“Quel padre non aveva fortuna: era persuaso che un’antica grave maledizione pesasse sulla vita: su sette nascite aveva avuto sette figlie” (…) “diceva che la vergogna stava di casa sulla sua faccia, che il suo corpo era posseduto da un seme maledetto e che doveva considerarsi come uno sposo sterile o uno scapolo. Non si ricordava di aver mai posato una mano sul viso di una delle sue figlie. Faceva di tutto per dimenticarle per cacciarle dalla sua vita”.
La nascita della donna vissuta come una maledizione, il figlio maschio come unico erede della famiglia… Il libro da cui è tratto il brano è “Creatura di sabbia” dello scrittore marocchino Tahar
Ben Jelloun, che ho letto anni fa, ma che ho ripreso in mano in questi giorni in cui tanto si è parlato di violenza contro le donne.
Dalla maledizione il padre vuole uscire: ma come? L’ottavo figlio pur nascendo femmina sarà considerato ugualmente un uomo e il suo nome sarà Ahmed. A nessuno sarà rivelato l’inganno.
Il libro narra della drammatica e intensa vita di Ahmed costretta a vivere da uomo reprimendo la propria identità femminile, fino a che ne prende coscienza e capisce che “la sua vita si impegna nel mantenimento delle apparenze. Non è più una volontà di suo padre. Sta diventando la sua stessa volontà”. E va dal padre per dirgli: “Il mio stato, non soltanto lo accetto e lo vivo, ma mi piace. Mi permette di avere dei privilegi che non avrei potuto conoscere. Mi apre le porte, anche se poi mi chiude in una gabbia di vetro”.
Certo, la situazione descritta in questo testo è paradossale, ma quante volte viviamo tutti “nel mantenimento delle apparenze” illudendoci che questa sia una scelta consapevole e voluta. Forse siamo o ci sentiamo spesso anche noi creaure di sabbia.
A sua madre Ahmed rinfaccia: “…in questa famiglia le donne si avvolgono in un sudario di silenzio…, obbediscono; tu, tu taci, e io do gli ordini! (…) come sei riuscita a non insufflare nessuna idea di violenza nelle tue figlie? Sono là, vanno e vengono, raso ai muri, nell’attesa di un marito provvidenziale…, che miseria”.
A volte è vero le mamme diventano complici dei mariti, non hanno né la forza né il coraggio della ribellione. A volte siamo tutti assoggettai ad un’autorità che impone regole che, pur non condividendole, accettiamo perché non abbiamo il coraggio di opporci: quanta gente ha paura di andare contro le convenzioni sociali, di liberarsene per ritrovare la propria libertà…
Una denuncia, quella che fa Tahar Ben Jelloun, di un mondo che sembra voler decidere dei destini degli uomini che lo abitano: "La vita non ce la siamo inventata. – dice l’autore - Siamo entrati in un mondo già in corso e, se pur vi agiamo, non vi agiamo da soli, e le vicende in cui siamo coinvolti sono il risultato dell'intreccio delle azioni di molti, di esiti inintenzionali, di eventi "casuali"”.
Ci portiamo dentro
“Essere, semplicemente essere, è una sfida. Sono stanco e stanca” annota nel suo diario Ahmed e conclude "in fondo assomigliare se stessi non è forse diventare diverso?”.
Ieri Clelia ci parlava nel suo bellissimo blog di ascolto. Ed è di ascolto che vorrei parlare anch’io oggi, perché mi sembra che, senza imparare questa arte, è difficile coltivare relazioni significative, entrare in sintonia con le persone e con il mondo, crescere come persone.
Viviamo in una realtà in una società della comunicazione dove a dominare sono riflettori, microfoni, media. Dove il linguaggio è ridotto a slogan e ad affermazioni molto lontane dall’atteggiamento dialogico, in cui tutto diventa messaggio e informazione e in cui si è perso il significato simbolicio delle parole.
L’ascolto in questo senso tende come diceva Karl Jaspers a quel "capire che vuole spiegare, che cerca le cause di un comportamento, osservando l’altro a distanza e non a quel “capire che vuole comprendere: cioè assumere l'altro in sé immedesimandovisi, cercando di "sentire per accordo".
Comprendere evidenzia una realtà partecipativa ed empatica, “un'attività discorsiva che nasce nello spazio privilegiato dell'intersoggettività, dello scambio, per cui l’adulto non è più il soggetto che agisce bensì è il compartecipe di un processo di sviluppo individuale" (Jung, 1935,12).
