a quale dei due prestiamo ascolto".
Il pensiero di Junger si snoda ulteriormente così: "II tempo che ritorna è un tempo che dona e restituisce. Le ore sono ore dispensatrici. Sono anche diverse l’una dall'altra perché ci sono le ore di tutti i giorni e le ore di festa. Ci sono albe e tramonti, basse e alte maree, costellazioni e culminazioni. Il tempo progressivo invece, non viene misurato in cicli e moti circolari, ma su una scala graduata: è un tempo uniforme. Qui i contenuti passano in secondo piano" .
«Quanto più ci si identifica con il proprio tempo e si vive in simbiosi con esso, tanto più si è vittime dei suoi pregiudizi. Ma il pregiudizio più radicato è il tempo in quanto tale. Questo è un vecchio problema filosofico. Più recente, invece, è la consapevolezza che questo pregiudizio non rimane sempre uguale a sé stesso, che muta le forme in cui si presenta, che anch’esso è soggetto alle mode»
da Il libro dell'orologio a polvere
Grazie Duccio, grazie perché non molli, perché provi indignazione, perché ti scandalizzi, grazie perché ci vieni a chiamare e a sollecitare e ci dai il senso della “comunità” della “polis” anche qui in rete…
Grazie perché sei tra quelli che ancora credono che si può fare qualcosa, che si deve, che non esiste quel “sarebbe bello ma…” e he dice “per lo meno proviamo”.
E accetto il tuo invito, mi unisco al tuo grido, al dolore che si prova a vivere in mezzo a chi non conosce più limiti.
“Mai più…” si dice ogni volta che si celebra il giorno dell’olocausto… e in questi giorni abbiamo dovuto leggere legge sui giornali qualcuno che dice: «Usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino». Sono queste le terribile parole che ha usato il consigliere leghista Giorgio Bettio, intervenuto durante il consiglio comunale di lunedì per dare il suo appoggio all’ordinanza anti-sbandati sottoscritta dal sindaco Gobbo e chiedere metodi più duri contro gli stranieri che abitano in città”.
La verità è che, da Tor di Quinto a Cittadella, stiamo assistendo a una gara fra sceriffi a chi spara per primo. La posta in gioco è la solita, quella preferita dai partiti: appuntarsi una medaglia sul petto, acchiappare i nostri voti.
Quello che a me fa paura, non è il fatto che in molti sollevino il problema di come governare l’immigrazione, di come affrontarla. Non mi nascondo i problemi. Mi fa paura il linguaggio, la retorica della prevaricazione… Mi fa paura che ci sono esseri considerati umani e esseri che non lo sono, che si abbia pietà per i nostri bambini e indifferenza per quelli degli altri, che non ci si ponga la domanda sul perché tanta gente rischia la morte per scappare da paesi dove non c’è che fame, guerra e persecuzioni.
Ho paura e ribrezzo di vivere in un paese dove ogni questione è ridotta dai giornali ad un sondaggio, che non si chieda di pensare, ma di dire solo un sì o un no. Un sì ed un no che decideranno della vita di altri, non della nostra. Un sì od un no che bandisce ogni ragionamento, ogni riflessione.
Mi fa paura un paese dove si inventi la parola “buonismo” per squalificare chiunque cerchi di mettersi anche nei passi dell’altro o voglia fare dei distinguo e non esista la contrario la parola “cattivismo” per chi usa parole come pietre da scagliare contro persone anonime, senza volto, basta che siano “gli altri”…
Mi fa paura la parola sicurezza sia sbandierata solo per vincere le elezioni non per formulare programmi, trovare strategie, avviare politiche anche a lungo termine, ma efficace.
Ci la promettono quindi sicurezza, fanno a gara per farlo come i genitori separati cercano di conquistarsi il figlio facendo regali e smettendo di educarlo…
Piacciono questi politici che agiscono, che ostentano forza, che non hanno peli sulla lingua, che dicono agli italiani la “verità”, la loro verità…
Piacciono perché decidono, perché non guardano in faccia nessuno, perché le regole se le fanno da soli per difendere i loro inermi concittadini. Piacciono perché ogni giorno prendono una decisione, perché combattono per noi, perché sono pronti a scendere a pulire le strade.
Si sentono i nostri paladini, vogliono che li vediamo come tali…
Mi fanno paura questi manifesti:
E così a Caravaggio, paese di 15mila abitanti in provincia di Bergamo il sindaco Giuseppe Prevedini ha deciso che extracomunitari non in regola non possono sposarsi con italiani.
Altri 43 sindaci bergamaschi seguiranno l'esempio del loro collega di Caravaggio: chi non mostra il permesso di soggiorno non si sposa.
Tre candide pecorelle che danno un calcio a quella nera. E uno slogan: «Diamo la residenza agli stranieri onesti che lavorano - Sicuri a casa nostra». È questo il poster con cui
Il primo cittadino di Montegrotto Terme, nel padovano, Luca Claudio lancia il messaggio "Cittadini, emigrate! Vivrete meglio da immigrati in un'altra nazione che da cittadini nel vostro paese", diffuso sui pannelli informativi nella citta'.
