Il riccio è un animale molto simpatico e il suo musetto ci ispira grande simpatia, ma ha gli aculei che ci tengono a distanza: tu lo osservi, lui ti osservi, ma da lontano.
Al numero 7 di rue de Grenelle c' è un palazzo abitato da notabili parigini, ma anche da due ricci: la portinaia Rene e Paloma.
Renée è la portinaia, ha 54 anni, è bassa e grassoccia e gli inquilini passano davanti alla sua guardiola da 27 anni, senza accorgersi quasi di lei. “Vivo sola con il mio gatto, un milione pigro che, come unica particolarità degna di nota, quando si indispettisce ha le zampe puzzolenti. Né io né lui facciamo molti sforzi per integrarci nella cerchia dei nostri simili. Siccome, pur essendo educata, raramente sono gentile, non mi amano; tuttavia mi tollerano perché corrispondo fedelmente al paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire”
Con queste prime battute si entra già nel cuore del libro che ci fa immediatamente pensare come ciò che la protagonista dice sia vero. Viviamo con degli stereotipi in testa e questi stereotipi fanno sì che non andiamo al di là di quello che appare o che vogliamo ci appaia. Una portinaia è una portinaia e per fare il suo mestiere non deve essere colta, perché noi inquilini della casa, che portinai non siamo, non possiamo sentirci inferiori a chi nella scala sociale è sotto di noi! Ognuno al suo posto dunque. E Renée, conscia di ciò, si guarda bene dall’uscire dai comuni canoni del “buon senso” (si fa per dire) comune. Insomma si tratta del “gioco eterno delle gerarchie sociali”
Renée, nella realtà, non è una portinaia come tutte le altre: è un'autodidatta con una cultura straordinaria, un'invidiabile apertura mentale e gusti musicali, filosofici e letterari di grande raffinatezza. Studia Husserl, ascolta Purcell, è un'appassionata intenditrice della cultura giapponese e dei film di Ozu, regista giapponese per pochi. Il suo gatto si chiama Lev, in omaggio a Tolstoj. Ma questa Renée, la vera Renée che noi lettori conosciamo, è clandestina.
Palma è, il secondo riccio del palazzo, è figlia di un papà deputato (con un passato da ministro) e di una mamma che sfoggia un dottorato in lettere. La ragazzina ha anche una sorella, Colombe, più grande di lei, studentessa di filosofia. E’ un genietto in incognito:
“(…) Si dà il caso che io sia molto intelligente. Di un'intelligenza addirittura eccezionale. Già rispetto ai ragazzi della mia età c'è un abisso. Siccome però non mi va di farmi notare, e siccome nelle famiglie dove l'intelligenza è un valore supremo una bambina superdotata non avrebbe mai pace, a scuola cerco di ridurre le mie prestazioni, ma anche facendo così sono sempre la prima della mia classe".
Una ragazzina che ha capito troppo presto il senso dell'esistenza e l’ipocrisia degli adulti chela circondano: La mia famiglia frequenta tutte persone che hanno seguito lo stesso percorso: una gioventù passata a cercare di mettere a frutto la propria intelligenza, a spremere come un limone i propri studi e ad assicurarsi una posizione al vertice, e poi tutta una vita a chiedersi sbalorditi perché tali speranze siano sfociate in un’esistenza così vana. La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia”. Il suo disprezzo per questo mondo è tale da volere farla finita il giorno del suo tredicesimo compleanno.
C'è poi la domestica portoghese di casa de Broglie che, invece di rientrare nello stereotipo della gretta donna delle pulizie, è una vera aristocratica che "sebbene circondata dalla volgarità, non ne viene sfiorata". Non può che essere la migliore amica di quella portinaia che fa finta di guardare programmi trash in tv e invece ascolta Mahler.
Accanto a queste donne (soprattutto alla portinaia Renée e alla giovane Paloma) ruota il mondo aristocratico, snob, irritante del palazzo: i Pallières al sesto piano, i Josse al quinto (la famiglia di Paloma), gli Arthens al quarto, i Siant-Nice e i Badoise al terzo, i Meurisse e i Rosen al secondo e i de Broglie al primo.