Ascoltare in questo senso vuol dire fare silenzio dentro di noi, far tacere le tante parole che giudicano, che stigmatizzano, che interpretano, che a tutti i costi vogliono trovare soluzioni veloci, le parole che presumono di aver già capito senza prima aver affiancato, condiviso, amato. Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto dell’altro, un silenzio che è spazio, apertura. Un silenzio per dirla con
In ognuno di noi c’è qualcosa di “indicibile”, che non riusciamo a dire o a comunicare, a volte neanche a noi stessi e che ha bisogno di tempo, pazienza per emergere dal profondo.
Solo partendo da questo ascolto si può parlare di dialogo di cui oggi si parla così bene anche nel blog Archivioblu.
“Non si incontra l’altro se non in un dialogo che trasformi sia chi parla sia chi ascolta” dice lo psichiatra. Borgna Purtroppo, invece, siamo troppo abituati al soliloquio, a cercare ciò che conferma quello che è il nostro punto di vista, piuttosto che quello che ci interroga e ci pone dubbi. Galimberti dice giustamente che “è difficile aprire una discussione senza che i pregiudizi, abbiano occupato la scena” e, come ci riferisce Clelia, Heiddeger diceva che nel dialogo esistono due possibilità di incontrare i pensatori: "o andare loro incontro, o andarvi contro".
Dialogo è allora prima di tutto imparare un’arte che ci permette di capire ed accettare l’altro, ma che aiuta nello stesso tempo l’altro a capirci, è costruire pian piano la fiducia di cui abbiamo bisogno per un vero confronto, è un processo lento che richiede pazienza e umiltà.
Bisogna imparare ad aprire un dialogo, come dice
Le immagini alla televisione si susseguono, le notizie si alternano scandite dalla voce del presentatore, una voce che non conosce i toni caldi delle emozioni e noi guardiamo e ascoltiamo senza spegnere i rumori della quotidianità, pronti a captare l’immagine successiva come un’abitudine quasi necessaria..
La memoria seleziona quale immagine, quali parole trattenere. Chi informa sa dove far cadere la nostra attenzione, sa dove far incanalare la nostra emozione, sa su cosa provocare le nostre reazioni e la nostra indignazione. Questo ultimo periodo ne è stata una prova chiara.
Oggi possiamo sapere quello che succede anche in posti lontani, ma lo sguardo spaventato di un bambino che è sopravvissuto ad una catastrofe naturale, come nell’ultima del Bangladesh, l’urlo di
una madre che ha perso i suoi figli, la devastazione delle loro case precarie non si fermano, non trovano spazio.
Il martellante susseguirsi di informazioni hanno come unico risultato di produrre quel “pieno” che ci rende saturi: la nostra mente si fa inerte, il nostro cuore indifferente.
Dovremmo imparare a prendere le distanze da chi cerca di indirizzare il nostro pensiero, anzi, come dice Rovatti dovremmo “abitare la distanza” “una distanza da costruire, nel senso che dobbiamo renderla abitabile, difenderla, farne possibilmente uno strumento contro la cecità, la sordità, l’afasia”. Una distanza che permetterebbe al nostro pensiero di essere libero di vedere, di sentire, di parlare.
Torneremmo a farci domande, ad uscire dagli angusti confini nei quali ci vogliono chiudere, un giorno suggerendoci la paura, un altro mettendoci di fronte all’impotenza..
Guarderemmo quelle immagini, i volti, i paesaggi, ascolteremmo le parole, le storie che hanno da raccontarci. Non è solo per loro che dovremmo farlo, ma per noi, per non perdere la nostra sensibilità, il nostro senso di appartenenza all’umanità.
Sarebbe questo un allenamento che ci cambierebbe dentro e che ci aiuterebbe a trovare strade e modi di essere che ci facciano sentire meglio prima di tutto con noi stessi. Non risolveremo i problemi del mondo, quelli purtroppo no, ma qualcosa dentro di noi cambierebbe.
Guarderemmo l’immagine di quelle tre donne come se non ci fossero estranee.
Riconosceremmo nello sguardo di questo uomo che piange
tra le braccia di un amico tutta la sua disperazione, lo sentiremmo vicino, perché il dolore della perdita è di tutti e ci emozioneremmo con lui. Guarderemo le fragili case di questi uomini distrutte e ci ricorderemmo che ci sono dei diritti che, ovunque, non dovremmo dimenticarci di difendere, di sostenere.