E c’è anche una donna (quota rosa) Rossella Olivo, 43 anni, dal 2004 sindaco forzista di Romano d'Ezzelino, Vicenza: i pacchi alimentari, consueto dono natalizio della Croce Rossa per i più poveri, da quando lei è primo cittadino, finiscono solo agli italiani
I matrimoni misti con extracomunitari? «Se ho il dubbio che servano solo ad ottenere la cittadinanza, non li officio e, in qualità di ufficiale giudiziario, chiamo le forze dell'ordine».
E ora io il suo ultimo provvedimento, il bonus istruzione (da
E il popolo chiede il rombo dei cannoni?
«Anche di più».
Non lasciamo che le nostre legittime paure siano usate da gente che ci dovrebbe far paura per la sua violenza a volte non solo verbale.
Caro Duccio, so che siamo pochi a cercare di porre argine a questa terribile deriva dei costumi e del senso civico, ma ci siamo e vogliamo esserci e continueremo a far sentire la nostra voce. Io so che ci siamo e come dice Amos Oz: "generando speranza tutti i moderati usciranno allo scoperto e diventeranno una presenza significativa"...Ed allora facciamoci vedere conro tutti questi fanatici che assordano le ostre orecchie e chiudono i nostri occhi alla luce..
CHI VUOLE DEDICARE UN PENSIERO A QUESTO PROBLEMA SI UNISCA ALLA CATENA, CHE NON E' NEGARE IL PROBLEMA DELL' IMMIGRAZIONE, MA IMPEDIRE CHE SI TRASFORMI IN RAZZISMO E VIOLENZA... GRAZIE
Immaginate di trovarvi con amici in vacanza in montagna. Un giorno vi risvegliate e non trovate più nessuno, non trovate più la vostra famiglia, i vostri figli, le strade sono vuote, rimane con voi solo un cane. Andate a cercarli in paese e improvvisamente urtate contro una parete, “qualcosa di freddo e di liscio”… Raggiungete allora un punto dal quale potete vedere al di là e ciò che appare al vostro orizzonte è un uomo presso una fontana, come pietrificato nell’atto di portarsi l’acqua sul volto. Dall’altra parte della parete sembra, quindi, regnare la “pietrificazione della morte”.
E’ in questa situazione che si trova la protagonista del libro La parete, il diario di una donna
quarantenne sposta con due figlie che all’improvviso si ritrova sola, separata per sempre dal resto del mondo. La scrittrice è l’austriaca Marlen Haushofer morta nel
E' un libro praticamente senza trama, fatto di gesti quotidiani, grandi, piccoli e piccolissimi, anche ripetitivi, mai noioso. Un libro sulla paura della solitudine ma anche sulla forza che può scaturire proprio dal non avere più riferimenti. “Una metafora sulla solitudine – dice Lietta Tornabuoni – ormai diventato un fenomeno sociale.”
La protagonista è una donna quarantenne, sposata, madre di due figlie adolescenti. All'improvviso si ritrova sola, separata dal mondo da una parete liscia e trasparente, costretta a reinventarsi la propria vita, a riscoprire la propria autonomia e indipendenza e ad affrontare - anche praticamente - un quotidiano che si fa di giorno in giorno più faticoso.
“La parete mi ha costretta a iniziare una vita tutta nuova, ma le cose che mi toccano sono rimaste identiche a prima: la nascita, la morte, le stagioni, la crescita, il declino”
Il mondo in cui è immersa è un mondo dove il lavoro è duro, il tempo inclemente, il corpo dolorante per la fatica, ma la protagonista si sente pian piano libera da quell’altro mondo, quello di prima, dove regnavano troppe ambiguità, ipocrisie, dove nulla sembrava più né autentico né vero. E verso quel mondo non prova stranamente nostalgia.
Impara a vedere con altri occhi, a guardare la vita di prima come priva di immaginazione, piena di pregiudizi che riducevano gli “altri” a “esseri umani, sottosviluppati e insensibili al dolore; cifre e numeri sui giornali”.
Il suo cuore non mente più “Forse sembra molto crudele, ma non saprei davvero a chi mentire oggi” E impietoso è anche il giudizio sulle figlie “due adolescenti piuttosto sgradevoli, litigiose, senza cuore” che diventate grandi diventano “pensionate estranee”.
La donna quindi non si arrende di fronte a quella nuova realtà, anzi accetta di percorrerla fino in fondo e di scoprirsi “nuova”: per lei diventa tutto un apprendere o un riattivarsi di saperi: nuova è la percezione del tempo perché per vivere bisogna misurarsi col tempo della luce e del buio, col tempo che fa: caldo, tiepido, freddo, gelato…col tempo dei lavori da compiere.
E si modifica anche il rapporto col proprio corpo ora che ha il tempo e il silenzio per ascoltarsi. Un sentire ed un sentirsi che fa riemergere una saggezza profonda, che le dona una nuova consapevolezza del sapere: “solo quando la nozione di una cosa si spande lentamente in tutto il corpo, si sa veramente”.
Ma ciò che la fa sentire più viva, era capire di essere anche solo per gli animali che incontra “una risorsa”, utile e necessaria. E sentirsi risorsa è il fondamento della responsabilità, sentirsi responsabili vuol dire sentire di “esserci” di “esistere nel mondo”.
La parete sorge perché metaforicamente il lettore possa prendere coscienza quanto siamo già separati dalle cose, dalla realtà, da noi stessi, troppo spesso lontani gli uni dagli altri e quanto abbiamo bisogno forse di ritrovare noi stessi, gli altri e il valore delle cose ripartendo dall’essenziale.