A capire e entrare nell’intimo di questi due ricci entra in scena Monsieur Kakuro Ozu (come il regista!), un non più giovane signore giapponese di raffinata natura, che porta in sé il meglio del mondo orientale: Egli ha il dono di guardare dentro le persone e a Rene che, diventata sua amica, le dice: "Non mi hanno riconosciuta" risponde. "È perché non l'hanno mai vista (…). Io la riconoscerei sempre e comunque". È questo il cuore del romanzo, che il titolo nasconde: "Madame Michel ha l'eleganza del riccio – scrive Paloma, – fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti".
Renée con il uso modo di essere mette in crisi quella scala di valori che misura se stessa e gli inquilini. Ella sa trasformare cultura e umanità nel suo riscatto sociale. In questa luce, i comportamenti degli altolocati condomini appaiono grotteschi e ipocriti.
Mi sembra di poter aggiungere che cultura è quella che sa coniugare intelligenza e vita, che sa arricchire la quotidianità e il nostro rapporto con gli altri.
Il libro non sempre riesce a convincere e a volte presenta delle cadute specialmente nella parte finale, a volte mi è apparso un po' artificioso, ma è comunque un libro che per me vale la pena di leggere.
Sono trascorsi trent'anni da quando Cosa nostra su ordine di Tano Badalamenti fece saltare in aria il militante di Democrazia proletaria, animatore e fondatore di Radio Aut, sui binari della ferrovia che collega Cinisi a Palermo. Da Torino ad Avezzano, passando per Trapani e Anzio, i numerosi coordinamenti di Libera, associazioni contro le mafie, hanno rinnovato il loro impegno nel ricordo di Peppino. Lo hanno fatto ciascuno a suo modo, attraverso cineforum, dibattiti pubblici, incontri nelle universita', spettacoli teatrali, riportando oggi in vita quello che le mafie pensavano di aver ucciso: la voglia di cambiare e di non smettere mai di raccontare denunciando.
Un mare di gente
a flutti disordinati
s'è riversato nelle piazze,
nelle strade e nei sobborghi.
E' tutto un gran vociare
che gela il sangue,
come uno scricchiolo di ossa rotte.
Non si può volere e pensare
nel frastuono assordante;
nell'odore di calca
c'è aria di festa
“La storia tutta quanta potrebbe intitolarsi :’storia di una speranza in cerca del suo argomento…’ E sarebbe un titolo adatto per tuta la durata della storia; se nel fondo della vita umana non esistesse, inesauribile e avida, inesauribile come la vita stessa, la speranza non avremmo la storia e l’uomo non si sarebbe proposto di essere umano. Se lo è dovuto proporre e dobbiamo farlo anche noi. La speranza non si limita ad esserci e basta, ha le sue eclissi, le sue cadute, le sue esaltazioni, la sua momentanea estinzione e la sua resurrezione.(..) Essa assume la sua vera essenza nel sogno e nella sua capacità di tracciare una traccia di luce nel cammino dell’uomo”
«La cultura della sconfitta e dell'amnesia si è pericolosamente diffusa tra milioni di persone», dice il regista Solanas e per questo nei suoi film si propone di scoprire e valorizzare «le prodezze quotidiane dei "nessuno", proposte alternative e solidali tali da dimostrare come il cambiamento sociale sia ancora possibile».
Fernando Ezequiel Solanas, il bravo regista argentino de L'ora dei forni, di Tangos-L'esilio di Gardel (di cui ho già parlato qui), di Sur, da tempo si dedica a raccontare la resistenza sociale in Argentina.. Ha ideato così una serie di film. Memorie del saccheggio (2002-2004), analisi dei meccanismi del potere e delle politiche di privatizzazione; La dignità degli ultimi, storie della resistenza sociale; e i prossimi: Argentina latente, sulle risorse nazionali e il recupero dell'autonomia economica, e La rivolta della terra
Un cinema militante il suo, indirizzato a sostenere le ragioni della libertà e della giustizia in un'Argentina che stava per cadere sotto il gioco dei militari.
In La dignità degli ultimi racconta le storie di chi è stato dimenticato, bistrattato ed ha subito ingiustizie fino a ridursi oltre la soglia della povertà, ma che, nonostante tutto, non perde mai la determinazione di combattere contro un governo sempre più compromesso nei suoi rapporti poco chiari con grandi istituti bancari e compagnie petrolifere.