Un allenamento ai sentimenti, alle emozioni, quelle buone che ci avvicinano alla pietas latina e non all’odio e alla rabbia. L’una costruisce, l’altra distrugge. Un allenamento all’indignazione che allontana il senso di impotenza e di rassegnazione. L’una chiede diritti, l’altra si accoda ai discorsi vuoti non della politica, ma dei politicanti. Un allenamento al pensiero creativo che ci aiuta a vivere la quotidianità non come il luogo della monotonia e del eterno ripetersi sempre uguale delle cose, ma come un insieme di giorni che possono trovare nel loro susseguirsi l’originalità di un gesto, di una parola, di un atteggiamento fuori dal coro. Un allenamento alla com-mozione che è saperci muovere con... Uscire dal nostro isolamento.
Ero per terra l’altro giorno, un camion del latte in retromarcia stava per passare sopra il mio corpo… Da quella posizione il mondo lo si vede in modo decisamente diverso.
Non mi sono posta tante domande, ho fatto due cose in simultanea: ho urlato con tutta la voce che avevo, ma la gente che passava vicino non sentiva, non mi vedeva, andava oltre. Mi trascinavo sull’asfalto cercando di sfuggire a quello che sembrava l’inevitabile ed è stata la mia salvezza: il camionista ha visto spuntare la mia testa dal retrovisore e si è fermato. Io ho continuato a chiamare e la gente, ora che ero più o meno salva, si è risvegliata, mi ha soccorso, mi è stata vicina…
Attraversavo sulle strisce... le macchine e il camion erano posteggiati (fermi, fermissimi) alla mia sinistra in doppia fila, come sempre naturalmente. Io guardavo alla mia destra perchè la via è a senso unico: tutto nelle regole, e poi qualcuno chiede più sicurezza... Se si cominciasse a trovare un modo perchè nel retro dei camion non ci fosse il cosiddetto "campo nero" (così lo chiamano), che impedisce qualsiasi visuale.
Allora... mi raccomando non attraversate mai la strada dietro alle macchine anche se in sosta,e tanto meno dietro un camion: potrebbero muoversi, quando meno ve l'aspettate...
Al pronto soccorso ho trovato medici-automi, bravi nel fare il loro mestiere, (almeno spero) assolutamente incapaci di fare anche solo un sorriso… Il barelliere dell’autombulanza è tornato a trovarmi per vedere come stavo e mi ha detto: “I dottori non hanno ancora capito che non basta avere la laurea per non essere stronzi…”
Sono stata in attesa tutto il giorno senza che nessuno mi venisse a dire né chiedere nulla, né tanto meno darmi qualcosa da mangiare. Io ero quasi contenta perchè con la confusione che regnava mi potevano scambiare per qualcun altro e trascinarmi in sala operatoria.
Poi è arrivato un infermiere e mi ha detto: si alzi e vada in ortopedia per le dimissioni, non ha nulla di rotto, solo una brutta contusione. Ho provato a balbettare: mai io ho molto male… Si alzi, ce la può fare. Certo ce la potevo fare, mi siedo pian piano, cerco di far scivolare le gambe...vedo grigio... vedo girare... tutto nero... Sono svenuta per il dolore… Sì certo ce la potevo fare...
Mi sono risvegliata sulla mia barella con una flebo e un altro infermiere carino che ha cominciato finalmente a prendersi un po' cura di me… E sono rimasta in ospedale fino a sera tardi.
Alla sera il medico mi ha congedato dandomi le lastre in mano… E facendomi portare velocemente fuori con la sedia a rotelle… Il suo compito era finito… Il “pezzo” era stato esaminato, non c’erano rotture, potevo uscire. Titolo di questo parte "E non disse neanche una parola" come il libro di Boll, lo ricordate? perchè la voce di quel sinore non l'ho proprio sentita...
Il camionista mi ha chiamato tutto il giorno e i giorni dopo ancora… Io sono diventata amica con il mio investitore. Fine di questa avventura.
Ho parlato di me e di mio figlio per avviare qualche riflessione che travalicano il caso personale.
Ho letto con grande interesse l’altro giorno il post di Fronesis che parla del problema della malattia e di come viene vissuta ed affrontata. E’ una testimonianza davvero preziosa che vi invito a leggere.