Nel film vengono mostrate le storie di Maestro Toba e della sua mensa per bambini indigenti, di Silvia e Carola, che lavorano in un grande ospedale di Buenos Aires in situazione disastrose docute alla sovrappopolazione, alla mancanza di fondi, colpevole una corruzione sempre più spregiudicata. Viene raccontata la storia della fabbrica di ceramica Zanon, già oggetto del film "The Take" di Avi Lewis (2004). Ma anche la storia incredibile di Lucy e del "Movimiento de Mujeres en Lucha" (movimento di donne in lotta), che per protestare contro le espropriazioni, risultato dei tassi usurari praticati da banche senza scrupoli a contadini in difficoltà, ricorre a una forma di lotta davvero incredibile: durante numerose aste per mettere in vendita ettari di terreni di contadini che avevano avuto prestiti di 20.000 pesos e si trovavano a doverne rendere 100.000, Lucy ed altre donne si erano messe a cantare l'inno nazionale argentino boicottando in questo modo le aste stesse. Gli ultimi arresti per questo "delitto" mostrati dalla pellicola di Solanas risalgono solo all'aprile del 2005.
Ma vengono mostrate storie più individuali da parte di chi davvero non ha neppure la forza di battersi politicamente, e forse sono le vicende più drammatiche, la miseria vissuta in solitudine può trasforarsi veramente in disperazione senza riscatto.
“E’ l’epopea anonima e quotidiana di chi è sempre stato tradito: la classe media impoverita, - dice Solanas - disoccupati, i “piqueteros” che bloccano le strade. Negli anni Sessanta e Settanta, una situazione simile mi portò a concepire “L'ora dei forni” (1968) e “I figli di Fierro” (1975), due pellicole molto diverse tra di loro, incentrate sulle lotte sociali dell’epoca”.
“Mentre percorrevo il paese e incontravo lavoratori, professionisti e indios, mi è venuta l’idea di
realizzare un grande affresco sull’Argentina contemporanea. Ho così concepito quattro lungometraggi indipendenti tra di loro, ma uniti dal tema nazionale. Si parte dalla devastazione e dal saccheggio promossi del modello neoliberale, per arrivare alla ricostruzione e a un nuovo progetto capace di recuperare i diritti perduti”.
Sono storie dolenti, che rivelano condizioni di vita durissime: ma sono anche Storie commoventi, ammirevoli per l’altruismo, la capacità di lotta, il caldo slancio, capacità di solidarietà della gente. E ciò che ne viene fuori è un affresco in cui si rivela tutta la forza e la tenacia del regista deciso, con esempi concreti e carichi di patos, a rivendicare la dignità del popolo e la speranza.
Storie che ci insegnano che là dove c'è la volontà di lottare nulla è perduto, nulla è così irreversibile.
Sono film che dovremmo guardare per non perdere la forza di lottare.
Nicola è morto. Era un giovane come tanti… la sua colpa? Nessuna, solo di essere passato di lì e di avere incontrato altri giovani che hanno imparato solo ad esprimersi attraverso la violenza e la sopraffazione. Nicola è morto e non ci sono abbastanza lacrime per piangerlo.
Io ho visto picchiare ragazzi senza ragione a scuola… Li ho sempre fermati, ho chiesto loro il perché. Molto spesso le ragioni erano assurde… più di una volta mi hanno detto: per divertirci. Abbiamo poi sempre parlato, cercato di capire il perché e nella maggioranza dei casi, quei ragazzi non hanno mai più picchiato nessuno, molto spesso sono diventati amici.
Se oggi si arriva a tanto è una società che si deve interrogare, che deve chiedere scusa alle famiglie… Chiunque abbia pronunciato parole di odio verso gli altri pubblicamente, nelle proprie famiglie, nelle scuole, alla televisione, nei dibattiti politici, chiunque non abbia fermato ovunque poteva questa spirale che avanza è in qualche modo un po’ colpevole.
«La politica non c’entra niente», aveva detto il sindaco in precedenza. «Non è un'aggressione contro la sinistra – ripete il sindaco – è un gruppo di deficienti, punto e basta».
A Verona Flavio Tosi, sindaco leghista, vinse le elezioni con ampia maggioranza, facendo della criminalità e della paura per gli extracomunitari il suo cavallo di battaglia. Tutta la destra cavalca il fenomeno extracomunitari e sicurezza per le strade, al fine di accaparrarsi la simpatia dell’elettore e il linguaggio non è mai molto corretto, molto spesso è violento.
Basta parole di intolleranza, parole che non abbiano rispetto per la diversità, siamo noi adulti a dover dare l’esempio, dobbiamo dar peso alle parole… Gli adulti devono insegnare parole di pace, di tolleranza, parole che aprano al dialogo e non allo scontro. E soprattutto abbiamo bisogno di politiche che valorizzino la diversità e si aprano al confronto.
C’è sfiducia, tanta sfiducia in chi ha creduto che un altro mondo fosse possibile. La vittoria schiacciante della destra, i discorsi che sentiamo in giro non ci aiutano certo a reagire.
Ma c’è un equivoco di fondo su cui dobbiamo riflettere.
Ben altri tempi bui hanno attraversato la storia del novecento in Europa… In questi giorni abbiamo celebrato il 25 aprile e il 1 maggio come momento in cui alcuni gruppi hanno saputo contrastare ciò che allora sembrava più che inevitabile: il fascismo, il nazismo, lo sfruttamento selvaggio dei lavoratori.
Oggi come ieri, come persone siamo chiamati a decidere se disporci passivamente nei confronti della storia, se abbandonarci a ciò che sembra che ci sovrasti e contro cui tutto sembra inutile e quindi arrenderci oppure disporci attivamente, reagire.
“L’uomo – dice
La realtà non è immobile anche se oggi tutto sembra darci questa sensazione, è sempre in movimento. In questo movimento possono prevalere idee, atteggiamenti, scelte diverse da quelle che vorremmo. Ma noi esistiamo, ci siamo e a questo movimento partecipiamo.
Il futuro ci appare oggi minaccioso, una minaccia che nessuno sembra riuscire a contrastare efficacemente: nessun partito, nessun movimento. E’ sconfortante, ma ripeto noi ci siamo e i nostri no, il nostro sdegno devono tradursi in piccole e grandi azioni.
Remiamo contro… si impara anche a remare contro… si è minoranza, un’esigua minoranza e questa è una percezione che ci fa sentire soli in molte situazioni: si impara ad essere noi stessi al di là di quello che sono gli altri. E’ questa sensazione di solitudine che ci paralizza, che ci deprime, che ci porta troppo speso alla resa.
L’uomo è un essere sociale, ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa… Oggi ci sentiamo senza patria, senza partito, senza chiesa. Forse ci siamo troppo illusi che la storia potesse procedere sempre in modo lineare verso un maggiore progresso. Non è così, ma questo non vuol dire che nulla cambia o peggio che tutto cambia in peggio. Oggi è così, domani non si sa…ma noi dobbiamo esserci.
Forse dobbiamo reinventarci come persone e entrare nel mondo reale con la forza non dei numeri ma delle nostre idee…
Parole… no, non sono parole. Quando entro a scuola ho questa consapevolezza, quando parlo in giro affermo le mie idee… quando sono in tram, quando sono al mercato non permetto a nessuno di insultare un altro… Se so che qualcuno nel mio quartiere vive solo e in situazione di povertà, vado a chiedere aiuto per lui… Insomma vivo e faccio tutto ciò che posso… tutto poco o tanto che sia, ma tutto. E' chiaro che tutto questo non mi sottrae da partecipare ad ogni inizaitiva politica che si riveli all'orizzonte e che condivida...
E’ vero ce le raccontiamo fra di noi, ma per trovare la forza di esserci, di condividere, di sentirci meno soli, questo a me serve.
Nel post precedente ho parlato di un libro della Gordimer… Quanto buio ha attraversato nella sua vita individuale? Eppure continua a combattere per un mondo in cui crede sapendo che non arriverà mai a compimento. Sono scrittori questi da cui dovremmo trarre linfa.
Due mondi si incontrano, due modi diversi di vedere la vita e la realtà, due vite alla ricerca, una donna scontenta, Julie, che ha abbandonato una famiglia della buona società in cui si sente a disagio e a cui sente di non appartenere più, un uomo, arabo, immigrato clandestino con una laurea in economia che si fa chiamare Abdu e il cui vero nome è Jbrahim ibn Musa.