E alla luce di quanto dice e di quanto ho raccontato ieri, voglio citare un passo di un libro che consiglio caldamente di leggere:
Dovremmo imparare a costruire una società dove «non si chieda di essere “forti”, ma in cui sia possibile non essere né forti né deboli, e accettare insieme la fragilità della vita». Una società che sappia vedere nelle persone individui non etichettabili, che riconosca «la molteplicità»: ogni individuo si può esprimere in diversi modi e questo riconoscimento «non dovrebbe riguardare solo le persone che hanno problemi, ma anche quelle che si considerano “normali”, affinché possano finalmente disfarsi, con loro grande sollievo, della terribile e dolorosa etichetta di “normale”, per poter assumere e abitare le molteplici dimensioni della fragilità. (…) Infatti è proprio là dove nessuno guarda, in quel “niente da segnalare” della norma che una serie di esseri umani vivono nella paura permanente di “dover essere forti”, “all’altezza”» recidendo «ogni legame con le dimensioni della propria fragilità e complessità»[1].
E’ inimmaginabile lo stato di frustrazione derivante dall'essere inchiodati a una definizione che distorce e mutila la propria complessità psichica.
“Il pericolo è quell'essere 'denominati' - come afferma Binswanger - cioè etichettati e cristallizzati in una forma che tradisce sempre la nostra ricchezza interiore”.
Sono diventata mamma quando ho adottato Nicola. Aveva quattro anni quando è diventato mio figlio. A quattro anni non parlava, non camminava e dondolava tutto il giorno, sembrava non voler comunicare con nessuno. “Un bambino da buttare dalla finestra” questa la diagnosi di un’illustre psichiatra. Altri medici avevano tentato ogni tipo di diagnosi: prepsicosi, autismo infantile, cerebroleso... Era un bambino perso, su cui la medicina aveva già dichiarato il suo verdetto definitivo. Così come facciamo noi di fronte a tante persone che non sono come noi. Perché noi riconosciamo solo noi stessi o solo quello che di noi stessi vogliamo vedere.
Il giorno in cui ho incontrato Nicola, io ho solo visto una vita che si stava spegnendo, che si stava ripiegando su se stessa e chiudendo sempre più al mondo esterno. Nei suoi occhi una tristezza che non appartiene allo sguardo di un bambino di quattro anni. Quasi una domanda: perché mi sta succedendo questo? Perché sono vissuto in un istituto? E dentro di me l’esigenza di dargli una risposta… No, il male che si fa a qualsiasi bambino dovrebbe essere dichiarato “crimine contro l’umanità”… I bambini non hanno colpe, hanno dietro solo una comunità colpevole.
Ed io ho avuto la fortuna di vedere quel bambino per cui si era pronunciata una condanna irreversibile riemergere giorno dopo giorno dalla morte, quella psicologica.
Non dovete ora dirmi che sono stata tanto brava. Siamo tutti più pronti ad ammirare che a condividere. L'ammirazione può diventare una barriera, un vetro da cui ti guardano. Chiunque è mamma di un bambino con difficoltà non chiede pietà né tanto meno elogi, ma condivisione. Vuole che il proprio bambino possa giocare con gli altri, entrare a scuola con compagni che non lo rifiutino, vuole camminare senza che si girino a guardarlo, vogliono che si vada oltre l’handicap e si guardi chi è non che cosa è, vogliono che qualcuno scopra le sue potenzialità e non solo quello di cui manca..
Vogliono che di loro si parli così: “Hai visto Piero…” e non “Hai visto l’handicappato…”
L'unica cosa che mi ha chiesto Nicola, e me l'ha chiesta fino in fondo, è stato di lasciarmi coinvolgere, di immergermi totalmente nei suoi problemi. Ha chiesto che lo amassi incondizionatamente. Ma non per questo ho perso me stessa. Anzi, direi che mi sono trovata.
È stato il suo aggrapparsi alla vita, la sua richiesta continua, il suo precipitare indietro e testardamente riprovare, è stata questa straordinaria voglia di vivere, di imporre sempre e comunque la sua presenza, che ha riempito di senso la vita, che me l'ha fatta apprezzare come un valore prezioso da non perdere e da non sprecare.
Non era il suo solo istinto di sopravvivenza. Era ed è qualcosa di più, di diverso. Qualcosa che lo fa gioire ancora oggi delle più piccole cose, gli fa apprezzare un gesto che ai più sfugge, gli fa pronunciare improvvisamente: «Sono contento». E se gli chiedo perché, risponde: «Non lo so, ma sono contento». E gli occhi gli brillano. È qualcosa che gli fa amare la gente anche quando non lo ama, che lo fa sentire, soffrire ed esplodere di rabbia all'improvviso, ma che poi allo stesso modo lo fa ricominciare. E' qualcosa che gli fa amare sempre e comunquela vita.