Nadine Gordimer indaga la condizione di chi costretto ad immigrare: “Nella mia esperienza, e penso anche in quella di molti altri scrittori, quello che viene preso per ispirazione è un lento processo di osservazione, immaginazione, riempimento delle lacune di ciò che si osserva nella vita con la propria immaginazione”. E’ così che egli fa vivere Abdu ed Julie nel suo romanzo “ L’aggancio” ed. Feltrinelli.
Abdu è nato in un paese musulmano, dove domina il deserto, poverissimo. Lavora in nero, sotto falso nome, in un'officina meccanica. Non è la prima volta che cerca di varcare le frontiere di uno stato; è già stato respinto da più di un paese europeo.
L’intento dichiarato della Gordimer, in questo romanzo, è quello di sottrarre il suo protagonista dall'invisibilità: raccontare la sua storia, infatti, vuol dire dargli un volto, un nome, un’identità. "Dobbiamo chiederci chi è un clandestino, - dice la scrittrice in un’ intervista - uno che non ha il permesso di soggiornare in un paese. E' una persona senza futuro, perché non ha un'identità da rivendicare. Diventa una presenza illegale, illegittima. E' qui, ma al tempo stesso non è qui. Vive su una soglia. E' una "non persona". Dare corpo, voce, nome, pur nella finzione letteraria, significa non accettare l'esistenza di "non persone", e questo, certo, è un atto politico. O, almeno, io mi auguro che lo sia”.
Abdu conosce lo sguardo del preconcetto che grava su di lui: “sono uno spacciatore, dice, sono uno che fa la tratta delle bianche, che viene a rapire le ragazze; sarò un peso per lo stato, ruberò il lavoro a qualcuno, accetterò una paga inferiore di uno del posto." “Se incontrassimo Abdu seduto su un aereo, accanto a noi, probabilmente lo guarderemmo con sospetto” questo il commento di Gordimer sul personaggio che ha inventato. "E' un arabo, un musulmano, forse un terrorista. Non avremmo il tempo, alcuni forse neanche il desiderio, di sapere chi è davvero."
Dice Kristeva Julia in “Stranieri a se stessi”: “Radicato in sé, lo straniero non ha sé. Giusto una sicurezza vuota, senza valore. Io faccio ciò che si vuole da me, ma quello non è "me" - "me" è altrove, "me" non appartiene a nessuno, "me" non appartiene a "me",... "me" esiste?”
Julie è immediatamente attratta da questo uomo, lui da lei e diventano presto amanti.
Julie appartiene a un mondo, Abdu ad un altro. Si parlano, si toccano, diventano centrali l'uno nella vita dell'altra, eppure restano reciprocamente intangibili, in qualche modo ignoti.
Si scopriranno quando lei deciderà di tornare con lui al suo paese. Lui la vede davvero solo allora quando restituendo un’identità a se stesso può vedere quella di Julie, diventata nel frattempo sua moglie. Anche Julie, si può dire, scoprirà Abdu per la prima volta, quando, arrivato nel suo luogo natale, acquista sicurezza nei gesti, una completa padronanza di se stesso; quando non si percepisce più come l'ospite non desiderato. Ora è lei a essere completamente spiazzata dalla nuova realtà, a essere guardata con diffidenza, giudicata. È lei adesso quella che deve capire modi di vita, usanze e tradizioni talora inconcepibili per una donna occidentale.
Abdu non riesce a fidarsi pienamente della donna che pur ama: teme che un giorno lo lascerà, per tornare ai suoi privilegi. “Julie fa parte dei padroni del mondo, di quelli che possono comprare un biglietto, mostrare un passaporto e farsi riaccogliere in qualsiasi momento nel proprio mondo."
Julie, paradossalmente, pur sentendosi estranea, ritroverà giorno dopo giorno qualcosa di sé che non conosceva proprio perché entrerà in contatto con ciò che in tutta la sua esistenza le era mancato: il mondo delle donne. Si ritroverà a condurre gran parte dell'esistenza quotidiana con loro, dividerà con loro gli spazi domestici e le cure familiari. Nella famiglia di lui tutto gira intorno alla madre, proprio la figura che a lei è più mancata: sarà lei a sancire l'avvenuta integrazione di Julie, quando le consentirà di starle accanto in cucina e le insegnerà come preparare le sue sapienti ricette. Esplorerà, insomma, qualcosa di sé che era rimasto sepolto.
Ma anche adesso che Julie sembra integrarsi in quel mondo così lontano dal suo Jbrahim teme che un giorno lo lascerà, per tornare ai suoi privilegi. “Julie fa parte dei padroni del mondo, di quelli che possono comprare un biglietto, mostrare un passaporto e farsi riaccogliere in qualsiasi momento nel proprio mondo." Prima o poi accadrà, e dunque meglio non far conto su quell'amore. Meglio rilanciare i dadi e cercare ancora una volta una possibilità di riscatto, di fuga da un luogo che ormai non gli può più bastare. La storia non avrà un fimale definito ma "Quel che conta - conclude Nadine Gordimer - è che le traiettorie delle loro esistenze si sono, imprevedibilmente, incontrate, ed entrambi hanno deciso di mettersi in gioco nel mondo, accettando lo spiazzamento dato dallo sguardo dell'altro."
In questo libro due stranieri si incontrano, si amano e nello stesso tempo non riusciranno mai del tutto ad unirsi. E noi scopriremo quello che dice la Kristeva “Stranamente, lo straniero ci abita: è la faccia nascosta della nostra identità, lo spazio che rovina la nostra dimora, il tempo in cui sprofondano l'intesa e la simpatia. Riconoscendolo in noi ci risparmiamo di detestarlo in lui. Sintomo che rende appunto il "noi" problematico, forse impossibile, lo straniero comincia quando sorge la coscienza della mia differenza e finisce quando ci riconosciamo tutti stranieri, ribelli ai legami e alle comunità”.
Tutti e due i personaggi del libro partono, vanno in un “altro” luogo, ma prendono congedo anche da se stessi, da quello che erano prima, non saranno più gli stessi, abiteranno lo straniero che è in loro. In un altro libro Nessuno al mio fianco la Gordimer si chiede:
Fisso l'istante nella sua infinitesima breve durata ed esulto nel vedere il suo nascere ed il suo morire. Metamorfosi continua del tempo che ci affida piccoli bagliori di vita. Si susseguono uno all'altro e solo noi possiamo dargli forma. Mi accingo allora a comporre il mio quadro di colori e forme: esplosione astratta, pura bellezza, pura luce. Perchè questo è quello che sento ora.
Illustrazione: Quadro di kandinsky
Lavinia ha inventato un nuovo meme… ormai la disperazioni non ha più confini e inventiamo catene su catene… Forse semplicemente è un modo per prenderci per mano e sentirci uniti… Un po’ come i girotondi che non sono serviti a molto, ma che in quel momento (la seconda elezione dell’innominato) ci aiutavano a stare insieme e a sentir che non eravamo soli. E non è poco…
Non dobbiamo sentirci soli, ci siamo e vogliamo esserci. Quindi accetto il giochino perché non voglio che Lavinia perda il suo buon umore…
Regole:
Indicare il blog che ti ha nominato (con il link e tutto per aumentargli le visite)
Elencare tre precauzioni (e non si parla di preservativi, spirali, diaframma, pillole del giorno prima, del giorno dopo, …) che state prendendo per superare i prossimi cinque anni (possiamo fare anche delle statistiche, poi, su quelle più efficaci ed utilizzate)
Scrivere il numero esatto di giorni che mancano alla fine.
Indicare almeno altri cinque blog (per far circolare la catena).
Allora comincio…
Il blog che mi ha nominato è Lavinia e mi raccomando andatela tutti a trovare così aumentano le visite, troverete un blog simpatico, ironico, molto umano e intelligente e soprattutto lei si tirerà un po’ su perché le visite aumentano. Questo primo punto è importante: cliccate quindi su Lavinia e fategli un commento mi raccomando…
Le tre precauzioni che ho preso per superare i primi cinque anni:
Oggi è il 1° maggio mancano 1812 giorni (ma non sono brava in matematica e potrei sbagliare)
Nomino per questo gioco:
http://storiadopostoria.blog.kataweb.it/
http://blog.libero.it/lafatadelmare/
http://artemisia-blog.blogspot.com/
http://ineziessenziali.blogspot.com/
http://mimuovofacciocose.splinder.com/
Premetto che se non avete voglia di giocare siete liberissimi di non farlo.