È lui che mi ha aiutato ad apprezzare un sorriso, a sentire un gesto, uno sguardo come un fatto importante, a raccogliere la solidarietà e l'affetto, a godere di tutto ciò che posso godere, ma anche a non rifiutare la sofferenza, a usarla per maturare senza rassegnarmi. E lui che mi ha fatto capire che cos'è il dolore, quel dolore che qualcuno senza volto e senza nome ti infligge senza perchè.
E’ lui che mi dà la voglia, la spinta per fare qualsiasi cosa possa fare per combattere l’odio, l’indifferenza, per affermare che l’amore può vincere.
La società aveva deciso per lui che doveva vivere in istituto. E tra istituto ed ospedali aveva vissuto quattro anni. Noi gli abbiamo solo dato una casa, una famiglia, un'opportunià. Abbiamo assistito al suo il risveglio, graduale, lento ma tenace, ed è stato come vederlo nascere di nuovo. E credetemi non c'è gioia più grande. Ora è un uomo che vive, lavora, ha tanti amici…
Cosa vorrei comunicarvi? Vorrei comunicarvi che c’è sempre qualcosa da fare anche per quelli che relegano tra quelli che non possono avere speranza e decidono per loro come è meglio vivere. Tutti i bambini dovrebbero avere una mamma che li veglia con un sorriso sulle labbra, come in questa fotografia che ho scattato tempo fa in un viaggio.
E noi adulti siamo responsabili dei nostri cuccioli, anche se non li abbiamo generati noi.
"Non si tratta di ascoltare qualcosa l'uno dell'altro,
Amo la letteratura, la filosofia, la poesia e l’arte, mi soffermo spesso sulla storia e dalle letture traggo insegnamenti preziosi. Parole e idee entrano dentro di me e si mescolano e rimescolano fino a diventare mie.
Borges diceva: “Spesso mi accorgo di non fare altro che citare qualcosa che ho letto tempo addietro”. Bisognerebbe avere questa umiltà ed onestà sempre. Siamo tutti debitori di pensieri fatti da altri e di esperienze che non abbiamo mai vissuto.
Eppure spesso, quando ascolto certi studiosi di professione provo uno strano senso di irritazione. Forse mi imbarazzano le loro certezze anche quando parlano del dubbio, le loro parole che parlano di apertura, ma che nel loro stesso farsi discorso escludono chi ascolta. Mi fa pensare la loro sempre più frequente paura di mescolarsi, di entrare nel gioco del mondo, di cercare con ostinazione una nicchia in cui poter elaborare pensieri non contaminati. E questo ostinato tenersi fuori, mi sembra l’altra faccia della medaglia di chi nel mondo è troppo immerso e teme il silenzio della riflessione.
Mi sembra che il sapere che esce dalle loro menti sia troppo freddo e chiuso. Le loro parole, pur evocando valori, principi spesso encomiabili, mi appaiono come scrigni vuoti. Sono semi senza terra, sono terra senza acqua. Sono parole che non vogliono descrivere se non le realtà che conoscono…
Il rischio è allora che rimarranno sempre tante storie di vita ripudiate, inascoltate, non prese in considerazione perché nessuno ha mai dato loro voce.
E non posso non ricordare Nuto Revelli il cui impegno umano e civile è stato sempre quello di dar voce al dramma degli incolpevoli, dei poveri che restano in guerra anche quando arriva la pace, sfruttati, dimenticati, e di nuovo strumentalizzati, mai soggetti attivi del loro destino. Nel "Il mondo dei vinti" ha raccolto 270 testimonianze disperse in tutto l’arco alpino. “Era difficile farsi accettare, – racconta in un’intervista -,ancora più che parlassero, che raccontassero, perché rimanesse almeno qualcosa di queste storie, di una società che cambiava rapidamente. Su, a pochi chilometri da Cuneo si sfilacciava il tessuto sociale di vaste aree, e rimanevano solo gli anziani. E’ stata una pagina, è una pagina ancora sulla quale bisogna ancora meditare oggi”. Un uomo che aveva capito la ricchezza che si nasconde anche nelle storie più deprivate.
Su quante realtà ci sarebbe oggi bisogno di riflessione, di lavoro, di impegno, di ascolto, per capire la storia partendo da tanti punti di vista, senza avere la presunzione di chi senza aver ascoltato, ha già capito tutto.
E ci vorrebbero gesti come quello di David Grossman che durante l’assegnazione del premio Emet, uno dei riconoscimenti più prestigiosi, assegnati dal governo israeliano, si è rifiutato di stringere la mano del premier. “Suppongo possiate immaginare perché non ho stretto la mano al primo ministro” ha detto ai giornalisti. E non si può dimenticare quello che un anno fa rivolgendosi a Olmert aveva detto, dopo aver perso il figlio, in occasione dell’anniversario della morte di Rabin: “Sono sì un padre che soffre, ma quello che mi addolora è quello che lei e i suoi amici state facendo a questo paese”.
Abbiamo bisogno di questo tipo di intellettuale, che sappia scendere tra noi e abbia il coraggio di rendere pubbliche le proprie scelte, abbiamo bisogno di persone che ci facciano ancora capire in che cosa consiste la nostra vera libertà, intellettuali che non illuminino solo le nostre intelligenze, ma scaldino anche i nostri cuori.
E alla fine non posso che ricordare già con nostalgia e affetto Enzo Biagi che era sopra tutto era un uomo che della libertà ha fatto una bandiera in tutta la sua vita.
Chicca mi ha legata alla sua catena di libri... non amo le catene, ma trattandosi di Chicca e di libri non ho potuto dire di no. I libri liberano, non è così? allora via le catene per favore...!! Ne scelgo cinque, ma io non riporterò l'incipit, ma una o due frasi che mi sono rimaste nel cuore... Mi scuserete se non sto proprio alle regole, ma non è nel mio DNA. Non so se questi libri mi hanno cambiato la vita... mi hanno fatto riflettere, mi hanno aperto la mente, questo sì...
1) Caverne di Saramago.
"Sì è vero, per quanto siano dense e nere le nuvole sul nostro capo, il cielo lassù in cima sarà perennemente azzurro, ma la pioggia, la grandine e i fulmini è sempre quaggiù che vengono...".
”…si dice che ogni persona è un'isola, e non è vero, ogni persona è un silenzio, questo sì, un silenzio, ciascuna con il proprio silenzio che è”.
2)Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar
"Ma ripugna allo spirito umano accettare la propria esperienza dalle mani della sorte, essere null'altro che il riprodotto caduco di circostanze alle quali nessun dio presieda, soprattutto non egli stesso".
"...per la prima volta fu sopraffatto dall'immensità del mondo, dal terrore della vecchiaia, da quello dei limiti che ci rinserrano tutti. Grosse lacrime rigarono il volto di quell'uomo che si credeva incapace di piangere."
3) Il libro dell'inquietudine, di Pessoa
Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n'è mai stato un altro uguale al mondo (...)
Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, essa è una nebbia insufficiente e continua".
"La vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente".
4) Giobbe di Joseph Roth
"non ho paura dell'inferno, la mia pelle è già bruciata, le mie membra già fiaccata e gli spiriti maligni sono miei amici. Tutte le pene dell'inferno le ho già sofferte. E' più benigno di Dio, il diavolo. Siccome non è così potente, non può essere più crudele. Io non ho più paura amici miei!".
5) Teresa Batista stanca di guerra di Amado.
“Dal momento che lo chiede e con tanta buona grazia, giovanotto, io lo dico: con le disgrazie basta incominciare. E quando sono incominciate, non c’è niente che le faccia fermare, si estendono, si sviluppano come una merce a buon mercato e di largo consumo. L’allegria, invece, compare mio, è una pianta capricciosa, difficile da coltivare, che fa poca ombra, che dura poco e che richiede cure costanti e terreno concimato, né secco né umido, né esposto ai venti, insomma una coltivazione che vien a costare cara, adatta a quelli che son ricchi, pieni di soldi.
…come inizio di vita quello di Tereza Batista è stato un inizio con i fiocchi: le pense che ha soffertola bambina ben pochi le patiscono all’inferno. (…) Ebbene quella dannata ragazza ha superato così da sola, il periodo più duro, il peggio del peggio, ed è uscita furoi sana e salva all’altra riva col sorriso sulle labbra.
(..) il difficile per Tereza è stato imparare a piangere, perché era nata per ridere e stare allegra.
OK ora passo la palla....